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La premier scende in campo. Le conseguenze se vince il NO @DomaniGiornale

Troppo. La guerra lanciata dall’amico Trump, Commander in Chief dei MAGA di tutto il mondo, e i sondaggi che danno il NO in testa sia che gli elettori che andranno alle urne siano pochi oppure molti, da qualche giorno turbano assai la Presidente del Consiglio. Allora, Giorgia Meloni ha deciso che c’è un tempo per viaggiare e mostrare il volto sorridente con molti altri, non tutti encomiabili, capi di Stato e di governo, e c’è un tempo per ricordare alla Nazione, agli italiani che il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è importantissimo. Dunque, è indispensabile, anche come omaggio postumo a Silvio Berlusconi, “scendere in campo”.

Prima, però, e di frequente, rassicuriamoli questi italiani. “L’Italia non è in guerra”, come ripete in ogni intervista Antonio Tajani, il più sfigato (parole sue) Ministro degli Esteri della storia italiana del dopo guerra. Anche noi, cittadini italiani, ci sentiamo un po’ sfigati con questo Ministro (non solo con lui, peraltro). La non condivisione italiana: “L’Italia non è in guerra”, alla violenta e confusa operazione di Trump in Iran, forse cambio di regime, forse cambio di governanti, forse smantellamento dei siti di ricerca del nucleare, non ha ancora ricevuto le reprimende della Casa Bianca. Altri, come, nell’ordine, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, Macron e Starmer sono stati bacchettati. Fa bene Meloni a essere preoccupata per l’eventuale spezzarsi di quella che lei e alcuni affannati corifei di Fratelli d’Italia lodavano come la relazione speciale che ne facevano la presunta?, possibile? pontiera fra Bruxelles e Washington? Nel grandissimo disordine mondiale bisognerà trovare modalità nuove con le quali rapportarsi agli alleati desiderati, mica affidando a quello sfigato ministro un compito per il quale non sembra preparato.

Adesso quel che preme è il referendum, tutt’altro che confermativo, semmai oppositivo. Primo, stabilire e ribadire che, in caso di vittoria del NO, il governo non si dimetterà. Lei, Giorgia, non ha nessuna intenzione di farlo, ma, purtroppo, lei, Giorgia, ha strettissimamente coinvolto il suo governo e la sua maggioranza nella brutta faccenda. La separazione delle carriere, pubblici ministeri e giudici, stava promessa nel programma elettorale dei Fratelli d’Italia e poi nel programma del governo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio era stato scelto anche per attuare proprio, prioritariamente, quella revisione. Lo ha fatto con moltissimo zelo e qualche imbarazzante voce dal sen fuggita. Ad esempio, che con la revisione costituzionale la politica si riprende il giusto sopravvento sulla magistratura e che quanto fatto servirà anche a Elly Schlein e alle opposizioni quando toccherà a loro governare (toccaferro!)

Al testo approvato la maggioranza parlamentare ha fermamente impedito qualsiasi emendamento, quindi è proprio integralmente interamente quanto redatto dal governo. Non c’era nessun bisogno per la maggioranza parlamentare di raccogliere le firme per sottoporre la revisione a referendum. Volere un voto popolare su quel testo significa quasi farne un plebiscito. Il precedente della campagna elettorale a sostegno delle “sue” riforme condotta in maniera totalmente personalizzata da Matteo Renzi avrebbe dovuto insegnare a non commettere un errore simile. Invece, no. Evidentemente, con la grande autostima che non le manca, Meloni pensa di potere con la sua presenza mediatica mobilitare l’elettorato di centro-destra, ma, a scanso di equivoci e di illusioni, informa tutti che, comunque, il governo non se ne andrà a casa.

In effetti, pure pienamente coinvolto, il governo Meloni non ha nessun obbligo costituzionale alle dimissioni in caso di sconfitta (non l’aveva neppure Renzi). La buona politica, però, suggerirebbe di accettare le responsabilità e la loro logica conseguenza. Quantomeno il ministro Nordio sentirà il dovere di sue dimissioni immediate e irrevocabili. Questi pensieri, con l’aggiunta della necessità di un rimpasto (che, no, non è solo quanto succedeva nella cosiddetta Prima Repubblica, ma quello che avviene in molte compagini governative anche nelle repubbliche presidenziali. Trump ha da poco sostituito la Segretaria agli Affari Interni) turbano Meloni. La rendono nervosa. La incattiviscono. C’est la vie.

Pubblicato il 11 marzo 2026 su Domani

Equilibrista e sovranista, Meloni ha isolato l’Italia @DomaniGiornale

L’Italia è rimasta sola.  Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente. Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il Presidente Trump, sovranista in Chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale. L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli USA sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni  e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.

Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nel mancato invito all’Italia hanno sicuramente contato le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del Presidente Trump.

Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice Presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni. Finora la Presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.

Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura Presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea. Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni. 

Pubblicato il 4 marzo 2026 su Domani

La legge elettorale? Penserà al Quirinale @DomaniGiornale

Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949e altri, che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita. Insomma, la ricerca era indirizzata non ad una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita ad un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.

Da qualche tempo sembra che nel centrodestra fino al suo vertice si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’on. Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture. Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per “continuare il lavoro” nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una Presidente della Repubblica di destra. Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.

Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.

Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri,”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti). Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del Parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.

Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del Presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte Costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?

Pubblicata il 25 febbraio 2026 su Domani

Una riforma senza eleganza, un No affonda il premierato @DomaniGiornale

Le buone teorie, secondo alcuni importanti filosofi della scienza, hanno due grandi pregi: l’eleganza e la parsimoniosità. Con un numero ristretto di generalizzazioni concatenate, formulate in maniera il più possibile limpida senza eccessi di tecnicità, quelle teorie inquadrano e spiegano soddisfacentemente una molteplicità di fenomeni. Se pretendessimo che anche le revisioni della Costituzione italiana, certo scritta con eleganza e parsimonia apprezzabilissime, fossero soggette a questi due criteri valutativi, quella relativa alla separazione delle carriere dei magistrati non passerebbe la prova. Il testo è piuttosto lungo, alquanto farraginoso e, poiché raddoppia un organismo cruciale: il Consiglio Superiori e introduce l’Alta Corte, implica un amento dei costi di funzionamento. Invece, a mio parere, non è preoccupante che si presti, inevitabilmente, tanto a elogi epocali quanto a critiche abissali. Sono il tenore di quegli elogi e le implicazioni di quelle critiche, coloro che si pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irritano.

Elogiare la revisione perché era quello che voleva Silvio Berlusconi non suona convincente, lo ha opportunamente già notato Franco Monaco, a chi ricorda che Berlusconi sosteneva la superiorità del potere esecutivo conquistato attraverso le elezioni sugli altri poteri, legislativo e giudiziario, non propriamente una concezione liberale. D’altronde, il ministro della Giustizia ha affermato che bisogna ristabilire la superiorità della politica sulla magistratura e che anche la sinistra (quando vincerà le elezioni …) ne trarrà vantaggi.

Per quanto possano essere organizzati, attenti, coesi, non credo che i mafiosi e le loro famiglie, più o meno allargate, riescano ad essere deciSIvi nel voto. Soprattutto, pur sapendo che la democrazia italiana continua ad avere notevoli problemi di funzionamento (uno dei quali si trova proprio nella disciplina dei referendum), non credo affatto che la separazione delle carriere in requirenti e giudicanti abbia di per sé l’effetto di facilitarne, meno che mai provocarne il crollo. Esistono una pluralità di anticorpi in grado di attivarsi. Inoltre, un conto è funzionare male un conto molto diverso è avere una struttura traballante. Naturalmente non penso nemmeno che, una volta inquadrati per tutta la loro vita i magistrati in una sola carriera, ne conseguirà la soluzione automatica, definitiva e felice dei problemi dell’Amministrazione della Giustizia in Italia. Avendo constatato che i dati ufficiali rilevano che solo l’0,50 per cento di loro che sono cica 9.600 hanno effettuato il passaggio di una carriera all’altra, non è plausibile che quel piccolo numero abbia creato grandi problemi. I magistrati del NO si difendono affermando regolarmente che i loro organici sono sottodimensionati, le dotazioni di personal ausiliario, di supporti tecnici e di materiale sono inadeguate. Aggiungerei che talvolta anche la loro preparazione non è all’altezza, che le loro conoscenze a fronte di quelle dei criminali non sono abbastanza aggiornate e, punctum dolens, che i loro tempi di lavoro, dei quali sono fondamentalmente e personalmente responsabili, risultano molto discutibili.

Non mi faccio illusioni. Il referendum non risolverà i problemi della Giustizia mentre sicuramente comporterà qualche conseguenza politica rilevante, Questo referendum costituzionale, non “popolare confermativo”, come dice lo spot istituzionale tramesso dalla RAI, potrebbe indebolire il governo, comunque scalfirne l’aureola di arroganza. Non è ancora chiaro se Giorgia Meloni, dichiarato preventivamente che non si dimetterà, ci metterà la facci a all’ultimo opportunistico momento. In caso di sconfitta si pone un problema, non di obbligo giuridico, ma certo dii moralità politica, di dimissioni, Se vincerà il “no” le opposizioni avranno sconfitto una brutta revisione, anche alla faccia delle quarte colonne al loro interno. Quel che più conta avranno anche comunicato che una maggioranza popolare per il cosiddetto premierato non c’è neanche con i duttili “sinistri per il sì”. Non è poco.

Pubblicato il 19 febbraio 2026 su Domani

Il “federalismo pragmatico” di Draghi dev’essere il nuovo orizzonte dell’Ue @DomaniGiornale

Sbaglia chi pensa che in questi tempi operare per cercare di dare vita ad un ordine politico internazionale sia tempo buttato via. Vero è che alcuni importanti players o aspiranti tali operano in chiave antitetica, ma si possono già individuare fenomeni e strategie che contrastano i loro obiettivi. “Fare più grande l’America” è intrinsecamente e deliberatamente la strategia che rende impossibile qualsiasi nuovo ordine internazionale. Gli studiosi Usa che criticano Trump hanno posto l’accento soprattutto sulla impossibilità che la sua strategia di “egemonia predatoria” abbia successo neanche nel breve termine. Infatti, né in Venezuela né a Gaza, né nel conflitto russo/ucraino né nei rapporti con l’Iran, Trump può vantarsi di avere imposto situazioni accettabili destinate a durare.

L’espansione strisciante dell’influenza cinese, ad esempio, in Africa, continua così come non sono venute affatto meno le mire di Xi Jinping su Taiwan. Continua anche il logorio della Russia di Putin che non riuscirà sicuramente ad essere un protagonista in qualsiasi futuro ordine internazionale. Invece, non solo per difendere i suoi interessi e per propugnare i suoi valori, l’Unione Europea deve, secondo Mario Draghi, giocare un ruolo significativo sulla scena internazionale. Riuscirà a farlo soltanto se s’impegna a ripensare le sue strutture istituzionali.

Subito, ma forse non proprio diffusamente, lodato, nelle parole di Draghi il messaggio del discorso di Lovanio si traduce nella proposta di un “federalismo pragmatico”. Con il poeta dirò “c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico”. L’antico è facile da scoprire. Infatti, il Manifesto di Ventotene è tutto all’insegna del federalismo, certamente definibile “ideologico”, intessuto di idee fortissime, anche se nel suo ostinato perseguimento Altiero Spinelli diede sempre prova di grande pragmatismo. Il nuovo, solo in parte, è costituito dalla esplicita indicazione di Draghi della auspicabilità e fattibilità di un’Europa non soltanto a due, ma a più velocità. Quali, certamente notevoli, implicazioni istituzionali conseguono dovrà essere discusso prossimamente. Nel frattempo, è possibile porre alcuni punti fermi.

Primo, l’accelerazione che Draghi desidera deve fare i conti con una Commissione e con una burocrazia europea poco inclini a cambiamenti rapidi e profondi. Le non proprio eccessive lodi del governo italiano stanno a significare una qualche perplessità politica, oltre che la difficoltà, in particolare del governo delle destre, di transitare dal, seppure pallido, sovranismo, ancorché già, pragmatico, al federalismo pragmatico. Secondo, Draghi sembra riferirsi essenzialmente, forse, inevitabilmente, all’Unione Europea che c’è, a ventisette. Ma se è davvero pragmatico il suo federalismo deve fare i conti anche con gli allargamenti già in corso e con quelli in preparazione. Basteranno due velocità oppure ci saranno settori nei quali bisognerà garantire più tempo e più alternative per il coinvolgimento dei nuovi stati membri? Soprattutto, però, il problema più complicato è rappresentato dalle modalità di ritorno, di rientro nell’Unione della Gran Bretagna, gigante politico, economico, culturale e, non da ultimo, militare, essenziale tanto per il federalismo quanto per il pragmatismo.

Infine, poiché le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne sembrerebbe assolutamente opportuno suscitare e ascoltare le voci dei parlamentari europei, dei partiti, dell’associazionismo europeo. Nelle parole di Draghi si trova anche l’urgenza di una scelta, quella di un protagonismo internazionale al quale, più o meno consapevolmente e deliberatamente, gli europei rinunciarono 80 anni fa. Erano stati fin troppo protagonisti in due guerre mondali. Adesso, hanno imparato che, se sapranno affinarlo pragmaticamente, il loro protagonismo diventerà efficace e molto influente per dare vita ad un ordine politico internazionale che si regga sui loro valori, di pace, giustizia sociale, prosperità. Yes, we can.

Pubblicato il 3 febbraio 2026 su Domani

Zuppi e Barbero. L’importanza del pluralismo @DomaniGiornale

Il pluralismo è l’elemento fondamentale, costitutivo delle democrazie. Cruciale è che il pluralismo si accompagni alla competizione fra persone, associazioni, idee, proposte, soluzioni che poi saranno i cittadini a valutare, a scegliere, a sanzionare approvando o bocciando, positivamente o negativamente. Pertanto, è importante che ciascuno e tutti siano in condizione di esprimere le loro opinioni e di farle circolare liberamente. La censura, salvo casi eccezionalissimi, è sempre una cosa brutta. La censura è uno degli elementi che caratterizzano i regimi autoritari e, in più alto grado, i regimi totalitari. A sua volta, “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” [quindi, Facebook, Instagram, blog], riconosciuto solennemente, promosso e protetto nell’art. 21 della Costituzione italiana, occupa un ruolo di rilievo nelle democrazie. La sua repressione e la sua violazione segnalano che qualcosa non funziona in quelle democrazie.

Negli Stati Uniti d’America, inevitabile punto di riferimento, non per caso, le libertà di religione, di parola, di stampa, di associazione sono collocate nel primo emendamento alla Costituzione. Oggi, anche grazie (sic) a Trump, non pochi autorevoli giuristi e politologi USA hanno posto il problema se la libertà di parola dei detentori di cariche politiche, quando è esercitata sotto forma di insulto, minaccia, ricatto e rappresaglia, non debba in qualche modo essere regolamentata

Naturalmente, anche nei regimi democratici, c’è chi, soprattutto i potenti, non gradiscono la libertà di parola degli altri. In Italia, uno dei bersagli preferiti, in particolare, dalle destre di ogni ordine e grado, sono gli intellettuali. Dunque, il professor Barbero non deve inquietarsi se Facebook lo censura suscitando gli applausi delle destre. Si trova in buona compagnia con molti intellettuali che nel passato vennero bollati come “culturame”. D’altronde, non riesco a ricordare esempi di fenomenali dibattiti di idee e proposte condotti dalle destre in Italia e altrove, tranne i neo-conservatori USA più di trent’anni fa che oggi probabilmente cadrebbero sotto la mannaia dell’infamante accusa di essere cultura woke (tradurrò malsana).

La voce della Chiesa, forse, meglio, del Vaticano si leva di frequente in difesa di principi e valori non soltanto religiosi, ma anche civili, umani, di recente, in particolare la pace. Non sono necessariamente i miei valori, ma proprio per questo, orgoglioso seguace di Voltaire, ritengo che sia importante difendere il diritto delle autorità religiose, ovviamente, non solo di quelle cattoliche, di esprimere, diffondere, argomentare e difendere le proprie opinioni culturali, sociali, politiche, persino elettorali, anche facendo capriole e contraddicendosi. In occasione di altri referendum, ad esempio quello abrogativo sulla procreazione assistita, lo hanno già fatto nel passato, invitando all’astensione per bocca del Cardinale Ruini (e contribuendo in maniera significativa al fallimento del referendum).  Dopodiché, non trattandosi di dogmi, credo che sia lecito discutere nel merito le argomentazioni delle autorità ecclesiastiche come di quelle di qualsiasi altra “autorità”. Se il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi, esprime la sua preoccupazione per gli effetti pericolosi sulla separazione dei poteri che deriverebbero dalla riforma della giustizia varata dalla maggioranza governativa, ne prendo atto. Eventualmente, ne discuto in maniera più o meno critica, mentre personalmente plaudo, anche con riferimento all’art. 48 della Costituzione che dichiara inequivocabilmente che l’esercizio del voto è “dovere civico”, all’invito ad andare alle urne.

Gli anatemi, meno che mai quelli ipocriti, non appartengono alla concezione democratica della politica. E se intellettuali, ecclesiastici, giornalisti, sindacalisti, uomini e donne di sport convergono sulla stessa posizione referendaria, non li bollo con la non elegante espressione “accozzaglia”. Ritengo che si tratti di apprezzabile pluralismo e tiro avanti.

Pubblicato il 28 gennaio 2016 su Domani

PD, M5S e Renzi come i capponi di Manzoni @DomaniGiornale

La sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma le modalità con le quali si affronta quella che viene percepita come una sfida minacciosa possono, eccome, essere tanto di destra quanto di sinistra. L’Unione Europea non è né di destra né di sinistra, ma come starci, come contribuirvi, come guidarla implicano scelte che, anche loro, hanno natura e contenuti di destra oppure di sinistra. Il disordine internazionale è al temo stesso fenomeno di destra e di sinistra. Come contrastarlo, come attutirne le manifestazioni più pericolose, che sono molte e variegate, come uscirne e verso quale ordine politico andare richiedono strategie che destra e sinistra, quando le abbiano sapute formulare, si dimostrano significativamente differenti.

“Duri con il crimine, duri con le cause del crimine”, la risposta politica del New Labour di Tony Blair, è controversa e forse non abbastanza di sinistra, ma aggiunge alla repressione della destra l’impegno riformatore per rimuovere i fattori sociali che stanno a fondamento della (micro)criminalità.

Proporsi di avere una Unione Europea più efficiente, più incisiva, più capace di contribuire alla crescita economica degli stati-membri e alla protezione dei loro confini è obiettivo largamente condiviso dalle destre e dalle sinistre europee. Però, le loro ricette operative divergono grandemente con il sovranismo delle destre che rappresenta l’opposto dell’alquanto diversificato e spesso non adeguatamente elaborato federalismo delle sinistre.

Quanto al disordine politico internazionale, sono, in particolare, le modalità con le quali il dis-ordinatissimo Presidente Trump ne sta proponendo la ristrutturazione a porre in contrasto un po’ dovunque destra e sinistra. Le destre sembrano disponibili ad accettare qualsiasi ordine Trump persegua e consegua con esiti che richiedano anche forme non marginali di loro subordinazione, con Meloni che non riesce a nascondere del tutto la sua inclinazione in prima istanza sempre favorevole al Presidente USA. In ordine sparso e impreciso, le sinistre vorrebbero aprire e tenere aperta la porta per un ritorno e una riaffermazione, seppure con ritocchi, dei fondamentali elementi di quello che fu l’ordine liberale: rispetto del diritto internazionale e delle sovranità nazionali, limitazioni all’uso della forza, riconoscimento e protezione dei diritti umani, con qualche riprovevole eccezione social-populista.

Per lo più, le linee divisorie fra i punti di partenza e le posizioni poi assunte dalle destre e dalle sinistre europee sulle tre tematiche che ho sinteticamente presentato sono sufficientemente nette, con le sinistre che esprimono posizioni talvolta più articolate talvolta semplicemente, consapevolmente o no, più confuse. In generale, le destre sembrano più omogenee e meno disponibili a giri di valzer. Quanto avviene in Italia offre l’esempio forse più probante della opportunistica, ma concreta, convergenza delle destre al governo e delle differenziazioni, sociali e politiche, reali o artificiose, delle opposizioni di centro e sinistra.

Oltre che su sicurezza, Unione Europea, disordine internazionale, le opposizioni italiane riescono a distanziarsi reciprocamente su tutte o quasi le tematiche che assumono di volta in volta un’apprezzabile rilevanza: aggressione russa all’Ucraina, il terrorismo di Hamas e la spropositata, deprecabile rappresaglia del governo israeliano, difesa comune europea, least, but not last, ovvero, traduco, di inferiore importanza ma, almeno per il momento, da ultimo, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Non assistiamo a una ingegnosa traduzione pratica della strategia “marciare divisi colpire uniti”. Si direbbe piuttosto qualcosa di molto simile al comportamento dei capponi, le cui “sensibilità” politiche Manzoni non rivela, che Renzo portava al mercato: s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Pubblicato il 21 gennaio 2026 su Domani

I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.

Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.

Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?

Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.

Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani

Il Venezuela di Trump, il cuore di Giorgia e le sue ragioni @DomaniGiornale

Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro. In Venezuela, ha scritto, il Presidente USA ha effettuato “una azione difensiva legittima” contro “un regime mai riconosciuto”. Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano. Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur

 La Presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il Presidente Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Giorgia Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione Europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.

Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal Presidente USA. Tecnicamente, i MAGA (Make America Great Again) sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.

Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione Europea, Giorgia Meloni riesce a apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’UE non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro. Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?

L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un’aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale. A questo immane compito, la Presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione Europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.

Pubblicato il 7 gennaio 2026 su Domani

Cosa ci insegna la fine di Bardot sull’Europa @DomaniGiornale

L’omaggio che, in particolare la Francia, ma non solo, sta rivolgendo a Brigitte Bardot, simile, anche se molto superiore, a quello tributato poco più di un anno fa a Alain Delon, contiene accenti, a mio parere, inquietanti. Che Marine Le Pen, leader di un partito che Bardot sosteneva per la sua politica e le sue idee, abbia espresso il suo apprezzamento per una donna “libera, indomabile, integra”, è assolutamente comprensibile. Coerente. Non poche preoccupazioni destano le parole del Presidente Emmanuel Macron: “incarnava una vita di libertà. Esistenza francese, splendore universale. Piangiamo una leggenda del secolo”. No, la libertà personale, espressa nei confini di una nazione non è “splendore universale”. Al contrario, spesso assume i tratti particolaristici dell’egoismo, amore eccessivo e esclusivo di se stessi, non riscattabile dalla pur meritevole cura e devozione degli animali, e negli omaggi di un nazionalismo deteriore.

A qualche decina di chilometri da Saint Tropez, per la precisione a Juan-les-Pins in uno splendido, luminoso atelier, lavorò per diversi anni Pablo Picasso, sicuro interprete di “una vita di libertà”, che si era ripromesso di non tornare in Spagna fintantoché Francisco Franco fosse rimasto al potere. Promessa mantenuta. In Spagna dopo la morte di Franco, tornò non lui, Picasso, ma quello straordinario dipinto che è Guernica, esposto a Madrid, al Museo di Reina Sofia, capolavoro di una molto diversa idea di libertà.

Il paragone è, ne sono consapevole, solo parzialmente appropriato. Mira a segnalare quelli che sono i valori intorno ai quali sarebbe preferibile che una comunità si organizzasse, proteggendoli e promuovendoli. Indirettamente, se la mia prospettiva è accettabile, ne deriva anche che in assenza di personalità che siano portatrici di quei valori e ampiamente riconosciute come tali, qualsiasi comunità risulterà debole, divisa, incapace di comportamenti collettivi di grande importanza e impatto. Destinata a logoranti conflitti, inadeguata a produrre scelte proiettate nel futuro, come spesso, ma nient’affatto sempre, succede nell’Unione Europea.

Da qualche tempo, questo discorso e la relativa preoccupazione riguardano per l’appunto l’Unione Europea. Alle origini, per esperienza di vita personale, per cultura politica, aggiungerei per ideologia, i fondatori condividevano valori che, senza cancellare le rispettive identità nazionali, erano effettivamente europei: libertà, democrazia, federalismo. Furono sufficienti a tracciare la strada finora percorsa con successo. Con gli anni e con la cooperazione è persino significativamente aumentata la percentuale di coloro che si dichiarano prima europei e solo poi cittadini della rispettiva nazione.

Quello che visibilmente manca da qualche tempo sono personalità europee che vengano riconosciute come tali perché portatrici dei valori fondanti e ispiratrici di comportamenti esemplari, che siano già diventate o in procinto di esserlo, come con surplus di esagerazione retorica gallica, il Presidente Macron ha detto di Brigitte Bardot, “una leggenda del secolo”. Credo di sapere quale reazione sarcastica ha avuto il Gen. de Gaulle.

Non è cedere alle costrizioni della spettacolarizzazione della politica chiedere che in Europa si affermino grandi personalità capaci di esprimerne e esaltarne i valori e di porsi come guide morali e culturali in tempi di degrado e di regresso. Potranno anche esserlo, a determinate condizioni, che non vedo in Brigitte Bardot, le celebrità cinematografiche. Per lo più, fortunatamente non è quella la loro irrefrenabile ambizione. Che emergano personalità in grado di rilanciare i valori europei delle origini e di un lungo tratto di storia è sicuramente un augurio per l’anno 2026, ma soprattutto è un progetto da perseguire con convinzione e impegno. Beati non sono i popoli nei quali non si affermano grandi personalità.

Pubblicato il 31 gennaio 2025 su Domani