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Vittorio Sgarbi e dintorni. Il brutto affare delle cariche pubbliche e degli interessi privati @DomaniGiornale

Il liberalismo politico nasce per sostituire nelle decisioni di governo il potere delle risorse, in special modo economiche, con il potere del voto. Fu e rimane un obiettivo tanto ambizioso quanto difficile da conseguire, ma indispensabile per le democrazie e la loro qualità. Ci sono molti modi per fare politica in democrazia: per spirito di servizio e per passione, ma non è da sottovalutate l’ambizione. Ottenere e utilizzare le cariche politiche, di rappresentanza e ancor più di governo, per produrre miglioramenti nella società e nel sistema politico, avendo in ricompensa la rielezione, cariche più elevate, prestigio e riconoscimenti e, al punto più elevato, “entrare nella storia”. Gli ambiziosi che hanno queste motivazioni sono uomini e donne politiche delle quali i cittadini possono fidarsi. Preferiranno e perseguiranno interessi generali, pubblici anche se a scapito di loro eventuali interessi privati. Comunque, riterranno che loro interesse superiore non è l’arricchimento, ma il riconoscimento dell’operato al servizio del paese. L’affermarsi di queste persone in politica è la migliore garanzia della democrazia, non solo liberale, e al tempo stesso, uno degli esiti migliori del suo funzionamento.

In politica, nella politica democratica che è aperta a tutti, nei limiti delle loro capacità, desideri, obiettivi, entrano anche uomini e donne che mirano a proteggere e promuovere i loro interessi privati, le loro attività personali. Raramente, ma eccezionalmente, costoro sono i grandi ricchi. Infatti, sono loro che possono influenzare direttamente le decisioni e i decisori con il denaro e le loro reti di relazioni. Molto più spesso, invece, troviamo chi in qualche modo è riuscito a conquistare una carica elettiva e di governo per la sua popolarità, sull’onda dell’avversione per i politici di mestiere, esibendo qualche sua competenza specifica. Fino a che di sola rappresentanza si tratta, chi volesse perseguire suoi interessi personali dovrebbe convincere il suo partito e i relativi ministri e poi una maggioranza di parlamentari. Potremmo ritenere quell’interesse deleterio per il bene comune, ma se è stato premiato da procedure democratiche, trasparenza e votazioni, l’alternativa praticabile consiste nello sconfiggere la maggioranza in carica e costruire un governo diverso.

Potremmo anche criticare i partiti che reclutano parlamentari di quel tipo. Più grave è, in partenza, la situazione quando il reclutamento dei ministri, vice-ministri e sottosegretari viene effettuato senza tenere conto del potenziale conflitto d’interessi. Questo punto, ovvero che altri esponenti del governo Meloni si trovano in un conflitto d’interessi, è stato sostenuto dall’(”ex”?) Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi. La sua denuncia, molto tardiva, che andrebbe, comunque, verificata, non serve a cancellare il suo personale conflitto di interessi accertato dall’Antitrust. Non è una buona linea difensiva quella che si basa sulla semplice constatazione che, con i suoi scritti, le sue consulenze, le sue inaugurazioni di mostre e musei, tutto rigorosamente a pagamento, il Sottosegretario sta semplicemente continuando la sua (lucrosa) attività professionale. Al contrario, è una cospicua aggravante. Sarebbe sufficiente sottolineare l’alta probabilità che le sue attività private sottraggano tempo al suo compito pubblico che, ovviamente, dovrebbe essere preminente, esclusivo.

Se conflitto d’interessi significa specificamente uso della carica pubblica per obiettivi privati, allora il conflitto esiste, verticalmente. Potrebbe, meglio avrebbe potuto essere evitato se il Sottosegretario avesse con una nobile dichiarazione preventiva, rinunciato alle sue numerose attività professionali, che invece ostenta, per tutta la durata del suo mandato. Data la sua popolarità è certo che le avrebbe sicuramente recuperate con gli interessi, in seguito. Che un conflitto fra la carica pubblica e le attività professionali esista anche per altri uomini e donne di governo in Italia spetta stabilirlo alle varie autorità preposte a questo controllo. Più di un segnale sparso suggerisce che nell’assegnare le cariche di governo probabilmente la Presidente del Consiglio non ha prestato sufficiente attenzione alla tematica del conflitto di interessi. È ora di porre rimedio a situazioni deprecabili, dannose per la funzionalità del governo e la qualità della democrazia.

Pubblicato il 7 febbraio 2024 su Domani

Senza idee l’egemonia culturale è pura chimera @DomaniGiornale

Sbagliata l’impostazione sbagliata la prosecuzione, per capire cos’è l’egemonia culturale è indispensabile avere idee. In cultura nessuna egemonia, meno che mai connotata da un marchio politico: di sinistra, di destra, di centro, populista, sovranista, e, a maggior ragione, democratica, si acquisisce occupando posti. Certamente, grazie alle nomine e alle graziose, ma spesso, poi, anche esigenti, concessioni ad opera dei detentori, più o meno temporanei e voraci, del potere politico, è possibile avere spazi, occupare luoghi, ottenere cariche. Però, senza idee e senza persone portatrici di idee non ne (con)seguirà nessuna egemonia. La situazione non sarà pienamente definibile con le parole di Shakespeare, la cui personale “egemonia” culturale è enorme, “molto rumor per nulla” soltanto perché le prebende, i vantaggi materiali, la visibilità per un numero notevole di intellettuali e per molti settori dell’opinione pubblica (quasi sicuramente anche degli influencers e dei loro followers) è tutt’altro che nulla. Anzi, prebende, vantaggi, visibilità, soprattutto popolarità, aggiungerei, ma solo perché sono un intellettuale radical chic, effimera sono quasi tutto quello che, desiderandolo, riescono a concepire.

La reimpostazione del discorso deve, non soltanto a mio parere, ripartire dalla riflessione sull’esistenza di molteplici centri di attività culturale, dal pluralismo e dalla libertà di produzione, pubblicazione, diffusione delle idee, cioè, dalla democrazia. In questo contesto, oggi fortunatamente ancora aperto e differenziato, nonostante i preoccupati (e preoccupanti) cantori della crisi della democrazia, esiste una egemonia, spesso sfidata, ma molto resiliente: quella dei valori, soprattutto della libertà, variamente declinata in diritti civili, politici, persino (sic) sociali, del pluralismo e della competizione. In democrazia, pertanto, tutti i modi di fare cultura nelle arti, in musica, in letteratura, nel cinema possono essere praticati. Talvolta, qualche modalità risulterà più diffusa, più accettata, più apprezzata. Difficilmente sarà l’unica e continuerà a essere sfidata e messa in discussione. Se è cultura potrà anche vedere ridursi il suo ambito di influenza e successo, verrà superata in “popolarità”, ma avrà comunque acquisito un suo posto nella storia delle arti, della musica, della letteratura. Con enfasi retorica è opportuno e giusto affermare che le idee che hanno dato vita e innervato l’evoluzione della cultura non muoiono. Continuano a essere fonti di ispirazione, di imitazione, di apprendimenti. Le grandi scuole di cultura sono state fondate e guidate da persone di cultura che non dovevano la loro visibilità e la loro influenza a nessuno, meno che mai alla politica e ai politici, ma soltanto alla forza delle loro idee e delle loro capacità. Molto è cambiato, soprattutto nelle modalità di comunicazione e diffusione delle idee. Forse, persino in meglio. La scena culturale è ormai legata strettamente alla globalizzazione. Leggerei l’espressione “nessuno è profeta in patria”, in maniera all’altezza dei tempi. Fare cultura richiede la conoscenza, il confronto, la competizione su scala globale. Continueremo a vedere e capire le differenze fra conservatorismo e progressismo, fra processi culturali innovativi, fra idee che si espandono e si ritraggono. Potremo anche notare che alcune idee acquisiscono egemonia, quanto duratura o temporanea lo si valuterà dopo. Ma egemoni non saranno automaticamente e neppure frequentemente le idee di chi occupa cariche di vertice per nomina politica. Talvolta, proprio al contrario: egemoni saranno coloro che ha ottenuto quelle cariche come riconoscimento della “genialità” delle loro idee. Ripensare l’egemonia culturale è un impegnativo compito per i produttori di idee.

Pubblicato il 31 gennaio 2024 su Domani

Le virtù di Gigi Riva che dovremmo re imparare @DomaniGiornale

Giggirriva è stato un giocatore straordinario e un uomo ammirevole, di grandi, mai ostentate virtù. “I giocatori come Riva”, ha scritto Gianni Rivera che se intende, ”sono come i classici, avrebbe potuto giocare in qualsiasi epoca e sarebbe stato forte comunque”. Proprio così. In quello che, forse, è il suo appellativo più azzeccato, il giornalista sportivo Gianni Brera lo definì Rombo di tuono. Quel Rombo non è imitabile, ma fortunatamente rimane nelle registrazioni delle migliori radio e telecronache e in alcune bellissime, so che devo aggiungere “ingiallite”, fotografie. Nella mia mente di giovane spettatore è rimasta la foto memorabile e, qui piacevolmente e compiaciutamente, cedo alla retorica, sublime della rovesciata del 1970 in Vicenza-Cagliari. Inarrestabili i suoi scatti, inarrivabili i suoi colpi di testa, Riva fu molto di più che un’ala sinistra. Il torinista che è in me lo ha talvolta rivisto in Paolino Pulici. L’amante del calcio si chiede che cosa avrebbe fatto in una grande squadra quel giocatore che fece grande il Cagliari, che diede un contributo decisivo a quel prezioso scudetto, quel realizzatore che segnò 35 gol in 42 partite della Nazionale. Sono domande alle quali Riva avrebbe risposto con un mezzo sorriso, alle quali rispose nei fatti scegliendo Cagliari, decidendo di vivere la sua vita in Sardegna, senza nessun bisogno di luci della ribalta.

    Immagino e mi auguro che tutti coloro che hanno fatto sport, anche soltanto a livello dilettantistico, abbiano allora apprezzato e, forse, anche cercato di imitare alcune qualità della persona Riva di cui era portatore, senza cedimenti esibizionistici, e alle quali rimase sempre fedele nella sua storia professionale: onore, serietà, correttezza. Non l’ho mai visto fare falletti balordi e cattivi né trascendere in sceneggiate vittimiste quando, per fermarlo nelle sue impetuose scorribande, gli avversari ricorrevano ai falli, anche brutti e pericolosi. Gli spaccarono una gamba. Non si abbandonò mai a esultanze eccessive in scherno agli avversari che aveva superato con classe, abilità e potenza. Sardo di adozione, con quella scelta combinava il meglio dello stile sportivo (e non solo) inglese: fair play, che sopravvive a fatica. La riservatezza e lo stile ne scolpiscono l’umanità. Rendono persino lecito pensare che coloro che diventano e rimangono grandi nello sport sono debitori dei loro spesso insuperati successi non solo a qualità fisiche, ma anche, in special modo a qualità mentali e morali. Persone della mia età non fanno nessuna fatica a mostrarsi consapevolmente laudatores temporis acti. Tempi nei quali c’erano giocatori con i quali Riva ha giocato e può essere paragonato, almeno Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Non è solo nostalgia di adolescenza e giovinezza, ma la nostalgia, il ricordo doloroso di un tempo che fu, esiste eccome. Si tratta di ricordo per valori che c’erano anche nel calcio, insegnati, condivisi e alimentati da grandi allenatori che non li sacrificavano sugli altarini di più o meno immeritate vittorie strappate con qualche trucco, qualche furbata, qualche favore arbitrale. Con altri giocatori della sua epoca, Riva condivideva una visione che collegava le vittorie certo ambite all’impegno, al rischio, al sacrificio, alla lealtà. Sono virtù difficili. Sono anche tratti caratteriali che si possono imparare. Più probabile è impararli se qualcuno sa e vuole insegnarli, genitori, amici, colleghi. Forse non basteranno a creare dei vincenti, ma persone decenti, sì. Con quei valori Riva è stato vincente e più che decente. Non mi sembra che i numerosi apprezzamenti abbiano colto appieno entrambi gli elementi. So che lo ricorderò così (e lui ne sarà lieto).

Pubblicato il 24 gennaio 2024 su Domani

Le elezioni sono una cosa seria. I partiti puntino sul merito @DomaniGiornale

Condotto da più parti, dalla destra in maniera più agguerrita e diversificata, è in corso un attacco ad alcune regole formali e informali, ma anche sostanziali, che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il modo di fare politica in democrazia. Il primo versante dell’attacco riguarda le candidature per le elezioni europee e, in misura minore, per le elezioni regionali. Qualsiasi discorso sulle candidature europee deve sempre cominciare sottolineando, ad avvertimento dei lettori e degli elettori, che esiste incompatibilità fra la carica di parlamentare europeo e quelle di parlamentari e governanti nazionali. Dunque, eletti ed elette dovranno optare per una delle cariche e se optassero per rimanere in Italia l’inganno perpetrato ai danni di chi le ha votate dovrebbe essere subito stigmatizzato. A maggior ragione quando la candidatura europea fosse utilizzata, non solo come test di popolarità, ma come modo per conquistare voti: la tentazione di Meloni. Suggerirei anche di non rivangare candidature europee passate di leader nazionali di vari partiti, poi ovviamente rimasti in Italia. Sono tutti pessimi esempi. L’uso strumentale delle elezioni europee non è destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia, dei suoi europarlamentari e poi del suo Commissario proprio quando i prossimi cinque saranno densissimi di appuntamenti importanti e scelte decisive: riforma dei trattati e allargamento. Per l’appunto, il dibattito politico merita di centrarsi sulle posizioni e sulle proposte dei candidati e sulle loro competenze e capacità relative in special modo a quelle due grandi tematiche.

Anche nel caso delle elezioni regionali, è opportuno, nella misura del possibile, procedere alla valutazione delle prestazioni, il passato, e delle promesse/proposte delle (ri)candidature. Naturalmente, i Presidenti uscenti si presentano con un bilancio più facile da analizzare e da lodare/criticare delle proposte degli sfidanti. Già questa operazione di confronto sarebbe molto utile e offrirebbe agli elettori materiale in grado di consentire un voto meglio fondato e più consapevole. Invece, il discorso dei dirigenti di partito, soprattutto quelli facenti parte della coalizione di governo, sembra orientato verso due elementi. Primo, il riequilibrio che andrebbe a scapito della Lega e a favore di Fratelli d’Italia e, secondo, la ridefinizione del numero dei mandati consentibili.

   Sul primo punto, la questione non può non essere affidata ai rapporti di forza, ma risulterebbe molto più convincente e meno particolaristica se, come sopra, fossero utilizzati criteri che privilegiano le capacità di governo che i candidati poi vittoriosi saprebbero mettere all’opera per migliorare la vita degli elettori tutti. Qui entra in campo il criterio del buongoverno che, secondo alcuni, dovrebbe essere anteposto e prevalere sulla regola dei due mandati. Inevitabilmente, il dibattito si sposta sui nomi. In ballo non sembra essere Stefano Bonaccini, il Presidente della Regione Emilia- Romagna, in scadenza, forse pronto ad un fecondo passaggio al Parlamento europeo, quanto Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. La Lega non vuole rinunciare a quella Presidenza. Chiede quindi la possibilità di un terzo mandato per Luca Zaia con la motivazione che ha molto ben governato e che sarebbe un danno per i veneti se fosse costretto a lasciare. In subordine, ma difficile dire quanto, Zaia “rischia” di diventare uno sfidanti di Salvini per la guida della Lega.

La regola del due mandati per le cariche di sindaco e di Presidente di regione (a futura memoria anche per i capi dell’esecutivo nazionale, se eletti direttamente dal “popolo”) mira ad impedire incrostazioni di potere, al formarsi di reti di sostegno intorno all’eletto che lo favoriscano, ma anche che siano in grado di condizionarlo. Del terzo mandato (poi anche del quarto…) se ne potrebbe discutere, ma non in corso d’opera. Come e più che per le elezioni europee, adesso appare preferibile discutere dei contenuti e rimandare la riforma delle regole a bocce ferme. Meno opportunismo più rispetto delle regole vigenti producono una politica migliore.

Pubblicato il 17 gennaio 2024 su Domani

Le due leader non ingannino gli elettori @DomaniGiornale

Non è consentito essere contemporaneamente parlamentare nazionale e europarlamentare, Qualora un/a parlamentare nazionale, candidatasi al Parlamento europeo, venga eletta dovrà inevitabilmente optare per l’uno o l’altro parlamento. La candidatura di chi sa e addirittura dichiara preventivamente che, anche se eletta, non andrà al Parlamento europeo costituisce comunque una truffa agli elettori. Non può essere nascosta né sminuita sostenendo che la campagna elettorale offre la grande opportunità di parlare di Europa agli elettori senza nessun doveroso obbligo di accettare l’eventuale elezione. Infatti, è del tutto evidente che questa opportunità può essere sfruttata, a maggior ragione, anche dai segretari dei partiti, dai ministri e dal capo del governo, tutte persone informate dei fatti, dei malfatti e dei misfatti, anche senza che si presentino candidati a cariche che sanno (e dichiarano) di non andare a ricoprire.

   I mass media dovrebbero regolarmente informare l’e/lettorato quantomeno dell’esistenza di quella che è una insuperabile incompatibilità. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni giustifica la sua eventuale candidatura come capolista in tutt’e cinque le circoscrizioni come un servizio reso al partito che trarrebbe grande vantaggio dalla sua notevole capacità di conquistare voti. L’inganno cambia di qualità, ma rimane tale. La persona del leader prevale proprio per la sua capacità attrattiva di voti sul discorso concernente l’Unione Europea, il suo parlamento, il compito degli eletti/e. Non è ancora chiaro se e quanto il gruppo dirigente del Partito Democratico intenda fare pressione sulla sua segretaria Elly Schlein, peraltro, già europarlamentare per un mandato, affinché si candidi, anche lei in versione “specchietto per le allodole”, in almeno una circoscrizione. Per questa eventualità valgono, in misura appena inferiore, tutte le obiezioni rivolte alla candidatura Meloni.

Tuttora incerta e indecisa su come sfruttare le elezioni europee, nel frattempo Meloni sembra più che propensa a un confronto pubblico con la segretaria del PD la quale, naturalmente, non potrebbe permettersi il lusso di rifiutare. L’eventuale duello oratorio ha già trovato ben disposti, addirittura entusiasti sostenitori in alcune reti televisive e in alcuni giornalisti che, a vario titolo, vorrebbero esserne i moderatori. Qualcuno ha già provveduto a resuscitare un importante esempio di duello politico del passato: elezioni del marzo 1994, da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra parte Achille Occhetto. Quella competizione elettorale era chiaramente bipolare; la posta in gioco era altrettanto chiaramente Palazzo Chigi. Oggi, in questa fase, nell’attuale contesto partitico, quantomeno tripolare, non esiste nessuna delle due condizioni di fondo. Le elezioni politiche non sono certamente dietro l’angolo. La Presidenza del Consiglio è solidamente nelle mani dell’attuale occupante (il termine inglese incumbent è molto più pregnante).

Pertanto, il duello Meloni/Schlein, per quanto possa avere elementi politicamente interessanti, vedrebbe la componente spettacolare (l’insieme di postura, mimica, atteggiamenti, lessico, abbigliamento) che i mass media esalterebbero attraverso valutazioni e commenti che diventerebbero virali, prevalere sui contenuti politici. Non c’è nessun bisogno di alimentare la politica spettacolo (che fu molto contenuta nel duello Berlusconi/Occhetto). All’ordine del giorno sta non stabilire chi è la più brava oratrice del reame, ma chi ha le idee migliori da portare e esprimere nel parlamento europeo. I dirigenti dei partiti si confrontino in pubblico quando in gioco/in palio c’è una posta politica, non diseducativamente per vincere la sfida dell’audience e dello share. Non farne avanspettacolo, ma dare dignità alla politica, questo è il dovere delle leadership democratiche.  

Pubblicato il 10 gennaio 2024 su Domani

La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa @DomaniGiornale

Tutti i governi hanno la facoltà di criticare i loro predecessori per quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Meglio quando le critiche sono precise e documentate, senza eccessiva acrimonia, costruttive. A maggior ragione la facoltà di critica può, entro (in)certi limiti, essere esercitata da chi, come Giorgia Meloni e alcuni suoi ministri, è stato fermamente all’opposizione, coerentemente non facendosi coinvolgere in accordi sottobanco (ma neanche sopra).

   Tutti i governi hanno l’obbligo politico di rispondere al loro elettorato sforzandosi di attuare le loro promesse elettorali nella maniera più fedele possibile, pur tenendo conto che in un governo di coalizione ciascuno dei contraenti deve rinunciare a qualcosa. Trasformare le promesse elettorali in politiche pubbliche è comunque operazione difficile, per la quale non è consentito ridefinire bellamente quelle promesse. Mi limito ad un esempio. Se la promessa elettorale è “presidenzialismo” la riforma chiamata “premierato” non è affatto una semplice ridefinizione. È una violazione.

   Tutti i governi, in particolare quelli che criticano l’instabilità politica dei predecessori e vogliono dimostrare di essere migliori perché capaci di garantire stabilità politica, debbono sapere delineare un programma per l’intero mandato quinquennale. Quel programma quinquennale sarà tanto più credibile e più significativo se conterrà una visione complessiva del paese che verrà.

   Gravata da non poche posizioni ideologiche, sensibile a non poche pulsioni corporative, legata a alcuni elementi del passato suo e dei suoi numi tutelari di una destra priva di credenziali democratiche, pur avendo proceduto a qualche ridefinizione di posizioni non più sostenibili, Giorgia Meloni non è finora riuscita a formulare neppure a grandi linee la visione di Italia che vorrebbe costruire. Per di più ai suoi ministri manca l’esperienza e talvolta anche la competenza, non per supplire, ma per dare quei contributi parziali, relativi ai loro settori specifici, ma molto importanti per svolgere il compito in maniera positiva. Forse il silenzio sull’Europa, che non ho condiviso, nel discorso del Presidente della Repubblica, era inteso a non interferire sulla campagna per l’elezione dell’europarlamento, a non toccare prerogative dell’attività di governo. Però, il ruolo dell’Italia in Europa riguarda il “sistema paese” e il suo futuro, non soltanto l’attività del governo, di qualsiasi governo.

   Sul terreno europeo si trovano le sfide, le contraddizioni, le opportunità del governo di destra. Non basterà sostenere che bisogna sconfiggere l’attuale maggioranza Popolari, Liberali e Verdi, Socialisti e Democratici, escludendo questi ultimi e sostituendoli con i Conservatori e Riformisti del cui raggruppamento Meloni è la Presidente. Non basterà, ma sarebbe un gesto apprezzabile, di notevole rilievo, prendere le distanze da Santiago Abascal (il capo di Vox) e dall’ingombrante Victor Orbán (capo del governo ungherese e costruttore di una sedicente, contraddittoria democrazia “illiberale”). Ai polacchi ci ha già pensato la maggioranza degli elettori. Non basterà usare l’Europa come alibi per quello che il governo italiano ha assunto l’impegno di fare oppure come capro espiatorio di scelte e politiche che richiedano sacrifici. Bisognerà dire quale e quanta Europa: federale/confederale (“delle nazioni”)/sovranista (che traduco: à la carte), l’eventuale nuova maggioranza ricomprendente l’Italia di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli (e alleati) mira a costruire, con quali politiche sociali, economiche, culturali e civili preferibili a quelle che hanno comunque fatto di questa Unione Europea, lo ripeto, il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Quello spazio che i sovranisti mirano a restringere, e Meloni? Hic Bruxelles hic salta.

Europa più che una cartina di tornasole. Hic Bruxelles hic salta La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa

Pubblicato il 3 gennaio 2024 su Domani

L’ammuina di Meloni e le proposte da fare in UE @DomaniGiornale

“Non chiedetevi che cosa l’Unione Europea può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per l’Unione Europea”. Questa parafrasi di una delle più efficaci affermazioni contenute nel discorso inaugurale della Presidenza di John Kennedy non può evidentemente diventare patrimonio dei sovranisti, neppure dei più lungimiranti fra loro (no, non rispondo alla richiesta di precisazioni e approfondimenti). Può, tuttavia, oppure, proprio per questo, essere utilizzata per valutare e migliorare le posizioni prese dagli Stati-membri dell’Unione per quel che riguarda il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e il Patto di Stabilità e Crescita.

    Del primo, la possibilità per ciascuno Stato-membro di avere accesso a fondi europei in caso di necessità, non sono in discussione le clausole specifiche, che non è possibile cambiare, ma l’adesione dell’Italia, indispensabile a consentirne all’occorrenza a richiesta l’utilizzo a ciascuno e tutti gli altri Stati, dunque, anche Ungheria e Polonia, quando era sovranista. Benvenuto al governo guidato dall’europeista Donald Tusk che segnala l’esistenza di molti ottimi anticorpi nella democrazia polacca. Il Patto di Stabilità e Crescita ha molta più rilevanza per le politiche economiche e sociali degli Stati-membri nei prossimi cinque anni. Riguarda il tetto del debito pubblico da considerarsi accettabile e le modalità previste/formulate per un rientro più o meno graduale, e il deficit tollerabile, comunque da ridursi in particolare, ma non solo, per l’Italia.

   Non è chiaro se la Presidente del Consiglio italiano Meloni e il Ministro dell’Economia Giorgetti stiano concordemente utilizzando la ratifica del MES come strumento di pressione per ottenere migliori condizioni per il Patto di Stabilità. Già altri Stati-membri, in particolare i paesi del gruppo Visegrad, hanno proceduto di tanto in tanto ad applicare la strategia dello scambio, talvolta, con successo. Fa certamente parte del gioco agire, non troppo spesso, seguendo i dettami del “do ut des”. Forse, però, gli Stati-membri dell’Unione, non soltanto quelli economicamente più forti, nonostante le sue difficoltà attuali la Germania rimane nel club, ma anche quelli che definiamo più frugali, non gradiscono e non apprezzano queste “ammuine” se non vengono accompagnate da proposte alternative, migliorative, in special modo, credibili. La credibilità di queste proposte dipende in maniera significativa dalla loro provenienza, vale a dire se chi le fa ha un passato di impegni presi e rispettati, adempiuti, e dalla loro per qualità. Le proposte debbono anche, per tornare alla frase di apertura, avere di mira il miglioramento di tutta l’Unione Europea, contribuendo alla sua stabilità, alla sua crescita, ad una sua unificazione più stretta. Quest’ultimo, più ambizioso obiettivo certo non può essere il progetto dei sovranisti tranne di quelli che si stanno pentendo, pensando se e come fare outing nel momento più difficile e delicato ovvero nel corso della già iniziata campagna per l’elezione del Parlamento europeo.

    Le opposizioni italiane avrebbero l’opportunità di sfruttare la contingenza favorevole impegnandosi a chiarificare per gli elettori da raggiungere e conquistare quanto alcune proposte, condivisione e azione, contribuendo al buon funzionamento dell’Unione Europeo produrrebbero ricadute positive e rapide sui singoli. Sappiamo, però, che, a causa di molte sue insuperate ambiguità, il Movimento Cinque Stelle non è in grado di dare un contributo efficace a questa strategia. Giusto allora mettere in evidenza l’inconcludenza e la farraginosità della strategia governativa (e delle affermazioni, prese di distanza minimali di Forza Italia), ma impossibile non vedere la trave nell’occhio di una parte delle opposizioni. Una buona politica accetta la sfida e nella campagna elettorale darà il massimo per spiegare agli italiani che quel che vuole fare per l’Unione Europea, anche in termini di proposte operative, e come e quanto servirà a migliorare le condizioni di vita di tutti. Nel passato, spesso è stato proprio così.  

Pubblicato il 12 dicembre 2023 su Domani

La fantasiosa riforma di Meloni. Il suo Premierato è inesistente @DomaniGiornale

Premierato inesistente. Il disegno di legge costituzionale per “l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri” mira a conseguire tre obiettivi: dare stabilità ai governi, conferire maggiore potere ai cittadini elettori, impedire la formazione di governi tecnici più o meno conseguenza di “ribaltoni”. Produrrebbe una inusitata forma di governo denominata “premierato”, oggi non esistente da nessuna parte al mondo (solo Israele la ha implementata, tre volte 1996, 1999, 2001 [E. Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino (a cura di), Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181] poi debitamente abbandonata. Chiaro che gli italiani potrebbero anche innovare, ma che nel mondo delle democrazie, in particolare di quelle parlamentari, nessuna sia andata in quella direzione, qualcosa vorrà pur dire. Proseguire senza punti di riferimento implica anche affrontare inconvenienti e ostacoli imprevedibili dai quali sarebbe preferibile che il sistema politico italiano si tenesse lontano.

   Comunque, nessun premierato stava come proposta di riforma costituzionale nel programma elettorale di Fratelli d’Italia. Vi si trova, invece, il presidenzialismo, non meglio precisato, come non lo era quello proposto dal Movimento Sociale Italiano e da Giorgio Almirante, ma sicuramente inteso come strumento contro i partiti. Peraltro, in alcune dichiarazioni precedenti Giorgia Meloni si era personalmente espressa a favore del semi-presidenzialismo francese che, a sua volta, è alquanto diverso dal presidenzialismo USA (o latino-americano). L’obiettivo meloniano è totalmente ideologico. A prescindere da qualsiasi considerazione istituzionale, tecnica, di fattibilità, di funzionalità, Giorgia Meloni fermamente vuole l’elezione diretta del capo dell’esecutivo. Il resto si vedrà. Sottolineo qui che l’idea che le forme di governo a noi note e praticate rispondano a logiche costituzionali e politiche differenti e cogenti non sembra essersi ancora affermata fra commentatrici/tori, parlamentari e, talvolta, neppure fra i docenti di diritto.

Un punto, però, è chiarissimo: il capo dell’esecutivo dovrà essere eletto dal popolo. Quel che manca salta subito agli occhi. Non c’è nessuna indicazione delle modalità con le quali svolgere quelle elezioni. Se ne può dedurre che verrà dichiarato/a eletto/a il candidato/a che ha ottenuto il più alto numero di voti che potrebbero anche essere meno, molti meno della maggioranza assoluta. Ma è molto probabile che la Corte Costituzionale richieda l’indicazione tassativa di una soglia percentuale minima. Nei presidenzialismi latino americani e delle Filippine, nei semipresidenzialismi dalla Francia a Taiwan, da molti Stati africani ex-colonie francesi, pour cause, in non pochi sistemi politici ex-comunisti (Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ucraina) dell’Europa centro-orientale, quando nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta si passa al ballottaggio fra i primi due piazzati cosicché il vincente è sempre eletto dalla maggioranza dai votanti. Per l’avversione al ballottaggio espressa dal centro-destra, il vincente in Italia potrebbe essere scelto da una minoranza dei votanti. Comunque, alla coalizione a suo sostegno verrà attribuito il 55 per cento dei seggi, non è specificato, ma è ipotizzabile, in entrambi i rami del Parlamento.

Premierato dimezzato. Formalmente, l’eletto continuerà a essere “nominato” dal Presidente della Repubblica, ma sostanzialmente il Presidente si sentirà/sarà obbligato a nominare chi ha vinto. Quindi, non potrà esercitare nessun potere di scelta in nessuna imprevedibile circostanza. In flagrante contraddizione con la sua “elezione popolare diretta”, il Presidente del Consiglio potrà essere sostituito in Parlamento da un parlamentare, non da un “tecnico” (termine con il quale spesso ci si riferisce ad un non-parlamentare dotato di competenze), della sua stessa maggioranza, con il Presidente della Repubblica nuovamente obbligato a ratificarne l’assunzione della carica. Questo non direttamente non popolarmente eletto potrà a suo piacimento chiedere in qualsiasi momento lo scioglimento del Parlamento al quale il Presidente della Repubblica non avrà modo di opporsi, neppure volesse e riuscisse ad argomentare che una sua esplorazione scoprirebbe l’esistenza di una maggioranza anche solo leggermente diversa, ma operativa. Il premierato Italian-style distrugge la flessibilità/adattabilità che è probabilmente il pregio più significativo delle forme di governo parlamentare che risolvono i conflitti e superano le tensioni dentro il Parlamento senza procedere a più o meno frequenti e dispendiosi richiami dell’elettorato alle urne in situazioni spesso confuse talvolta rischiose.

Ad ogni buon conto, la sostituzione in Parlamento del Presidente del Consiglio cozza non soltanto con l’asserita volontà di avere un Presidente del Consiglio eletto dal popolo, presidio di stabilità governativa e quindi messo in condizione di esercitare le sue capacità decisionali, ma anche con l’obiettivo di dare vita a governi di legislatura. Inoltre, il subentrante all’eletto dal popolo, da un lato, godrà di minore legittimità, all’altro, sarà naturalmente debitore della carica ai leader dei partiti della maggioranza parlamentare che lo ha espresso e che deciderà come, quando e quanto sostenerlo. Spesso, sarà prodromo dello scioglimento anticipato del Parlamento, forse diventando anche il leader della coalizione e il candidato alla Presidenza del Consiglio con notevole vantaggio di visibilità. Non tanto incidentalmente, è immaginabile, comunque essenziale, che nell’iter della discussione del disegno di legge costituzionale, si affronti anche il tema del sistema elettorale da utilizzare per il Parlamento.

Premierato rampante. Da ultimo, il ddl abolisce i senatori a vita nominati dai Presidenti, ma mantiene come Senatori a vita gli ex-Presidenti della Repubblica, attualmente nessuno. Se è giusto sostenere che la rappresentanza politica in democrazia deve essere elettiva (magari facendo qualche riflessione sulla Camera dei Lords, nessuno dei cui componenti, in parte ereditari in parte nominati dal Primo ministro e ratificati dal Re, è eletto dal popolo britannico), allora coerentemente neppure gli ex-Presidenti della Repubblica dovrebbero diventare senatori a vita.

   Che brutto contentino per il Presidente della Repubblica che sarà privato, come in sequenza, ma senza particolare originalità (dal canto mio lo misi in evidenza in un articolo pubblicato su questo giornale il 1 novembre), hanno notato sia Gianni Letta sia Giuliano Amato, persone informate dei fatti e dei misfatti, dei due poteri significativi e qualificanti, lo ripeto: nomina del Presidente del Consiglio (e su proposta di questo i ministri) e scioglimento o no del Parlamento. Sono questi i poteri che hanno fatto del Presidente della Repubblica italiana un attore istituzionale capace di essere freno e contrappeso a eccessi, errori, esasperazioni di non pochi governi e governanti italiani.

    Fin dall’inizio costituzionalmente rappresentante dell’unità nazionale e riequilibratore del sistema politico, il Presidente della Repubblica verrà ridotto a figura cerimoniale e confinato al ruolo di predicatore disarmato e di tagliatore di nastri. Dal canto suo, il Presidente del Consiglio, legittimato dall’elezione popolare diretta, non vede meglio definiti e accresciuti i suoi poteri, mentre il subentrante sarà al massimo il postino della maggioranza. Molto rumor per nulla? No, l’esito prevedibile si configura come anticamera di tensioni soltanto in parte imprevedibili e premessa, più o meno consapevole e deliberata, di accentuate pulsioni populiste e di confusa deriva simil-autoritaria. Già, perché sull’onda del suo consenso diretto e popolare, il Presidente del Consiglio che non ottenesse presto e subito quel che vuole si sentirebbe frustrato e, in maniera rampante, procederebbe a forzature. Ma, di questo, un’altra volta un altro articolo.

Pubblicato il 11 dicembre 2023 su Domani

Le ossessioni di Crosetto e le lezioni di Montesquieu @DomaniGiornale

 “Fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni” è il progetto che il Ministro Guido Crosetto attribuisce a una corrente della magistratura italiana. Di più, “l’opposizione giudiziaria”, “fazione antagonista da sempre …, ha sempre affossato i governi di centro-destra”. Le parole di Crosetto, da lui stesso poi derubricate a ”preoccupazione”, riflettono, di sicuro non intenzionalmente, la situazione di separazione dei poteri e di competizione fra le istituzioni che sta a fondamento delle democrazie. Se non tutto, molto comincia proprio quando un alto magistrato, Charles Louis de Secondat barone de la Prède, noto come Montesquieu, nel 1748 pubblica Lo spirito delle leggi. Al sovrano che cumula potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario, è imperativo, per ragioni di efficienza e di equità, strappare/togliere il potere di fare le leggi e il potere di decidere le controversie. Debbono nascere nuove istituzioni specializzate e preparate in grado di esercitare con ampia autonomia quei poteri.

   Fin dall’inizio di quella che è stato il lungo tragitto che portò alla democrazia il potere giudiziario si è programmaticamente contrapposto al potere esecutivo e, naturalmente, viceversa. Un po’ dappertutto, in misure certamente diverse, il potere esecutivo è insofferente dei controlli che il potere giudiziario ha il compito istituzionale di svolgere e attuare cosicché nella misura del possibile, qualche volta forzando le leggi esistenti, il potere esecutivo cerca di sfuggire. Di frequente annuncia e attua “riforme della giustizia”, nuove modalità di valutazione dell’operato dei giudici, (ri)definizione delle carriere e dei poteri. In questa versione, secondo alcuni acuti studiosi USA, le istituzioni non sono soltanto separate, ma risultano in costante competizione fra di loro. Il rischio grande non è e finora non è stato quello di un golpe del giudiziario che rovesci il potere esecutivo (ma attendo volentieri replica e esempi di Crosetto). Al contrario, vi sono stati (capi di) esecutivi che hanno contrastato l’applicazione delle leggi ad opera del giudiziario, sono intervenuti contro l’istituzione violandone l’autonomia, hanno sfidato le leggi. Gli Stati Uniti da Nixon a Trump offrono esempi molto rilevanti. Ma anche in alcune democrazie europee, la rule of law, noi diremmo lo Stato di diritto, che non è il governo dei giudici, ma delle leggi a partire dalla Costituzione, la “legge deIle leggi”, viene sfidata, violata, ridimensionata dai detentori del potere esecutivo, nell’ordine, in Ungheria e in Polonia.

   Non stupisce, quindi, che sia un Ministro a sollevare neanche troppo obliquamente la questione di parte dei magistrati che fanno politica. Certo, quei magistrati vigilano doverosamente su una pluralità di situazioni e di comportamenti impropri: dal conflitto di interessi agli abusi di potere, dall’utilizzo di fonti improprie al cumulo di cariche. Nulla di tutto questo può essere caratterizzato come un complotto. Tutto o quasi può essere affrontato e risolto con riferimento alla Costituzione e alle leggi vigenti. l potenti che ricorrono all’intimidazione preventiva nei confronti dei giornalisti che sollevano coltri di omertà e dei magistrati che hanno l’obbligo di attivarsi ogniqualvolta si palesa e esiste una notizia di reato stanno semplicemente dimostrando che la democrazia è un sistema di freni e di contrappesi. Il ministro e l’uomo Crosetto hanno le spalle abbastanza larghe e forti da contrastare politicamente a viso aperto con il ricorso alle leggi di questo paese e, se necessario, alla Corte di Giustizia Europea, qualsiasi violazione, comportamento scorretto, sentenza particolaristica. Anzitutto, mettendo ordine in casa propria.     

Pubblicato il 29 novembre 2023 su Domani

Il patriarcato non è l’unico colpevole dei femminicidi @DomaniGiornale

Il patriarcato ha le sue, anche molte, colpe, ma è sbagliato usarlo come se fosse la “madre” esclusiva di tutti i tragici intollerabili fenomeni di femminicidio, in Italia e altrove. Analizzati a fondo, gli oramai moltissimi casi di femminicidio prodottisi in Italia negli ultimi anni rivelerebbero motivazioni differenti, tutte da prendere in serissima considerazione, molte delle quali hanno poco o nulla a che vedere con il patriarcato inteso come “dominio naturale dell’uomo sulla donna” (degli uomini sulle donne). Se, comunque, il fattore preponderante fosse davvero e unicamente il patriarcato, probabilmente la soluzione non potrebbe essere né soltanto né principalmente quella di impartire ai bambini/e lezioni di “affettività”. Più efficace sarebbe applicare la Convenzione di Istanbul che investe tanto il livello educativo scolastico quanto tutta la sfera socioculturale e, in special modo, la correttezza del linguaggio nella informazione.

   Certo, una società “affettuosa” potrebbe riuscire a contenere, ridurre, fino quasi ad eliminare la violenza degli uomini sulle donne, ma la persistenza del patriarcato continuerebbe a fornire agli uomini la giustificazione che la loro pratica di violenza contro le donne è anche segno di “affetto”: insegnare a quelle donne ciò che debbono fare anche nel loro stesso interesse. Sappiamo che questo ragionamento giustificazionista è piuttosto contorto, ma siamo altrettanto consapevoli che è diffuso e in non pochi luoghi, condiviso e accettato. Rimproveri, scappellotti, punizioni dei più vari tipi servono, anzi sono indispensabili per mettere chi sgarra sulla buona strada. Sono anche segno di (malposto) affetto, provenienti da chi dice e pensa di volere bene e volere fare del bene. Alcune religioni non hanno dubbi: le donne sono esseri inferiori agli uomini, nate per servirlo, consentitemi qualche esagerazione, perinde ac cadaver.

In Italia, salvo qualche eccezione, siamo da tempo oltre questa deplorevole visione del mondo e dei rapporti uomo/donna. Rimangono, temo, alcune sacche di pregiudizi gravi che si nascondono e tentano di riprodursi. Cercando una spiegazione complessiva bisogna, suggerirei, affrontare la tematica dei femminicidi paragonando i differenti paesi, mettendoli in ordine di gravità del fenomeno. La classifica dovrebbe andare dai paesi nei quali la percentuale dei femminicidi è più bassa a quelli nei quali raggiunge i vertici. La mia ipotesi è che la variabile interpretativa più possente e convincente è quella della diseguaglianza.

   Paesi diseguali in termini di risorse, di istruzione, di cultura, di status, di trattamento delle persone hanno un tasso di femminicidi nettamente superiore a quello dei paesi meno diseguali. Laddove ciascuno si impegna e opera per trattare gli altri/le altre come se stesso la violenza non ha spazio, non è il modo con il quale si risolvono i conflitti interpersonali compresi naturalmente quelli fra uomini e donne. Il riconoscimento della pari dignità, del pari valore, delle pari opportunità di scelta e di attività significa che nessuno prevale sugli altri/e, che nessuno impone la sua volontà, meno che mai, con la violenza, che nessuno ha diritto a privilegi, esenzioni, ossequi. Sono le società egualitarie in questo senso, il senso del rispetto di tutti verso tutte, quelle che possono e riescono a contenere fino a sostanzialmente bandire la violenza interpersonale. Non è necessario volersi bene, provare affetto reciproco, che può trasformarsi in dolorosa delusione, per costruire una società non violenta. Invece, è essenziale riconoscere pari dignità a tutti, rispettandone le scelte di vita che non intralcino quelle altrui. Le diseguaglianze, a cominciare da quelle attinenti al potere, tutt’altro che solamente politico, creano le premesse della violenza, a partire da quella degli uomini, soprattutto quando gli uomini temono di perdere il ”loro” potere, e la perpetuano. Società meno diseguali sono possibili, perseguibili, conseguibili, meglio vivibili. Altre soluzioni mielose rischiano di essere non soltanto prive di validità, ma controproducenti.

Pubblicato il 22 novembre 2022 su Domani