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L’Ecclesiaste for President più o meno rieleggibile @DomaniGiornale


Sostiene l’Ecclesiaste che “c’è un tempo per l’elezione del Presidente della Repubblica e c’è un tempo per vietarne l’ineleggibilità”. Da tempo secolarizzati, anche se per molto tempo democristiani, alcuni parlamentari del Partito Democratico hanno depositato un disegno di legge assolutamente intempestivo. Intendono vietare la rieleggibilità del Presidente della Repubblica, sulla scia di dichiarazioni in tal senso di Antonio Segni e Giovanni Leone, certamente non considerati fra i migliori Presidenti italiani, e eliminare il semestre bianco, il periodo nei sei mesi precedenti la fine del suo mandato nel quale il Presidente non può sciogliere il Parlamento. L’intempestività è acclarata. I disegni di legge costituzionali, come questo, richiedono una doppia lettura di Camera e Senato a distanza minima di tre mesi. Dunque, il disegno di legge primo firmatario Zanda non ha assolutamente nessuna probabilità di essere approvato in questa legislatura. Dunque, quand’anche fosse debitamente calendarizzato, è destinato a “cadere” e dovrà essere ripresentato nella prossima legislatura ricominciando da capo il suo iter. Il ddl è intempestivo anche perché il Presidente Mattarella ha più volte dichiarato la sua indisponibilità ad accettare una rielezione. Dal Quirinale hanno espresso stupore che in questa già di per sé complicata circostanza qualcuno s’ingegni a ritoccare la Costituzione, mandando non è chiaro quali messaggi a chi.
Il ddl Zanda et al. è anche fuori luogo poiché non risolve nessuno dei problemi esistenti riguardanti le modalità con le quali si potrebbero/dovrebbero manifestare le candidature e lo svolgimento di un trasparente dibattito pubblico. Al proposito, non abbiamo nessun insegnamento da trarre da qualsivoglia conclave, luogo quant’altri mai oscuro, ricco di complotti, denso di intrighi di cui nessuno oserebbe accollarsi le responsabilità. Si dice che molti entrino papi nel conclave e ne escano scornati, chiedo scusa, ma, purtroppo, nessuno chiarisce con quali credenziali si presentino i papabili e quali sono i loro successivi percorsi. Hanno scritto libri, quei cardinaloni? Partecipato a talkshow televisivi? Sono noti influencer? Quando, più o meno ad arte, perdono le staffe, l’audience si impenna?
Nel frattempo, noto che imporre la non-rieleggibilità del Presidente significa andare contro una delle migliori qualità delle democrazie parlamentari, la loro flessibilità, la loro capacità di fare fronte alle sfide in maniera inusitata. Non troppo paradossalmente, la rigidità è, anche, talvolta soprattutto, fragilità. Quanto al semestre bianco, prima di eliminarlo, sarebbe utile raccogliere e analizzare alcuni dati. Primo, quante volte in questi più di settant’anni di vita della repubblica italiana si sono presentate situazioni nelle quali sarebbe stato opportuno che il Presidente della Repubblica sciogliesse il Parlamento e il suo non poterlo fare ha provocato gravi danni al sistema politico italiano? Non era, comunque, e non rimane preferibile che i partiti risolvano i conflitti in Parlamento invece di logorare l’elettorato con scioglimenti a raffica anche nei sei mesi finali di una Presidenza? Infine, non sarebbe forse il caso che ci si rendesse conto che il vero potere del Presidente della Repubblica non consiste nello scioglimento del Parlamento, ma nel dire “no, non sciolgo né pro né contro nessuno, e contribuisco alla soluzione del problema incoraggiando la formazione di una maggioranza che dia garanzie di stabilità politica e di operatività decisionale”. C’è un tempo per lo scioglimento e c’è un tempo per la prosecuzione. Meglio non imporre nulla.
Pubblicato il 7 dicembre 2021 su Domani
Cosa resta dopo la fine dei partiti? Molto poco @DomaniGiornale


“I partiti politici hanno creato la democrazia e la democrazia moderna non è immaginabile se non in termini di partiti”. Questa generalizzazione, scritta nel 1942 dal professore di Scienza politica Elmer E. Schattschneider, contiene una precisa descrizione storica e una implicita previsione preoccupante. Che cosa succede quando scompaiono i partiti? Troppo impegnati nella ricerca di un Presidente della Repubblica che in qualche modo giovi alle loro sorti né magnifiche né progressive, troppo interessati ad una legge elettorale che minimizzi i rischi della competizione, troppo affannati nella costruzione di un “centro” stabilizzatore, dirigenti politici e commentatori sembrano essersi dimenticati che le difficoltà e i problemi di funzionamento del sistema politico italiano sono iniziati con il, peraltro meritato, crollo del sistema dei partiti nel periodo 1992-1994. Oggi c’è un unico protagonista della vita politica italiana che mantiene l’etichetta partito: il Partito Democratico. Tutti gli altri hanno deciso che è meglio farne a meno visto il discredito che i partiti hanno agli occhi degli italiani.
In un’intervista Giuseppe Conte ha assicurato che il Movimento 5 Stelle che intende costruire “non sarà un partito anche perché i partiti sono in crisi e tendono loro stessi a farsi movimenti”. Lui mira a trovare “le persone giuste e una sintesi politica convincente e quotidiana” (Corriere della Sera, 30 novembre, p. 11). Fermo restando che in Italia oggi al posto dei partiti non esistono affatto movimenti, ma associazioni personalistiche, i due compiti che Conte ritiene essenziali sono caratterizzanti, non solo storicamente, ma in tutte le democrazie contemporanee, proprio dei partiti politici. Più o meno indeboliti rispetto ai trenta e più anni “gloriosi” seguiti alla seconda guerra mondiale, i partiti esistono in tutte le democrazie occidentali (e hanno accompagnato la democratizzazione di molti paesi nel post-1989). Per reclutare le “persone giuste” è indispensabile che esista un’organizzazione sul territorio che le individui e le attragga. Per fare “sintesi politica convincente e quotidiana” bisogna che vi siano luoghi dove un certo numero di persone si riuniscono, discutono, decidono e comunicano le loro decisioni cercando di raggiungere un più vasto pubblico. Sono compiti che i partiti come li abbiamo conosciuti in Italia svolgevano, in maniera più meno efficace. Sapevano quei partiti offrire alternative programmatiche e elettorali. Costruivano coalizioni che andavano al governo con il loro personale, politico, praticamente mai tecnico/cratico.
Nel 1990 i partiti della tanto criticata “Prima Repubblica” avevano fatto dell’Italia la quinta potenza industriale al mondo. Non tutto andava al meglio, ma l’esistenza dei partiti e la loro competizione erano accompagnate anche da notevoli percentuali di partecipazione elettorale. Non sarà il migliore dei Presidenti della Repubblica a fare (ri)nascere organizzazioni partitiche decenti. Nessun più o meno ingente premio in seggi potenzierà l’organizzazione dei vincenti. Nessuna riforma dei regolamenti impedirà il piccolo o grande trasformismo dei parlamentari. Certo, ciascuno di questi eventi e riforme se andasse per il meglio contribuirebbe alla comparsa di strutture simili ai partiti. Tuttavia, se nessuno dei dirigenti politici accetta la sfida e si pone esplicitamente l’arduo compito di ristrutturazione partitica, la prossima legislatura continuerà ad essere caratterizzata dai problemi che abbiamo già sperimentato nell’ultimo quarto di secolo.
Pubblicato il 1° dicembre 2021 su Domani
Il ribellismo dei No-vax ha troppo spazio nei media @DomaniGiornale


Il risultato ufficiale del referendum fra gli italiani sulla scienza, comunicato personalmente dal Presidente Mattarella, è stato 9 a 1 a favore della scienza. Richiamare l’attenzione su queste cifre che rappresentano la percentuale di vaccinati contrapposta a quelli che non l’hanno fatto è più che opportuno. Non sono sicuro che basterà a convincere i non vaccinati, ma è importante provare. In Germania, il ministro della Sanità, molto preoccupato tanto dall’andamento della pandemia quanto dalla percentuale di non vaccinati, inferiore del 10 per cento a quella italiana, è stato molto più brutale: all’inizio della primavera 2022 i tedeschi saranno vaccinati, guariti o morti. Mi sono fatto l’idea che non bisogna in nessun modo blandire coloro che si oppongono al vaccino e popolano le manifestazioni facendo anche ampio uso e sfoggio della violenza a spese dell’incolumità e dell’attività lavorativa dei loro concittadini.
Manifestare le proprie opinioni è un diritto, ma decidere di non vaccinarsi è molto più banalmente una facoltà. Chi non si vaccina deve sapere che a norma di Costituzione la sua libertà può essere limitata. Dunque, può scegliere di accettare le limitazioni oppure di vaccinarsi per tenere il più esteso possibile il suo spazio di libertà. Noto, invece, che queste elementari considerazioni non trovano adeguata risonanza nel dibattito pubblico e sui mass media dei più vari tipi. Ritengo che, da un lato, nel 90 per cento degli italiani che si sono vaccinati, ci siano altre motivazioni, per altro tutte rispettabili, oltre alla fiducia nella scienza: rispetto delle leggi, volontà di non contagiare familiari e amici, paura per la propria salute. Dall’altro lato, non sono del tutto convinto che la motivazione predominante fra i No Vax sia costituita dalla non fiducia nei confronti della scienza. Neppure la sicuramente legittima paura per reazioni negative in conseguenza del vaccino è qualcosa che coinvolge la maggioranza di loro.
La motivazione probabilmente più diffusa, la chiamerò con un termine quasi nobile, è il ribellismo, la scelta ideologica (non il diritto) di opporsi all’autorità, accompagnata e rafforzata dalla presunzione di essere superiori a quei pecoroni (immunità di gregge) di concittadini che si “piegano” a quanto deciso dal governo italiano. I governanti sono accusati di essere più o meno colpevolmente succubi di qualche tanto oscura quanto potente cospirazione internazionale e, naturalmente, di Big Pharma, delle grandi furbesche e maligne compagnie farmaceutiche. Contro queste tesi ideologiche, Mattarella ha scelto di mettere in campo il suo prestigio, ma anche di fare un richiamo al principio di maggioranza. Nessuna minoranza, per quanto “intensa” sia, può accampare il diritto di imporre la sua volontà ad una maggioranza che, per di più, non viola affatto i diritti fondamentali di quella minoranza.
Ne traggo due conclusioni. La prima è che non dobbiamo continuare a mettere sullo stesso piano coloro che rispettano le regole e che riconoscono la validità delle competenze scientifiche con la variegata galassia degli oppositori e dei negatori. Non solo questo atteggiamento è sbagliato, ma produce/rrebbe conseguenze negative di grande impatto proprio sulla credibilità collettiva della scienza, delle sue acquisizioni, delle sue raccomandazioni. Secondo, alle posizioni No Vax non deve essere attribuito lo stesso spazio nel dibattito pubblico e sui mass media di cui godono coloro che agiscono in base all’accettazione di quello che la scienza ritiene sia ragionevole e positivo. 10 per cento non vale 90 per cento.
Pubblicato il 24 novembre su Domani
L’ossessione per la scelta diretta dei presidenti @DomaniGiornale


Ancora una volta dalle pagine del “Corriere” giunge una lezione di politica e di democrazia che non ha nessun fondamento nella teoria e nella pratica proprio delle democrazie. Paolo Mieli ci aveva già raccontato, senza nessun riscontro empirico, che l’alternanza è la norma nelle democrazie occidentali e che, in assenza di alternanza, l’Italia è destinata a restare nel caos.
Per lo più, invece, nelle democrazie europee assistiamo, con l’eccezione della Gran Bretagna, non alla sostituzione in toto di un governo ad opera di una opposizione, ma alla ridefinizione, uno o due partiti escono, uno entra, della coalizione di governo. Così sta avvenendo in Germania.
Adesso Mieli sostiene, forse addirittura invoca, ispirato, ma non so quanto sostenuto, dal vescovo Ambrogio, l’elezione popolare diretta dei capi di governo e dei capi di Stato.
Nelle democrazie parlamentari, tali sono tutti i sistemi politici dell’Europa occidentale, nessun Primo ministro/Cancelliere è mai stato eletto dal “popolo”, per molte buone ragioni a cominciare dal consentire cambi di persone e cariche in caso di necessità senza tornare alle urne. Quanto ai capi di Stato, mi limito a ricordare che in Europa occidentale esistono otto monarchie (Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda , Norvegia, Spagna e Svezia) nelle quali, naturalmente, non c’è nessun bisogno di nessuna elezione.
Nulla osta a proporre il cambiamento della forma di governo italiana da parlamentare a presidenziale o semipresidenziale, sapendo che esistono differenze profonde fra questi due modelli. Sapendo anche che l’elezione popolare diretta apre la strada a outsider che, da Trump a, ipoteticamente, Zemmour, non sembrano costruttori di buona politica.
Secondo Mieli, dare la parola al popolo nel silenzio dei “presidenziabili” italiani ri-avvicinerebbe gli italiani alla politica. Dalle pagine del Corriere qualsiasi lettore può notare che da qualche mese i “presidenziabili” parlano, eccome. Alcuni di loro sono frequenti ospiti di programmi televisivi nei quali presentano libri e raccontano storie. Insomma, le informazioni circolano e, comunque, nessuno di coloro che ha raggiunto la più alta carica della Repubblica italiana era uno sconosciuto, privo di carriera politica e biografia professionali.
Il “direttismo”, come lo definì Giovanni Sartori, a lungo editorialista del Corriere, non migliora necessariamente la politica. A riportare gli italiani alle urne e a riavvicinarli alla politica, dalla quale espressioni come “casta” e “razza poltrona” contribuiscono a demotivarli e a confermarli nei loro pregiudizi, debbono essere i partiti, magari con una legge elettorale, ne esistono diverse, che garantisca competizione e elimini la cooptazione. Nel frattempo, sono molto fiducioso che per riavvicinare i cattolici alla politica e per fuoruscire dalle “vie tortuose e imperscrutabili” dei Conclavi, ma anche dalla tutt’altro che democratica acclamazione, Papa Francesco stia formulando le regole affinché il suo successore sia eletto direttamente dal popolo cattolico.
Pubblicato il 21 novembre 2021 su Domani
Ci vuole più chiarezza sulle scelte per il Quirinale @DomaniGiornale


Il totonomine Presidente della Repubblica ha senso per i commentatori e per gli scommettitori. Chi indovinerà cercherà di trarne qualche profitto. Invece, “tirare la giacchetta” ai candidabili è fin d’ora un esercizio potenzialmente molto democratico. Il “tirato” si rivolgerà allo strattonatore chiedendo ragione di quel comportamento e per sapere in quale direzione dovrebbe andare. Motivando quello che ha fatto e indicando la direzione lo strattonatore dovrà convincere anche altri delle sue preferenze.
Fuor di metafora i nomi non perderanno affatto di interesse, ma l’opinione pubblica comincerebbe a saperne di più su quello che è lecito desiderare e aspettarsi da chi è disponibile ad essere eletto. Ho già sottolineato su queste pagine che la Presidenza della Repubblica non è un risarcimento e neppure un premio alla carriera. Piuttosto è molto chiaramente un compito da svolgere che guarda al futuro. È un compito che impegna comportamenti da tenere in piena autonomia ad opera di chi sarà eletto e senza che vi sia nessuno scambio di nessun tipo. Le azioni del Presidente non dovranno mai ispirarsi alla “riconoscenza” nei confronti dei suoi elettori. Se i capi dei partiti che, in questo caso, sono effettivamente kingmakers, peraltro non del tutto in controllo dei propri rappresentanti parlamentari (per i quali non uso il termine “truppe”) uscissero dalla pesante coltre di ipocrisia sotto la quale celano i loro oscuri desideri renderebbero un servizio significativo al dibattito democratico.
Probabilmente, l’opinione pubblica non soltanto apprezzerebbe, ma ne risulterebbe meglio informata sulle istituzioni e il loro funzionamento. Tutti coloro che segnalano, spesso con esagerato compiacimento il distacco, sempre a loro dire “crescente”, fra i cittadini e le istituzioni, dovrebbero battersi per l’instaurarsi di un dialogo democratico ai vari livelli. Capisco che, naturalmente, molti dei “presidenziabili” preferiscano il silenzio in base ad un ragionamento (o a una superstizione) che, se mai ha avuto senso, ha esaurito il suo tempo. Quali sarebbero i nomi che, menzionati nel passato, per questo solo fatto si sono bruciati? Nel segreto dell’urna quei nomi metteranno alla prova la loro validità e il grado di apprezzamento di cui godono fra i parlamentari e gli altri grandi elettori. Tutti costoro avranno acquisito dal dibattito pubblico svolto in pubblico informazioni pro e contro di cui difficilmente erano già in possesso. Mi spingo fino a chiedere che gli stessi presidenziabili dicano a chiare lettere se sono disponibili ad essere presi in considerazione.
Non è soltanto un esempio di elevato senso delle istituzioni la dichiarazione di Mattarella di non essere disposto ad accettare un secondo mandato (meno che mai opportunisticamente ridimensionato a qualche anno per consentire ai partiti di guadagnare tempo). É un gesto di grande saggezza politica e costituzionale. Sgombra il campo da una soluzione di comodo e chiama alla responsabilità i kingmakers. Il resto è chiaro. Chi in base alla sua traiettoria politica offre maggiori garanzie di rappresentare l’unità nazionale, di sapere usare i notevoli poteri di cui usufruirà per riequilibrare il sistema politico italiano, di avere quel prestigio internazionale che serve per l’Italia in Europa? Soltanto riflettendo su questi criteri, valutandone la differenziata rilevanza, discutendo apertamente si giungerà ad una scelta che non soddisferà certamente tutti e le loro ambizioni, ma che consentirà all’eletto di mettersi in condizione di svolgere i difficilissimi compiti del nostro tempo. Neanche adesso sarà opportuno tacere.
Pubblicato il 17 novembre 2021 su Domani
Il problema etico con i redditi privati del senatore Renzi @DomaniGiornale


Di tanto in tanto, ma in Italia piuttosto raramente, qualcuno solleva un argomento delicatissimo: il posto dell’etica in politica. Addirittura se debba esserci un posto, anche piccolo, per l’etica in politica. Sulla scia di non pochi filosofi della politica, da Immanuel Kant a Norberto Bobbio, ritengo che la politica liberale e democratica abbia a suo fondamento un’etica. Intendo per etica alcuni principi fondamentali da rispettare e praticare senza eccezione alcuna. Fra i molti principi che stanno alla base del liberalismo, parola sulla bocca di molti che non sanno di cosa parlano, sta quello, praticamente costitutivo, che il potere politico, nato per riequilibrare e contrastare il potere economico, deve essere e rimanerne separato. Non deve essere usato per acquisire potere economico. A sua volta il potere economico non deve mai trovarsi in condizione di controllare il potere politico, di subordinarlo, di imporre le sue preferenze, i suoi interessi. L’esistenza di un conflitto fra gli interessi privati e i doveri pubblici è un vulnus gravissimo che può indebolire e svilire qualsiasi politica liberal-democratica.
Dal punto di vista liberale utilizzare le cariche politiche per ottenere ricompense economiche di qualsiasi entità e di qualsiasi provenienza è un comportamento non etico. Potrebbe anche essere un comportamento non necessariamente illecito dal punto di vista delle leggi vigenti. Tuttavia, la sua non “eticità” appare lampante. In molti sistemi politici vale il principio che ai detentori di cariche di rappresentanza e di governo bisogna negare la possibilità di ricevere denaro in cambio di prestazioni come lezioni, conferenze, consulenze fintantoché hanno una carica. La ratio è che non solo è probabile che siano interpellati, reclutati e pagati quasi esclusivamente perché hanno quella carica, ma anche perché è assolutamente probabile che coloro che ricompensano quelle prestazioni lo facciano in buona misura anche per ingraziarsi quei politici.
Più o meno inconsciamente, i politici che ricavano guadagni dalle loro attività a favore di associazioni e governi, di persone e di enti finiranno per non sentirsi liberi quando gli interessi dei loro “donatori” faranno capolino. Saranno influenzati nelle loro argomentazioni pubbliche, nelle decisioni da prendere, negli emendamenti da scrivere, nelle leggi da votare. Non potranno mai essere al di sopra dei sospetti cosicché quei sospetti, legittimi o no, inquineranno il dibattito pubblico, renderanno problematica la trasparenza dei processi decisionali, colpiranno la qualità della democrazia. Forse, come sostiene il senatore Matteo Renzi, le sue conferenze sono lautamente pagate perché riflettono l’importanza di insostituibili conoscenze derivanti anche dalla sua esperienza di capo del governo, ma non sono penalmente rilevanti. Certamente, però, sollevano un problema etico: uso del potere politico per l’ottenimento di profitti economici, di prima grandezza. Nella patria del liberalismo, la Gran Bretagna, molti affermerebbero “it’s simply not done”. Non s‘ha da fare.
Pubblicato il 10 novembre 2021 su Domani
L’ideologia democratica dell’UE alla prova più dura @DomaniGiornale


“Senza ideologie che strutturano le opinioni i populisti trovano spazio”. Questa affermazione di François Hollande, socialista, Presidente della Quinta Repubblica francese (2012-2017), coglie in pieno la situazione nella quale si trovano molti Stati-membri dell’Unione Europea e, in una certa misura, la stessa Unione. Nel caso italiano, se fosse rimasto qualcosa delle vecchie ideologie non vi sarebbero tanti elettori che si astengono dall’andare alle urne, che cambiano voto da un’elezione all’altra (più del 30 per cento), che decidono uno o due giorni prima del voto, se non la mattina stessa. I populisti si sono fatti largo quasi dappertutto in Europa, ma di più proprio dove non è più possibile parlare di “ideologie” che organizzano le opinioni. Per ovvie motivazioni legate all’Unione Europea, in Ungheria prima e di più, ma oggi molto anche in Polonia, si sono affermati leader, partiti e comportamenti populisti. In parte per opportunismo (Orbán contribuiva con i suoi voti e seggi alla vittoria dei Popolari Europei), in parte per malposta accondiscendenza nei confronti dei polacchi, troppo a lungo i capi degli altri Stati-membri e la stessa Commissione hanno tollerato violazioni più o meno palesi degli impegni che tutti gli Stati hanno assunto proprio per fare parte dell’Europa e per godere dei vantaggi, non solo economici, della loro appartenenza.
A fondamento del Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli pose la sua convinzione, che era anche un ambizioso progetto politico, condivisa da Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, che i partiti europei non si sarebbero più distinti in destra e sinistra, ma fra quelli favorevoli all’unificazione politica dell’Europa e quelli che vi si sarebbero opposti. In una certa misura, l’europeismo è un insieme di idee, politiche e sociali, che potremmo assimilare ad una ideologia. Al sovranismo al momento è difficile, forse anche prematuro, attribuire la stessa qualifica. Però, esiste un punto che ha acquisito crescente rilievo. Quel complesso di idee europeiste posto a fondamento dell’Unione e dei suoi Trattati è sicuramente caratterizzato dalla piena accettazione dei principi democratici. L’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Le sue istituzioni, compresa la Corte Europea di Giustizia, proteggono e promuovono i diritti dei cittadini anche contro i rispettivi Stati nazionali. La violazione dei diritti dei cittadini in qualsiasi Stato nazionale ferisce l’Unione.
Porre il diritto nazionale al di sopra del diritto dell’Unione fa cadere uno dei cardini dell’europeismo. L’Unione Europea ha una ideologia democratica, che, applicando le parole di Hollande, struttura (o dovrebbe strutturare) le opinioni e i comportamenti dei governanti, dei rappresentanti, dei cittadini. Quanto i governanti ungheresi e polacchi hanno fatto nei confronti dei mass media, delle università, del sistema giudiziario, delle opposizioni colpisce i principi democratici fondamentali sui quali l’Unione è stata costruita e che l’Unione ha promosso e ampliato. Più volte, il Parlamento europeo ha ribadito la centralità di quei principi e dell’ideologia democratica a loro sottostante. In gioco nello scontro fra Commissione e Polonia non c’è un pugno di Euro, anche se i populisti sono spesso molto sensibili al valore del denaro e dei benefici economici. Quello che l’Unione deve difendere e imporre richiedendo il rispetto delle leggi e degli accordi è “semplicemente” l’ideologica democratica. Quanto più la Commissione metterà in evidenza che la posta in gioco sono i valori democratici tanto più riuscirà a restringere lo spazio dei populisti.
Pubblicato il 2 novembre 2021 su Domani
Premio, risarcimento, roulette: la presidenza della Repubblica #Quirinale @DomaniGiornale


La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio da attribuire ad una più o meno prestigiosa carriera politica (né tecnocratica) fermo restando che bisognerebbe esplicitarne i criteri di valutazione. Non può essere intesa neppure come un risarcimento per torti (quali?) subiti che verrebbero raddrizzati con l’ascesa al Quirinale. Non deve essere proposta sulla base di aspettative contingenti, ad esempio, eleggere chi scioglierà più o meno immediatamente il Parlamento oppure chi vuole che la legislatura continui fino alla sua scadenza naturale. Nessuno/a dei Costituenti accetterebbe mai una qualsiasi di queste motivazioni. Tutti si riconoscerebbero nei principi messi a fondamento della Presidenza, del suo ruolo, dei suoi poteri. Nessuno prescinderebbe dalla richiesta che chi ha funzioni pubbliche deve “adempierle con disciplina e onore” (art. 54) che vale tanto per il futuro quanto per il passato.
Fuori dai retroscena che troppo spesso inquinano il dibattito politico e vengono usati per manipolare l’opinione pubblica, la domanda giusta è chi, nella classe politica, ma eventualmente anche fuori, possa essere ritenuto capace di svolgere gli impegnativi compiti che la Costituzione attribuisce al Presidente. Alla carica politica e istituzionale più elevata la Costituzione chiede, anzitutto, di rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Questa unità deve ispirare e informare l’esercizio di tutti gli importanti poteri istituzionali e politici a sua disposizione. Il Presidente non scioglierà il Parlamento a richiesta di nessun gruppo nel perseguimento di qualche opportunità politica. Tuttavia, non rifiuterà lo scioglimento se la maggioranza in quel Parlamento traballa, traccheggia e visibilmente ha perso qualsiasi operatività. Il Presidente non nominerà capo del governo colui/colei il cui partito ha ottenuto il maggior numero di voti a meno che la richiesta gli sia sottoposta dai leader dei partiti che assicurano la formazione di una coalizione di governo in grado di durare combinando stabilità politica e efficacia decisionale.
Il Presidente, va ricordato ai grandi elettori e ai più o meno grandi commentatori, è colui che opera complessivamente avendo di mira, vera stella polare, l’equilibrio del sistema politico e la sua trasformazione secondo i desiderata della maggioranza parlamentare, dei rappresentanti che sono gli unici ad avere ricevuto un mandato popolare. Non da oggi, a questi compiti abbiamo imparato che se ne deve aggiungere un altro particolarmente significativo: mantenere un legame con l’Unione Europea trasmettendo il messaggio essenziale e potente che l’Italia è uno stato-membro che adempie ai suoi compiti e agisce per rafforzare e democratizzare le istituzioni dell’Unione e i suoi spesso complessi e confusi processi decisionali. Non credo di essere troppo esigente se suggerisco e chiedo che la discussione su chi abbia i titoli per aspirare alla Presidenza della Repubblica tenga in massimo conto la Costituzione italiana e i rapporti con l’Europa. Nessuna roulette produrrà una scelta soddisfacente.
Pubblicato il 27 ottobre 2021 su Domani
Ora che il Pd ha vinto può incidere sul governo @DomaniGiornale


Anche se non giungo a sostenere, come comprensibilmente ha fatto Enrico Letta, che le elezioni amministrative sono state un “trionfo” per il PD, il successo del Partito e del suo segretario è stato limpido, consistente, significativo. Buoni candidati, competenti e dotati di previa esperienza politica, selezionati(si) con poche tensioni senza strascichi in aggiunta a quello che rimane del radicamento territoriale del partito, hanno prodotto un esito significativo, al di sopra delle aspettative. Per i prossimi cinque anni molte città importanti saranno governate da sindaci democratici. La situazione sembra, almeno in parte, quella del 1975 quando la vittoria di molti sindaci di sinistra preannunciò il grande successo elettorale del PCI nel 1976. Rallegrarsi, quindi, è giusto tanto quanto ricordare che queste vittorie sono anche il frutto dell’atteggiamento responsabile, serio e sobrio dei ministri del Partito Democratico a sostegno del governo Draghi. Pertanto, mi pare di potere suggerire che Letta e il suo partito si sono conquistati il diritto di chiedere a Draghi qualcosa di più e qualcosa di diverso nell’opera del governo al cui interno la Lega deve di conseguenza contare meno .
Fermo restando l’impegno all’attuazione nel migliore dei modi possibile del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è giusto e opportuno che il Pd ricordi a Draghi che le riforme di adesso debbono preannunciare un percorso riformista che intenda ridurre le disuguaglianze cattive. Tali sono le disuguaglianze che configurano privilegi invece di offrire opportunità di sviluppo, non solo economico, ma sociale e culturale, ai settori svantaggiati della società italiana.Non importa quanto i ricchi diventino più ricchi, ma che lo facciano non a spese della società e dei settori già svantaggiati. Ho in mente, naturalmente, sia una eventuale tassa sui patrimoni sia una rimodulazione della tassa sulle successioni. Questo non sarebbe un esempio del “togliere” (denaro) agli italiani quanto, piuttosto, della volontà di procedere verso maggiore equità sociale non a scapito dello sviluppo. Appare anche opportuno, sempre in chiave di equità e sviluppo, che il PD chieda interventi incisivi per l’integrazione dei figli dei migranti (e dei loro genitori ).
Nella misura in cui alcune riforme riescano a cambiare la percezione che una parte nient’affatto trascurabile dell’elettorato italiano ha della politica attuale, allora, forse, potrà anche tornare a votare. Non è possibile stabilire quanto gli astensionisti abbiano deciso di lasciare le urne semivuote perchè scoraggiati dalla distanza e dall’indifferenza del governo alle loro sorti. Probabile è che alcune misure, alcuni provvedimenti ben congegnati e ampiamente discussi farebbero (ri)emergere nell’elettorato la percezione che il loro voto conta. Il Partito Democratico e il suo segretario sanno che le vittorie elettorali vanno governate e che un governo più politico può condurre a una pluralità di vittorie (buone).
Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Domani
Forza Nuova va sciolta qui e ora. E se rinasce la sciogliamo ancora @DomaniGiornale


Quando si tratta di leggere e interpretare la Costituzione, non possono e non debbono mai essere invocate valutazioni di opportunità politica. Le disposizioni della Costituzione vanno applicate con riferimento assoluto e coerente alla loro lettera e al loro spirito. Questa coerenza si estende anche alla lettera della XII disposizione: “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Scritta da Costituenti che avevano sperimentato in una pluralità di forme il regime fascista, la sua nascita, le sue modalità di governo, lo spirito è lampante. Bisogna bloccare sul nascere tutte le manifestazioni, massime la violenza, che si richiamino al fascismo e che configurino tentativi di ricomparsa. Qui e adesso, in particolare dopo l’assalto alla sede della CGIL e al pronto soccorso del Policlinico Umberto I, nonché il progettato attacco a Palazzo Chigi, è corretto ritenere che Forza Nuova miri alla ricostituzione di un’organizzazione fascista? Dunque, se ricade nella fattispecie delineata dalla XII disposizione va sciolta. All’eventuale scioglimento non si possono contrapporre argomentazioni di errori e inadeguatezze del passato e neppure più o meno fondati timori di ripercussioni future.
Il Movimento politico “Ordine Nuovo” fondato e guidato da Pino Rauti fu sciolto con sentenza della magistratura nel novembre 1973 e i suoi beni furono confiscati. Lo scioglimento avvenne nella fase già iniziata degli anni di piombo. Non ricordo opposizioni alla sentenza che applicava la legge Scelba (Ministro degli Interni) del 1952 di attuazione della XII disposizione che sollevassero il problema dell’eventuale esacerbarsi del terrorismo di destra, al quale Ordine Nuovo contribuiva significativamente. Non ricordo neppure che venisse posto il problema delle prospettive occupazionali di dirigenti e dei militanti, dove sarebbero andati, che cosa avrebbero fatto. Nessuno si chiese se quei terroristi che operavano in nome del fascismo sarebbero diventati ancora più violenti e pericolosi una volta disciolta e bandita la loro organizzazione. Le democrazie si difendono applicando la Costituzione e le leggi (d’obbligo è il rimando alla bella ricerca di Giovanni Capoccia, “cervello” fuggito e meritatamente e felicemente approdato a Oxford: Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005) , non misurando con bilancini opportunistici i pro e i contro delle decisioni che trovano il loro fondamento nella Costituzione e nelle leggi che ne traducono concretamente i dispositivi.
Atteggiamenti di mal posta comprensione di un presunto “disagio” che non può comunque mai sfociare in violenza politica mirata, comportamenti incoerenti e al di sotto della sfida rivelano la debolezza di uno Stato e dei suoi apparati, delusi e umiliati. Aprono ulteriori spazi psicologici, sociali e politici a chi intende fare uso della simbologia e della strumentazione verbale e fisica del fascismo, e sa come farlo. Una volta sciolta Forza Nuova i suoi dirigenti non finiti in carcere oppure uscitine si adopereranno per costituire un’altra organizzazione il più simile possibile? Non è da escludersi nella consapevolezza, da un lato, che nessun fascismo si batte soltanto con l’istruzione e la cultura (non una buona ragione per tralasciare una intensa opera di educazione civica e storica), dall’altro, che il fascismo è parte della nostra storia e può ripresentarsi con una pluralità di volti. Bisognerà, allora, ricorrere nuovamente alla Costituzione, alla sua applicazione e alle conseguenze che ne derivano. Però, nessuno potrà più sollevare la obiezione/giustificazione della colpevole sottovalutazione e degli errori gravi commessi nel passato più o meno recente.
Pubblicato il 16 ottobre 2021 su Domani