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Il plebiscito è più di una truffa @DomaniGiornale

Qualcuno fra gli uomini e le donne in politica ha pensato che fare politica possa essere, sia anche, più di tutto, svolgere un’opera pedagogica: insegnare ai concittadini di tutte le generazioni come stare insieme perseguendo il bene comune, della patria e più. Questo bene non esiste a priori, ma viene definito sulla base dell’aggregazione delle preferenze che gli elettori e le elettrici esprimono di volta in volta anche come risposta all’offerta di programmi e scelte che i candidati e i partiti formulano per ottenere quei voti. Qui si innesta il circuito della accountability, cruciale, e intraducibile, espressione anglosassone: assunzione di responsabilità, in primis dei rappresentanti eletti e dei governanti. Quanto ai cittadini, al popolo che ha votato si renderà conto di non avere affatto sempre ragione, ma di avere sbagliato. Ne capirà le ragioni. Cambierà comportamento elettorale, dando una lezione a coloro che hanno attuato male, se non addirittura, tradito, più o meno consapevolmente, le loro promesse.

   Candidarsi ad una carica che già si sa che non si andrà ricoprire non è solo un inganno degli elettori (e non vale dire che gli elettori, comunque, mai tutti, già lo sanno). Soprattutto è una violazione del principio di responsabilità. Questi eletti e elette non risponderanno mai delle loro promesse. Non avranno nessun interesse a tenere i rapporti con il “loro” elettorato, meno che mai intraprenderanno un’attività pedagogica che risulterebbe profittevole anche per una migliore conoscenza della società in cui vivono, che vogliono rappresentare e governare. Ancora peggio, poi, quando il voto viene chiesto sulla propria persona. Non è un referendum. Tecnicamente, e le parole hanno un senso, è un plebiscito.

    Questa forma di consenso personalizzato all’estremo caratterizza la politica nei regimi autoritari. Nel rapporto elettorato (popolo) e leader (capo) è tipica di quasi tutti i regimi autoritari che abbiamo conosciuto, e conosceremo. Qualche volta il plebiscito è il modo con il quale il capo autoritario rafforza il suo potere, ma può anche perderlo. Augusto Pinochet, Cile 1988, docet. Qualche volta apre la strada all’autoritarismo, in seguito consolidato con procedure e pratiche istituzionali giustificate con esigenze di stabilità e efficacia che si ritiene, erroneamente, senza adeguata evidenza, non siano esaudibili dalle democrazie realmente esistenti, poco o nulla “decidenti”. Naturalmente, nessun plebiscito consente scambi di opinioni e offre la possibilità di apprendimento e di miglioramento della politica. Tutti i plebisciti, nelle loro limitate varianti, si configurano come il massimo di delega. Il leader che sostiene che ascolterà il popolo e ne attuerà le preferenze quasi avesse il dono, la grazia (carisma), di capirle in assenza di modalità di trasmissione oltre e altre rispetto al voto di investitura, e il popolo che, affidandosi alla persona plebiscitanda, butta alle ortiche qualsiasi sua responsabilità.

   Fuga dalla libertà scrisse il grande psicologo sociale Erich Fromm con riferimento ai comportamenti dei tedeschi che aprirono la strada al Führer negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Poiché in qua e in là nel mondo, ma anche in Europa, si manifestano spinte e tendenze di questo genere, sarebbe opportuno non sottovalutarle come elementi folcloristici, ma metterle in evidenza e farne risaltare le possibili conseguenze di riduzionismo della complessità della politica e di erosione non soltanto della qualità complessiva della democrazia, ma di alcune sue componenti essenziali, a cominciare dall’accountability, dalla responsabilizzazione dei governanti-rappresentanti e della cittadinanza, troppo spesso definita positivamente società civile. Si potrebbe cominciare con una narrazione appropriata di quello che sono e potrebbero essere per la democrazia italiana (e non solo) le elezioni del Parlamento europeo.

Pubblicato il 1° maggio 2024 su Domani

I grandi temi UE cancellati dalle beghe di Bari @DomaniGiornale

A meno di due mesi dalle elezioni per il Parlamento europeo, il dibattito politico e culturale italiano ruota per lo più intorno a alcune logore tematiche di assoluto provincialismo. Riemerge sotto mutate, un po’ farsesche, spoglie la questione morale sulla quale Bari e Torino infliggono/infliggerebbero un colpo decisivo (?) alla superiorità morale della sinistra. Ma la questione morale in politica non è mai stata unicamente pensabile come “non rubare”. Attiene alle modalità di rapporti fra politica e società; al nepotismo (amichettismo?); al controllo vizioso e alla manipolazione delle fonti e dei mezzi di informazione; al maltrattamento in più forme dei cittadini ad opera del potere politico, non solo di governo. Se no, non è questione morale. Semplicemente è questione giudiziaria. Nella misura in cui la questione giudiziaria riguarda la politica e i politici, l’eventuale superiorità sta nella rapidità e nella limpidità della risposta. Nessuna accettazione di comportamenti al limite; nessun rinvio alle calende greche. Passi indietro o di fianco e sospensioni dall’attività istituzionale e politica. Nessun garantismo peloso.

A porre fine all’egemonia culturale della sinistra stanno cooperando in molti i cui meriti culturali pregressi francamente mi sfuggono e i cui obiettivi culturali mi paiono confusi, anche perché la mia concezione di cultura è assolutamente poco nazional-patriottica (ahi, dovevo forse scrivere “nazional-popolare” e citare quel monumento di egemonia della sinistra che è il Festival della canzone italiana di Sanremo?). Non vedo, peraltro, l’irresistibile ascesa della cultura di destra nonostante la promozione di alcuni dei suoi pochi rappresentanti a ospiti frequenti dei talk show da mane a sera. Sfondamenti culturali di destra non ne sono stati fatti; prestigiosi premi internazionali non ne sono stati vinti. Non ho finora neanche visto un serio confronto culturale fra gli esponenti dell’egemonia tristemente declinante e quelli dell’egemonia ascendente, arrembante. Se con cultura intendiamo, come dovremmo, anche tutto quanto attiene alla vita e alla morte, temo l’ascesa di una cultura che nega qualsiasi libertà di scelta. Deleteria sarebbe qualsiasi egemonia “culturale” religiosa. Preoccupanti sono gli “intellettuali” di sinistra che per mostrarsi superiori lodano parole e scelte dei papi di turno. Talvolta, sembra che sia venuta meno non tanto l’egemonia, ma la fede (oops, fiducia) nella ragione.

Risollevare il dibattito e metterlo su binari culturali e politici produttivi è possibile aprendo gli occhi e le orecchie a quel che si discute e si decide nell’Unione Europea, non derubricando come non vincolante il voto a larga maggioranza per l’inserimento dell’interruzione della gravidanza nella Carta dei diritti dell’UE, ma confrontandovisi. C’è un tempo per le polemichette di parrocchia e un tempo per i dibattiti e le scelte che riguardano più di 400 milioni di abitanti nell’Unione Europea. Il tempo è quello della campagna per l’elezione del Parlamento europeo, l’istituzione che rappresenta con crescente efficacia le nostre preferenze e i nostri interessi, ma anche le nostre aspettative e i nostri valori. Farvisi eleggere con l’obiettivo di limitarne i poteri e ridurne le competenze è operazione sovranista, legittima, ma deliberatamente non “europeista”. Poiché le idee e anche i valori camminano sulle gambe degli uomini e, anche (!), delle donne, è giusto che le candidature, esperienza, competenza, opportunità, siano oggetto di discussione. Non debbono, però, impedire o addirittura cancellare il confronto su quale Europa vorremmo nei prossimi cinque importantissimi anni. La mia sintesi è semplicissima: una Europa luogo di diritti e di democrazia, di diversità e di accoglienza, capace di difendersi. Sono sicuro che gli ex-egemoni e gli aspiranti egemoni declineranno splendide risposte europee, politiche e culturali, alle sfide che incombono. Il tempo è questo.

Pubblicato il 17 aprile 2024 su Domani

Le democrazie sono più resilienti di quanto si racconta @DomaniGiornale

Tra il fintamente rattristato e il gongolante compiacimento –l’avevano detto loro, da tempo—molti commentatori e non pochi studiosi continuano ad affermare che la democrazia è in crisi. I regimi autoritari, militari, non-democratici sono più numerosi di quelli democratici; la popolazione del mondo che vive in democrazia/e è percentualmente inferiore a quella oppressa dalla mancanza di democrazia. Da tempo, dovremmo mettere in discussione queste interpretazioni, cominciando con una precisazione concettuale della massima importanza. Un conto è la crisi della democrazia in quanto quadro di diritti, regole e istituzioni. Un conto molto molto diverso sono le difficoltà, gli inconvenienti, i problemi di funzionamento delle democrazie realmente esistenti.

    Dappertutto nel mondo le opposizioni/gli oppositori dei regimi non-democratici li sfidano proprio in nome della democrazia nella sua versione occidentale da tempo diventata universale e alla quale nessuno ha saputo elaborare visioni alternative. Quanto alle democrazie realmente esistenti non c’è dubbio che sempre incontrino difficoltà nel loro funzionamento, scoprano inconvenienti, debbano risolvere problemi, siano “imperfette” (flawed nel lessico del Democracy Index dell’autorevole, ma nient’affatto impeccabile, rapporto dell“Economist”). Proprio da quel rapporto è facile vedere alcune tendenze che servono a meglio comprendere le dinamiche della/e democrazia/e negli ultimi vent’anni circa. Nessuno dei venticinque paesi considerati democrazie senza pecche e senza falle è retrocesso. Nessuno ha perso la sua democrazia. Un solo paese è caduto fra le non-democrazie: il Venezuela. Con tutte le riserve che giustamente nutriamo sull’Ungheria di Orbán, il Democracy Index la colloca al 50esimo posto fra i regimi ancora democratici per quanto piuttosto fallati.

Troppi commentatori senza studi e senza fantasia ripetono che la/e democrazia/e sono regimi fragili e le contrappongono agli autoritarismi che, invece, sarebbero solidi. Non è così. Le democrazie sono regimi complessi e flessibili. Gli autoritarismi sono relativamente semplici, basati sul potere personale del leader, su un partito, su un’organizzazione militare, e rigidi. Cadono, ma sono sostituibili da altri assetti basati su una diversa struttura senza nessuna democratizzazione. La complessità delle democrazie significa che più elementi possono cambiare e che il pluralismo implica la possibilità di apprendimento. Le procedure che più si prestano ad imparare e a dare lezioni sono quelle elettorali, nelle quali, persino se in qualche modo manipolate, il “popolo”, i cittadini hanno la possibilità di esprimere le loro preferenze.

   Difficile dire se quanto fatto dall’opposizione russa in termini di denuncia della non-libertà delle elezioni presidenziali abbia raggiunto e sensibilizzato settori consistenti dell’opinione pubblica. Qualche tempo prima il governo polacco di centro-destra aveva perso le elezioni. A sua volta, l’opposizione turca al Presidente Erdogan ha qualche giorno fa vinto le elezioni municipali in buona, forse maggioritaria, parte del paese, ponendo le premesse per una possibile vittoria su scala nazionale. In Senegal le elezioni presidenziali sono state vinte dal candidato dell’opposizione democratica. Insomma, i segnali democratici, pure nel tempo buio di questo mondo, si moltiplicano. Dovrebbero essere valorizzati sia sperando nel contagio democratico, possibile in Africa, sia favorendo effetti di imitazione, quel che è stato possibile in Polonia può diventarlo in Ungheria, dove, fra l’altro, il sindaco di Budapest già è un esponente dell’opposizione al partito di governo.

Talvolta, anche le democrazie subiscono la sfida dei tempi e delle intemperie politiche, sociali, internazionali. Tuttavia, i loro assetti istituzionali, le loro regole e procedure elettorali, la possibilità di competizione politica consentono di evitare il degrado e di sfuggire al collasso. Possono temporaneamente perdere in qualità, ma rimangono in grado di rimbalzare. Altri esempi seguiranno.    

Pubblicato il 3 aprile 2024 su Domani

Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.

La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.

Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?

Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani

Non basta allargare il campo e bisogna allungare lo sguardo @DomaniGiornale

Nel valutare l’esito di una qualsiasi elezione bisogna sempre tenere conto di una pluralità di elementi. La natura di quella coalizione è soltanto uno di quegli elementi. In Sardegna esiste il voto disgiunto: per il/la Presidente e per un partito diverso (ha premiato, per molte buone ragioni, Alessandra Todde). In Abruzzo il candidato del centro-destra era il Presidente in carica, l’incumbent. In Sardegna, il centro-destra ha candidato un sindaco non molto apprezzato in sostituzione del Presidente uscente non ritenuto all’altezza. In una competizione bipolare le candidature contano, eccome. Possono essere decisive. Proprio per questo è opportuno curarsi anche delle modalità con cui verranno scelte in Basilicata e in Piemonte. A livello nazionale è (quasi) tutta un’altra storia, ma rimane raccomandabile scegliere bene le candidature parlamentari.

   Certo, riuscire a costruire una coalizione “larga”, “giusta” e “coesa” può essere decisivo, magari offrendo agli elettori una spiegazione convincente e trascinante, talvolta coinvolgendoli (che fine hanno fatto le primarie previste nello Statuto del PD?) e, soprattutto, trovando originali priorità programmatiche. Mettere insieme le sparse membra dei progressisti-(non trovo termine migliore, comunque, dovranno essere i “centristi” a decidere dove andare-, è tanto difficile quanto indispensabile se si vuole tornare a vincere. L’Abruzzo non è né la Sardegna né l’Ohio (che ho visitato tre volte e dove non c’è nessuna necessità di fare coalizioni). Non è, con tutto il rispetto, neppure l’Italia. Non c’è una lezione specifica da trarre dall’esito elettorale. Le riflessioni politiche debbono basarsi su un dato strutturale noto e su uno ignoto e su alcuni elementi congiunturali.

   Il dato strutturale noto è che il centro-destra è da trent’anni una coalizione più o meno larga e coesa e che i suoi dirigenti conoscono le rispettive ambizioni e preferenze, riuscendo quasi sempre a renderle compatibili. Il dato ignoto è quanto i dirigenti dei progressisti siano disposti a sacrificare delle loro ambizioni personali e politiche per l’obiettivo (mi auguro) comune: sconfiggere il centro-destra. Dalle loro dannose divisioni del passato non sembrano avere ancora imparato abbastanza. Però, esiste più di una probabilità che, facendo di volta in volta coalizioni, costruendo un campo, non mi mancano gli aggettivi, ma preferisco decente, riescano a trovare una pluralità di punti d’accordo e a mettere in secondo piano i punti di disaccordo.

   Sembra molto più facile, oggi, procedere sulla strada degli accordi locali che di un grande accordo nazionale. A livello locale, poi, quegli accordi dovrebbero portare anche a ridurre le distanze fra gli elettori cosicché si uscirebbe dalla brutta e dannosa spirale centrifuga: perdere, da una parte, elettori relativamente più moderati, dall’altra parte, elettori più progressisti. Tutto quello che costruisco qui con il mio fidato e affidabile computer va costruito sul campo, senza aggettivi, dai dirigenti, degli attivisti, dai candidati/e. Entrano in gioco i dati che ho definito congiunturali. Il primo, forse il più importante, è quello della legge elettorale con la quale si voterà prossimamente (considero fortemente inadeguata e distorcente la legge attualmente in vigore). Un buon sistema elettorale proporzionale, ad esempio, quello tedesco, non richiede, ma non scoraggia, le coalizioni. Il maggioritario francese a doppio turno le rende indispensabili. Il secondo, imprevedibile, dato congiunturale riguarda quali saranno i temi salienti in occasione delle elezioni politiche. Però, è facile ipotizzare che come stare nell’Unione Europea e come porsi di fronte alle guerre rimarranno temi ineludibili. Non è immaginabile una coalizione che si candidi a governare l’Italia se non ha raggiunto una posizione condivisa su entrambi i temi.

Pubblicato il 13 marzo 2024 su Domani

I governi autoritari e la stampa di regime @DomaniGiornale

“Toccasse a me decidere se dovessimo avere un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiterei un attimo a preferire la seconda [opzione]”. Uomo bianco, colto, proprietario di schiavi e amante di una schiava, il principale autore della dichiarazione d’indipendenza e presidente degli USA (1801-1809), Thomas Jefferson era, utilizzando termini contemporanei, un liberale (anglosassone) progressista. Anche se l’alternativa da lui posta può apparire estrema, è indubitabile che i giornali contribuiscono alla formazione di un’opinione pubblica e che i governi temono l’esistenza di un’opinione pubblica liberamente formata. E non è possibile sottacere che, nella misura in cui è loro possibile, i governanti autoritari sopprimono i giornali che fanno informazione, eliminano i giornalisti e si costruiscono quella che si suole chiamare “stampa di regime”.

Naturalmente e per fortuna, nelle democrazie non si arriva mai a questo esito che le asfissierebbe, ma è innegabile che in molte democrazie il conflitto fra governanti e mass media è sempre presente, più che una possibilità, una costante, talvolta pericolosa. Non si perviene alla stampa di regime, ma sicuramente esistono e spesso prosperano giornalisti (anche alla radio e nella televisione) che si caratterizzano per essere “di regime”, qualche volta di qualsiasi regime. I liberali veri prendono atto dell’esistenza di questi fenomeni, ma difendono la libertà di stampa e i protagonisti, a condizione che non incitino a reati, sanciti dalla Costituzione e dalle leggi. Questo campo dei reati da punire, che non deve mai essere largo, ma sempre giusto, è ovviamente soggetto a interpretazioni diverse e opposte, conflittuali che vanno argomentate e valutate con riferimento ai tempi (stato di guerra, eventuali gravi emergenze) e ai luoghi. La valutazione spetta alla magistratura. Nella sua valutazione la magistratura ha il dovere di tenere conto, da un lato, del dislivello di potere che sempre intercorre tra un governo e un qualsiasi, anche importante, giornale, tra un ministro e qualsiasi, anche famoso, giornalista, a cominciare da coloro che praticano il giornalismo d’inchiesta e, dall’altro, fra l’eventuale, giustificabile e giustificata, necessità di riservatezza di alcune attività dei governi e dei ministri, e il diritto dei cittadini di conoscere, di ricevere tutte le informazioni possibili. Lo dirò con il motto del New York Times: all the news that’s fit to print.

Nei, sicuramente molti, casi controversi, la scelta giusta non sta nel mezzo, ma ha l’obbligo di privilegiare il diritto dei cittadini alla informazione e alla conoscenza. Per esercitare il suo potere (kratos) è imperativo che il popolo (demos) possegga il massimo di informazioni disponibili. Non è, dunque, un’esagerazione sostenere che soffocare le informazioni e impedire, con minacce più meno velate, con costose querele, con accuse di diffamazione, il lavoro dei giornalisti, significa attentare ad un principio fondamentale della democrazia ideale nonché della democraticità delle democrazie reali, del loro funzionamento. L’insofferenza dei governanti e di altri potenti nei confronti della libera informazione è sempre un brutto segno.

Nel pensiero e nella pratica liberale(-democratica), la soluzione non è mai la repressione delle fonti e degli informatori. Consiste sempre nella competizione fra la pluralità delle informazioni, la veridicità dei contenuti, il significato delle implicazioni. Libertà e competizione sono principi esigenti, ma assolutamente costitutivi della democrazia come dovrebbe essere e come molti vogliono che sia e si mantenga. Meglio non accettare mai neanche i più piccoli, nient’affatto insignificanti, sfregi alla democrazia.

Pubblicato il 6 marzo 2024 su Domani

L’alternativa non è più una chimera. Costruire coalizioni è l’arte della politica @DomaniGiornale

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico sotto lo splendido sole della Sardegna. Per conquistare una carica monocratica, la Presidenza della Regione, assegnata in un solo turno elettorale, è decisivo costruire preventivamente una coalizione a sostegno della candidatura prescelta. Ferme restando le loro personali preferenze politiche, gli elettori rispondono valutando l’offerta dei partiti, della coalizione, della candidatura, in parte dei programmi e della capacità di governare. La vittoria di Alessandra Todde in Sardegna è il prodotto virtuoso di questo pacchetto di elementi. La grande soddisfazione di dirigenti e attivisti dello schieramento del centro-sinistra che ha vinto è comprensibile (e da me, per quel che conta, condivisibile). Procedere a generalizzazioni assolutistiche, “la sinistra unita non sarà mai sconfitta” (“il governo Meloni è indebolito”) e proiettare automaticamente la possibilità/probabilità di un esito sardo anche sulle altre elezioni regionali e sulla elezione dell’Europarlamento (che è tutta un’altra storia) è esagerato, sbagliato, rischia di risultare controproducente.

Ciascuna regione, a cominciare dall’Abruzzo, la prima a votare prossimamente, ha le sue peculiarità di storia politico-partitica, di governo, di problematiche socio-economiche. Se la lezione generale è che le coalizioni si costruiscono di volta in volta, saranno i dirigenti politici di quella regione a decidere se, come, con chi, attorno a quale candidatura costruire un’alleanza. La buona notizia, non so quanto importante per l’Abruzzo, è che Calenda ha twittato che l’esito sardo “è una lezione di cui terremo conto”. Traduzione “correre” come polo autonomo è perdente. Aggiungo che rischia sempre di fare perdere il polo più affine (ma qualcuno proprio quelle sconfitte vuole produrre).

Stare insieme in coalizioni elettorali che possono diventare di governo porta ad una più approfondita condivisione di obiettivi, di preferenze, di soluzioni programmatiche. Il discorso sui valori è, naturalmente, molto più complesso. Parte dalla Costituzione e porta all’Europa, tema che riguarda anche i governi regionali. Rimarranno sempre differenze programmatiche e politiche nella schieramento di centro-sinistra. Meglio non esaltarle e neppure seppellirle additando le profonde divisioni esistenti nel centro-destra. Infatti, quei partiti e i loro dirigenti sembrano avere maggiore consapevolezza del fatto che, separati e divisi, perdono e che il potere è un collante gradevolissimo, generosissimo. Inoltre, i loro elettorati sembrano socialmente più omogenei. Alla eterogeneità e diversità, sociale e, forse, più ancora culturale, dei rispettivi elettorati di riferimento, non basta che i dirigenti del centro-sinistra esaltino le differenze come risorse. Debbono ricomporle attorno a obiettivi e a candidature comuni il più rappresentative possibili.

Le elezioni per il Parlamento europeo, poiché si vota con una legge proporzionale con clausola di esclusione del 4 per cento, suggeriscono due comportamenti. Primo, evitare la frammentazione nel e del centro-sinistra. Secondo, poiché i partiti, a cominciare dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, giustamente vogliono misurare il loro consenso correndo separatamente, dovrebbero evitare di scegliersi come bersagli reciproci. La sfida è delineare una visione per l’Unione Europea dei prossimi cinque anni, non criticare la visione dei propri alleati nazionali. La critica va indirizzata agli opportunismi, alle contraddizioni, ai patetici resti di sovranismo provinciale, dello stivale, dei tre partiti del centro-destra. L’obiettivo di fondo non è la mission al momento impossible di fare cadere il governo e sostituirlo, ma di dimostrare che esiste un’alternativa di centro-sinistra all’altezza della sfida. Adelante con juicio.

Pubblicato il 28 febbraio 2024 su Domani

Il terzo mandato e i peccati di una riforma ad personam @DomaniGiornale

“Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo”. No, non sono parole di Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto; non di Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna; neanche di Matteo Ricci, attivissimo sindaco di Pesaro. Tutti al termine del loro secondo e ultimo mandato, da un lato, sperano che venga eliminato il limite ai due mandati, dall’altro, attendono che qualcuno, il partito, trovi un lavoro per loro. Nessuno di loro è in grado di pronunciare le parole di Mario Draghi. L’attaccamento alla (no, non scriverò “poltrona”) carica è evidente. Non è etichettabile come passione. Qualcuno, non chi scrive, direbbe “occupazione”, forse, un po’ meglio, “professione”. Certamente, è non osservanza delle regole istituzionali notissime a chi si candidò a quelle cariche una decina di anni fa. Zaia ha dichiarato che a decidere della continuazione dei mandati, a cominciare dal suo, dovrebbero essere gli elettori. Questa dichiarazione ha un retrogusto populista. Fa parte del problema che la legge che contempla il limite ai mandati voleva contrastare e risolvere, vale a dire, evitare la cristallizzazione del potere di sindaci e poi di presidenti a lungo in carica, diventati molto popolari e in grado di sfruttare, spesso inevitabilmente, le relazioni intessute del corso del tempo e anche, altrettanto inevitabilmente, la capacità di distribuire in maniera selettiva le risorse.

   Il ricambio nelle cariche, tecnicamente la circolazione delle elites politiche, è (quasi) sempre positivo anche per la circolazione delle idee, delle proposte, delle soluzioni. Un buon ricambio caratterizza le democrazie meglio funzionanti. Naturalmente, in democrazia è sempre possibile cambiare le leggi. Anzi, una delle caratteristiche politiche più apprezzabili delle democrazie è che tutti i protagonisti e il regime stesso sono in grado di imparare, di risolvere gli errori, di individuare soluzioni migliori. Fu un errore mettere un limite ai mandati di governo dei sindaci e poi dei Presidenti di regione? L’abolizione di quei limiti può essere presentata e giustificata come una soluzione istituzionale preferibile all’esistente?

Però, l’appassionante (sic) dibattito attuale non verte su questi punti problematici. Premesso che le regole istituzionali possono essere cambiate come si è fatto in Italia da quarant’anni ad oggi, e ancora si farà, purtroppo non proprio con miglioramenti epocali (scusate l’eufemismo), la regola delle regole, non solo in politica, è che non debbono mai essere cambiate, in corsa, di corsa, durante il gioco. E, se vengono cambiate quando il gioco è in corso, le nuove regole non possono valere se non trascorso un certo periodo di tempo, in questo caso, almeno tutto un mandato. Alcuni sindaci, terminato il doppio mandato, sono tornati campo, con successo, ma anche no, dopo avere saltato un turno. 

Detto che le regole possono essere cambiate, bisogna aggiungere, ma non dovrebbe essere necessario, che è imperativo che le motivazioni siano assolutamente di natura istituzionale: la possibilità di svolgere un terzo mandato implicherebbe/rà un salto di qualità nei governi locali; darebbe un contributo decisivo al buongoverno degli enti locali, potenzialmente di tutti quegli enti dalle Alpi alla Sicilia. Invece, l’estensione del terzo mandato viene giustificata con riferimento agli occupanti e ai loro partiti, ragioni personali e partitiche. La Lega è favorevole perché senza Zaia “perderebbe” il Veneto. Nel Partito Democratico qualcuno sostiene, forse, l’estensione perché teme di non sapere come sostituire alcuni governanti locali e come e dove “piazzare” gli uscenti. Fratelli d’Italia ha dalla sua l’osservanza della legge sull’esistenza dei limiti ai mandati e della loro applicazione senza eccezioni anche perché ne deriverebbe un notevole riequilibrio del potere locale a suo vantaggio. Ho l’impressione che questa brutta storia finirà con la vittoria dell’opportunismo variamente declinato piuttosto che delle regole esistenti. Se perdono coloro che sostengono che regolae sunt servandae , saranno sconfitti anche i molti cittadini democratici che ritengono che la democrazia è rule of law, governo della legge.

Pubblicato il 21 febbraio 2024 su Domani

Vittorio Sgarbi e dintorni. Il brutto affare delle cariche pubbliche e degli interessi privati @DomaniGiornale

Il liberalismo politico nasce per sostituire nelle decisioni di governo il potere delle risorse, in special modo economiche, con il potere del voto. Fu e rimane un obiettivo tanto ambizioso quanto difficile da conseguire, ma indispensabile per le democrazie e la loro qualità. Ci sono molti modi per fare politica in democrazia: per spirito di servizio e per passione, ma non è da sottovalutate l’ambizione. Ottenere e utilizzare le cariche politiche, di rappresentanza e ancor più di governo, per produrre miglioramenti nella società e nel sistema politico, avendo in ricompensa la rielezione, cariche più elevate, prestigio e riconoscimenti e, al punto più elevato, “entrare nella storia”. Gli ambiziosi che hanno queste motivazioni sono uomini e donne politiche delle quali i cittadini possono fidarsi. Preferiranno e perseguiranno interessi generali, pubblici anche se a scapito di loro eventuali interessi privati. Comunque, riterranno che loro interesse superiore non è l’arricchimento, ma il riconoscimento dell’operato al servizio del paese. L’affermarsi di queste persone in politica è la migliore garanzia della democrazia, non solo liberale, e al tempo stesso, uno degli esiti migliori del suo funzionamento.

In politica, nella politica democratica che è aperta a tutti, nei limiti delle loro capacità, desideri, obiettivi, entrano anche uomini e donne che mirano a proteggere e promuovere i loro interessi privati, le loro attività personali. Raramente, ma eccezionalmente, costoro sono i grandi ricchi. Infatti, sono loro che possono influenzare direttamente le decisioni e i decisori con il denaro e le loro reti di relazioni. Molto più spesso, invece, troviamo chi in qualche modo è riuscito a conquistare una carica elettiva e di governo per la sua popolarità, sull’onda dell’avversione per i politici di mestiere, esibendo qualche sua competenza specifica. Fino a che di sola rappresentanza si tratta, chi volesse perseguire suoi interessi personali dovrebbe convincere il suo partito e i relativi ministri e poi una maggioranza di parlamentari. Potremmo ritenere quell’interesse deleterio per il bene comune, ma se è stato premiato da procedure democratiche, trasparenza e votazioni, l’alternativa praticabile consiste nello sconfiggere la maggioranza in carica e costruire un governo diverso.

Potremmo anche criticare i partiti che reclutano parlamentari di quel tipo. Più grave è, in partenza, la situazione quando il reclutamento dei ministri, vice-ministri e sottosegretari viene effettuato senza tenere conto del potenziale conflitto d’interessi. Questo punto, ovvero che altri esponenti del governo Meloni si trovano in un conflitto d’interessi, è stato sostenuto dall’(”ex”?) Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi. La sua denuncia, molto tardiva, che andrebbe, comunque, verificata, non serve a cancellare il suo personale conflitto di interessi accertato dall’Antitrust. Non è una buona linea difensiva quella che si basa sulla semplice constatazione che, con i suoi scritti, le sue consulenze, le sue inaugurazioni di mostre e musei, tutto rigorosamente a pagamento, il Sottosegretario sta semplicemente continuando la sua (lucrosa) attività professionale. Al contrario, è una cospicua aggravante. Sarebbe sufficiente sottolineare l’alta probabilità che le sue attività private sottraggano tempo al suo compito pubblico che, ovviamente, dovrebbe essere preminente, esclusivo.

Se conflitto d’interessi significa specificamente uso della carica pubblica per obiettivi privati, allora il conflitto esiste, verticalmente. Potrebbe, meglio avrebbe potuto essere evitato se il Sottosegretario avesse con una nobile dichiarazione preventiva, rinunciato alle sue numerose attività professionali, che invece ostenta, per tutta la durata del suo mandato. Data la sua popolarità è certo che le avrebbe sicuramente recuperate con gli interessi, in seguito. Che un conflitto fra la carica pubblica e le attività professionali esista anche per altri uomini e donne di governo in Italia spetta stabilirlo alle varie autorità preposte a questo controllo. Più di un segnale sparso suggerisce che nell’assegnare le cariche di governo probabilmente la Presidente del Consiglio non ha prestato sufficiente attenzione alla tematica del conflitto di interessi. È ora di porre rimedio a situazioni deprecabili, dannose per la funzionalità del governo e la qualità della democrazia.

Pubblicato il 7 febbraio 2024 su Domani

Senza idee l’egemonia culturale è pura chimera @DomaniGiornale

Sbagliata l’impostazione sbagliata la prosecuzione, per capire cos’è l’egemonia culturale è indispensabile avere idee. In cultura nessuna egemonia, meno che mai connotata da un marchio politico: di sinistra, di destra, di centro, populista, sovranista, e, a maggior ragione, democratica, si acquisisce occupando posti. Certamente, grazie alle nomine e alle graziose, ma spesso, poi, anche esigenti, concessioni ad opera dei detentori, più o meno temporanei e voraci, del potere politico, è possibile avere spazi, occupare luoghi, ottenere cariche. Però, senza idee e senza persone portatrici di idee non ne (con)seguirà nessuna egemonia. La situazione non sarà pienamente definibile con le parole di Shakespeare, la cui personale “egemonia” culturale è enorme, “molto rumor per nulla” soltanto perché le prebende, i vantaggi materiali, la visibilità per un numero notevole di intellettuali e per molti settori dell’opinione pubblica (quasi sicuramente anche degli influencers e dei loro followers) è tutt’altro che nulla. Anzi, prebende, vantaggi, visibilità, soprattutto popolarità, aggiungerei, ma solo perché sono un intellettuale radical chic, effimera sono quasi tutto quello che, desiderandolo, riescono a concepire.

La reimpostazione del discorso deve, non soltanto a mio parere, ripartire dalla riflessione sull’esistenza di molteplici centri di attività culturale, dal pluralismo e dalla libertà di produzione, pubblicazione, diffusione delle idee, cioè, dalla democrazia. In questo contesto, oggi fortunatamente ancora aperto e differenziato, nonostante i preoccupati (e preoccupanti) cantori della crisi della democrazia, esiste una egemonia, spesso sfidata, ma molto resiliente: quella dei valori, soprattutto della libertà, variamente declinata in diritti civili, politici, persino (sic) sociali, del pluralismo e della competizione. In democrazia, pertanto, tutti i modi di fare cultura nelle arti, in musica, in letteratura, nel cinema possono essere praticati. Talvolta, qualche modalità risulterà più diffusa, più accettata, più apprezzata. Difficilmente sarà l’unica e continuerà a essere sfidata e messa in discussione. Se è cultura potrà anche vedere ridursi il suo ambito di influenza e successo, verrà superata in “popolarità”, ma avrà comunque acquisito un suo posto nella storia delle arti, della musica, della letteratura. Con enfasi retorica è opportuno e giusto affermare che le idee che hanno dato vita e innervato l’evoluzione della cultura non muoiono. Continuano a essere fonti di ispirazione, di imitazione, di apprendimenti. Le grandi scuole di cultura sono state fondate e guidate da persone di cultura che non dovevano la loro visibilità e la loro influenza a nessuno, meno che mai alla politica e ai politici, ma soltanto alla forza delle loro idee e delle loro capacità. Molto è cambiato, soprattutto nelle modalità di comunicazione e diffusione delle idee. Forse, persino in meglio. La scena culturale è ormai legata strettamente alla globalizzazione. Leggerei l’espressione “nessuno è profeta in patria”, in maniera all’altezza dei tempi. Fare cultura richiede la conoscenza, il confronto, la competizione su scala globale. Continueremo a vedere e capire le differenze fra conservatorismo e progressismo, fra processi culturali innovativi, fra idee che si espandono e si ritraggono. Potremo anche notare che alcune idee acquisiscono egemonia, quanto duratura o temporanea lo si valuterà dopo. Ma egemoni non saranno automaticamente e neppure frequentemente le idee di chi occupa cariche di vertice per nomina politica. Talvolta, proprio al contrario: egemoni saranno coloro che ha ottenuto quelle cariche come riconoscimento della “genialità” delle loro idee. Ripensare l’egemonia culturale è un impegnativo compito per i produttori di idee.

Pubblicato il 31 gennaio 2024 su Domani