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Il Venezuela di Trump, il cuore di Giorgia e le sue ragioni @DomaniGiornale

Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro. In Venezuela, ha scritto, il Presidente USA ha effettuato “una azione difensiva legittima” contro “un regime mai riconosciuto”. Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano. Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur.
La Presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il Presidente Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Giorgia Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione Europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.
Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal Presidente USA. Tecnicamente, i MAGA (Make America Great Again) sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.
Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione Europea, Giorgia Meloni riesce a apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’UE non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro. Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?
L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un’aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale. A questo immane compito, la Presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione Europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.
Pubblicato il 7 gennaio 2026 su Domani
Un anno duro. Ma c’è di molto peggio in arrivo @DomaniGiornale

Dimostrandosi sciatore provetto, il Ministro Giorgetti si è da qualche tempo sapientemente esibito nello slalom fra gli emendamenti e sembra sia riuscito a portare a valle la Finanziaria “Meloni-Tajani-Salvini”. Il popolo dello Stivale ha appreso festante di essere proprietario dell’oro d’Italia. Nella Finanziaria c’è una riduzioncina delle tasse per il ceto medio indifferenziato, ma anche meno risorse per la sanità di una popolazione, chi scrive compreso, che invecchia, e vi si trova poco o nulla per una generazione di giovani alla ricerca di opportunità, di chances di vita. A sinistra (plurale) ci si preoccupa delle diseguaglianze, senza le indispensabili specificazioni, invece di pensare alle innovazioni e alla crescita. Senza crescita, economica, ma anche culturale, le diseguaglianze rimarranno più o meno gravi, però, la torta da redistribuire diventerà più piccola e le resistenze dei meno diseguali diventeranno più grandi e più convinte.
Nel frattempo, il governo delle destre sposterà, ha già iniziato a farlo, la sua attenzione e quella degli elettori su due grandi temi istituzionali, forse tre, che gli sembrano un terreno non soltanto ineludibile, ma favorevole: referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati; revisione della legge elettorale Rosato; Premierato di Colle Oppio e dintorni. Il tutto parte e procede con qualche aiutino proveniente da alcuni settori del centro-sinistra i quali, avendo quasi un decennio fa sbagliato loro stessi con proposte molto simili, difendono con tenacia i propri errori del passato per malposta vanteria collaborazionista.
Ne va della ristrutturazione del sistema politico-costituzionale all’insegna della politica che, come ha candidamente no, meglio, intrepidamente, detto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, persona abbastanza informata dei fatti, vuole riaffermare la sua superiorità sulla magistratura, alla faccia della separazione e dell’equilibrio dei poteri. All’uopo, il governo ha già provveduto a trasformare un referendum costituzionale in un plebiscito su se stesso e sulla sua attività revisionista. Al tempo stesso, ha anche già annunciato con il meloniano tono di sfida che non ha intenzione alcuna di dimettersi in caso di sconfitta. Accountability, addio, direbbero gli inglesi. Quel che dicono i trumpiani MAGA per decenza non si può scrivere.
Che Meloni sia attaccata alla poltrona di Palazzo Chigi è chiarissimo e assolutamente comprensibile. Si appresta a conquistare due prestigiosissimi record: 1. diventare l’unico presidente del Consiglio italiano ad avere guidato un governo di legislatura e, congiuntamente, 2. essere riuscita a durare in carica più a lungo di chiunque altro. Con una appositamente pasticciata legge elettorale, terreno di pascolo, di troppi retroscenisti e pochi studiosi, si assicurerà anche il ritorno a Palazzo Chigi nella prossima legislatura nella quale, sarà opportuno che ce lo ricordiamo tutti, si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.
C’è un rischio di sistema sotteso alle belle ambizioni di Meloni e alle soluzioni circolanti. Stabilità politica senza efficacia decisionale significa immobilismo, una condizione sgradevole e riprovevole che in Italia si è prodotta spesso. Non affonderemo, ma sarà un brutto galleggiare sempre sul crinale della recessione economica, della insufficienza culturale e anche della regressione, in termini di impegno, partecipazione, incidenza rispetto delle regole, democratica. Il sedicente Premierato meloniano sembrerebbe inteso a dare vita, come dissero ad eccessivo libitum, i volenterosi e coraggiosi sostenitori delle revisioni imposte e personalmente rivendicate da Renzi, ad una democrazia decidente. Proprio no, ma sarà il caso che nel Partito Democratico si attrezzino con cognizione del pericolo non soltanto per la difesa di una democrazia decente, ma soprattutto per la (contro)proposta di una democrazia vibrante.
Pubblicato il 24 dicembre 2025 su Domani
Sull’Ucraina non basta pensare solo alla tregua. Bisogna avere un pensiero lungo @DomaniGiornale

L’aggressione russa all’Ucraina ha costituito un test per la politica di molti stati europei e degli USA. Le modalità di una difficile, ma, ovviamente, auspicabile conclusione delle ostilità, certamente non ancora definibile pace, si prospettano come un altro significativo test. L’aggressione ha messo alla prova la disponibilità non soltanto degli USA per ragioni di politica di potenza, ma soprattutto degli Stati-membri dell’Unione Europea ai quali si è rapidamente aggiunta, fatto di assoluta importanza, la Gran Bretagna, a sostenere militarmente e finanziariamente il paese aggredito. Alcuni Stati come Svezia e Finlandia, hanno addirittura sentito la necessità e l’urgenza di uscire dalla loro storica condizione di neutralità per entrare a fare parte della Nato.
Tutti i paesi dell’Unione, con le occasionali prese di distanze dell’Ungheria, che rimangono ai limiti dell’irrilevanza, hanno votato in più round sanzioni economiche, commerciali, di ostacolo alla circolazione alla Russia e ai suoi dirigenti. Non sono mancati coloro che ossessivamente denunciano ritardi e inadeguatezze dell’Unione, ma in quantità e in qualità viste nella loro sequenza le misure prese dalla UE segnalano importanti, in qualche modo imprevedibili, ad esempio quelle del governo italiano semisovranista, convergenze e condivisioni di valutazioni e prospettive. Fra queste prospettive sta la decisioni di procedere a dotare l’Unione di indispensabili strumenti di difesa e la disponibilità dei volenterosi, in ordine alfabetico, Francia, Germania, Gran Bretagna, a continuare a sostenere palesemente e senza riserve l’Ucraina di Zelensky.
La posizione, che non chiamerò USA, ma del MAGAPresidente Trump, quasi ineccepibile per quel che riguarda l’appoggio militare, ha subito enormi oscillazioni politiche e negoziali. La matta voglia di Trump di intestarsi una qualsivoglia pace lo ha portato a eccessi di lodi e di concessioni a Putin e a atteggiamenti sgradevoli e offensivi nei confronti di Zelenski. Quanto all’Unione Europea, il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, oltre a critiche sulla qualità delle leadership politiche europee (da che pulpito!), la dice lunga sulla concezione dei rapporti fra USA e Unione e sulla sua preferenza, forse intenzione di smembrare l’UE, magari contando sull’appoggio di chi continua imperterrita a volerne sostenere alcune posizioni e propositi.
La condizione e lo sbocco dei negoziati Trump/Putin è per l’Unione europea un altro test di grande importanza. Due scelte significative per il presente e per il futuro debbono essere lasciate e non imposte a Zelenski; entrare a far parte della Nato e accedere all’Unione europea. Inaccettabile è una preclusione assoluta senza limiti temporali. Tocca a Zelensky decidere se le garanzie di sicurezza offerte da Trump siano credibili, rassicuranti e sufficienti. Quanto alla adesione all’Unione, il divieto deve essere temporaneo. Non si può consentire alla Russia l’esercizio di un potere di veto che Putin o chi per lui (sic) farebbe valere nei confronti di altri stati aspiranti, ad esempio, la Georgia e la Bielorussia se e quando giungerà l’ea post-Lukashenko.
Trump puntella Putin, ma quel pezzo di ordine politico internazionale che i due vanno con improvvisazione quasi inconsapevolmente costruendo guarda al passato. Nel bene, poco, l’equilibrio del terrore, che c’è stato; nel male molto, l’oppressione di tutta l’Europa centro orientale, dall’altra parte le mani libere sull’America latina, quel passato non può tornare. Sull’impero russo il sole è tramontato da tempo e l’America non tornerà grande come nel tempo in cui la Cina si rotolava nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Suggerirei ai negoziatori in buona fede che risolvere temporaneamente e precariamente la guerra russo-ucraina, per quanto decisamente utile e importante non basterà in assenza di un pensiero lungo impostato su un nuovo decente ordine internazionale. La Cina non è abbastanza vicina.
Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Domani
Lo sguardo corto di Meloni e gli interessi dell’Italia @DomaniGiornale

La diplomazia è anche un esercizio, spesso acrobatico, di equilibrismo. Ma, è vero che la politica estera di un paese che sia media potenza deve essere improntata alla ricerca degli equilibri, di volta in volta preferibili, tenendo nel massimo conto le alleanze, gli impegni presi, le promesse fatte agli elettori e, non da ultimo, le posizioni ideali del proprio partito.
Fin dall’inizio della sua esperienza di governo, Giorgia Meloni ha dimostrato di avere consapevolezza del fascio di problemi che il suo esplicito, mai nascosto, sovranismo implicava nei rapporti con gli Stati-membri dell’Unione Europea e con la Commissione, motore delle iniziative e attività. Pur rimanendo con la testa fuori dalla maggioranza che ha espresso e sostiene la Commissione è spesso riuscita a mettere piede nelle decisioni che contano. Lo ha fatto ridefinendo, ridimensionando il suo sovranismo senza tagliare i ponti con i partiti sovranisti al governo in Ungheria e in Slovacchia o all’opposizione, in particolare in Spagna. Però, la risposta alle furibonde e maleducate critiche all’Unione Europe formulate in un documento di strategia del National Security Council degli USA e alla profezia, quasi un augurio di smembramento dell’Unione, non può essere quelle di un delicato pontiere.
Quel ponte, già traballante, fra Usa e Unione Trump e i suoi collaboratori lo hanno distrutto. Non casualmente e non per una infelice e cattiva scelta delle parole, ma perché da tempo nutrivano astio per la costruzione di una unione di Stati che, secondo loro, si facevano/fanno proteggere militarmente senza pagare il conto, in maniera furba e egoistica, non più accettabile.
La presidente del consiglio italiana non ha condiviso le risposte severe e preoccupate dei maggiori leader europei. Ancora una volta il suo invito a cercare di capire il punto di vista di Trump è molto ambiguo potendo essere interpretato come sostegno alla posizione del Presidente appare come un indebolimento preventivo delle risposte che l’Unione riuscirà ad approntare e dare. Per di più la reazione di Meloni ha lo sguardo molto corto. Non vede che le elezioni americane di metà mandato nel novembre 2026 potrebbero già trasformare il Presidente in carica, se i repubblicani perdessero la maggioranza in una o entrambe le Camere in un’anatra zoppa, comunque già non rieleggibile nel 2028.
Non dovrebbe essere difficile neanche per i dirigenti politici che non sappiano ragionare sul lungo periodo, come fanno gli statisti, cogliere la volatilità della situazione. I molto eventuali vantaggi derivanti da un rapporto privilegiato con l‘attuale Presidente dovrebbero essere valutati alla luce degli inconvenienti e delle critiche che causeranno nei rapporti con gli stati-membri dell’Unione Europea. Quegli ipotetici vantaggi non contemplano affatto una crescita di prestigio per il governo Meloni e per la Nazione Italia, Anzi sono vantaggi limitati, di breve periodo, effimeri. Da un momento all’altro possono rivelare la contraddizione congenita e insanabile del sovranismo.
Se ciascun governante antepone e impone il suo interesse nazionale, lo Stato più forte vincerà cosicché il sovranismo Maga è regolarmente destinato ad avere la meglio su qualsiasi concorrente solitario. Qui sta l’altra contraddizione del sovranismo che intenda sfruttare vantaggi dalla sua tanto orgogliosa quanto presunta autonomia. Non sostenuta dagli USA, vista con sospetto dalla maggioranza partitica e politica dell’Unione Europea, Giorgia Meloni rischia l’irrilevanza politica per sé e per l’Italia. Indebolirebbe l’UE in questa fase cruciale nella quale è indispensabile alzare il tiro decisionale e migliorare il coordinamento politico in senso federalista, l’esatto contrario di qualsivoglia sovranismo. In una Unione indebolita anche l’Italia sarà inevitabilmente più debole sulla scena europea e mondiale, certamente meno sovrana.
Pubblicato il 10 dicembre 2025 su Domani
La pace di Kiev è ostaggio di un incrocio di debolezze @DomaniGiornale

Qualcuno vince oppure i combattenti la guerra giungono ad un accordo. Se è saggio, chi vince non impone costi altissimi a chi perde, ma accompagna la sua vittoria con qualche concessione generosa. I perdenti umiliati costituiscono un pericolo futuro. I belligeranti si accordano quando appare loro evidente che la vittoria è molto improbabile e lontana e comporta prezzi elevatissimi che, probabilmente, i loro concittadini non vorrebbero pagare. A mio parere, historia magistra vitae, vale a dire che esistono riflessioni basate su conflitti precedenti che consentono di imparare almeno quali errori evitare, qualche volta quale sequenza di azioni porre in essere. Prioritario, sempre, è il “cessate il fuoco”, condizione che la “operazione militare speciale”, ovvero l’aggressione di Putin all’Ucraina, non comporta. La situazione è diventata ancora più complicata poiché altri attori si sono trovati più o meno intenzionalmente coinvolti, poiché quella guerra illumina lo stato del considerevole disordine mondiale e può avere conseguenze gravi anche in almeno un’altra zona problematica. Per la precisione i governanti della Cina, che sostengono Putin in maniera sostanziosa, lo fanno senza nascondere che una sua vittoria darebbe impulso alla loro mal/mai celata ambizione di annettere (riprendersi) Taiwan.
Nessuna delle soluzioni finora proposte alla guerra in corso appare accettabile poiché sono fondate su visioni egoistiche e di corto respiro. Il Piano in 28 punti di Trump, forse scritto a Mosca, si sarebbe tradotto in una resa dell’Ucraina, inaccettabile anche dall’Unione Europea e certo non in grado di soddisfare i criteri di nessun Premio Nobel per la Pace. Dimenticare che le motivazioni finora dominanti dell’inquilino fino al 2028 della Casa Bianca sono flagrantemente personali: ambizione e arricchimento, non consente di capirne le contraddizioni e le giravolte. Qualsiasi collaborazione con l’Unione Europea porterebbe ad esiti positivi, ma Trump, da un lato, non potrebbe appropriarsene in esclusiva e vantarsene, dall’altro, l’Unione Europea dimostrerebbe una rilevanza politica che ripetutamente la Casa Bianca ha voluto tarpare e cerca di negare.
Il logorio è destinato a continuare con racconti mai del tutto convincenti spesso plasmati da preferenze e convenienze politiche. Da ultimo sembra che le forze armate russe stiano avanzando anche se lentamente mentre lo scontento emerge in alcuni settori della popolazione. La corruzione, profonda piaga preesistente Zelenski, continua a fare danni economici e al morale degli ucraini. Dall’imprevedibilità di Trump, che nel frattempo sta “risolvendo” il caso del Venezuela, ma anche no, è improbabile attendersi una mossa decisiva. Anzi, è meglio sperare che nessuna mossa avvenga con il rischio che vada a puntellare, come è già avvenuto in due precedenti occasioni, incontro di Anchorage e i 28 punti, il trono di Putin quasi che l’ordine mondiale possa essere affar loro. A Putin, interessato a che quel nuovo ordine nasca riconoscendo le sue mire imperiali, non resta che attendere gli errori e i cedimenti di Trump dell’Unione Europea. Nessuno, però, sembra avere né il potere militare né l’immaginazione politica per spingere verso una soluzione, anche imperfetta, ma che salvi vite e risorse.
A fronte delle critiche di coloro che vedono solo i ritardi e le inadeguatezze dell’Unione vanno segnalati due sviluppi. Il primo è che l’Unione si sta allargando con l’adesione di cinque nuovi stati. Un buon esempio di crescita dello spazio di democrazia e diritti. Il secondo sviluppo è che la preparazione di una seria difesa dell’Europa e dei suoi stati membri continua a fare passi avanti. Il segnale è forte, sperabilmente destinato a risuonare anche a Mosca (e a Washington). Poiché sono kantianamente fermamente convinto che si vis pacem, para democratiam, credo che entrambi gli sviluppi vadano nel senso giusto. Se fosse possibile una reale collaborazione fra USA e UE la soluzione diventerebbe a portata di mano. Al momento bisogna cercare di limitare i danni che, comunque, non debbono essere pagati dall’Ucraina.
Pubblicato il 3 dicembre 2025 su Domani
Viva la contesa. Ma si pensi agli elettori perduti @DomaniGiornale

La contendibilità (del governo) sta, in maniera non dissimile dalla bellezza, negli occhi di chi guarda. Vedere che i voti del proprio schieramento sono cresciuti è confortante. Constatare che i concorrenti si sono trovati in un sostanziale stallo è quasi altrettanto incoraggiante. Ma il futuro non è mai la semplice prosecuzione dell’oggi poiché numerosi altri fattori sono destinati a fare la loro comparsa. Votando (o no) nelle elezioni regionali, gli elettori erano ampiamente consapevoli della posta in gioco e anche delle problematiche alle quali i candidati presidenti, i loro partiti e, ancor più, le loro coalizioni avevano formulato le loro risposte programmatiche. In Veneto, in Campania e in Puglia non c’era nessun Presidente ricandidato che potesse trarre vantaggio dalle sue prestazioni di governante mettendole in contrapposizioni con le inevitabilmente meno solide promesse degli sfidanti. Peraltro, qualche vantaggio esiste quasi sempre, in termini di visibilità e di relazioni, per le coalizioni governanti. In tutt’e tre i casi, quei governi regionali potevano vantare una lunga storia, quantomeno decennale. Non ne è venuta nessuna sorpresa, ma soltanto una lezione di cui peraltro politici e commentatori attenti non dovrebbero avere necessità: se le sparse membra del centro-sinistra riescono a (ri)comporsi la loro somma può superare il numero di voti che raggranellati dal centro-destra.
Proiettare gli esiti delle elezioni regionali sulle nient’affatto imminenti elezioni politiche del 2027 (a proposito i partiti di governo ci risparmino il brutto gioco di scegliere la data solo in base alle loro convenienze e comunque decidano con un congruo anticipo), non è operazione facile. Chi la fa come, non da sola, la giustamente soddisfatta segretaria del Partito Democratico, deve essere consapevole che il “suo” campo non potrà permettersi nessuna defezione a livello nazionale, anche la più piccola potendo risultare decisiva. Quello che a livello regionale, gli elettori giustamente trascurano, vale a dire la politica estera, non potrà essere eluso a livello nazionale. Oggi come oggi e probabilmente anche domani, le differenze fra i protagonisti del campo largo, sono notevoli e non facili da spingere sotto il tappeto. Vero che la politica estera non è una priorità per l’elettorato italiano, ma basterebbero due o tre per cento di elettori che, particolarmente preoccupati, facessero mancare i loro voti perché l’ago della bilancia pendesse a destra.
Anche se sarebbe sempre preferibile che le elezioni venissero vinte da chi ha le proposte migliori e offre garanzie credibili di saperle attuare, da tempo i dirigenti dei partiti si dedicano alla manipolazione opportunistica delle leggi elettorali. Sbagliano quasi sempre; sbagliano male, e insistono rivelando di conoscere poco la materia (non sono i giuristi gli esperti dei sistemi elettorali). Qui mi limito a sottolineare che una disposizione europea ha sancito da tempo che le leggi elettorali non debbono essere cambiate nell’anno in cui si tengono le elezioni. Aggiungerei anche che è ora di smetterla con la ricerca spasmodica di stampelle sotto forma di premi in seggi per evitare pareggi immaginari. Negli occhi di chi guarda non dovrebbe trovarsi soltanto la bellezza della contendibilità del governo, fenomeno da valutare sempre in maniera positiva. Dovrebbero trovarsi le tracce anche di quei tanti, ad un certo punto sarò costretto a scrivere troppi, elettori e elettrici che alle urne, per molteplici ragioni, comprensibili, ma da me quasi mai ritenute assolutorie, non ci vanno (più). Allora, una buona contesa per il governo del paese sarà quella che sospinge dirigenti, partiti e candidati a cercare gli astensionisti e a incentivarli a tornare con noi. L’interesse di partito e di coalizione coinciderebbe con l’interesse del sistema per una crescita dei votanti. Apprezzabile effetto della ben tornata contendibilità che sarà sotto gli occhi di tutti.
Pubblicato il 26 novembre 2025 su Domani
Non si vive alla giornata. Le vere sfide da affrontare @DomaniGiornale #democrazie #federalismo

Gli alberi li vediamo quasi tutti. Di tanto in tanto qualche albero cade e nuovi alberelli fanno la loro comparsa. Vediamo anche quelli, ma, spesso, non riusciamo a capirne origine e significato. Quello che, a giudicare dai commenti e dalle prese di posizione, sembra sfuggire è la foresta. Sembra che quasi nessuno sia in grado di cogliere il significato complessivo delle sfide, la loro portata, l’intensità dell’impatto, meno che mai le conseguenze di medio e lungo periodo.
Le sfide contemporanee riguardano il modo di fare politica, non soltanto nei regimi democratici. Però, avviene in special modo, in questi regimi come, ovviamente, anche quello italiano, poiché il loro elemento distintivo è quello di essere società aperte, caratterizzate dalla competizione e esposte alle incursioni, interne e esterne. Pur essendo vero che le democrazie imparano, qualche volta l’apprendimento richiede tempo e sperimentazione. In quella fase un demagogo può avere conquistato il potere e brandirlo contro i diritti e le istituzioni della sua e di altre democrazie. Giunto al vertice dello Stato avrà l’opportunità di ricorrere a tutti gli strumenti del deep state, del profondo e dell’oscuro. Da questo punto di vista, la disponibilità delle tecniche dell’intelligenza artificiale può rivelarsi molto preoccupante, come sostengono gli esperti subito ammettendo di non essere in grado di esplorarne e valutarne tutti le potenzialità e i rischi.
Le incursioni esterne possono farsi forza anche dell’intelligenza artificiale nonché di manipolazioni politico-elettorali-comunicative diversificate e in casi estremi dei droni che distruggono qualsiasi resistenza. Tenendosi a debita distanza dal dibattito politico italiano al fine di vederlo meglio, poco o nulla di tutto questo, intelligenza artificiale e manipolazioni, sembra considerato importante e significativo. Le tematiche preminenti e prorompenti sono altre, non prive di una qualche rilevanza nell’immediato, ma soccombenti di fronte alle sfide di ben più alto livello.
Comprensibilmente nel centro sinistra la ricerca riguarda il/la figura del federatore, con lo sguardo rivolto al passato, fino al non resuscitabile e non imitabile Ulivo di trent’anni fa. Quando si passa alle politiche al primo posto non vengono collocate la libertà, l’autodeterminazione, le opportunità dei cittadini di oggi e di domani, ma lo scambio fra cannoni e burro. Meno soldi per fare e comprare armi con il molto problematico risparmio semplicisticamente destinato a investimenti nella sanità. Che l’Italia e il mondo di oggi e di domani esigano una cittadinanza dotata di alto e modernissimo livello di istruzione non sembra essere prioritario, forse neppure compreso appieno.
Il centrodestra di governo si gode il vantaggio di posizione, una vera propria rendita. Può mettere le difficoltà sulle spalle del passato nel quale stava all’opposizione e può rivendicare alcuni piccoli, ma reali successi: economia galleggiante senza tensioni e stabilità di governo. Non butta il cuore oltre l’ostacolo poiché sembra non vedere l’ostacolo e non vuole rischiare nessuna destabilizzazione. La sua persistente concezione sovranista ha alleati ugualmente poco orientati al futuro. Vogliono piuttosto tornare a fare qualcosa di grande che ritengono di trovare nel loro passato. Invece, le sfide hanno una caratteristica che le accomuna. Sono di tale portata e entità da richiedere risposte elaborate e concordate da più paesi in grado di mettere insieme le loro intelligenze collettive, le loro energie e le loro risorse.
La risposta si chiama federalismo. Soltanto alcune voci solitarie a isolate si fanno sentire a favore del federalismo, Anche a livello europeo, le proposte effettivamente federaliste formulate da Enrico Letta e da Mario Draghi sono state accolte da plausi di cortesia e stima, senza finora nessun seguito operativo. Eppure, dicono che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. In Italia e in Europa è già venuta l’ora.
Pubblicato il 19 novembre 2025 su Domani
Il PD è un partito indispensabile. Chi lo sabota aiuta la destra @DomaniGiornale

Per lo spazio che occupa, per le politiche che propone, per il ruolo che può svolgere, il PD è un partito indispensabile. Questa sua indispensabilità, unita alle incertezze, alle contraddizioni e agli errori dei suoi dirigenti lo rende particolarmente e giustamente esposto alle critiche. Facendo tesoro di queste critiche, filtrandole e selezionandone il meglio, i suoi gruppi (proprio così, al plurale) dirigenti riuscirebbero fare crescere il partito oltre il 20 per cento o poco più degli attuali consensi elettorali.
Lo spazio occupato è grosso modo equidistante fra due piccoli partiti che si contendono il centro, non propriamente affollato da elettori, e due organizzazioni che mirano ad un elettorato più orientato a sinistra. In assenza del Partito Democratico nessuno di questi raggruppamenti avrebbe qualche chance di contrastare credibilmente il governo di centro destra e di controproporre politiche rilevanti. Sulle politiche, il Partito Democratico soffre degli stessi problemi che hanno inciso e continuano ad incidere negativamente su molti partiti socialisti e progressisti. Per un insieme di ragioni, tutti hanno effettuato uno scivolamento verso politiche culturali, di genere e molto attente ai diritti, venendo percepiti come meno inclini e meno capaci di elaborare politiche economiche e sociali gradite e utili alle classi popolari. Per dirla in maniera giornalistica, insieme ad altri partiti simili, il PD è diventato il partito della ZTL dimenticando le periferie e i suoi abitanti/elettori e, naturalmente venendo fortemente penalizzato in termini di voti. Eguaglianza economica irraggiungibile, dislivello di status, di riconoscimento, di prestigio incolmabile: quasi il peggior dei mondi possibili.
Nel contesto italiano forse un po’ di più che in altri contenti occidentali multipartitici, il ruolo che il PD può svolgere e al quale, spesso, adempie è doppiamente cruciale. Con la sua presenza attiva e convinta l’opposizione acquisisce maggior peso, visibilità, efficacia. Senza il suo contributo, le sue attività, le sue personalità non è minimamente concepibile/immaginabile che si affermi e esista una qualsiasi alternativa politico-elettorale praticabile al governo Meloni. Se, poi, è vero, come credo e sono in grado di documentare, che la qualità dei governi dipende anche dalla qualità delle opposizioni, ne consegue che il contributo complessivo del PD al funzionamento del sistema politico sarebbe elevato e ricadrebbe positivamente anche sui ceti popolari.
Per essere all’altezza della sua indispensabilità (e del suo nome) il PD non può fare a meno del pluralismo interno, dell’incontro/scontro di posizioni diverse, di proposte, persino di prospettive in competizione. Mi pare che definire questa competizione come riguardante in maniera schematica, da un lato, i “movimentisti radicali” capeggiati dalla segretaria Schlein, dall’altro, i sobri “riformisti” che hanno abbandonato Bonaccini, sia troppo semplicistico e poco illuminante. Inoltre con riferimento alle dichiarazioni e alle non nuove prese di posizione dei riformisti vedo il duplice gravissimo rischio di indebolire il partito tanto nel ruolo di centro propulsore dell’opposizione quanto come asse portante dell’alternativa a venire. Comunque, il criterio principe con il quale valutare il tasso di riformismo dei riformisti non può essere quello di correre in soccorso delle “riforme” come quella della magistratura fatte dal governo Meloni, quasi un anticipo del soccorso da portare al più impegnativo e più dirompente premierato. Indebolendo il PD i rifomisti non stanno affatto facendo avanzare una prospettiva riformista. Al contrario, in parte danno qualcosa di più di una immeritata apertura di credito al governo (poi, si sa, i governi hanno sempre la possibilità di essere generosi), in parte maggiore ridimensionano il ruolo del loro partito, la sua indispensabilità e la sua efficacia. In definitiva, non giovano neppure al miglior funzionamento del sistema politico.
Pubblicato il 5 novembre 2025 su Domani
Confermativo, oppositivo o abrasivo. Il referendum e il potere degli aggettivi @DomaniGiornale

In principio era il verbo, cioè la parola (un sostantivo). Poi arrivarono gli aggettivi e fu tutta una Babele. C’era chi beatamente continuava a definire perfetto il bicameralismo italiano commettendo due errori gravi. Primo: l’uso di un aggettivo valutativo invece dell’indispensabile aggettivo descrittivo, per un Parlamento in cui le due camere hanno grosso modo gli stessi poteri e svolgono le stesse attività, paritario o simmetrico. Poi, con grandissimo sprezzo del pericolo, e del ridicolo, se ne annuncia l’imprescindibile necessità della riforma epocale: rendere imperfetto il bicameralismo perfetto. Riforma bocciata dagli elettori.
Poi vennero quelli che il premierato … L’aggettivo chiave è forte, ma subito è il caso di osservare che il premierato è il premierato è il premierato. Forte e debole sono qualità che riguardano semmai i premier, i capi di quella forma di governo, vale a dire, specialmente le loro capacità e la loro autonomia. Lanciato più di un quarto di secolo fa con il contributo di alcuni benpensanti moderatamente di sinistra, il premierato ha come fondamento essenziale l’elezione popolare diretta del capo del governo. Non è sufficiente la “quasi” elezione diretta, come arditamente veniva affermando un professore comunista di diritto poi approdato alla Presidenza della Corte Costituzionale. Ironia o sbeffeggio della storia, proprio in quel periodo i conservatori inglesi reclutavano dai loro ranghi parlamentari quattro primi ministri uno dei quali, Liz Truss, occupò la carica addirittura per quasi 50 giorni. Non succederà così con il disegno di legge costituzionale di Giorgia Meloni, “madre” [non Giorgia, ma l’elezione popolare] di tutte le riforme” poiché una sostituzione dell’eletto/a è consentita. Non consentito è l’aggettivo “forte”, uomo forte evocando i tempi in cui capo del governo era Lui, Sua Eccellenza il Cav. Benito Mussolini (v. in materia l’analisi di Ruth Ben-Ghiat, Strongmen. How They Arise. Why They Succeed. How They Fall, London, Profile Books, 2021).
Troppo facile, poi, notare che non pochi capi di governi parlamentari, non eletti direttamente, Margaret Thatcher (1979-19909 e Tony Blair (1997-2007); Felipe Gonzales (1982-1996); Helmut Kohl (1982-1998), Angela Merkel (2005-2021), sono stati forti, duratori, autorevoli. A loro volta per non pochi Presidenti di Repubbliche presidenziali (Argentina, Raul Alfonsin 1983-1987; molti boliviani e peruviani; George H. Bush (1988-1992), Joe Biden (2020-2024), l’elezione popolare non servì affatto a renderli forti. Il Presidente semipresidenziale francese Emmanuel Macron costituisce un caso interessante che contiene una risposta più che soddisfacente. Grazie al solido sostegno di un’ampia maggioranza parlamentare, è stato molto forte nel corso del suo primo mandato (2017-2022). Pur rieletto dal “popolo”, ma, perduta quella maggioranza, Macron appare debole e ha scarso potere decisionale nell’attuale secondo mandato che finirà inesorabilmente nel 2027.
Giunti al termine della stesura di un testo limpido, ma articolato e necessariamente complesso come la Costituzione italiana, i Costituenti non ebbero dubbi. Uno o più articoli del testo, non soltanto quelli, peraltro non molti, sui quali si erano manifestate perplessità e tenute votazioni, avrebbero alla prova dei fatti forse trovato/meritato altre soluzioni. Il tempo e l’attuazione della Costituzione erano destinati a evidenziare inconvenienti e a sollevare problemi. Dunque, era più che auspicabile stabilire modalità sufficientemente precise con le quali addivenire a adeguate revisioni costituzionali.
Per l’approvazione di una revisione costituzionale (art. 138) sono richieste in ciascuna Camera due letture a distanza minima di tre mesi. La doppia lettura e il tempo servono a tutti i protagonisti per imparare. I parlamentari avranno modo di ascoltare le motivazioni dei revisionisti e degli oppositori e le eventuali proposte alternative. Mass media e commentatori potranno narrare gli sviluppi e informare i cittadini, l’opinione pubblica L’elettorato avrà la possibilità più che in una elezione normale di farsi un’idea approfondita e raffinata quanto vorrà. La ragione per la quale i referendum costituzionali non hanno quorum è proprio perché i costituenti intesero premiare i cittadini interessati, informati e partecipanti e impedire che coloro che per qualsiasi motivo scelgono di non votare risultino distrattamente decisivi.
Il referendum costituzionale è facoltativo, vale a dire che una revisione costituzionale approvata secondo le procedure descritte entra in vigore se non è sfidata nei tre mesi successivi la sua approvazione. Non si può avere nessun referendum se la revisione è stata approvata in seconda lettura dai due terzi dei parlamentari di entrambe le camere. La ratio di questa statuizione è tanto semplice quanto importante. In un paese nel quale l’antiparlamentarismo è un sentimento molto diffuso, incomprimibile, talvolta alimentato faziosamente, è saggio non offrire un’occasione di delegittimazione del parlamento espressosi con una maggioranza dei due terzi. Detto e ribadito che il referendum deve essere richiesto, i costituenti stabilirono che richiedenti potessero essere “un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque consigli regionali”. Dunque, non è previsto che il referendum costituzionale sia chiesto dalle autorità di governo meno che mai se quella particolare revisione è stata formulata dal governo con addirittura il capo del governo che se la intesta. Il referendum si trasformerebbe in plebiscito come successe al referendum voluto da Renzi sulle “sue” riforme. Infine, poiché logicamente dovrebbero essere, e, per lo più sono stati, gli oppositori della revisione a chiedere il referendum l’aggettivo confermativo è assolutamente sbagliato. Contiene anche un elemento sottilmente manipolatore: l’invito alle urne per confermare quanto fatto dalla maggioranza parlamentare. No, il referendum costituzionale non ha nessun aggettivo. Confermativo, comunque, sarebbe l’eventuale esito. Pertanto, se chiesto da chi s’oppone alla revisione, il referendum sarebbe più corretto definirlo oppositivo, contro la revisione. Quanto all’esito, se la revisione viene sconfitta e cancellata, la mia preferenza va all’aggettivo abrasivo. Preciso e definitivo.
Pubblicato il 4 novembre 2025 su Domani