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Una riforma senza eleganza, un No affonda il premierato @DomaniGiornale

Le buone teorie, secondo alcuni importanti filosofi della scienza, hanno due grandi pregi: l’eleganza e la parsimoniosità. Con un numero ristretto di generalizzazioni concatenate, formulate in maniera il più possibile limpida senza eccessi di tecnicità, quelle teorie inquadrano e spiegano soddisfacentemente una molteplicità di fenomeni. Se pretendessimo che anche le revisioni della Costituzione italiana, certo scritta con eleganza e parsimonia apprezzabilissime, fossero soggette a questi due criteri valutativi, quella relativa alla separazione delle carriere dei magistrati non passerebbe la prova. Il testo è piuttosto lungo, alquanto farraginoso e, poiché raddoppia un organismo cruciale: il Consiglio Superiori e introduce l’Alta Corte, implica un amento dei costi di funzionamento. Invece, a mio parere, non è preoccupante che si presti, inevitabilmente, tanto a elogi epocali quanto a critiche abissali. Sono il tenore di quegli elogi e le implicazioni di quelle critiche, coloro che si pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irritano.
Elogiare la revisione perché era quello che voleva Silvio Berlusconi non suona convincente, lo ha opportunamente già notato Franco Monaco, a chi ricorda che Berlusconi sosteneva la superiorità del potere esecutivo conquistato attraverso le elezioni sugli altri poteri, legislativo e giudiziario, non propriamente una concezione liberale. D’altronde, il ministro della Giustizia ha affermato che bisogna ristabilire la superiorità della politica sulla magistratura e che anche la sinistra (quando vincerà le elezioni …) ne trarrà vantaggi.
Per quanto possano essere organizzati, attenti, coesi, non credo che i mafiosi e le loro famiglie, più o meno allargate, riescano ad essere deciSIvi nel voto. Soprattutto, pur sapendo che la democrazia italiana continua ad avere notevoli problemi di funzionamento (uno dei quali si trova proprio nella disciplina dei referendum), non credo affatto che la separazione delle carriere in requirenti e giudicanti abbia di per sé l’effetto di facilitarne, meno che mai provocarne il crollo. Esistono una pluralità di anticorpi in grado di attivarsi. Inoltre, un conto è funzionare male un conto molto diverso è avere una struttura traballante. Naturalmente non penso nemmeno che, una volta inquadrati per tutta la loro vita i magistrati in una sola carriera, ne conseguirà la soluzione automatica, definitiva e felice dei problemi dell’Amministrazione della Giustizia in Italia. Avendo constatato che i dati ufficiali rilevano che solo l’0,50 per cento di loro che sono cica 9.600 hanno effettuato il passaggio di una carriera all’altra, non è plausibile che quel piccolo numero abbia creato grandi problemi. I magistrati del NO si difendono affermando regolarmente che i loro organici sono sottodimensionati, le dotazioni di personal ausiliario, di supporti tecnici e di materiale sono inadeguate. Aggiungerei che talvolta anche la loro preparazione non è all’altezza, che le loro conoscenze a fronte di quelle dei criminali non sono abbastanza aggiornate e, punctum dolens, che i loro tempi di lavoro, dei quali sono fondamentalmente e personalmente responsabili, risultano molto discutibili.
Non mi faccio illusioni. Il referendum non risolverà i problemi della Giustizia mentre sicuramente comporterà qualche conseguenza politica rilevante, Questo referendum costituzionale, non “popolare confermativo”, come dice lo spot istituzionale tramesso dalla RAI, potrebbe indebolire il governo, comunque scalfirne l’aureola di arroganza. Non è ancora chiaro se Giorgia Meloni, dichiarato preventivamente che non si dimetterà, ci metterà la facci a all’ultimo opportunistico momento. In caso di sconfitta si pone un problema, non di obbligo giuridico, ma certo dii moralità politica, di dimissioni, Se vincerà il “no” le opposizioni avranno sconfitto una brutta revisione, anche alla faccia delle quarte colonne al loro interno. Quel che più conta avranno anche comunicato che una maggioranza popolare per il cosiddetto premierato non c’è neanche con i duttili “sinistri per il sì”. Non è poco.
Pubblicato il 19 febbraio 2026 su Domani
Il “federalismo pragmatico” di Draghi dev’essere il nuovo orizzonte dell’Ue @DomaniGiornale

Sbaglia chi pensa che in questi tempi operare per cercare di dare vita ad un ordine politico internazionale sia tempo buttato via. Vero è che alcuni importanti players o aspiranti tali operano in chiave antitetica, ma si possono già individuare fenomeni e strategie che contrastano i loro obiettivi. “Fare più grande l’America” è intrinsecamente e deliberatamente la strategia che rende impossibile qualsiasi nuovo ordine internazionale. Gli studiosi Usa che criticano Trump hanno posto l’accento soprattutto sulla impossibilità che la sua strategia di “egemonia predatoria” abbia successo neanche nel breve termine. Infatti, né in Venezuela né a Gaza, né nel conflitto russo/ucraino né nei rapporti con l’Iran, Trump può vantarsi di avere imposto situazioni accettabili destinate a durare.
L’espansione strisciante dell’influenza cinese, ad esempio, in Africa, continua così come non sono venute affatto meno le mire di Xi Jinping su Taiwan. Continua anche il logorio della Russia di Putin che non riuscirà sicuramente ad essere un protagonista in qualsiasi futuro ordine internazionale. Invece, non solo per difendere i suoi interessi e per propugnare i suoi valori, l’Unione Europea deve, secondo Mario Draghi, giocare un ruolo significativo sulla scena internazionale. Riuscirà a farlo soltanto se s’impegna a ripensare le sue strutture istituzionali.
Subito, ma forse non proprio diffusamente, lodato, nelle parole di Draghi il messaggio del discorso di Lovanio si traduce nella proposta di un “federalismo pragmatico”. Con il poeta dirò “c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico”. L’antico è facile da scoprire. Infatti, il Manifesto di Ventotene è tutto all’insegna del federalismo, certamente definibile “ideologico”, intessuto di idee fortissime, anche se nel suo ostinato perseguimento Altiero Spinelli diede sempre prova di grande pragmatismo. Il nuovo, solo in parte, è costituito dalla esplicita indicazione di Draghi della auspicabilità e fattibilità di un’Europa non soltanto a due, ma a più velocità. Quali, certamente notevoli, implicazioni istituzionali conseguono dovrà essere discusso prossimamente. Nel frattempo, è possibile porre alcuni punti fermi.
Primo, l’accelerazione che Draghi desidera deve fare i conti con una Commissione e con una burocrazia europea poco inclini a cambiamenti rapidi e profondi. Le non proprio eccessive lodi del governo italiano stanno a significare una qualche perplessità politica, oltre che la difficoltà, in particolare del governo delle destre, di transitare dal, seppure pallido, sovranismo, ancorché già, pragmatico, al federalismo pragmatico. Secondo, Draghi sembra riferirsi essenzialmente, forse, inevitabilmente, all’Unione Europea che c’è, a ventisette. Ma se è davvero pragmatico il suo federalismo deve fare i conti anche con gli allargamenti già in corso e con quelli in preparazione. Basteranno due velocità oppure ci saranno settori nei quali bisognerà garantire più tempo e più alternative per il coinvolgimento dei nuovi stati membri? Soprattutto, però, il problema più complicato è rappresentato dalle modalità di ritorno, di rientro nell’Unione della Gran Bretagna, gigante politico, economico, culturale e, non da ultimo, militare, essenziale tanto per il federalismo quanto per il pragmatismo.
Infine, poiché le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne sembrerebbe assolutamente opportuno suscitare e ascoltare le voci dei parlamentari europei, dei partiti, dell’associazionismo europeo. Nelle parole di Draghi si trova anche l’urgenza di una scelta, quella di un protagonismo internazionale al quale, più o meno consapevolmente e deliberatamente, gli europei rinunciarono 80 anni fa. Erano stati fin troppo protagonisti in due guerre mondali. Adesso, hanno imparato che, se sapranno affinarlo pragmaticamente, il loro protagonismo diventerà efficace e molto influente per dare vita ad un ordine politico internazionale che si regga sui loro valori, di pace, giustizia sociale, prosperità. Yes, we can.
Pubblicato il 3 febbraio 2026 su Domani
PD, M5S e Renzi come i capponi di Manzoni @DomaniGiornale

La sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma le modalità con le quali si affronta quella che viene percepita come una sfida minacciosa possono, eccome, essere tanto di destra quanto di sinistra. L’Unione Europea non è né di destra né di sinistra, ma come starci, come contribuirvi, come guidarla implicano scelte che, anche loro, hanno natura e contenuti di destra oppure di sinistra. Il disordine internazionale è al temo stesso fenomeno di destra e di sinistra. Come contrastarlo, come attutirne le manifestazioni più pericolose, che sono molte e variegate, come uscirne e verso quale ordine politico andare richiedono strategie che destra e sinistra, quando le abbiano sapute formulare, si dimostrano significativamente differenti.
“Duri con il crimine, duri con le cause del crimine”, la risposta politica del New Labour di Tony Blair, è controversa e forse non abbastanza di sinistra, ma aggiunge alla repressione della destra l’impegno riformatore per rimuovere i fattori sociali che stanno a fondamento della (micro)criminalità.
Proporsi di avere una Unione Europea più efficiente, più incisiva, più capace di contribuire alla crescita economica degli stati-membri e alla protezione dei loro confini è obiettivo largamente condiviso dalle destre e dalle sinistre europee. Però, le loro ricette operative divergono grandemente con il sovranismo delle destre che rappresenta l’opposto dell’alquanto diversificato e spesso non adeguatamente elaborato federalismo delle sinistre.
Quanto al disordine politico internazionale, sono, in particolare, le modalità con le quali il dis-ordinatissimo Presidente Trump ne sta proponendo la ristrutturazione a porre in contrasto un po’ dovunque destra e sinistra. Le destre sembrano disponibili ad accettare qualsiasi ordine Trump persegua e consegua con esiti che richiedano anche forme non marginali di loro subordinazione, con Meloni che non riesce a nascondere del tutto la sua inclinazione in prima istanza sempre favorevole al Presidente USA. In ordine sparso e impreciso, le sinistre vorrebbero aprire e tenere aperta la porta per un ritorno e una riaffermazione, seppure con ritocchi, dei fondamentali elementi di quello che fu l’ordine liberale: rispetto del diritto internazionale e delle sovranità nazionali, limitazioni all’uso della forza, riconoscimento e protezione dei diritti umani, con qualche riprovevole eccezione social-populista.
Per lo più, le linee divisorie fra i punti di partenza e le posizioni poi assunte dalle destre e dalle sinistre europee sulle tre tematiche che ho sinteticamente presentato sono sufficientemente nette, con le sinistre che esprimono posizioni talvolta più articolate talvolta semplicemente, consapevolmente o no, più confuse. In generale, le destre sembrano più omogenee e meno disponibili a giri di valzer. Quanto avviene in Italia offre l’esempio forse più probante della opportunistica, ma concreta, convergenza delle destre al governo e delle differenziazioni, sociali e politiche, reali o artificiose, delle opposizioni di centro e sinistra.
Oltre che su sicurezza, Unione Europea, disordine internazionale, le opposizioni italiane riescono a distanziarsi reciprocamente su tutte o quasi le tematiche che assumono di volta in volta un’apprezzabile rilevanza: aggressione russa all’Ucraina, il terrorismo di Hamas e la spropositata, deprecabile rappresaglia del governo israeliano, difesa comune europea, least, but not last, ovvero, traduco, di inferiore importanza ma, almeno per il momento, da ultimo, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Non assistiamo a una ingegnosa traduzione pratica della strategia “marciare divisi colpire uniti”. Si direbbe piuttosto qualcosa di molto simile al comportamento dei capponi, le cui “sensibilità” politiche Manzoni non rivela, che Renzo portava al mercato: s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
Pubblicato il 21 gennaio 2026 su Domani
I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.
Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.
Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?
Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.
Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani
Il Venezuela di Trump, il cuore di Giorgia e le sue ragioni @DomaniGiornale

Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro. In Venezuela, ha scritto, il Presidente USA ha effettuato “una azione difensiva legittima” contro “un regime mai riconosciuto”. Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano. Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur.
La Presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il Presidente Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Giorgia Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione Europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.
Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal Presidente USA. Tecnicamente, i MAGA (Make America Great Again) sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.
Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione Europea, Giorgia Meloni riesce a apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’UE non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro. Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?
L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un’aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale. A questo immane compito, la Presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione Europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.
Pubblicato il 7 gennaio 2026 su Domani
Un anno duro. Ma c’è di molto peggio in arrivo @DomaniGiornale

Dimostrandosi sciatore provetto, il Ministro Giorgetti si è da qualche tempo sapientemente esibito nello slalom fra gli emendamenti e sembra sia riuscito a portare a valle la Finanziaria “Meloni-Tajani-Salvini”. Il popolo dello Stivale ha appreso festante di essere proprietario dell’oro d’Italia. Nella Finanziaria c’è una riduzioncina delle tasse per il ceto medio indifferenziato, ma anche meno risorse per la sanità di una popolazione, chi scrive compreso, che invecchia, e vi si trova poco o nulla per una generazione di giovani alla ricerca di opportunità, di chances di vita. A sinistra (plurale) ci si preoccupa delle diseguaglianze, senza le indispensabili specificazioni, invece di pensare alle innovazioni e alla crescita. Senza crescita, economica, ma anche culturale, le diseguaglianze rimarranno più o meno gravi, però, la torta da redistribuire diventerà più piccola e le resistenze dei meno diseguali diventeranno più grandi e più convinte.
Nel frattempo, il governo delle destre sposterà, ha già iniziato a farlo, la sua attenzione e quella degli elettori su due grandi temi istituzionali, forse tre, che gli sembrano un terreno non soltanto ineludibile, ma favorevole: referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati; revisione della legge elettorale Rosato; Premierato di Colle Oppio e dintorni. Il tutto parte e procede con qualche aiutino proveniente da alcuni settori del centro-sinistra i quali, avendo quasi un decennio fa sbagliato loro stessi con proposte molto simili, difendono con tenacia i propri errori del passato per malposta vanteria collaborazionista.
Ne va della ristrutturazione del sistema politico-costituzionale all’insegna della politica che, come ha candidamente no, meglio, intrepidamente, detto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, persona abbastanza informata dei fatti, vuole riaffermare la sua superiorità sulla magistratura, alla faccia della separazione e dell’equilibrio dei poteri. All’uopo, il governo ha già provveduto a trasformare un referendum costituzionale in un plebiscito su se stesso e sulla sua attività revisionista. Al tempo stesso, ha anche già annunciato con il meloniano tono di sfida che non ha intenzione alcuna di dimettersi in caso di sconfitta. Accountability, addio, direbbero gli inglesi. Quel che dicono i trumpiani MAGA per decenza non si può scrivere.
Che Meloni sia attaccata alla poltrona di Palazzo Chigi è chiarissimo e assolutamente comprensibile. Si appresta a conquistare due prestigiosissimi record: 1. diventare l’unico presidente del Consiglio italiano ad avere guidato un governo di legislatura e, congiuntamente, 2. essere riuscita a durare in carica più a lungo di chiunque altro. Con una appositamente pasticciata legge elettorale, terreno di pascolo, di troppi retroscenisti e pochi studiosi, si assicurerà anche il ritorno a Palazzo Chigi nella prossima legislatura nella quale, sarà opportuno che ce lo ricordiamo tutti, si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.
C’è un rischio di sistema sotteso alle belle ambizioni di Meloni e alle soluzioni circolanti. Stabilità politica senza efficacia decisionale significa immobilismo, una condizione sgradevole e riprovevole che in Italia si è prodotta spesso. Non affonderemo, ma sarà un brutto galleggiare sempre sul crinale della recessione economica, della insufficienza culturale e anche della regressione, in termini di impegno, partecipazione, incidenza rispetto delle regole, democratica. Il sedicente Premierato meloniano sembrerebbe inteso a dare vita, come dissero ad eccessivo libitum, i volenterosi e coraggiosi sostenitori delle revisioni imposte e personalmente rivendicate da Renzi, ad una democrazia decidente. Proprio no, ma sarà il caso che nel Partito Democratico si attrezzino con cognizione del pericolo non soltanto per la difesa di una democrazia decente, ma soprattutto per la (contro)proposta di una democrazia vibrante.
Pubblicato il 24 dicembre 2025 su Domani
Sull’Ucraina non basta pensare solo alla tregua. Bisogna avere un pensiero lungo @DomaniGiornale

L’aggressione russa all’Ucraina ha costituito un test per la politica di molti stati europei e degli USA. Le modalità di una difficile, ma, ovviamente, auspicabile conclusione delle ostilità, certamente non ancora definibile pace, si prospettano come un altro significativo test. L’aggressione ha messo alla prova la disponibilità non soltanto degli USA per ragioni di politica di potenza, ma soprattutto degli Stati-membri dell’Unione Europea ai quali si è rapidamente aggiunta, fatto di assoluta importanza, la Gran Bretagna, a sostenere militarmente e finanziariamente il paese aggredito. Alcuni Stati come Svezia e Finlandia, hanno addirittura sentito la necessità e l’urgenza di uscire dalla loro storica condizione di neutralità per entrare a fare parte della Nato.
Tutti i paesi dell’Unione, con le occasionali prese di distanze dell’Ungheria, che rimangono ai limiti dell’irrilevanza, hanno votato in più round sanzioni economiche, commerciali, di ostacolo alla circolazione alla Russia e ai suoi dirigenti. Non sono mancati coloro che ossessivamente denunciano ritardi e inadeguatezze dell’Unione, ma in quantità e in qualità viste nella loro sequenza le misure prese dalla UE segnalano importanti, in qualche modo imprevedibili, ad esempio quelle del governo italiano semisovranista, convergenze e condivisioni di valutazioni e prospettive. Fra queste prospettive sta la decisioni di procedere a dotare l’Unione di indispensabili strumenti di difesa e la disponibilità dei volenterosi, in ordine alfabetico, Francia, Germania, Gran Bretagna, a continuare a sostenere palesemente e senza riserve l’Ucraina di Zelensky.
La posizione, che non chiamerò USA, ma del MAGAPresidente Trump, quasi ineccepibile per quel che riguarda l’appoggio militare, ha subito enormi oscillazioni politiche e negoziali. La matta voglia di Trump di intestarsi una qualsivoglia pace lo ha portato a eccessi di lodi e di concessioni a Putin e a atteggiamenti sgradevoli e offensivi nei confronti di Zelenski. Quanto all’Unione Europea, il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, oltre a critiche sulla qualità delle leadership politiche europee (da che pulpito!), la dice lunga sulla concezione dei rapporti fra USA e Unione e sulla sua preferenza, forse intenzione di smembrare l’UE, magari contando sull’appoggio di chi continua imperterrita a volerne sostenere alcune posizioni e propositi.
La condizione e lo sbocco dei negoziati Trump/Putin è per l’Unione europea un altro test di grande importanza. Due scelte significative per il presente e per il futuro debbono essere lasciate e non imposte a Zelenski; entrare a far parte della Nato e accedere all’Unione europea. Inaccettabile è una preclusione assoluta senza limiti temporali. Tocca a Zelensky decidere se le garanzie di sicurezza offerte da Trump siano credibili, rassicuranti e sufficienti. Quanto alla adesione all’Unione, il divieto deve essere temporaneo. Non si può consentire alla Russia l’esercizio di un potere di veto che Putin o chi per lui (sic) farebbe valere nei confronti di altri stati aspiranti, ad esempio, la Georgia e la Bielorussia se e quando giungerà l’ea post-Lukashenko.
Trump puntella Putin, ma quel pezzo di ordine politico internazionale che i due vanno con improvvisazione quasi inconsapevolmente costruendo guarda al passato. Nel bene, poco, l’equilibrio del terrore, che c’è stato; nel male molto, l’oppressione di tutta l’Europa centro orientale, dall’altra parte le mani libere sull’America latina, quel passato non può tornare. Sull’impero russo il sole è tramontato da tempo e l’America non tornerà grande come nel tempo in cui la Cina si rotolava nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Suggerirei ai negoziatori in buona fede che risolvere temporaneamente e precariamente la guerra russo-ucraina, per quanto decisamente utile e importante non basterà in assenza di un pensiero lungo impostato su un nuovo decente ordine internazionale. La Cina non è abbastanza vicina.
Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Domani
Lo sguardo corto di Meloni e gli interessi dell’Italia @DomaniGiornale

La diplomazia è anche un esercizio, spesso acrobatico, di equilibrismo. Ma, è vero che la politica estera di un paese che sia media potenza deve essere improntata alla ricerca degli equilibri, di volta in volta preferibili, tenendo nel massimo conto le alleanze, gli impegni presi, le promesse fatte agli elettori e, non da ultimo, le posizioni ideali del proprio partito.
Fin dall’inizio della sua esperienza di governo, Giorgia Meloni ha dimostrato di avere consapevolezza del fascio di problemi che il suo esplicito, mai nascosto, sovranismo implicava nei rapporti con gli Stati-membri dell’Unione Europea e con la Commissione, motore delle iniziative e attività. Pur rimanendo con la testa fuori dalla maggioranza che ha espresso e sostiene la Commissione è spesso riuscita a mettere piede nelle decisioni che contano. Lo ha fatto ridefinendo, ridimensionando il suo sovranismo senza tagliare i ponti con i partiti sovranisti al governo in Ungheria e in Slovacchia o all’opposizione, in particolare in Spagna. Però, la risposta alle furibonde e maleducate critiche all’Unione Europe formulate in un documento di strategia del National Security Council degli USA e alla profezia, quasi un augurio di smembramento dell’Unione, non può essere quelle di un delicato pontiere.
Quel ponte, già traballante, fra Usa e Unione Trump e i suoi collaboratori lo hanno distrutto. Non casualmente e non per una infelice e cattiva scelta delle parole, ma perché da tempo nutrivano astio per la costruzione di una unione di Stati che, secondo loro, si facevano/fanno proteggere militarmente senza pagare il conto, in maniera furba e egoistica, non più accettabile.
La presidente del consiglio italiana non ha condiviso le risposte severe e preoccupate dei maggiori leader europei. Ancora una volta il suo invito a cercare di capire il punto di vista di Trump è molto ambiguo potendo essere interpretato come sostegno alla posizione del Presidente appare come un indebolimento preventivo delle risposte che l’Unione riuscirà ad approntare e dare. Per di più la reazione di Meloni ha lo sguardo molto corto. Non vede che le elezioni americane di metà mandato nel novembre 2026 potrebbero già trasformare il Presidente in carica, se i repubblicani perdessero la maggioranza in una o entrambe le Camere in un’anatra zoppa, comunque già non rieleggibile nel 2028.
Non dovrebbe essere difficile neanche per i dirigenti politici che non sappiano ragionare sul lungo periodo, come fanno gli statisti, cogliere la volatilità della situazione. I molto eventuali vantaggi derivanti da un rapporto privilegiato con l‘attuale Presidente dovrebbero essere valutati alla luce degli inconvenienti e delle critiche che causeranno nei rapporti con gli stati-membri dell’Unione Europea. Quegli ipotetici vantaggi non contemplano affatto una crescita di prestigio per il governo Meloni e per la Nazione Italia, Anzi sono vantaggi limitati, di breve periodo, effimeri. Da un momento all’altro possono rivelare la contraddizione congenita e insanabile del sovranismo.
Se ciascun governante antepone e impone il suo interesse nazionale, lo Stato più forte vincerà cosicché il sovranismo Maga è regolarmente destinato ad avere la meglio su qualsiasi concorrente solitario. Qui sta l’altra contraddizione del sovranismo che intenda sfruttare vantaggi dalla sua tanto orgogliosa quanto presunta autonomia. Non sostenuta dagli USA, vista con sospetto dalla maggioranza partitica e politica dell’Unione Europea, Giorgia Meloni rischia l’irrilevanza politica per sé e per l’Italia. Indebolirebbe l’UE in questa fase cruciale nella quale è indispensabile alzare il tiro decisionale e migliorare il coordinamento politico in senso federalista, l’esatto contrario di qualsivoglia sovranismo. In una Unione indebolita anche l’Italia sarà inevitabilmente più debole sulla scena europea e mondiale, certamente meno sovrana.
Pubblicato il 10 dicembre 2025 su Domani