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Conversazione su soggetto, diritti e democrazia #Bologna #17giugno XVI Convegno Nazionale della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi @SLP_cf

Nell’ambito del XVI Convegno Nazionale della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi
Il desiderio dell’analista, clinica e politica
16-17 giugno 2018
Palazzo Re Enzo – Piazza del Nettuno 1/C – Bologna

Domenica 17 giugno
ore 11.30 – 13.00

Conversazione su soggetto, diritti e democrazia

Marco Focchi, Sergio Lo Giudice, Gianfranco Pasquino, Filippo Taddei
Anima la conversazione: Carlo De Panfilis

La conversazione vuole offrire, attraverso prospettive diverse, ognuno con il proprio sguardo, una lettura delle trasformazioni culturali, economiche e soggettive che il cittadino della nostra epoca incontra.

I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente

La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.

Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.

Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.

Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.

Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.

Pubblicato il 24 aprile 2018

Con Sartori. Dalla parte dei cittadini

Pessima tempora. Con tutta probabilità, questo sarebbe il severo commento di Giovanni Sartori alla fase attuale della politica non solo italiana. Però, sbaglierebbe di molto chi pensasse, evidentemente avendo letto poco e male i suoi incisivi editoriali sul “Corriere” (molti dei quali raccolti nel volume Mala tempora) e per niente i suoi libri, che Sartori si sia limitato a critiche aspre e sprezzanti (peraltro quasi sempre giustificatissime). In maniera puntuale e costante, Sartori combinava le critiche, da un lato, con le sue conoscenze comparate relative al funzionamento dei sistemi politici democratici, dall’altro, con suggerimenti e indicazioni operative e applicative. La scienza politica di Sartori, nutrita di storia, di filosofia, di logica, ha voluto essere lo strumento per trasformare i sistemi politici, per costruire democrazie migliori. A un anno dalla sua scomparsa è giusto chiedersi che cosa Sartori scriverebbe, quali commenti farebbe, quali errori vorrebbe correggere, quali strade suggerirebbe di percorrere. Nessuna risposta sarebbe scontata poiché Sartori aveva grande fantasia e notevole originalità, ma molto è possibile ipotizzare prendendo lo spunto dai suoi libri e dai suoi numerosi articoli scientifici.

È certo che Sartori insisterebbe sulla assoluta necessità di un’analisi sistemica, vale a dire di tenere conto che qualsiasi cambiamento, ad esempio, della legge elettorale, produce una molteplicità di effetti sui partiti e sui sistemi di partiti, su chi viene eletto e sul parlamento, indirettamente anche sulla formazione dei governi. Nessun governo nelle democrazie parlamentari è eletto dai cittadini né deve esserlo pena la rottura del pregio maggiore di quelle democrazie: la loro flessibilità, con i governi che possono mutare composizione in Parlamento anche tenendo conto dei mutamenti nei rapporti di forza, nelle preferenze, nella società. Questa flessibilità, sottolineerebbe Sartori, può esistere e riprodursi soltanto nella misura in cui i parlamentari non abbiano nessun vincolo di mandato e non siano debitori della loro elezione a gruppi di pressione o ai dirigenti dei partiti, ma solo ai loro elettori. Migliore è quella legge elettorale, ne esiste più di una, che consente agli elettori esercitare potere effettivo sull’elezione dei rappresentanti parlamentari e che, di conseguenze, incentiva gli eletti a mantenersi in contatto con coloro che li hanno votati.

La rappresentanza politica, tale solo se elettiva, implica, anzi, impone la accountability. In politica rappresentare è agire con competenza e con responsabilità. Nulla di tutto questo viene meno neppure in un mondo nel quale la comunicazione politica passa attraverso internet e piattaforme di vario genere. Sartori denunciò mirabilmente le distorsioni che la televisione e, a maggior ragione, i social network, possono produrre nella formazione dell’opinione pubblica. Vide rischi e pericoli della democrazia elettronica, ma sostenne anche che la grande forza delle democrazie, quelle reali, da tenere distinte da quelle ideali, è la loro capacità di autocorrezione. Le democrazie che ciascuno di noi intrattiene come ideali sono utili a disegnare gli obiettivi da perseguire purché, ha sostenuto Sartori, ci si attrezzi con gli strumenti più adeguati, a cominciare dalle indispensabili conoscenze comparate. Il dialogo con Sartori merita di essere continuato non tanto perché nella sua produzione scientifica e pubblicistica si trovino tutte le risposte, ma perché la lezione di metodo della sua scienza politica è tuttora in grado di offrire grandi ricompense culturali, intellettuali, politiche.

Pubblicato il 29 marzo 2018

Se non voti non vale #23febbraio #Bologna #SanGiorgioinPiano

venerdì 23 febbraio ore 20.45
San Giorgio in Piano Bologna
Sala Consiliare – Via Libertà 35

Democrazia e Diritti

Marco Macciantelli
candidato per Liberi e Uguali alla Camera dei Deputati

“Se non voti non vale”
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica 

La tecnologia non salverà la democrazia, servono più cultura e più pensiero

La tecnologia non salverà la democrazia, servono più cultura e più pensiero
Se non c’è una discussione informata che precede la decisione, secondo Pasquino, è meglio astenersi. Ma su Internet prevalgono le immagini, è difficile riuscire a comunicare ragionamenti complessi, spesso si preferiscono le battute più o meno sagaci. Con gli strumenti digitali, quindi, possiamo al massimo dire se chiudere una strada alle automobili, cioè prendere decisioni elementari. Si potrebbe stare un attimo a decidere sulla pena di morte, ma se prima non si è strutturato un discorso sulla decisione, gli esiti che emergono dalla rete possono essere drammatici. La democrazia che ha in mente Pasquino è l’agorà: quel luogo dove i cittadini si incontrano, si scambiano le idee, si confrontano anche con chi ne sa di più. Per questo serve più cultura e più pensiero. Ad esempio, le élite sono tali nella misura in cui sono in grado di elaborare idee. Molto spesso non sono particolarmente ricche, ma hanno una cultura. Il problema è che le élite culturali sono una minoranza che ha ormai molte difficoltà ad influenzare la maggioranza, in più coloro che ne fanno parte sono restii ad impegnarsi in politica per paura di farsi etichettare come casta.

“La tecnologia non salverà la democrazia,
servono più cultura e più pensiero”

Intervista a Gianfranco Pasquino di Gabriele Giacomini, 21 giugno 2017

Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Attualmente è James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe. È editorialista dell’Agenzia Giornali Locali del gruppo L’Espresso.

Come stanno i partiti italiani?
Purtroppo la crisi dei partiti italiani è una realtà oramai accertata, assodata e anche sostanzialmente irreversibile. Oggi in questo paese è rimasto un unico partito, che non sta molto bene in salute, che si chiama Partito Democratico. Tutti gli altri non si chiamano neanche più partiti, non sono organizzazioni partitiche, ma sono perlopiù dei comitati elettorali o delle reti di utenti del web che si scambiano qualche informazione, qualche polemica, si espellono a vicenda e così via. Nessuno di questi gruppi si chiama partito, sia giustamente perché partiti non sono, sia per evitare il discredito – uso questo termine – di cui godono i partiti definiti tali.

C’è chi parla di partiti personali.
Infatti, la maggior parte delle organizzazioni che ci sono attualmente possono essere definite personalistiche. Quindi abbiamo il movimento di Grillo, Forza Italia di Berlusconi, la Lega di Salvini, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e poi ci sono gli Alfaniani, i Verdiniani. Tutto ruota attorno ai nomi. Dietro i nomi, però, non c’è granché dal punto di vista dell’elaborazione programmatica. Ci sono ambizioni personali che si mettono insieme e che qualche volta ottengono un po’di soddisfazioni e qualche seggio in parlamento.

Che ruolo hanno avuto i media, prima la televisione e poi Internet, nella crisi dei partiti?
La televisione ha un po’ di responsabilità. Internet parecchia perché chi comunica su Internet spesso non ha la capacità di comunicare ragionamenti complessi, altre volte non lo vuole fare deliberatamente e si limita alle battute più o meno spiritose e sagaci. Ma credo sia stata soprattutto la stampa, quotidiana e settimanale, per intenderci testate come La Repubblica e Il Corriere, L’Espresso e Panorama, a diffondere ampiamente discredito nei confronti dei partiti. Se dovessi indicare il maggior responsabile per la crisi dei partiti in questi ultimi dieci, quindici anni, direi che è il libro di Stella e Rizzo, La Casta che ha colpito profondamente l’immaginazione di un milione di lettori e che ha diffuso il discredito, lasciando intendere che gli uomini e le donne dei partiti di questo paese sarebbero tutti o quasi esponenti di una casta.

Prima accennava al fatto che manca elaborazione programmatica.
Questo dipende sostanzialmente dal crollo dei partiti tradizionali che in passato avevano governato il paese, certamente qualche volta anche nella forma peggiore, la partitocrazia. Quando il Partito comunista nell’89 va in difficoltà, giustamente perché non si era rinnovato durante gli anni precedenti, gli elettori sentono che non hanno nemmeno più bisogno di votare Democrazia cristiana, nel senso che non c’è necessità di una diga contro un partito comunista che non pone più nessun tipo di sfida e di minaccia. Nel frattempo, altri partiti avevano avuto dei problemi anche maggiori con Mani Pulite: molti segretari dei partiti politici vengono indagati e a quel punto c’è il crollo. Però il crollo in realtà era già nelle cose, perché era scomparso il fondamento culturale, erano scomparse le culture politiche. Non c’era più una cultura politica socialista, comunista, democratico cattolica. Di marxismo non si parlava più. Di tanto in tanto i comunisti recuperavano Gramsci. Una cultura socialista sopravviveva in parte nella rivista “Mondoperaio”, ma fu rapidamente normalizzata da Craxi. Era scomparsa anche la cultura cattolico democratica, il cui ultimo grande esponente è stato Pietro Scoppola. Senza culture politiche è difficile far vivere o rivivere i partiti politici.

Nella globalizzazione la democrazia ha ancora il potere sufficiente per incidere sulla vita dei cittadini? Forse i cittadini percepiscono che la politica ha un potere limitato.
I tedeschi risponderebbero che sono convinti della capacità della politica di incidere e che la cancelliera Merkel e il ministro Schaeuble fanno delle scelte politiche rilevanti. Ma prendiamo un altro esempio. I grandi operatori economici internazionali, le agenzie di rating, la banca Goldman Sachs attaccano la Danimarca? No. Si potrebbe dire perché il trofeo è troppo piccolo. Ma potrebbe essere che non l’attaccano perché il paese è governato bene, perché i cittadini hanno fiducia nelle loro istituzioni e nel loro stato, perché le banche non hanno fatto pasticci. E quindi in realtà la politica, se fatta bene, è in grado di resistere, di scoraggiare qualsiasi vento della globalizzazione. I paesi governati bene non vengono attaccati dalla globalizzazione finanziaria, non vengono messi in crisi dalla globalizzazione delle comunicazioni. Se fossimo ben governati anche noi non verremmo attaccati. Veniamo attaccati perché siamo deboli, vulnerabili, ma questo è appunto un problema legato alle carenze della politica.

Umberto Eco era molto critico nei confronti di Internet. Sosteneva che Internet da risalto a voci che non meriterebbero questa possibilità. Lei è d’accordo?
Sono molto d’accordo. Aggiungerei che noi naturalmente possiamo difenderci da Internet, nel senso che dovremmo sapere selezionare le persone e le fonti con le quali vogliamo parlare, interagire, delle quali leggiamo i tweet o cose del genere. Però, nel frattempo, sta emergendo un cambiamento culturale che Sartori aveva preveggentemente colto nel suo libro Homo Videns: subiamo una grande esposizione alle immagini e non siamo più in grado di elaborare ragionamenti. Si passa dall’uomo cartesiano “cogito ergo sum” all’uomo insipiens “video ergo sum”. Questo ostacola i ragionamenti, quando invece la politica è un mondo dove le persone si scambiano opinioni che hanno costruito magari attraverso letture e lo studio, è un mondo dove c’è un confronto razionale che però richiede appunto un pensiero. Se invece ci limitiamo a scambiare delle immagini allora entriamo in una situazione che rende difficile la vita della e nella democrazia.

I nuovi media favoriscono risposte populiste?
I nuovi media vengono usati dai populisti nella misura in cui è facile fare affermazioni brevi, fare un tweet, farne tanti. Questo naturalmente favorisce il discorso populista che per definizione non è un discorso particolarmente articolato. Basta dirsi contro, insultare, ripetere le stesse parole, schierarsi con il popolo, spesso la parte peggiore (che c’è, eccome se c’è) del popolo.

Come è possibile creare le condizioni per un confronto politico di qualità migliore?
La risposta standard è insegnare e diffondere cultura. Però, i ragazzini guardano le immagini prima ancora di iniziare ad andare a scuola. E a scuola addirittura si pensa che usando Internet si riesca a offrire un insegnamento migliore. Le élite sono tali nella misura in cui hanno fatto un percorso culturale, si dimostrano in grado di elaborare idee. Molto spesso le élite non sono particolarmente ricche, ma hanno una cultura. Ovviamente ci sono anche élite di tipo economico, ma, ad esempio, Trump non è certamente una élite culturale. Il problema è che le élite culturali sono una minoranza che non riesce più ad influenzare la maggioranza, perché quella maggioranza è raramente in grado di capire che cosa dice l’élite. Anche se le élite sminuzzano il loro pensiero, lo semplificano, quella maggioranza che è andata male a scuola, che ha seguito corsi fatti male, che non legge praticamente mai un libro, non riesce a seguire.

Qual è il ruolo delle élite in democrazia?
R. Come noto Aristotele non aveva grande fiducia nella democrazia, però sperava che mettendo insieme diverse modalità di governo si formasse quella che lui chiamava politeia, cioè il buon governo. Sartori sosteneva che il compito della democrazia è di selezionare una pluralità di élites, e che chi ci rappresenta deve essere migliore di noi. Altrimenti perché lo votiamo? Deve essere migliore di noi, naturalmente. Quando sento Grillo che dice che uno vale uno penso che non abbia capito niente e che stia distruggendo la democrazia rappresentativa. Uno non vale uno. Un parlamentare deve valere di più di un cittadino. Se qualcuno entra in parlamento pensando che gli possono essere sufficienti le conoscenze e le competenze da cittadino ha sbagliato il luogo da frequentare. Non vedo bene il futuro della democrazia perché le élite non vengono selezionate adeguatamente, e in più coloro che fanno parte delle élite politiche non vogliono esporsi al ludibrio di sentirsi chiamare casta. Mentre magari stanno facendo un lavoro davvero importante, anche per i loro cittadini, e parecchi di loro ci rimettono in termini di denaro, di tempo libero, di energie, di attività che stavano compiendo prima. Se non ci rendiamo conto che fare politica non è un gratuito servizio, ma è un compito importante, non riusciremo ad avere il contributo delle élite e tante altre cose.

Che cosa ne pensa dell’utilizzo del digitale per prendere decisioni politiche?
La democrazia che ho in mente io si chiama agorà: quel luogo dove i cittadini si incontrano, si scambiano le idee, parlano anche con qualcuno che ne sa di più. È chiaro che Socrate non lo troveremo più tanto facilmente nel mondo, Ci sono però persone che hanno intelligenze, conoscenze e disponibilità a dialogare. La rete e gli strumenti digitali possono servire qualche volta per prendere delle decisioni, su punti molto semplici, ma se prima non si è stati in grado di strutturare il discorso sulla decisione, gli esiti che vengono fuori dalla rete possono essere drammatici. Faccio un esempio: la reintroduzione della pena di morte. È facile dire sì o no. Ma è opportuno fare prima un dibattito su che cosa significhi tutto questo. Un dibattito di questa complessità non può essere fatto nella rete, certamente non solo. Al massimo. sulla rete possiamo dire se chiudere una strada alle automobili, cioè prendere decisioni elementari. Ma anche in questo caso probabilmente le persone che abitano in quella strada e che hanno l’automobile potrebbero spiegare perché quella strada non deve essere chiusa. Se non c’è una discussione informata che precede la decisione è meglio astenersi.

Quali nuove forme di impegno e partecipazione politica vede all’orizzonte?
Naturalmente ci sono dei movimenti che si attivano. Ad esempio, qualcuno potrebbe dire che i No Tav sono una nuova forma di partecipazione. L’azione di questi movimenti deve però essere valutata nella sua complessità, ad esempio, chiedendosi se è giusto che siano solo gli abitanti della Valle di Susa a decidere sulla Tav, anche per coloro che trarrebbero enormi benefici dalla rete ad ‘alta velocità. Altri potrebbero sostenere che le varie associazioni No Profit sono luoghi importanti di partecipazione, purché, aggiungo io, siano davvero indipendenti. In generale, senza una struttura fondamentalmente partitica, organizzata, che duri nel tempo, questi movimenti e queste organizzazioni sono transeunti, nascono e muoiono. Quelli che reggono sono, ad esempio, quelli vicini alla Chiesa, perché la Chiesa è una struttura molto potente, radicata e che dura nel corso del tempo, una struttura dalla quale una serie di organizzazioni traggono alimento, sostegno, appoggio e qualche volta anche denaro. Tutti gli altri movimenti non organizzati sono molto fragili e traballanti. Possono svolgere un compito importante in democrazia, ma non possono essere loro il fondamento della democrazia.

Pubblicato il 30 gennaio 2018 su fondazionebassetti.org

Un paese più giusto da costruire insieme: Democrazia, Istituzioni, Legalità 16dicembre #Firenze

Spunti per una società più giusta
Liberi e Uguali incontra cittadini, istituzioni ed operatori

Testimonianze, idee e proposte su
Democrazia, Istituzioni, Legalità

Sabato 16 dicembre ore 10
Educatorio di Fuligno
via Faenza, 48 – Firenze

Commemorazione di Giovanni Sartori all’Accademia dei Lincei 15dicembre 2017

Giovanni Sartori (Firenze 1924-Roma 2017) è stato uno dei 5-6 più importanti politologi del XX secolo. Nella mia breve commemorazione, aperta al pubblico, all’Accademia dei Lincei, venerdì 15 dicembre alle ore 15.30, metterò in rilievo il significato dei suoi libri sulla democrazia, sui sistemi di partito, sull’ingegneria costituzionale comparata e sottolineerò come la sua teoria politica serva ad illuminare fatti e misfatti dei cattivi riformatori italiani.

“Democrazia e ri-definizioni. La democratic theory di Giovanni Sartori trent’anni dopo”A cura di Gianfranco Pasquino

È uscito il fascicolo 03/2017 della “Rivista di Politica” diretta da Alessandro Campi

 

INVITO La democrazia nelle istituzioni europee, e qualcosina in più #PolitiCamp 2017 #Manifesto #ReggioEmilia

sabato 15 luglio ore 10
Chiostro della Ghiara
Reggio Emilia

Gianfranco Pasquino interverrà al Politicamp 2017 sul tema
“La democrazia  nelle Istituzioni europee, e qualcosina in più”


POLITICAMP 2017, COME ARRIVARE E DOVE DORMIRE IL 14, 15 E 16 LUGLIO A REGGIO EMILIA – Possibile

Sartori e la rilevanza della scienza politica

NUOVA ANTOLOGIA Rivista di lettere, scienze ed arti
Serie trimestrale fondata da GIOVANNI SPADOLINI

In ricordo di Giovanni Sartori

Pubblicato in “Nuova Antologia”, aprile-giugno 2017, vol. 618, fasc 2282, pp. 253-260

Senza l’impegno sostenuto e possente di Giovanni Sartori, quasi sicuramente in Italia non esisterebbe la scienza politica. Altri importanti studiosi, Beniamino Andreatta, Norberto Bobbio, Gianfranco Miglio, Nicola Matteucci, hanno collaborato in varie forme e modalità con lui, anche per riformare le Facoltà di Scienze Politiche, ma l’impulso primo e possente, sostenuto e prolungato è venuto da lui. Sartori non era motivato soltanto dai suoi interessi di ricerca, in parte influenzati dalla conoscenza di quello che avveniva oltre Atlantico (in Europa, fino alla metà degli anni sessanta dello scorso secolo, di scienza politica ce n’era davvero pochina). Ebbe, credo, fin dall’inizio, due importanti obiettivi di lungo periodo: i) dare vita ad una cultura politica che sfidasse sia quella cattolico-democratica sia quella comunista, nessuna delle due incline ad uno studio scientifico della politica; ii) acquisire e diffondere un sapere scientifico applicativo. La scienza politica di Sartori non doveva piegarsi ad ambizioni personali e partitiche, ma doveva mirare ad essere applicabile. Doveva produrre elementi conoscitivi, generalizzazioni, teorie probabilistiche tali da trasformare la realtà politica e, al contempo, da essere a loro volta trasformati, affinati o abbandonati, a contatto con quella realtà. Abbiamo variamente esplorato i contributi scientifici e di intellettuale pubblico di Sartori nel volume che ho avuto l’onore di curare, La scienza politica di Giovanni Sartori, Il Mulino 2005.

Non è questo il luogo dove interrogarsi sull’evoluzione della scienza politica italiana, fra l’altro, con Sartori, tranne qualche frecciata, non ne abbiamo parlato praticamente mai, anche se è facile constatare che, con pochissime eccezioni, i politologi e le politologhe italiane non stanno percorrendo la strada indicata da Sartori. Le loro, spesso scarne, bibliografie fanno intendere che, da un lato, non hanno praticamente nessun interesse applicativo; dall’altro, sono caduti/e in uno dei maggiori difetti che Sartori imputa alla scienza politica americana degli ultimi venti/trent’anni: l’eccessiva specializzazione. L’altro difetto, eccessiva quantificazione, esiste, ma appartiene a pochi, forse poiché richiede competenze che raramente vengono insegnate nelle Facoltà italiane di Scienze Politiche (nessuna delle quali attualmente si chiama così). È certo e accertabile (nelle note e nelle bibliografie) che la grande maggioranza dei politologi italiani conosce poco e male, forse quasi per niente, la scienza politica di Sartori neppure quando frequenta le sue tematiche. Aggiungo che temo (è un eufemismo) che quei politologi rifiutino, più o meno consapevolmente, l’idea, l’invito, il precetto a fare scienza politica che abbia potenzialità applicative. Naturalmente, ma non dovrei avere bisogno di aggiungerlo, Sartori non si fece mai dettare dalle sue preferenze politiche le analisi scientifiche e neppure le indicazioni applicative. Quello che si può estrarre dalla sua molto ampia produzione scientifica è una limpida ed esplicita preferenza per una democrazia competitiva, fondata su regole e istituzioni, in grado di produrre elite politiche che fossero il meglio.

Come ho scritto più volte, Sartori non è l’autore di un solo libro variamente rielaborato nel corso del tempo. I suoi interessi di ricerca e di scrittura abbracciano l’intero campo della scienza politica. Anche se, spesso, il confronto con i suoi scritti inizia con il fondamentale libro Democrazia e definizioni (1957), a monte stanno non solo numerose dispense sul pensiero di alcuni filosofi Hegel, Marx, Kant e Croce, ma anche saggi importanti sulla rappresentanza politica e sulla struttura dello Stato. Non sono al corrente di paragoni fra il libro di Bobbio, Politica e cultura (1955) e quello di Sartori sulla democrazia, ma chiunque confronti quei libri, e sarebbe un esercizio fecondissimo, può vedere che, in modi e stili diversi, entrambi sfidano il pensiero e la prassi comunista. Sartori lo fa in maniera più scientifica, utilizzando le parole e costruendo i concetti secondo una impostazione che non abbandonerà mai. Sulla proprietà delle parole e sulla pulizia dei concetti insisterà sempre. Per diversi anni presiederà il Committee on Conceptual and Terminological Analysis la cui attività produsse un pregevole volume da lui curato: Social Science Concepts: A Systematic Analysis (1984). I suoi numerosi saggi in materia sono raccolti in Elementi di teoria politica, volume senza eguali più volte ristampato dal Mulino (la più recente nel 2016).

Un po’ dappertutto, ma in Italia più che altrove, è andato perso il gusto della chiarezza e precisione concettuale. Spesso dicevo a Sartori che non era proprio riuscito a vincerla quella sua meritoria battaglia concettuale e che, di conseguenza, la scienza politica vedeva ridotta la sua capacità di formulare generalizzazioni e teorie, “probabilistiche”, lui subito aggiungeva, dotate effettivamente sia di intersoggettività (chi non usa lo stesso linguaggio e concetti dal significato preciso e univoco non può, ovviamente, comunicare in maniera scientifica e convincente) sia di scientificità. D’altronde, gli ricordavo, lui stesso aveva espresso fin dal 1993 la sua crescente insoddisfazione nei confronti della scienza politica americana per quelli che definiva “eccessi”: di specializzazione e di quantificazione che la condanna(va)no all’irrilevanza e alla sterilità. In materia, di tanto in tanto, soprattutto quando mi invitano a tenere conferenze specifiche, riprendo in mano gli Elementi di teoria politica. Che si tratti di ideologia o di opinione pubblica, di costituzione o di sistemi elettorali, di liberalismo o di rappresentanza -sono tutte “voci” di quell’insuperabile volume–, ottengo sempre quel che desidero: una luce che rischiara il passato e illumina il cammino. E, non posso proprio trattenermi, una luce che disintegra la superficialità, l’approssimazione e le “post-verità” dei contemporanei.

Non si può pretendere, ma perché no?, che commentatori e giornalisti italiani conoscano la produzione scientifica di Sartori. Soprattutto se un libro fondamentale come Parties and party systems (Cambridge University Press I1976) è rimasto in inglese, ma lo abbiamo “festeggiato” nel volume da me curato Classico fra i classici. Parties and party systems quarant’anni dopo (Erga Edizioni 2016). Tuttavia, coloro che scrivono di riforme elettorali e costituzionali hanno il dovere di andare oltre le semplici/stiche notazioni di Sartori come inventore beffardo dei termini Mattarellum e Porcellum. Quello che più conta è il contenuto delle critiche di Sartori a quei due sistemi elettorali. Soprattutto se venisse fatto rivivere il Mattarellum, infatti, sarebbe necessario ridefinirlo in maniera da evitare gli inconvenienti denunciati da Sartori, in particolare quello di agevolare e perpetuare la frammentazione dei partiti. Il cruccio di Sartori quanto alla scarsa attenzione che i politici dedicarono alle sue critiche e proposte di riforma non era tanto derivante dal desiderio di intestarsi un qualche esito significativo quanto, piuttosto, dalla acuta consapevolezza che un sistema politico con persistenti problemi elettorali e istituzionali non potrà mai acquisire modalità soddisfacenti di funzionamento.

È opportuno ricordare, proprio mentre continua una più o meno sotterranea lotta per una legge elettorale che avvantaggi chi può e svantaggi gli oppositori, che Sartori non ragionò mai in questi termini particolaristici (è uno dei molti aspetti puntigliosamente ed efficacemente segnalati nell’articolo di Domenico Fisichella, L’importanza delle leggi elettorali, nel fascicolo La Repubblica di Sartori della rivista “Paradoxa”, Gennaio/Marzo 2014, pp. 77-94) . Tenendo ferma la sua prospettiva comparata (brillantemente espressa proprio con riferimento alle riforme elettorali e costituzionali nel volume più volte aggiornato e ristampato Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, 2004, 5a ed.), assolutamente estranea a coloro che raccontavano (già esistevano le “narrazioni”) la favola dell’anomalia italiana, addirittura “positiva”, Sartori, da un lato, criticava quello che non si doveva fare, dall’altro, indicava soluzioni, alla fine giungendo all’argomentata prospettazione del regime semi-presidenziale della Quinta Repubblica francese accompagnato dalla legge elettorale a doppio turno in collegi uninominali (soluzione che, per quel che conto, condivido ampiamente). Aggiungo che, per evitare che qualche partito/lista si trovasse/considerasse svantaggiato a priori dalla clausola percentuale per l’accesso al secondo turno, Sartori suggerì di consentire la possibilità di accesso in ciascun collegio uninominale ai primi quattro candidati. Una soluzione che è, al tempo stesso, ingegnosa e non inficia tutti gli ottimi elementi già contenuti nel doppio turno di collegio: opportunità dispensate agli elettori, informazioni producibili e disponibili a candidati e partiti, spinta alla formazione di coalizioni che si candidano a governare, “punizioni” di coloro che non cercano e non trovano alleati.

Nel confusissimo e, qualche volta, dai più furbi, manipolatissimo dibattito italiano sulle riforme elettorali, Sartori è passato alla storia come colui che ha coniato i termini Mattarellum e Porcellum. E sia. Tuttavia, persino quei termini meriterebbero di essere esplorati nelle loro origini scientifiche poiché, in effetti, dietro le due espressioni sarcastiche che bolla(va)no due leggi elettorali assolutamente riprovevoli sta un’analisi scientifica che è meritevole di essere recuperata. L’opposizione di Sartori al Mattarellum era fondata sulla consapevolezza comparata che, invece, di ridurre o, quantomeno, contenere la frammentazione partitica, quella legge elettorale la premiava, se non addirittura incoraggiava. Le minoranze geograficamente concentrate, che erano sfuggite alle lenti degli studiosi dei sistemi elettorali, sono in grado di inceppare l’eventuale bipartitismo (il caso italiano potendo al massimo, peraltro, aspirare al bipolarismo, inteso come competizione fra coalizioni che si candidano al governo che, comunque, sarebbe resa molto più difficile dall’esistenza di un terzo attore, minoranza, che si dichiari non coalizzabile). L’esito e la fondatezza della critica, che era anche una previsione, sono sotto gli occhi di chi sa vedere. Da allievo di Sartori credo di potermi permettere di aggiungere che non avrebbe accettato la semplice reviviscenza del Mattarellum se non vi fossero inserite opportune modifiche. Poiché a tutti i riformatori che non accettano le minestre che passa il convento, anzi, la conventicola, dei politici giunge regolarmente la richiesta imperiosa di avanzare (contro)proposte, è facile recuperare nella produzione di Sartori in materia di ingegneria elettorale la controproposta: doppio turno alla francese in collegi uninominali con una importante e interessantissima variante per l’accesso al secondo turno [al secondo turno che non è, non può e non deve essere definito ballottaggio. Infatti, al secondo turno per le elezioni legislative francesi possono, sottolineo la facoltà e non l’obbligo né l’automaticità, passare più di due candidati, in all’incirca tre quarti dei collegi avviene proprio così, mentre il ballottaggio è tale quando si svolge fra due soli candidati, come nel caso delle elezioni presidenziali, con conseguenze molto diverse sugli orientamenti e sui comportamenti di voto]. Invece di fissare una clausola percentuale per l’accesso al secondo turno, tempo fa Sartori suggerì, molto più semplicemente, che fosse consentito ai primi quattro candidati di (decidere di) passare al secondo turno cosicché, di volta in volta, laddove esistono candidati popolari, efficaci nel fare campagna elettorale, ritenuti rappresentativi, si darebbe loro e ai loro partiti l’opportunità, la chance di competere, se lo vorranno, con candidati di partiti generalmente più forti.

Sartori sarebbe, meglio era, esterrefatto nel sentire che l’esistenza di tre poli (presumibilmente, lo spappolato centro-destra, il PD e il Movimento Cinque Stelle) obbliga a formulare una legge elettorale di un qualche imprecisato tipo. Naturalmente, è, in linea di massima, vero che i partiti tenteranno in tutti i modi di ottenere una legge elettorale che dia loro qualche vantaggio ovvero che, almeno a prima vista, non produca svantaggi (ma i politici miopi hanno enormi probabilità di sbagliare). Però, la cospicua letteratura sui sistemi elettorale si concentra su un altro ben più importante fenomeno. Ci sono molti studiosi che si sono ripetutamente interrogati sull’influenza dei sistemi elettorali sui sistemi di partito. Si sono fatti, a partire da Maurice Duverger, molte domande e si sono dati altrettante risposte. Lo ha fatto anche Sartori, rivisitando e, in parte significativa, correggendo Duverger. È sicuro che Sartori direbbe di guardare alla solidità dei partiti e del sistema partitico italiano prima di sostenere quale sistema elettorale sarebbe più appropriato per l’Italia. Sono altrettanto convinto che esprimerebbe la sua documentata preferenza per un sistema elettorale “costrittivo” tale da scongiurare e impedire la (ulteriore) frammentazione del sistema dei partiti e da incentivare la formazione di coalizioni. Infine, affermerebbe alto, forte e sferzante che in qualsiasi direzione si voglia andare bisogna prestare la massima attenzione alla comparazione: come hanno funzionato altrove le leggi elettorali in riferimento e in corrispondenza con quali sistemi di partito. Al test comparato non bisogna chiamare i giuristi, neppure quelli della Corte Costituzionale, poiché non hanno conoscenze sufficienti sul funzionamento dei sistemi politici. Meno che mai sanno come funzionano concretamente i partiti e come si comportano gli elettori a seconda dei sistemi elettorali con i quali esprimono il loro voto [mi limito alla più classica delle distinzioni: voto sincero e voto strategico].

Rischio Weimar: è questo lo spettro che si aggira, non in Europa, ma nelle redazioni dei giornali e nei salotti di “Repubblica”, pardon: delle case benestanti della Repubblica. Da non crederci, ma Sartori si è esattamente occupato della Repubblica di Weimar dal punto di vista del suo sistema partitico: il primo caso di pluralismo polarizzato. Multipartitismo estremo, due opposizioni anti-sistema, i comunisti di osservanza stalinista e i nazionalsocialisti tra i quali intercorreva una grande, incolmabile, distanza ideologica, impossibilità di alternanza, tentativo delle estreme di svuotare il centro che a Weimar era costituito dai socialdemocratici. Tralascio qui il contesto internazionale straordinariamente diverso dall’attuale. Neppure all’osservatore meno preparato e più distratto possono sfuggire le differenze qualitative fra il sistema partitico di Weimar e quello dell’Italia contemporanea. È certamente possibile considerare il Movimento Cinque Stelle un attore anti-sistema, vale a dire, nella terminologia di Sartori, un attore che, se potesse, cambierebbe il sistema. Tuttavia, la transizione dalla vigente, ma traballante, democrazia rappresentativa alla democrazia diretta (alla cui “piattaforma”, peraltro, Jean-Jacques Rousseau non concederebbe affatto l’uso del suo nome) non si configurerebbe come il crollo del regime nelle modalità e nelle conseguenze della tragedia di Weimar. Al proposito, fermo restando che, anche per costruire una (difficile) democrazia diretta è indispensabile conoscere la democrazia rappresentativa, che non sembra proprio essere il patrimonio culturale delle Cinque Stelle, i preoccupati profeti della Weimar prossima ventura in salsa italiana dovrebbero interrogarsi sulla rappresentanza politica (che per essere tale non può non basarsi sull’assenza del vincolo di mandato) e sulle leggi elettorali che la garantiscono nel migliore dei modi possibili. Ovviamente, mai, con le liste bloccate e difficilmente con i capilista bloccati.

Di un autore si può leggere e, più o meno dottamente, interpretare un testo alla volta. Da quando ho cominciato a leggere Sartori, ho sentito, molto più che per altri autori, per esempio, limitandomi a coloro che Sartori cita come amici di una vita: Marty Lipset, Juan Linz, Stein Rokkan, Mattei Dogan, Hans Daalder, S.N. Eisenstadt, e soprattutto ai due per i quali esprime il suo maggiore apprezzamento scientifico: Gabriel A. Almond e Robert A. Dahl, due necessità. La prima è quella di seguire il percorso attraverso il quale Sartori era giunto alla stesura dei suoi libri. Che cosa c’era prima di lui? Qual era lo stato delle conoscenze? Che cosa aveva letto e utilizzato (e molto eventualmente che cosa aveva trascurato)? Insomma, quanta e quanto grande era la sua originalità? Da un lato, questa ricerca si è presentata molto facile poiché Sartori aveva, come scrisse lui stesso per chi voleva fare opera scientifica, “la sua bibliografia” in ordine, vale a dire, aveva effettivamente letto e preso in considerazione tutto quanto scritto prima di lui sul tema che stava affrontando.

Dall’altro, invece, l’esito della ricerca era straordinariamente complicato: non era possibile, se mi si consente la frase che segue, leggere tutte le sue letture. Tuttavia, era sufficiente prendere in considerazione i testi dei predecessori più importanti per rendersi immediatamente conto che Sartori era andato oltre le loro teorizzazioni. Così per quello che riguarda la teoria competitiva della democrazia di Schumpeter, fatta sua, ma integrata e completata con l’elemento cruciale, derivato da Carl J. Friedrich, delle “reazioni previste”. Gli uomini politici desiderano essere rieletti. Pertanto, vinta una elezione tenteranno di mantenersi in sintonia con il loro elettorato e costantemente di rimettersi in quelle condizioni stabilendo una relazione di rappresentanza e di accountability, proprio quello che ) non riescono a cogliere e a capire i frettolosi lettori e critici della teoria di Schumpeter, i cosiddetti partecipazionisti (debitamente criticati in The Theory of Democracy Revisited). Di recente, la parola e la sfida sono passate ai “deliberazionisti”, ma i loro esiti non mi appaiono ancora soddisfacenti e confortanti. Così, addirittura molto di più, per quello che riguarda i sistemi di partito e la loro classificazione. Ho già accennato alla vera insuperata innovazione: contare i partiti che contano (di conseguenza, formulare ed esplicitare i criteri della rilevanza), mentre tutte le analisi e classificazioni precedenti si erano limitate e non avevano saputo andare oltre il semplice, ma talvolta decisamente fuorviante, criterio numerico. Infine, nulla di quanto si trova in Ingegneria costituzionale comparata può essere compreso fino in fondo e, quindi, adeguatamente utilizzato da chi non conosce, al tempo stesso, le riflessioni di Sartori sulla Costituzione (e sul liberalismo come tecnica di separazione dei poteri e di freni e contrappesi) e, per l’appunto, la classificazione e l’impatto dei sistemi di partiti su Parlamenti e governi. Mi pare che i “conoscitori” siano davvero pochi, come ha rivelato anche la campagna del “Sì” per il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

La seconda necessità discende inesorabile dal complesso delle innovazioni che Sartori ha introdotto nei tre campi della sua ricerca e produzione scientifica. Sartori è davvero uno scienziato della politica a tutto tondo. Democrazia, partiti, istituzioni si tengono insieme. Fanno sistema. Debbono essere analizzati sempre in prospettiva comparata. Poi, potremo dedicarci anche ad altre tematiche, ad altri fenomeni, ad aspetti specifici di ciascuna, ma neanche coloro che riescono a vedere una pluralità di alberi sapranno fare passi avanti fino a vedere la foresta, ovvero, ricorrendo ad una frase che considero particolarmente suggestiva e efficace, saranno in grado di salire sulle spalle di quel gigante della scienza politica che è stato Sartori. Quel gigante aveva un cattivo carattere, ma il suo lascito scientifico e culturale è enorme. Per quel che mi riguarda, quell’imponente lascito del quale, nei miei limiti ho già ampiamente goduto, è più che sufficiente a farmi dimenticare i non pochi scontri nei quali ho regolarmente perduto e a consentirmi di essere riconoscente per tutto quello che, grazie a lui, ho imparato e per la strada che ho potuto fare.