Home » Posts tagged 'Domani' (Pagina 20)

Tag Archives: Domani

I candidati devono essere il volto della coalizione @DomaniGiornale

Se sia meglio procedere ad alleanze forzate da una pessima legge elettorale o correre liberi e leggeri in un campo largo verso una sicura sconfitta? This is the question alla quale Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, invece di sognare ha dato una risposta realistica e costosa. Ai saccenti commentatori che per mesi si sono affannati a comunicare la loro preoccupazione, addirittra indignazione per il “ritorno alla proporzionale” è imperativo fare notare che la fin troppo vigente legge Rosato, un terzo maggioritari, due terzi proporzionale con la possibilità di candidature multiple salvaseggio (poltrona?), fra i suoi molti guasti, impone alleanze preventive inevitabilmente tendenti a ammucchiate. Una legge proporzionale avrebbe consentito a tutti di contarsi e agli elettori di valutare con maggiore chiarezza partiti e candidati, poi a ciascuno il suo.

   Nei collegi uninominali, le candidature sono il volto della coalizione che le esprime e le sostiene. Sono il veicolo dell’accordo programmatico. Agli elettori debbono offrire la garanzia che l’azione della coalizione, se vincente, si tradurrà nell’attuazione di quel programma. Il resto, emergenze e nuove tematiche, dovrà continuare a essere oggetto di discussione fra tutti coloro che compongono la coalizione. Se questa è l’interpretazione plausibile dell’accordo raggiuto fra PD, +Europa e Azione, i contraenti hanno di che rallegrarsi e i loro potenziali elettori sono messi in grado di esprimere una valutazione fondata su elementi chiari, il più evidente essendo quello dell’impegno a proseguire, con opportuni adattamenti, aggiunte e correzioni, l’agenda del governo Draghi. Forse dal punto di vista numerico il Partito Democratico è stato fin troppo generoso nei confronti dei suoi due comunque indispensabili alleati. Tuttavia, se l’alleanza avrà lo sperato effetto moltiplicatore i conti dovranno e potranno essere fatti meglio ad elezioni avvenute.

   Adesso l’attenzione deve necessariamente spostarsi e focalizzarsi sulle candidature, sulla loro qualità, sulla loro capacità di combinare esperienza e competenza, sul tasso di entusiasmo (“occhi di tigre”) che sapranno portare nella campagna elettorale. Dalle notizie estraibili da alcune, importanti, situazioni locali del PD sembra che il criterio dominante sia rappresentato dalla continuità della carriera, non dalle new entries che sembrano praticamente inesistenti. La mannaia del limite a due mandati quasi azzererebbe non solo i dirigenti del PD, ma i tre quarti e più degli attuali parlamentari e dei ricandidabili. A mio avviso sarebbe una scelta sbagliata, ma altrettanto sbagliata è la strada del ritorno di parlamentari, anche donne, di lungo e non proprio brillantissimo corso. Agli uomini e alle donne del PD non sarà sufficiente offrire la rassicurante rappresentanza in quanto usato sicuro. Le elezioni del 25 settembre 2022 non saranno in nessun modo simili a elezioni che abbiamo conosciuto nel passato. Si sprecheranno i paragoni (e non voglio suggerirne nessuno). Un punto deve essere sottolineato con forza: il 25 settembre si decidono collocazione e ruolo dell’Italia nell’Unione Europea e nella politica internazionale. Le candidature, non soltanto quelle del Partito Democratico, meritano di essere proposte e valutate con l’osservanza di questo criterio dominante, cruciale anche in caso di una sconfitta che rischia di segnare tristemente l’autunno del nostro scontento.

Pubblicato il 3 agosto 2022 su Domani

Il nuovo bipolarismo senza più programmi @DomaniGiornale

Molto ipocritamente Silvio Berlusconi, che ha sempre impostato, e talvolta persino vinto, le campagne elettorali sul suo nome e sulla sua persona fisica: “il corpo del leader”, afferma di non appassionarsi alla ricerca della candidatura del centro-destra a Palazzo Chigi. Lui sta lavorando al programma, sapendo che non è affatto facile produrre altre proposte mirabolanti come quelle del lontano Contratto con gli italiani del 2001 (e trovare un conduttore televisivo accomodante come Bruno Vespa che gli offrì tutta la sceneggiatura possibile). Tuttavia, il milione di alberi (trascurando che nel Piano di Ripresa e di Resilienza ne sono già previsti sei milioni) e i 1000 Euro al mese di pensione minima per tutte le nostre nonne e mamme è già un bel programma. No, Berlusconi non scrive programmi. “Spara” priorità incontrollabili. Forse gli italiani, a giudicare dai sondaggi che danno Forza Italia in netta flessione, gli hanno preso le misure. Non pochi, importanti parlamentari lo hanno lasciato, “tradito” sostiene lui con poca classe.

   Giorgia Meloni teme giustamente che Berlusconi e Salvini si siano già messi d’accordo per tradire l’impegno che chi prende più voti andrà a Palazzo Chigi. Nel bene, la coerenza politica della leader di Fratelli d’Italia, all’opposizione, e programmatica, atlantista più sovranista che europeista, è fuori dubbio. Lei, la sua figura è il programma, facile da capire, facile da votare anche se il fantasma del fascismo eterno non può essere esorcizzato. Meloni si giova anche del ruolo di reale contendente opportunisticamente attribuitole dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta che spera in questo modo in un lungo e alto sussulto antifascista che riempia il suo “campo”, largo e aperto, ma tuttora non sufficientemente frequentato.

   Neppure nel centro-sinistra i programmi stanno al centro della proposta per attrarre e convincere l’elettorato. Calenda tenta di egemonizzare il centro intorno alla sua persona che agita in maniera frenetica. Mette dodici punti nero su bianco, ma sostanzialmente sono una revisione di quanto stava facendo e progettando il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Dulcis neanche troppo in fundo, Calenda afferma che Letta non può essere il candidato per Palazzo Chigi. Verrà stanato e candidato l’irreprensibile Mario Draghi. D’altronde chi meglio di lui, se non è stanco, come in maniera poco elegante ha sostenuto Berlusconi per giustificarne la mancata fiducia, potrà aggiornare e attuare la sua agenda? Meloni verso Letta; non-draghiani verso draghianissimi: come è bello, anche no, il nuovo bipolarismo italiano (alle vongole avrebbe certamente aggiunto Ennio Flaiano). Comunque, sia chiaro che se lo meritano molti italiani, soprattutto quelli del #iononvoto.

Pubblicato il 27 luglio 2022 su Domani

Perché Draghi accetterà il rischio di rimanere @DomaniGiornale

“Il governo c’è fin quando fa”. Le dimissioni di Draghi la scorsa settimana erano motivate dalla convinzione che le convulsioni di quel che rimane del Movimento 5 Stelle impedissero la prosecuzione dell’azione di governo. Sbagliano tutti colore che attribuiscono grande, addirittura decisiva importanza ad uno scontro di personalità Draghi contro Conte (incidentalmente, non c’è partita). Probabilmente, l’assolutamente straordinaria mobilitazione in Italia e all’estero a favore della permanenza di Draghi a Palazzo Chigi, che ha certamente e comprensibilmente lusingato il Presidente del Consiglio, non è che uno dei fattori di cui tenere conto per uscire da questa brutta situazione. Da un lato, molto conteranno le risposte al discorso con il quale Draghi spiegherà ai parlamentari e all’opinione pubblica italiana e straniera la sua posizione. Ai fatti che elencherà e alle interpretazioni che con sobrietà e precisione accompagneranno quei fatti, i capipartito non potranno contrappore solo retorica e mozioni di irricevibili e ipocriti amorosi sensi. La soluzione della crisi sta anche negli impegni che, in modo credibile, i capipartito e i loro rappresentanti sono disposti ad assumersi. Quella di Draghi non sarà affatto una richiesta di pieni poteri, ma di assunzione condivisa, nel rispetto dei ruoli, della responsabilità a portare a compimento tutto il programma concordato, anche alcuni dei punti formulati dai Cinque Stelle, già in stato di attuazione. Credo sia legittimo che Draghi mantenga più di una perplessità su quanto i leader dei partiti prometteranno e che nutra qualche preoccupazione sulla possibilità che qualcuno di loro intenda comunque procedere a episodi di guerriglia parlamentare e mediatica.

Dall’altro lato, Draghi è perfettamente consapevole che è stato chiamato a risolvere con le sue competenze, la sua autorevolezza e il suo prestigio internazionale compiti che nessuno dei politici italiani era minimamente in grado di affrontare. Incidentalmente, all’ombra del governo Draghi quei politici avrebbero dovuto dedicarsi alla rivitalizzazione delle loro organizzazioni e al ripensamento delle loro culture politiche. Non essendo avvenuto nulla di tutto questo, Draghi teme giustamente che se dovesse porre termine alla sua esperienza di governo adesso, il paese intero, il “sistema paese” tornerebbe indietro e non riuscirebbe neppure a mettere a buon frutto le riforme fatte, meno che mai completare quelle già lanciate. Non sarà, dunque, soltanto il senso dello Stato che lo spingerà a mantenere le redini del governo, ma senza esagerazioni (che lo farebbero sorridere) la convinzione che nelle condizioni date, in Italia e in Europa, ha il dovere “repubblicano” di non destabilizzare, ma di consolidare. Pertanto, consapevolmente, accetterà il rischio di rimanere a Palazzo Chigi. Per fare.

Pubblicato il 20 luglio 2022 su Domani

 Cambiare ora il conducente è stupido e costoso @DomaniGiornale

“Quando il tram arriva al capolinea” disse memorabilmente Claudio Martelli, vice-segretario del PSI “scendono tutti, anche il conducente” (che, maggio 1989, era Ciriaco De Mita). Certamente, Conte, al quale manca la verve politica di Martelli, non ricorda questa frase, ma, peggio, non ha neppure il coraggio di chiedere che il guidatore Draghi scenda dal tram del suo governo. Peraltro, il governo non è affatto arrivato al capolinea e non è proprio il caso di cambiare l’unico conducente che conosce tutto il percorso e sa quali sono le fermate intermedie importanti. A nessuna di quelle fermate corrisponde il segnale “verifica”, ma, ovviamente, al conducente deve essere riconosciuta la possibilità, a fronte di un qualsiasi ostacolo, di fermarsi per valutarlo e rimuoverlo. Il tram può arrestare temporaneamente la sua corsa se un gruppo di passeggeri ha deciso di scendere prima della fermata che avevano indicato all’inizio del viaggio.

   Il conducente non deve mai fare balenare la sua indisponibilità a continuare il servizio prima della fine del suo turno. Per Mario Draghi, pienamente consapevole della difficoltà del percorso, il turno, d’accordo con il Supervisore massimo Sergio Mattarella, ha come termine prefissato marzo 2023. Sono molti i passeggeri che desiderano arrivare al capolinea. Alcuni vorrebbero già da adesso che l’attuale conducente accetti l’impegno a continuare alla guida anche nella corsa successiva. Forse, il Supervisore ha suggerito al conducente di non abbandonare il tram fintantoché c’è un numero di passeggeri tale da giustificare i costi, non solo monetari, della continuazione del servizio. Altrove, in Europa, costantemente sorpresi dalla numerosità dei conducenti che si susseguono in Italia, ha già fatto immediato capolino la preoccupazione sia per un eventuale nuovo non sperimentato conducente (anche donna) che non sappia assumere il comando rapidamente sia per la sua (in)affidabilità nel riconoscere le fermate a ciascuna delle quali corrisponde un impegno da rispettare.

   Senza esagerare con paragoni che sollevino l’Italia dalle responsabilità del mal funzionamento della rete dei poteri e degli attori della democrazia parlamentare, è vero che anche altrove, ad esempio, in Israele e addirittura in Gran Bretagna, altri tram sono arrivati al capolinea e i rispettivi conducenti sono scesi in maniera più meno turbolenta. Non potevano fare altrimenti. Comunque, i costi dei rispettivi disservizi sembrano meno elevati di quelli italiani. Facciano due conti gli italiani sul tram attuale, anche coloro che prenderanno il prossimo tram che si troverà ad aumentare e non di poco il prezzo del biglietto. Stupidi sono, scrisse elegantemente il grande storico dell’economia Carlo Cipolla, coloro che causano danno agli altri senza trarre nessun vantaggio per se stessi. Sursum corda.

Pubblicato il 13 luglio 2022 su Domani

I partiti che vogliono la crisi hanno fatto i conti? @DomaniGiornale

Cinque stelle cadenti, fibrillanti, deluse e deludenti, anche se escono dal governo, non riusciranno, numericamente, a privarlo della maggioranza. Politicamente, di certo Mattarella lo ha fatto sapere alto e forte a Conte, faranno un errore e, soprattutto, un torto, più che altro di immagine, quella che deriva da instabilità/inaffidabilità, all’Italia poichè il governo potrà continuare. “Tiremm innanz” dirà Maio Draghi che, giustamente, non vuole fare pagare al paese il prezzo delle bizze di Conte che ha bisogno di fare la faccia feroce per dimostrare di essere quel capo politico che per provata flagrante mancanza di capacità (e di umiltà di apprendimento) non riuscirà mai a diventare. Fuori all’aperto, libero e svincolato, il Conte incontrerà forse il Di Battista errante, ma quante divisioni di elettori avranno mettendosi insieme? E chi di loro due ha in qualche modo dimostrato di saperli raggiungere, convincere, organizzare e motivare ad andare alle urne? Con quali premesse, prestazioni e promesse? Quale “visione” sta elaborando il Conte, con l’aiuto, indispensabile, di chi? Di un paio di giornalisti e qualche sociologo di riferimento?

   Altra storia sarebbe, sarà, se ad andarsene, più o meno inopinatamente, fosse la Lega di Salvini (quella di Zaia, Fedriga, Giorgetti soffrirebbe, ma si presterà all’obbedir tacendo). Preferibile è continuare a vedere il salasso di punti di sondaggi a a favor della granitica Meloni sperando di recuperare quando gli elettori valuteranno positivamente l’operato della Lega di governo oppure andare ad una tambureggiante campagna elettorale all’insegna del “prima gli italiani” che non si fanno di cannabis, che vogliono meno tasse e più lavoro (no, non anni di lavoro in più!), senza concessioni ai figli di immigrati comunque da integrare evitando scorciatoie?

   Il Presidente del Consiglio guarda e va avanti. Gode di una rendita di posizione e, ce lo ha fatto sapere, un altro lavoro è in grado di trovarselo da solo. Però, quel che non ci ha detto è che risanare e rilanciare (Ripresa e Resilienza) è il compito di una vita, quasi una missione. Dunque, che Conte vada, pazienza; che Salvini continui pure a scalpitare, magari essendo più esplicito in richieste ricevibili, ma rimanga, altrimenti il precipizio della crisi di luglio inghiottirà i cauti e gli incauti.

   Chi vede lungo, ma neanche troppo, non può fare a meno di rilevare che nessuno dei potenziali crisaioli ha, stando così le cose, nulla da guadagnare da elezioni anticipate con la campagna elettorale che inizierebbe ad agosto. Con qualche abile e legittima manovra, il Presidente Mattarella potrebbe anche insediare un governo elettorale che terrebbe a bagnomaria i Cinque Stelle, i leghisti di Salvini e gli speranzosi Fratelli d’Italia. A mio modo di vedere c’è ancora un campo molto largo nel quale ognuno abbia la possibilità di portare un tot di penultimatum a suo piacere. Potrebbero anche utilizzare sei-otto mesi non nello sterile e infantile gioco del pianta-bandierine proprie e strappa le bandierine altrui. Addirittura, si inizierebbe a cogliere tutti insieme qualche frutto del buon uso del PNRR. E, per chi ne ha bisogno, forse sarebbe possibile affermare che il sacrificio di stare al governo è servito proprio a make Italy great again. No, non concludo con nessun richiamo al senso di responsabilità e al patriottismo. Ma /i crisaioli qualche calcolo costi/benefici hanno almeno iniziato a farlo?

Pubblicato il 6 luglio 2022 su Domani  

Ci sono troppi “campi larghi” nella politica italiana @DomaniGiornale

Immagino che Letta non sia troppo contento di sentire che il migliore campo largo l’ha creato Damiano Tommasi a Verona. Proprio il giocatore che ha sempre respinto con gentilezza la richiesta di definirsi di destra o di sinistra. Per fortuna Tommasi non ha neanche detto “tutt’e due” e nelle sue parole si trova l’indicazione a stare dalla parte di una politica decente. Che non è mai la politica dei populisti. Ciò detto, se spingiamo il “laboratorio” (termine del tutto inappropriato) Verona per trarne qualcosa che prefiguri accadimenti nazionali, andiamo davvero troppo in là. Meglio, invece, fare una riflessione che non si fondi mai su un unico caso per quanto eclatante. Infatti, se è giusto affermare che ha vinto l’idea di campo largo formulata e ripetuta da Letta, nella pratica, di campi larghi se ne sono visti parecchi. Pochi campi erano uguali per composizione e molti differivano comunque poiché al loro interno, componente spesso essenziale, si trovava una lista civica. Quelle liste contano e sono spesso state decisive grazie al loro radicamento locale che, naturalmente, risulta proprio l’elemento non trasferibile e non sfruttabile in elezioni nazionali.

   Subito da aggiungere, perché è anch’essa una variabile tanto importante quanto non generalizzabile (meno che mai se ci si riferisce a Tommasi), la persona/personalità di candidati e candidate scelti/e da Partito Democratico e alleati è risultata decisiva quando la partita si è giocata su un margine ristretto. Attuale ”allenatore”, per rimanere in metafora, delle squadre scese vittoriosamente nei campi larghi del paese, Letta vorrà poi trasformarsi nel capitano-giocatore della sua “nazionale” oppure dovrà affrontare e risolvere il problema della leadership?

Più o meno visibilmente, ma inesorabilmente, l’individuazione di chi sarà il leader della squadra del centro-destra agita le ambizioni di Salvini e di Meloni. Diventato nervosetto a causa dei sondaggi che segnalano che la sua ambiguità gli fa perdere consensi, Salvini è stato anche punito da alcune candidature da lui imposte e risultate perdenti. “Granitica”, Giorgia Meloni incassa i suoi dividendi di coerenza, critica le scelte sbagliate, ma ribadisce la sua appartenenza al campo del centro-destra. Non può andare da nessuna altra parte. Proprio la sua coerenza fa risaltare ancora di più le tensioni e le differenze di opinione e di posizionamento (nazionale) anche nelle città nelle quali, ad esempio, Genova, il centro-destra vince. E dire che nelle città meno si sentono le distanze fra chi del centro-destra sta al governo e chi all’opposizione, chi è europeista e chi combatte per un’altra Europa, chi è atlantista e chi è opportunista (però, “per la pace”). Il messaggio più facile da capire per i tre del centro-destra è che la vantata compattezza non è un dato, ma qualcosa da costruire in maniera convincente e credibile. Esiste sempre un po’ dappertutto una parte piccola, ma importante di elettorato che vota per chi offre garanzie di dare vita a un governo stabile. Quell’elettorato si è forse manifestato anche a Verona.

L’ultimo elemento degno di nota di queste elezioni amministrative nel loro piccolo è che nessuno dei vari partitini che si strattonano al centro si è dimostrato cruciale. Tuttavia, è ipotizzabile che una parte, quanta lo sapremo in base alla legge elettorale che verrà, del loro consenso elettorale potrebbe essere decisivo, magari non tanto per la vittoria del centro-destra o del campo largo, ma per la formazione del governo. Tutta un’altra storia.

Pubblicato il 29 giugno 2022 su Domani

Lo strapotere della minoranza che minaccia la democrazia @DomaniGiornale

Pensavo che fosse soprattutto espressione di provincialismo mista con il vanto dell’eccezionalismo (positivo) la mole di articoli e libri su Trump pubblicati dagli studiosi USA. Che la loro fosse una preoccupazione temporanea, agitata ad arte per potere affermare con grande fanfara: “la democrazia della più grande potenza che il mondo abbia mai conosciuto USA ha superato anche la sfida del trumpismo”. Alcune altre democrazie si ripiegano su se stesse, declinano, muoiono. La democrazia americana rimbalza e si rinnova. Seppur uomo bianco anziano il Presidente Biden aprirà una nuova fase. Invece, no. La cancel culture ha mostrato tutti i suoi limiti di cultura e di carenza di elaborazione, il trumpismo ha lasciato un’eredità pesantissima, ma soprattutto sta dimostrando di rappresentare qualcosa di molto profondo nella società americana e le istituzioni scricchiolano. Mai pienamente una democrazia maggioritaria, che Madison non volle, gli USA sono diventati una democrazia minoritaria. Grazie ad alcuni meccanismi, a cominciare dal collegio elettorale per l’elezione del Presidente, i repubblicani, da tempo partito di minoranza fra gli elettori, controllano, anche attraverso masse di denaro dei loro sostenitori, una enorme quantità di potere politico. Per un complesso fortuito di circostanze e per la spregiudicata compattezza dei Senatori repubblicani, il Presidente Trump ha cambiato per almeno un’intera generazione, più di trent’anni, la composizione della Corte Suprema, rendendola non solo la più conservatrice di sempre, ma anche palesemente reazionaria, vale a dire predisposta a fare tornare la società e la cultura indietro di almeno cinquant’anni. Negli Stati che controllano, anche grazie al sostegno degli evangelici e di potentissime lobby, i repubblicani stanno aggredendo il diritto fondamentale e fondante di una democrazia: il voto. Rendere molto più difficile, talvolta quasi impossibile la sua espressione: meno seggi meno ore meno iscritti nelle liste, e metterne sempre, anche preventivamente, in discussione l’esito. Non pochi stati degli USA non soddisferebbero, e non solo perché vi si pratica la pena di morte, i requisiti base di adesione all’Unione Europea, ma per carenza di democrazia elettorale e, talvolta, per eccesso di corruzione politica. L’abolizione della possibilità giuridicamente riconosciuta, garantita e tutelata di ricorrere all’interruzione di gravidanza, non meno grave perché anticipata da indiscrezioni, è il culmine dell’attacco ai settori sociali più deboli, le donne delle classi popolari, le latinas, le donne di colore alle quali mancheranno le reti di sostegno e le risorse e alle quali in buona misura viene negato anche il diritto di voto. La leggendaria città che splende sulla collina sta perdendo la capacità di illuminare e attrarre coloro che nel mondo amano la libertà.

Pubblicato il 26giug2022 su Domani

Letta deve aprire il campo largo a tutti quelli affidabili @DomaniGiornale

La strada è tracciata o, quantomeno, indicata: “campo largo”. Il centro-destra non è compatto né nel momento elettorale, come dimostrato dagli esiti delle elezioni ammnistrative, né qualora arrivasse al governo (ma su questa eventualità non mi avventuro) diviso com’è su scelte importanti a cominciare dall’Unione Europea. Tuttavia, continua ad avere più voti del centro-sinistra. Il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, tiene la barra e incassa qualche non marginale risultato. Certo, continuare a credere nel Movimento Cinque Stelle richiede una straordinaria pazienza e anche molta generosità. Tuttavia, dovrebbe stare diventando sempre più chiaro ai pentastellati, di ieri e di oggi, per quelli di domani servirà una buona campagna elettorale, che, da solo, il Movimento 5 Stelle non va da nessuna parte. Meglio, si avvia verso la quasi totale irrilevanza, Insomma, il PD è alleato essenziale per le Cinque Stelle. Merito di Letta è di non farlo pesare in attesa che il Conte titubante ne prenda pienamente atto e non faccia nessun avventuroso giro di tarantella.

   I Cinque Stelle sono necessari, ma non sufficienti a fare un campo largo capace di ottenere tutti i voti richiesti per arrivare alla maggioranza assoluta di seggi in Parlamento. Dunque per allargare l’attuale campo, con il PD che, non dimentichiamolo, oltre il 21-22 per cento su scala nazionale sembra non essere in grado di andare, è imperativo trovare altri alleati. Alcuni, ad esempio, Più Europa, sanno che, anche programmaticamente, i Democratici sono non solo il referente da privilegiare, ma la loro àncora di sicurezza. Altri, penso ad Italia Viva, sono piuttosto (è un eufemismo) inaffidabili ed è difficile che si emendino. Altri ancora, come Azione di Calenda, pongono una preclusione dirimente: niente Cinque Stelle nel campo largo. In questo modo, però, la sconfitta appare garantita.

   La formulazione della strategia che porti alla crescita e le sue modalità stanno tutte nelle mani di Letta. Mi sembra che nel PD non siano molti (anche questo è un eufemismo) coloro che, invece di badare alla conservazione del loro personale seggio, si dedichino all’elaborazione di idee e magari anche a un sano e impegnativo lavoro sul territorio, questo sì diventato largo assai dopo la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Sono giunto alla conclusione, parzialmente rivedibile dopo le dure lezioni della storia, che Letta deve tenere aperti gli ingressi nel suo campo largo a tutti coloro che garantiscano europeismo e impegno convinto e effettivo all’attuazione integrale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Deve promettere che il governo del quale il Partito Democratico sarà comunque il perno s’impegnerà nella crescita culturale e economica dell’Italia. Chi non volesse assumere congiuntamente questo impegno non è un alleato affidabile, e allora sarebbero/saranno guai per tutti.

Pubblicato il 15 giugno 2022 su Domani  

 I referendum abrogativi servono a qualcosa? @DomaniGiornale

Sono anni che il dibattito politico italiano si agita in maniera carsica fra una molteplicità di poli lungo una linea che va dall’assoluta importanza del referendum come strumento di democrazia diretta alla assoluta inutilità del referendum come modalità per il miglioramento della legislazione e la soluzione di problematiche complesse. Per una volta mi calerò nel ruolo, per me inappropriato e scomodissimo, di cerchiobottista, e argomenterò che entrambe le posizioni estreme corrispondono alla realtà effettuale.

In generale, il referendum è uno strumento di partecipazione efficace corroborato da molti esempi italiani: divorzio, interruzione di gravidanza, scala mobile (1985), leggi elettorali. Informati dai proponenti e, in parte, mobilitati dagli oppositori, i cittadini italiani si sono spesso fatti un’idea e la hanno riversata con efficacia nelle urne. È una storia abilmente e convincentemente ripercorsa nei dettagli dal costituzionalista (anche protagonista) Andrea Morrone, La Repubblica dei referendum. Una storia costituzionale e politica (1946-2022) (il Mulino 2022). Di contro, il fallimento per mancanza di quorum, cioè della indispensabile maggioranza assoluta dei votanti, di un numero considerevole di referendum soprattutto negli ultimi vent’anni, sembrerebbe segnalarne l’inutilità, la perdita, secondo alcuni, irrimediabile, di incisività. Di qui alcune proposte per superare il requisito del quorum. La più convincente è quella che lo vorrebbe calcolato con riferimento alla percentuale di coloro che hanno votato nelle più recenti elezioni politiche.

Non è, però, solamente con i numeri e le percentuali che il referendum deve fare i conti. Per quanto sgradevole, in special modo per chi crede, come il sottoscritto, che il voto davvero “è dovere civico” (art. 48), e che in nessun modo una democrazia deve premiare gli apatici e gli astensionisti, sembrerebbe inoppugnabile che una legge approvata dalla maggioranza assoluta dei parlamentari, rappresentanti del popolo, non possa essere abrogata da una minoranza di elettori per quanto “intensi”. Soprattutto, deprecabile è che a incitare all’astensionismo siano, senza dimenticare il leggendario Cardinale Ruini (referendum sulla procreazione assistita, 2005) e alcuni giornalisti/opinionisti d’assalto, proprio i politici che, poi, frequentemente, piangono calde lacrime da coccodrilli sulla bassa partecipazione alle elezioni, in particolare, quelle politiche.

Molto più comprensibile e spesso anche condivisibile è la critica, non tanto al referendum in sé, ma alle materie alle quali lo applicano i promotori. Di questo difetto sono stati passibili non soltanto i radicali i quali portano la responsabilità di avere ecceduto con le loro “raffiche” di referendum. So che la replica ne sostiene la liceità anche alla luce della quantità di firme raccolte, indicanti una “necessità” sentita. Piuttosto, in definitiva, la mia critica va, non tanto alle materie sulle quali è costituzionalmente possibile promuovere un referendum, ma al fatto che l’abrogazione di una legge o di sue parti non garantisce quasi mai una soluzione immediatamente accettabile. Il cerino acceso torna, come nel caso di tutt’e cinque i quesiti sull’amministrazione della giustizia, nelle mani degli stessi parlamentari che non hanno saputo trovare soluzioni condivise, convincenti. Toccherà poi a loro interpretare il senso del verdetto referendario, talvolta con l’aiuto della Corte Costituzionale. Con (non) buona pace dei promotori e degli elettori.

Pubblicato il 8 giugno 2022 su Domani

La gradualità delle sanzioni è la strada su cui continuare @DomaniGiornale

Variamente, ma non del tutto, offuscato è in atto sul territorio dell’Ucraina uno scontro di enorme significato fra le democrazie e i regimi non-democratici. Visibilmente, non affatto al di là delle sue intenzioni, Vladimir Putin, capo del regime autoritario russo, vuole provare che le democrazie liberali non sono in grado di difendersi. Sono giunte alla fine della loro traiettoria storica. Xi Jinping, capo del regime totalitario cinese, non sta semplicemente a guardare. Già da qualche tempo progetta la conquista di Taiwan, sistema politico che con la sua esistenza e il suo funzionamento costituisce la prova provata che i cinesi sono tutt’altro che refrattari a istituzioni e pratiche democratiche. Se Putin vince, non mi pare utile cullarsi nell’illusione che una sua vittoria sia assolutamente da escludere, Xi Jinping e con lui tutto il gruppo dirigente della Cina ne trarranno la conclusione che è possibile sfidare con successo le democrazie, con gli USA già alcuni decenni fa memorabilmente definiti una tigre di carta.

   Le democrazie dentro e fuori l’Unione Europea sanno che le loro opinioni pubbliche non sono inclini a pensare che la risposta a Putin debba consistere in azioni di guerra. Dunque, comprensibilmente si sono affidati a una vasta gamma a di attività che colpiscano Putin, gli oligarchi, i suoi sostenitori, compreso l’arcivescovo Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie e chierichetto (copyright Papa Bergoglio) al servizio di Putin, tanto improvvidamente quanto deliberatamente “salvato” da Orbán. Tutti coloro che hanno letto anche un solo libro sulla guerra sanno che per lo più i contendenti mirano alla proporzionalità delle risposte per evitare qualsiasi pericolosa escalation. La gradualità con la quale l’Unione Europea ha finora provveduto a comminare sanzioni a persone e a cose risponde concretamente al principio della proporzionalità.

   Quanto più il conflitto si allarga, con i russi che continuano le loro attività belliche e le estendono, tanto più diventa necessario e ineludibile individuare e colpire le fonti di quelle attività e le risorse che le rendono possibili. Non può sorprendere che ogni Stato-membro dell’Unione valuti le conseguenze delle sanzioni anche con riferimento all’impatto sulla propria economia e sulla capacità di sopportazione della sua società. Poiché non esiste nessuna bacchetta magica che colpisca l’intero apparato produttivo e tutto il sistema economico russo, la gradualità è la strada, già intrapresa, lungo la quale continuare. Al contempo, ma i primi segnali sono visibili, appare indispensabile che a livello di UE si trovino le modalità più eque per la ripartizione dei costi delle sanzioni e ci si impegni a individuare le trasformazioni strutturali che rendano l’Unione tutta e gli Stati-membri meno vulnerabili. Questa è la strada per la cessazione del conflitto. Il resto verrà.

Pubblicato il 4 giugno 2022 su Domani