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Vi svelo i candidati papabili per la presidenza della Repubblica #intervista @Diariodelweb

Il professor Gianfranco Pasquino, al DiariodelWeb.it, fa il punto sul panorama politico italiano, tra governo Draghi, parlamento e corsa al Quirinale

Intervista raccolta da Fabrizio Corgnati

A cinque mesi dalla nomina del governo Draghi e quando ne mancano sei alle elezioni del prossimo presidente della Repubblica, il quadro politico in Italia appare frammentato e magmatico. Il DiariodelWeb.it ha provato a fare chiarezza sulle prospettive del governo, del parlamento e del Quirinale, chiedendo lumi a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, il cui ultimo libro si intitola «Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana».

Professor Gianfranco Pasquino, lei conosce Mario Draghi dal 1975, quando giocava a calcetto con lui a Belmont, in Massachusetts.
Il Draghi che ho conosciuto, francamente, era poco interessato alla politica e molto alla politica economica. Era un uomo studioso, riflessivo, in un certo senso simpatico, con un sottile senso dell’umorismo che è riemerso anche adesso.

Che effetto le fa vederlo oggi a capo del governo?
Evidentemente è un uomo che ha maturato un impegno politico vero, significativo, robusto. Che ha imparato moltissimo nei lunghi anni alla Banca centrale europea. Che riesce a tenere a bada dei politici spesso mediocri e arruffoni e a guidarli in una direzione che credo sia quella giusta.

E che effetto sta provocando, invece, sul sistema dei partiti?
I partiti continuano a litigare, tra di loro e al loro interno. Potrebbero ristrutturarsi, ma stanno dimostrando di non averne le capacità. Questo è il problema importante. Draghi riesce a tenersi distante da tutto questo, ma rappresenta una cartina di tornasole. Lui è il prodotto di una politica debole e pasticciona, ma non può essere lui a cambiarla. Quando finirà la sua opera, i partiti saranno come prima: purtroppo non vedo nessun salto in avanti di intelligenza, capacità organizzativa, ideali.

L’ennesimo governo tecnico, dopo Ciampi, Dini e Monti, che lascerà in eredità una situazione politica esattamente identica alla precedente.
Avrei qualche perplessità a definire questo un governo tecnico. Semmai è un governo con dei tecnici, gli altri ministeri sono nelle mani dei partiti. I suoi predecessori non hanno fatto bene: Monti ha sciupato delle grandi occasioni ed è stato molto mediocre, Ciampi se l’è cavata ma il suo governo era pieno di uomini di partito migliori di quelli attuali. Dopo Draghi il gioco si riaprirà, ma al momento ho aspettative molto molto basse.

Parliamo allora dei partiti. Il M5s ha ancora la maggioranza relativa in parlamento ma sembra il più in crisi di tutti, dilaniato dallo scontro interno tra Conte e Grillo.
Contrariamente alla maggior parte dei commentatori, penso che questo dualismo non si debba sciogliere. Grillo e Conte devono avere due compiti diversi e svolgerli in maniera diversa. Il primo leader carismatico, «l’Elevato», come dice lui, con qualche colpo ad effetto, ma soprattutto con l’autorevolezza che continua ad avere nei confronti dei suoi parlamentari e forse anche degli elettori. Il secondo deve imparare come si struttura un partito, come si mobilitano le energie, come si tiene insieme un Movimento molto composito.

Dove andranno a finire i grillini?
In una prima fase c’era la protesta, poi è stato necessario il governo, ora serve preparare un’offerta politica per le prossime elezioni. Mantenere l’elemento dell’insoddisfazione, che nell’elettorato italiano c’è, ma anche proporre delle soluzioni, soprattutto sul terreno socio-economico sul quale sono molto deboli. Altrimenti scenderanno sotto il 15% e diventeranno irrilevanti. Mi stupisce che non rivendichino i successi che hanno ottenuto: il reddito di cittadinanza, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione dei vitalizi.

C’è un certo dualismo anche nel centrodestra, dove la Lega rischia di essere sorpassata da Fratelli d’Italia.
Se vincono le elezioni, il leader del primo partito diventa presidente del Consiglio. Entrambi hanno davanti agli occhi il premio più elevato della politica. Salvini rimane indispensabile per il centrodestra, ma la Meloni sta approfittando di una sorta di luna di miele: gode di quella che chiamo una rendita di opposizione. Gli insoddisfatti, i nemici, gli ostili al governo Draghi scelgono Fdi. Questo è il vantaggio di essere stata coerente, incisiva, una donna politica vera.

Il Pd in che posizione si colloca?
La solita: intorno al 20%, non si schioda di lì. A meno che non trovi una tematica davvero importante, che non è certamente il Ddl Zan. Devono fare i conti con una realtà che ancora adesso non capiscono fino in fondo. Non è un partito di movimento, non è rassicurante per una parte degli elettori, non è trascinante. Letta è certamente competente, ma non è un leader carismatico. E dentro il partito non ce ne sono: ci sono più che altro persone che hanno aspettative di carriera. Dunque non fanno andare la barca troppo veloce, per evitare che si capovolga.

E Renzi che gioco sta facendo? La sua strategia sembra incomprensibile da anni.
Un gioco sporco. Gioca sulle contraddizioni altrui, che ci sono, sul breve periodo. Fa affermazioni roboanti, come se il governo Draghi l’avesse creato lui: che, naturalmente, non è vero. Non ha nessuna visione, cerca solo di sopravvivere in modo spregiudicato, attraverso il potere di ricatto dei suoi parlamentari, che al Senato sono decisivi. Alle prossime elezioni sarà durissima, anche se sono sicuro che contratterà spudoratamente con il Pd un certo numero di seggi sicuri.

Alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica manca ancora parecchio tempo, ma se ne inizia a parlare. Come si presenta, ad oggi, la griglia di partenza?
I papabili sono almeno sette od otto. Alcuni sono evidenti ed ineliminabili: come la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Casellati, per di più donna e certamente un’ottima candidata. Così come un ottimo candidato è sicuramente Draghi, perché lo dicono tutti. Credo che non abbia mai smesso di pensare al Quirinale Romano Prodi, il quale probabilmente ritiene anche di avere diritto ad un risarcimento. Letta è un suo amico, quindi è una candidatura plausibile, ma va costruita. Sono sicuro che si considera un candidato anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini: non ha mai fatto male a nessuno, quindi non è controverso, ma dovrei dire anche che non ha mai fatto nulla. Sento che Tajani è disposto a candidare Berlusconi: se il centrodestra è compatto, parte con un numero di voti molto consistente. Poi ci sono altri speranzosi: ad esempio Franceschini. Ma tutto dipende da come si comincerà a votare: alcuni candidati verranno eliminati dopo i primi scrutini, perché funzionano male, e altri possono emergere.

Alla fine l’Italia avrà il presidente della Repubblica che si merita?
Io mi chiamo fuori: alcuni dei nomi che ho fatto posso anche meritarmeli, altri no. Ma l’Italia avrà il presidente della Repubblica che i parlamentari considereranno il meno pericoloso. Cioè quello che produrrà meno danni per loro. C’è poco da vincere: una volta che è eletto, rimane in carica per sette anni, è completamente autonomo e non deve più rispondere a nessuno. Dopodiché, se il parlamento si incarterà, probabilmente tornerà quella richiesta dell’elezione popolare diretta. Certamente sostenuta dalla destra italiana, ma di cui il centrosinistra ha paura.

Pubblicato il 15 luglio 2021 su DiariodelWeb

Democrazia Futura. Da partiti pigliatutto al vuoto, gli effetti della trasformazione della forma-partito oggi @Key4biz

Gli effetti della trasformazione dei modelli di partito oggi, Democrazia Futura entra nel vivo con una riflessione sul tema “Effetto Draghi”. Prove tecniche di post-democrazia sobria e di restaurazione di un’etica pubblica.

Nel 1966 fu pubblicato postumo un articolo che per qualche decennio ha segnato l’analisi delle trasformazioni dei partiti fino ad oggi (1). L’autore, Otto Kirchheimer, Professore di Government alla Columbia University, era uno degli scienziati sociali e politici della Scuola di Francoforte che aveva dovuto lasciare la Germania di Hitler. Socialdemocratico, autorevole studioso della Costituzione di Weimar, aveva contrastato con vigore il pensiero di Carl Schmitt. Nel suo breve saggio, Kirchheimer sostenne che i partiti di massa di classe, socialisti e comunisti, e confessionali, le Democrazie cristiane, in Francia, Germania e Italia stavano diventando partiti pigliatutti (2). Con nostalgia per quel partito di massa, l’autore individuava cinque grandi cambiamenti in corso, anzi, in stadio avanzato: a) drastica riduzione del bagaglio ideologico; b) rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice e valutazione delle loro azioni e omissioni dal punto di vista dell’identificazione, non con gli obiettivi del partito, ma con l’efficienza dell’intero sistema sociale; c) diminuzione del ruolo del singolo iscritto; d) minore accentuazione di una specifica classe sociale o di una platea religioso-confessionale per reclutare invece elettori tra tutta la popolazione; e) apertura all’accesso di diversi gruppi di interessi. Quasi subito si aprì nel contesto italiano una colluttazione fra i comunisti, che negavano qualsiasi loro scivolamento verso il partito pigliatutti, e esponenti della sinistra non comunista che in parte lo criticavano per la perdita di slancio al cambiamento sociale e per l’integrazione nel sistema e in parte lo auspicavano. Quello che è successo in seguito, un po’ dappertutto, anche se in maniera diseguale, ai partiti di massa delle democrazie dell’Europa occidentale, conferma che Kirchheimer aveva colto una tendenza fondamentalmente inarrestabile.

   La riflessione sui fattori che avevano dato inizio alla tendenza è stata forse meno approfondita del necessario. In estrema sintesi, sempre con la nota di cautela che le condizioni iniziali erano alquanto diverse da paese a paese e da partito a partito, fra quei fattori spiccavano le nuove modalità di comunicazione grazie alla diffusione della televisione, la prosperità conseguita e diffusa, i mutamenti nelle classi sociali a partire dalla classe operaia, i processi di secolarizzazione. Quello che non apparve chiaramente allora e che anche in seguito non è stato, a mio parere, sufficientemente studiato, è che quei partiti di massa non erano e non avevano mai voluto essere organizzazioni puramente elettorali. Fra i loro compiti avevano inserito e esercitato quelli relativi al reclutamento di iscritti, alla loro educazione politica, alla selezione di dirigenti e candidati alle cariche elettivi. I partiti pigliatutti si erano dati altri obiettivi distanti e talvolta molto differenti, sostanzialmente meno impegnativi di quelli perseguiti dai partiti di massa, di classe e confessionali.

Praticamente negli stessi anni in cui scrisse Kirchheimer, si era affacciata una ambiziosa spiegazione della nascita e del consolidamento dei partiti in Europa occidentale basata sulle fratture sociali e, in parte, politiche: Stato/Chiesa; centro/periferia; città/campagna; imprenditori/lavoratori. Esposta per la prima volta congiuntamente dall’americano Seymour M. Lipset e dal norvegese Stein Rokkan (3) questa tesi fu poi perfezionata e ampiamente utilizzata dal solo Rokkan. La combinazione variegata di quelle fratture aveva dato vita ai sistemi di partito che, consolidatisi già all’inizio degli anni Venti del ventesimo secolo, erano riusciti a durare attraversando tempi difficilissimi senza cambiamenti di rilievo (ad eccezione della nascita del Partito gollista, fondatore della Quinta Repubblica francese) fino alla metà degli anni Sessanta –proprio gli anni nei quali stavano emergendo i partiti pigliatutti. Implicita nella tesi di Lipset e Rokkan stava la necessità di vere e profonde fratture sociali per la comparsa di nuovi partiti (anche se Rokkan riconobbe che alla base dei partiti fascisti e comunisti si trovavano fratture eminentemente politiche). Qui mi corre l’obbligo di mettere in evidenza che Sartori non aderì mai alla tesi di Rokkan, sostenendo piuttosto, in linea con una più che convincente interpretazione del pensiero di Max Weber in materia e anche di Schumpeter, che i partiti sono il prodotto della abilità/volontà di un imprenditore politico che sfrutta le circostanze e utilizza lo spazio politico esistente.

Quello che è certo è che i partiti nati nei decenni successivi non sembrano avere un collegamento solido con qualche importante frattura sociale tranne, forse, quella industrialismo/ambientalismo che, infatti, ha dato vita a partiti verdi, anche se, nella maggioranza dei casi, non di grande successo elettorale e politico. Non mi spingerei fino a sostenere che esista una frattura “europeismo/sovranismo” e che sia di portata tale da ristrutturare i sistemi di partito delle democrazie europee, ma, forse, è prematuro discettare in proposito.

Partito è, nelle parole di Sartori che cito a memoria, un’organizzazione di uomini e donne che presenta candidature alle elezioni, ottiene voti, vince cariche. Fra queste cariche, le più ambite sono, ovviamente, quelle di governo. Kirchheimer si era fondamentalmente preoccupato del ruolo di rappresentanza politica delle preferenze degli elettori e del compito sociale e pedagogico del partito di massa. Da molto tempo, però, soprattutto in Gran Bretagna, l’attenzione degli studiosi era stata dedicata allo studio dei partiti che andavano al governo e ai loro comportamenti: party government. Peraltro, un po’ dappertutto le democrazie erano effettivamente casi di party government nei quali: “1. Le decisioni sono prese da personale di partito eletto (a cariche di governo) o da soggetti sotto il suo controllo; 2a) le politiche pubbliche sono decise all’interno dei partiti che 2b) poi agiscono in maniera coesa per attuarle; 3a) i detentori delle cariche sono reclutati e 3b) mantenuti responsabili attraverso il partito” (4). La Repubblica italiana, nella quale tutti questi criteri avevano trovato applicazione concreta, è sicuramente stata un caso di “governo di partito” dal 1946 al 1992, persino nella sua degenerazione chiamata partitocrazia. (5)

   Fra il 1994 e oggi nel caso italiano è andato perso tutto quello che, in conformità con le teorie e con le pratiche esistenti nelle democrazie occidentali, aveva funzionato soddisfacentemente fino allo smantellamento del Muro di Berlino 1989 (sì, asserisco anche l’esistenza di consequenzialità post hoc ergo propter hoc). Tutti i partiti, che per lo più rifiutano persino questo appellativo, sono oramai pigliatutti. Nessuno di loro svolge qualsivoglia attività pedagogica (le “scuole” sono balletti per le ledearship, esibizioni festaiole), di produzione di cultura politica. I loro meccanismi di reclutamento e di selezione funzionano poco, saltuariamente, male, a scapito del ruolo e della partecipazione degli iscritti. Per lo più i partiti italiani hanno e manifestano caratteristiche “personalistiche” con l’accentuazione della visibilità del leader proprio come evidenziato e lamentato già da Kirchheimer. Quanto al “governo di partito”, gli esperimenti dei governi non-politici, ma affidati a personale sostanzialmente privo di appartenenze e esperienze politiche (Ciampi; Dini; Monti; Draghi), stanno a dimostrare che quel tipo di governo viene spesso messo in soffitta. La questione non è che i governi non-politici non sono eletti da nessuno/non escono dalle urne, come perseverando nell’errore costituzionale grave, affermano imperterriti alcune grandi firme e lo stesso Direttore del Corriere della sera. La vera questione è che quei governi e molti loro ministri sono tecnicamente “irresponsabili”. Non hanno un elettorato di riferimento, non dovranno tornare a chiedere il voto agli elettori assumendosi la responsabilità di quello che hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Anche in questo modo si svuotano le democrazie. (6)

*Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei. Il suo libro più recente è Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Pubblicato il 6 maggio 2021 su Key4biz

Una strada tutta in salita @LaStampa

Mario Draghi soddisfa certamente le esigenze da molti manifestate di fare parte della compagine dei migliori (cittadini italiani). La sua nomina da parte di Mattarella a Presidente del Consiglio incaricato deve essere interpretata non come una sconfitta della politica, ma come la critica senza nessuna attenuante dei comportamenti di troppi uomini politici, interessati alle loro cariche e ai loro privilegi invece che alle condizioni di vita dei loro concittadini, oggi e domani. Nella sua accezione fondante, politica significa proprio avere a cuore il funzionamento di una polis, di una comunità, attualmente in mezzo alla pandemia, con grandi difficoltà economiche, nel corso della formulazione dei progetti essenziali per ottenere i fondi europei. Il discorso di Mattarella va letto, interpretato e inteso come una nobile espressione di questa politica, alla quale troppi di coloro che si trovano in Parlamento non arriveranno mai. Le loro dichiarazioni successive al conferimento dell’incarico a Draghi sono deludenti e deprimenti. Suggeriscono ipocrisia, gravi fraintendimenti, manipolazioni.

Le consultazioni dei dirigenti di partito serviranno a Draghi per acquisire le indispensabili informazioni sulla disponibilità di partiti e parlamentari ad appoggiarlo e sulle loro preferenze programmatiche. Già sembra che il Movimento 5 Stelle rifiuti qualsiasi sostegno. Le dichiarazioni di Salvini sui punti che non ritiene negoziabili, ad esempio, quota cento per le pensioni e tasse da non toccare, rendono quasi improponibile un accordo. Anche se, molto responsabilmente, il Partito Democratico ha già annunciato il suo appoggio, senza i voti dei pentastellati e dei leghisti, non ci sarebbe nessuna maggioranza possibile per un governo Draghi. Pertanto, la sua strada appare già tutta in salita.

   Uomo di grande preparazione economica, con elevato prestigio non soltanto in sede europea, dotato di credibilità nell’assolvimento dei suoi impegni, Draghi è quasi totalmente privo di esperienza politica concreta. Costruire un governo non è un’operazione di pura individuazione delle persone giuste per gli almeno venti ministeri. Richiede conoscenze relative alla capacità di quegli uomini e di quelle donne di saper guidare e fare funzionare strutture complesse. Ė molto probabile che Draghi si sia accertato della disponibilità del Presidente Mattarella a segnalargli quali personalità meritano di essere coinvolte per meriti e competenza, ma anche perché sono in grado di svolgere l’indispensabile gioco di squadra.

   Non è utile andare a cercare paragoni nel passato con altri governi guidati da un non-politico, Ciampi (1993-1994), Dini (1995-1996), Monti (2011-2012). Ciascuno di questi tre casi è differente e, comunque, si presentò in una situazione caratterizzata da minore gravità e con partiti più affidabili. Senza un poderoso sostegno di Mattarella, Draghi rischia di non avere l’opportunità di sviluppare un’azione immediata e efficace. Le nuvole all’orizzonte sembrano molte e pesanti.

Pubblicato il 4 febbraio 2021 su AGL e La Stampa