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L’erosione di una democrazia è più facile quando comincia dall’interno #CapitolHill #washingtonprotest #Trump

Negli anni venti e trenta dello scorso secolo, le democrazie europee che divennero preda di leader autoritari cedettero dall’interno. Non furono difese dalle loro classi dirigenti, prevalentemente di destra, certamente anti-socialiste e anticomuniste. Trump ci ha messo molto del suo, ma parte delle classi dirigenti conservatrici USA si sono sentite adeguatamente rappresentate dal suo suprematismo bianco. L’erosione di una democrazia è più facile quando comincia dall’interno.

Perché la democrazia italiana funziona così male @DomaniGiornale

Non so di chi sia il merito/la responsabilità del titolo di enorme successo del libro di Giorgio Galli, Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia (Bologna, il Mulino, 1967). Potrebbe anche essere stato il prodotto di un brainstorming al quale quasi certamente parteciparono Giovanni Evangelisti, Federico Mancini e Luigi Pedrazzi. So che quel libro era il prodotto collaterale di una ricerca sulla partecipazione politica in Italia che portò alla pubblicazione fra il 1965 e il 1970 ad opera della Società editrice il Mulino di quattro corposi volumi collettanei: L’attivista di partito a cura di Francesco Alberoni; Il comportamento elettorale a cura di Giorgio Galli; La presenza sociale del Pci e della Dc a cura di Agopik Manoukian; e L’organizzazione del Pci e della Dc a cura di Gianfranco Poggi. Non essendo pensabile che, oltre agli studiosi e alle biblioteche, forse anche agli uffici studi di qualche associazione e dei partiti, quei volumi raggiungessero un pubblico più ampio, si pensò opportunamente di trarne una versione di più facile lettura. La sintesi italiana, affidata a Giorgio Galli, la penna di gran lunga più veloce e più incisiva del gruppo di ricerca, fu per l’appunto Il bipartitismo imperfetto. In inglese, grazie ai buoni uffici di Joseph LaPalombara, apparve un testo più denso e più accademico: Giorgio Galli e Alfonso Prandi, Patterns of Political Participation in Italy (New Haven, Yale University Press, 1970). 

Pure autore del Mulino, che nel 1957 aveva pubblicato il suo importante libro Democrazia e definizioni, meritevole, in questi tempi di affannate critiche alle democrazie, di una ristampa a dimostrazione della sua insuperata profondità analitica, Giovanni Sartori non aveva fatto parte del gruppo di ricerca presso l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. In quegli anni la sua attenzione si era concentrata sullo studio del Parlamento, della rappresentanza e, infine, dei partiti e dei sistemi di partiti, classificazioni e funzionamento ovvero nelle sue parole: formato e meccanica. Nel 1966 pubblicò un capitolo che conteneva la tesi centrale del libro Parties and party systems (Cambridge, Cambridge University Press 1976), ristampato nel 2005 dallo European Consortium for Political Research, ma che, per suo volere, non fu mai tradotto in italiano. Nel suo capitolo: European Political Parties: The Case of Polarized Pluralism (pubblicato nel volume Political Parties and Political Development, a cura di Joseph LaPalombara e Myron Weiner, Princeton, Princeton University Press, 1966, pp. 137-176), Sartori collocava il sistema partitico italiano nella stessa categoria dei sistemi di partito della Germania di Weimar, della Repubblica spagnola 1931-1936, della Quarta Repubblica francese (in seguito vi ricomprese il Cile). In quei sistemi politici la esistenza simultanea di due opposizioni anti-sistema che miravano a svuotare il centro, ma che non potevano allearsi per dare vita ad un governo, aveva prodotto il crollo delle rispettive democrazie. Era una visione molto diversa e molto distante da quella di Giorgio Galli per il quale la democrazia italiana non era in pericolo di vita, ma, in quanto impossibilitata a godere dell’alternanza, funzionava inevitabilmente piuttosto male.

   La formula “bipartitismo imperfetto” ottenne grande visibilità. Sartori tentò di contrastarla in quanto inadeguata a spiegare la meccanica del sistema dei partiti italiani, mai riducibile ad una competizione bipartitica (Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?, in “Tempi Moderni”, autunno 1967, pp. 1-34). Con suo grande disappunto, il pluralismo polarizzato, molto più difficile da fare circolare e da spiegare, rimase confinato al mondo degli studiosi i quali possono trovare il meglio raccolto in Teoria dei partiti e caso italiano (Milano, SugarCo, 1982) che offre una importante prospettiva comparata. Peraltro, in più occasioni ho avuto l’impressione che non siano pochi gli studiosi di ieri e di oggi che non hanno capito fino in fondo le radici e le implicazioni del pluralismo polarizzato. Senza nessuna particolare esultanza Galli si godeva il successo e continuava ad analizzare la dinamica del sistema politico italiano in alcuni articoli pubblicati nella rivista “il Mulino” fra i quali nel n. 288 del 1983 Un bipartitismo ancora imperfetto ma soprattutto in due libri: Il difficile governo. Un’analisi del sistema partitico italiano (Bologna, il Mulino, 1972) e Dal bipartitismo imperfetto all’alternativa possibile (Bologna, il Mulino, 1975).

    Senza in nessun modo sottovalutare tutte le complicazioni per la formazione, il funzionamento, l’efficacia del governo, per l’appunto, “difficile” a causa della pluralità e frammentazione dei partiti italiani, Galli rimase fedele alla sua tesi iniziale. Non furono soltanto la non ottima qualità della DC e le carenze riformiste del PCI a produrre cattivi, instabili, inefficienti governi. Era soprattutto la mancanza di alternanza che, al tempo stesso, consentiva alla DC di non riformarsi e al PCI di non aggiornarsi, di continuare a godere di quella che personalmente ho definito “rendita di opposizione”. Coerentemente, dando voce anche ai molti insoddisfatti di quel bipartitismo/bipolarismo che teneva bloccata la situazione italiana, Galli auspicava e tentò di delineare le modalità utili all’emergere delle condizioni che portassero appunto all’alternativa, da tenersi distinta dall’alternanza. Solo il prodursi di un governo in blocco sostitutivo di quelli ricomprendenti la Democrazia cristiana sarebbe stato in grado di innescare la pratica virtuosa dell’alternanza.

Dal canto suo, Sartori argomentò in più sedi che l’alternanza non è una caratteristica decisiva per valutare la democraticità di un sistema politico. Naturalmente, è indispensabile che vi siano elezioni libere, eque e competitive, ma quello che conta non è il prodursi più (come avviene in Italia dalla seconda metà degli anni Novanta) o meno frequente di cambi di governi, quanto, piuttosto, che esista nell’elettorato, nei politici, negli osservatori (nei sondaggisti, aggiunta mia) una credibile aspettativa di alternanza che, dunque, si traduce in limpida competizione elettorale e politica. Un sistema partitico polarizzato non offre l’opportunità dell’alternanza poiché gli sfidanti sono, per definizione, “anti-sistema”: se vincessero cambierebbero il sistema politico distruggendone la democraticità. Inoltre, sottolineò Sartori, inevitabilmente, logicamente e politicamente, quando l’alternanza è impossibile il sistema si blocca al centro e vengono incentivati due tipi di comportamenti perniciosi. Primo le opposizioni anti-sistema possono permettersi di offrire di più (overbidding) dei governi nella consapevolezza che non saranno chiamati a rispondere delle loro esagerate promesse. Secondo, i governanti possono sostenere che le loro inadeguatezze dipendono essenzialmente sia dalle opposizioni che intralciano le attività di governo sia, di volta in volta, tema dopo tema, dagli stessi alleati di governo (pratica detta buckpassing, scaricabarile). Inoltre, nei compositi governi di coalizione qualche partito(ino), ogniqualvolta risulta numericamente indispensabile, dispone di un potere di ricatto (blackmail è il termine utilizzato da Sartori già nel 1966) per spregiudicatamente accrescere le sue risorse.

Contrariamente alle previsioni di Sartori, tra il 1992 e il 1994 il sistema partitico italiano è certamente crollato, ma senza travolgere la democrazia (anche se molto probabilmente restringendone la qualità). Contrariamente agli auspici di Galli, l’alternanza che è arrivata non ha riguardato i due grandi partiti concorrenti: né la DC né il PCI. Le diverse alternanze che si sono succedute in Italia dal 1994 ad oggi hanno creato confusione piuttosto che miglioramenti secondo il modello anglosassone allora da Galli apparentemente preferito. Alla fine della ballata, il problema è che il sistema di partiti che Galli e Sartori hanno analizzato e la cui riforma non hanno mai affidato ad una taumaturgica riforma elettorale, si è inabissato senza nessuna possibilità di recupero. In un sistema di partiti sostanzialmente destrutturato (partiti che nascono, muoiono, si scindono, elettori volubili un terzo dei quali cambia l’opzione di voto da un’elezione all’altra), come quello italiano, tutto o niente è possibile: polarizzazione, comportamenti anti-sistemici, alternanza, semi rotazione, tranne buona competizione e funzionamento soddisfacente.

Pubblicato il 31 dicembre 2020 su Domani

Davvero c’è una crisi della democrazia? Solo le democrazie dimostrano capacità di adattamento e di risposta alle sfide, solo le democrazie sanno riformarsi

Troppo occupati a parlare della crisi “epocale” della democrazia, gli analisti non hanno dedicato abbastanza attenzione a quello che succede nelle democrazie realmente esistenti. Dal 21 febbraio a oggi nessuna protesta significativa (tranne in Francia ma era il seguito di qualcosa), nessun tumultuoso cambio di governo, libere elezioni con la meritata sconfitta di Trump. Le democrazie reali si informano, imparano si riformano.

La democrazia italiana non è diventata il regno dell’irresponsabilità @DomaniGiornale

L’accountability è una virtù doppiamente democratica. Riguarda governanti e rappresentanti che dovranno rendere conto di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male ai cittadini e, in senso più lato, alla pluralità di gruppi esistenti nel regime democratico. Riguarda gli elettori che sanno di avere nelle loro mani lo strumento, il voto, per punire e premiare periodicamente i rappresentanti e i governanti -meglio quando la legge elettorale conferisce agli elettori potere vero. Oltre a elezioni libere e eque (fair), una democrazia ha come caratteristica cruciale del suo funzionamento la possibilità di correggere costantemente i suoi errori. L’alternanza fra coalizioni al governo, pur non frequentissima, è la più visibile e più efficace delle correzioni. Però, più frequentemente sono i governanti che si sentono obbligati a rivedere le loro politiche, a riformare le loro riforme, a cambiare i loro comportamenti sotto le pressioni congiunte oppure no delle opposizioni e dell’opinione pubblica. Questo meccanismo complessivo di accountability è sempre significativamente all’opera quando il tempo è buono, ovvero in condizioni normali. Funziona anche in tempi di crisi, di emergenza, di pandemia? Prima i dati, poi le valutazioni.

Della Cina non-democratica non è il caso di parlare salvo notare che si sono avuti mugugni, rilevati dagli esperti, diretti contro la leadership del Partito comunista, locale e nazionale. Di più era difficile attendersi. Quel che può maggiormente sorprendere è che in nessun regime democratico i capi di governo sono stati sostituiti in quest’anno di pandemia. Qualche raro ministro ha perso il posto, ma non necessariamente per la sua mala gestione della pandemia. Eppure, un po’ dappertutto si sono levate critiche e un po’ dappertutto, più in Italia che altrove, le opposizioni hanno criticato i rispettivi governi e hanno formulato proposte non sempre realistiche e credibili. Potremmo spiegare la persistenza dei governi con un motivo importantissimo. Gli elettori pensano che nelle crisi, quando la barca è sballottata da onde altissime, quando il mare rimane procelloso e la riva non sembra vicina, meglio non cambiare il timoniere. Sarebbe un’operazione rischiosa non destinata con certezza a stabilizzare la navigazione. Ma, allora ai governanti, consapevoli dell’esistenza di questo sentimento nell’opinione pubblica, è concesso tutto, forse troppo?

Il quesito riguarda qualsiasi governo, nel nostro caso il governo Conte e i suoi ministri, ma anche la democrazia stessa, il suo funzionamento, la sua capacità di attivare e fare valere il meccanismo della accountability, della responsabilizzazione. Certo, vedremo all’opera quel meccanismo in occasione delle elezioni politiche prossime venture. Ė anche possibile sostenere che gli elettori hanno avuto la possibilità di attivarlo in maniera indiretta nelle elezioni regionali e amministrative. Oserei aggiungere persino che qualche ministro e, almeno in parte, il Presidente del Consiglio hanno frequentemente riveduto, ritoccato, ridefinito le loro posizioni e le loro politiche. Paradossalmente, invece di dare valore positivo a questi cambiamenti, le opposizioni e i critici li hanno attribuiti ad una mancanza di visione del governo, a non avere e non sapere tenere, ritorno alla metafora marinara, dritta la barra. Sia come sia, la virtù democratica dell’accountability sembra non trovare il modo di essere attivata e manifestarsi in pratica. Il capo del governo Conte procede con i suoi DPCM che, però, con buona pace dei critici, sono espressione della maggioranza, dunque, non un modo per esibire potere personale a scapito dei partiti che lo sostengono. Inoltre, quei DPCM spesso correggono politiche precedenti e, dunque, azzardo, sono influenzati dalla consapevolezza di dovere rendere conto del fatto, non fatto, fatto male. Forse qualcuno vorrebbe di più, non certo, mi auguro, un processo al passato di cui il Presidente del Consiglio non è minimamente responsabile. Mi sento giustificato nel concludere che l’accountability è, seppure in maniera limitata e compressa, all’opera. Il bilancio complessivo e conclusivo arriverà quando si terranno le elezioni politiche. Per il momento, possiamo, per l’appunto sospendere il giudizio e, volendo, manifestare la nostra insoddisfazione. Tuttavia, nessuno è giustificato nell’affermare che l’accountability non abita più nella democrazia italiana. 

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Domani

Le ragioni del NO #Referendum2020 #tagliodeiparlamentari #intervista @RadioRadicale #IoVotoNO

“Referendum sul taglio dei parlamentari, le ragioni del NO. Intervista al professor Gianfranco Pasquino” realizzata da Giovanna Reanda con Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).
L’intervista è stata registrata giovedì 27 agosto 2020 alle 09:37.
La registrazione audio ha una durata di 13 minuti.

Ascolta

 

 

 

Democrazia e leadership ai tempi del Covid #31luglio h18 Centro Studi “Fiorentino Sullo”

Venerdì 31 luglio alle ore 18, il Centro Studi “Fiorentino Sullo” discute di “Democrazia e leadership ai tempi del Covid” con Gianfranco Pasquino.
Torinese, laureatosi con Norberto Bobbio in Scienza politica e specializzatosi con Giovanni Sartori in Politica comparata, Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna.
Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, di cui è stato uno dei fondatori, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.).
Dal 1983 al 1996, è stato eletto tre volte Senatore della Repubblica italiana per la Sinistra Indipendente e per i Progressisti. I suoi libri più recenti sono L’Europa in trenta lezioni (2017), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019), Minima Politica (2020) e Italian Democracy. How it Works (2020).
Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei. Dal 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana.
#fiorentinosullo #covid #democrazia #leadership #politica #instapolitica #minimapolitica #scienzapolitica #gianfrancopasquino #formazionepolitica

 

INVITO Pandemocrazia: la democrazia è davvero per tutti? #intervista #12giugno h19 #obiettivocomuneonair @Ob_Comune

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I politici che bluffano oggi preparano tempi peggiori @HuffPostItalia

In un dramma che continua è già possibile individuare alcune lezioni che la politica italiana potrebbe imparare. Probabilmente, alla fine di questa tremenda prova ne verranno altre insieme ad approfondimenti e revisioni delle lezioni sperabilmente già apprese. Prima lezione, con buona pace dei seguaci della sig.ra Thatcher, esiste una società. Esistono uomini e donne che hanno relazioni con altri uomini e altre donne che improntano i loro comportamenti anche tenendo conto delle conseguenze che possono/potrebbero avere sulla vita degli altri, nella consapevolezza che è giusto che la loro libertà si arresti dove comincia la libertà degli altri, e viceversa. Anzi, proprio perché sanno che esistono conseguenze buone e cattive, a questi uomini e a queste donne la politica ha il dovere di indicare i comportamenti più atti a mantenere la coesione sociale e non lasciarli scivolare o peggio a spingerli verso una società liquefatta. La probabilità che i comportamenti suggeriti, indicati, imposti dalla politica siano effettivamente accettati e tradotti in seppur dolorose pratiche dipende dalle conoscenze scientifiche disponibili. La seconda lezione è che la politica ha l’obbligo di avvalersi delle conoscenze scientifiche, di rivalutare il ruolo e l’importanza della scienza e degli scienziati, degli studiosi e dei competenti. Ha altresì l’obbligo di assumersi la piena responsabilità di decidere fra le alternative disponibili argomentando e spiegando pubblicamente le ragioni delle scelte.

Esiste una responsabilità sociale degli scienziati come esiste una responsabilità politica dei governanti e dei rappresentanti. Soltanto riconoscendo questa differenza e, al tempo stesso, la necessità dell’incontro è possibile affrontare attrezzati i problemi complessi che la modernità continuerà a presentare ai cittadini del mondo. La terza lezione che la politica può imparare e anche i cittadini potrebbero apprezzare è che la fiducia è una risorsa di eccezionale importanza tanto nei rapporti orizzontali fra cittadini quanto nei rapporti verticali fra le autorità, specialmente, ma non solo, quelle politiche e la cittadinanza. La fiducia si crea sulla base delle esperienze pregresse e delle competenze dimostrate, cresce se dimostra di giovare, diminuisce e va perduta quando viene tradita. Governanti e rappresentanti che promettono quello che sanno di non riuscire a mantenere, che rilanciano perché pensano che non saranno chiamati a rispondere dei loro bluff, ridimensionano, ridicolizzano la fiducia e preparano tempi peggiori anche se così facendo conquistassero temporaneamente cariche di governo. A giudicare da non poche dichiarazioni dei/delle dirigenti e dei/lle parlamentari dei partiti di opposizione, non pochi di loro questa lezione sulla fiducia non l’hanno assorbita oppure hanno deciso consapevolmente di ignorarla.

Nelle democrazie il luogo per eccellenza della fiducia è un Parlamento liberamente eletto con parlamentari, uomini e donne liberi/e di rappresentare l’elettorato e di agire senza vincolo di mandato, senza nessun vincolo neppure quello nei confronti dei capipartito e dei capi fazione che hanno sfruttato il potere di eleggerli e nelle cui mani rimane soprattutto il potere di ricandidarli e di farli rieleggere. La quarta lezione da apprendere è che in una situazione di gravissima crisi, il potere di decidere il più rapidamente possibile sta nelle mani dei decisori che, in quanto governanti, godono della fiducia della maggioranza parlamentare. Le leggi, dovremmo saperlo, non le fanno i parlamenti, ma i parlamenti non solo hanno il compito importantissimo di valutare quelle leggi, eventualmente emendandole, ma debbono anche controllare continuativamente e accuratamente l’operato del governo e porre paletti chiari alla sua azione. In attesa che i sovranisti de noantri critichino Putin e soprattutto Orbán per come manipolano il parlamento per ridimensionarne fino a cancellarne le capacità di controllo sul governante massimo, la lezione per la democrazia italiana è che il Parlamento acquisisca davvero centralità nel sistema politico-istituzionale, non come tribuna per tornei oratori, ma tanto come luogo privilegiato della discussione politica e della valutazione delle alternative quanto come arena per l’informazione dei cittadini. Se la politica imparasse queste lezioni e ne facesse tesoro per il futuro che mi auguro il più prossimo possibile, la qualità della democrazia italiana farebbe davvero un balzo in avanti, in alto.

Pubblicato il 3 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Davvero niente sarà più come prima

Niente sarà più come prima. Se tornasse “tutto come prima” vorrebbe dire che non avremmo capito molto e, soprattutto, che non avremmo imparato niente. Non avremmo capito che chi non protegge e non promuove l’ambiente predispone di continuo alcune condizioni che facilitano le epidemie e altri guasti. Non avremmo capito che è giusto e “democratico” che le decisioni che valgono per una comunità debbono essere prese dai politici scelti attraverso elezioni free and fair e che gli eletti hanno l’obbligo costituzionale e morale di assumersene personalmente sempre tutta la responsabilità. Ma, nessuno dei rappresentanti e dei governanti dovrà più, mai più ignorare i pareri e le conoscenze degli esperti, dei tecnici, degli scienziati. Neppure in politica “uno vale uno” (è solo il voto degli elettori che ha valore eguale), ma certamente in tutti gli ambiti professionali, qualcuno vale più di altri quanto a competenza, esperienza, capacità di proporre soluzioni. Non c’è nessun scivolamento dolce e rassegnato verso la tecnocrazia (che, comunque, non potrebbe configurarsi come “tornare a prima”), ma il decisivo e positivo riconoscimento che nella modernità esiste qualcosa chiamato scienza che merita rispetto. Molto più prosaicamente e concretamente, merita anche finanziamenti e non soltanto per evitare che i “nostri” giovani ricercatori siano obbligati ad andare all’estero.

Se, molto improbabilmente, tutto tornasse come prima vorrebbe dire che non abbiamo imparato alcune altre lezioni importanti e irreversibili. La globalizzazione porta con sé grandi opportunità, ma anche grandi rischi. Non vi si può opporre, ma la si deve regolare. Allora, diventa indispensabile individuare, stabilire, scegliere e fare rispettare buone regole a livello globale. Non tornare a prima, ma costruire e potenziare le organizzazioni sovranazionali è un imperativo categorico. Questo imperativo vale anche per i sovranisti. Stanno spostando il tiro, ma non sembra che abbiamo imparato che nessuno in questo mondo e nel mondo che verrà, avrà più il potere di chiudere le frontiere, di sigillarsi, di vivere nell’autarchia (famigerata illusione del fascismo), di fare a meno di un coordinamento quanto meno europeo. Ed è proprio in questo ambito che nulla dovrà tornare come prima, tutto dovrà cambiare per andare avanti, politicamente, socialmente, economicamente, culturalmente.

Non credo che molti abbiano capito che cosa è e che cosa significa effettivamente la democrazia. Vedo che troppi stanno sporgendosi a lodare il sistema politico cinese che, tecnicamente, è totalitario, con tutto il potere nelle mani del partito unico e del suo segretario Presidente, perché avrebbe bloccato e posto fine in tempi relativamente brevi all’epidemia. Loro, i cinesi, torneranno a come prima e, in assenza di libera circolazione delle informazioni, come prima saranno esposti alla prossima epidemia. Sento che molti accigliati democratici deplorano le misure di controllo sui movimenti dei cittadini non solo italiani, di limitazione della libertà di circolazione. In Italia, tornare a come prima, significa non tanto recuperare un’apprezzabile situazione di libertà quanto ripristinare una deplorevole e criticabile situazione di violazione frequente, quasi sistematica, spesso condonata, delle regole. Andare oltre significa ripensare i rapporti interpersonali cominciare dall’esempio offerto dalle migliaia di medici e di operatori sanitari che stanno consapevolmente mettendo in gioco la loro salute e la loro vita per la salute e la vita degli altri, molti dei quali hanno violato le nient’affatto oppressive regole di non circolazione. Andare oltre, avendo imparato qualcosa di importante, significa prendere atto, insegnare e desiderare che tutti sappiano che la libertà di ciascuno di noi si arresta e finisce dove incontra la libertà di chiunque altro. Che la nostra libertà si costruisce intorno alla fiducia che, come facciamo noi (sic), tutti gli altri rispetteranno le regole.

Pubblicato il 25 marzo 2020 su parliamoneora.it

Dopo, non basterà l’autorevolezza di un uomo solo

Ad una gravissima emergenza spesso la risposta politica consiste nella richiesta e nell’imposizione di comportamenti consoni: disciplina, sobrietà, altruismo. Consiste anche nell’accentramento del potere decisionale in poche mani, addirittura una sola. La visibilità e il potere si accompagnano alla responsabilità. In democrazia chi ha acquisito il potere di decidere verrà chiamato a rispondere delle decisioni da lui prese. Può succedere anche in regimi non-democratici che ai decisori venga chiesto conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. Non credo che Xi Jinping possa stare del tutto tranquillo. È sperabile che le indecisioni e qualche smargiassata di Donald Trump e Boris Johnson finiscano per pesare sul loro consenso politico.

Un’emergenza di lunga durata accompagnata dalla costante presenza di un solo decisore politico che, per carità di patria, non viene sottoposto a nessun controllo parlamentare e di un’opinione pubblica dispersa, potrebbe costituire un pericolo per la democrazia? Cittadini-elettori abituati al fatidico “uomo solo al comando” potrebbero affidarvisi anche una volta che l’emergenza sia terminata, soprattutto se grazie alle decisioni prese da quell’uomo? Non esistono situazioni comparabili a quanto succede oggi se non, oserei affermare, la rielezione (con procedure assolutamente democratiche) di Franklin D. Roosevelt in tempo di guerra, mentre Churchill, che pure aveva guidato la Gran Bretagna a una vittoria clamorosa, perse le prime elezioni di pace.

Non è, comunque, della caduta della democrazia che stiamo parlando come conseguenza dell’accentramento del potere e dell’accresciuta visibilità del governante. Piuttosto pare giusto interrogarsi se l’opinione pubblica, una volta superata l’emergenza nel silenzio della politica, dei leader di partito, dei rappresentanti, del Parlamento, non diventi disponibile a credere che, per l’appunto, leader di partito, rappresentanti e Parlamento siano non solo inadeguati, ma anche inutili, se non addirittura controproducenti. Un uomo al vertice, non ostacolato da oppositori motivati dalla ricerca di vantaggi per i propri partiti e le proprie personali carriere, non rallentato da dibattiti parlamentari roboanti ma non apportatori di elementi concreti, non ingabbiato da lacci e lacciuoli burocratici, non obbligato a tenere conto di mass media spesso malamente politicizzati, farebbe funzionare il sistema politico meglio delle modalità democratiche finora esperite? Corrono alcune democrazie questo rischio? Lo corre la democrazia italiana?

Fino ad ora non è in questione la probabilità di scomparsa della democrazia. La preoccupazione, soprattutto in un regime democratico mai particolarmente brillante nel dibattito pubblico di idee e proposte, raramente capace di informare l’opinione pubblica e di valorizzare i pareri divergenti, riguarda proprio l’erosione degli spazi, la limitazione delle alternative, la propensione a seguire e accettare poche voci. Ipse dixit. Terminata l’emergenza e sconfitto il coronavirus ci saranno molte scelte difficili da fare. Si dovrà stilare una scala di priorità. Risorse scarse dovranno essere motivatamente assegnate a attività da privilegiare. Non basterà l’autorevolezza di un uomo solo. Soltanto una società che abbia mantenuto l’attenzione alle regole, alle procedure, alla necessità di un confronto potrà agire in maniera soddisfacentemente democratica. Meglio riflettervi già adesso.

Pubblicato il 18 marzo 2020 su huffingtonpost.it