Home » Posts tagged 'Domani' (Pagina 23)

Tag Archives: Domani

A cosa servono i referendum nelle democrazie parlamentari @DomaniGiornale

Non so quanti altri peli i giudici costituzionali troveranno nelle otto uova referendarie sottoposte alla loro attenta e decisiva disamina giuridica. L’inammissibilità del cosiddetto “omicidio del consenziente” è un’enormità. La maggioranza della Corte non si è lasciata convincere da Giuliano Amato, l’autorevolissimo, per dottrina e storia personale, loro Presidente. Da non esperto, per di più con qualche propensione referendaria, la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia di referendum mi è frequentemente sembrata tenere in smodato conto alcuni criteri politici. Poi li nobilitava con riferimenti alla necessità di non aprire/acuire scontri, di non mettere a rischio la stabilità politica, già di per sé inferma, di non creare situazioni difficili. Dall’altro lato, i radicali hanno troppo spesso usato i referendum come clava contro i pur precari equilibri politici, come raffiche per abrogare la classe politica (eh, sì, qualche striscia di populismo nella concezione radicale della democrazia ha spesso fatto capolino). Nella stagione dei referendum elettorali, Giuliano Amato, allora vice-segretario del PSI, usò del suo prestigio di grande professore di Diritto Costituzionale, per denunciarli come “incostituzionalissimi”. La Corte l’accontentò soltanto in parte, ma commise quello che interpretai come un grave errore politico. Consentì all’abrogazione, non della legge nella sua interezza, ma di una o più frasi, con l’esito di una riscrittura del testo e della comparsa di una legge differente da quella che non s’era potuta abrogare. Si affermarono gli esperti del ritaglio.

Rapidamente, alcuni politici, ma anche i cardinali di Santa Romana Chiesa, sapendo che non potevano vincere contando i voti fecero appello all’astensione per fare fallire i referendum per mancanza di quorum. “Portare” alle urne il 50 per cento più uno degli italiani in epoca di disaffezione, declino dei partiti, polarizzazione politica, è diventato oramai un’impresa disperante. Triste, però, è vedere materie rilevanti per la vita degli italiani soppresse dal 20-25 per cento di astensionismo aggiuntivo a quello cronico con la sconfitta di quasi la metà dell’elettorato che si è mobilitato per conoscenza e convinzione.

   Di fronte alla divisione, partigianeria e, talvolta, inadeguatezza, non del parlamento, ma dei parlamentari, i referendum abrogativi continuano ad avere la possibilità di adempiere ad alcuni compiti, relativamente impropri, ma utili. Possono servire soprattutto da stimolo individuando un problema e imponendo un dibattito pubblico in pubblico. Talvolta, fanno opera di supplenza prospettando soluzioni persino in concorrenza con quelle formulate dal governo. In questa tornata è il caso dei quesiti sull’amministrazione della giustizia sottoposti dalla Lega. L’ultima parola può sempre averla il Parlamento anche contro, ma meglio di no, le preferenze espresse dagli elettori referendari. Nelle democrazie parlamentari, il referendum rimane strumento irrinunciabile. Consentirlo anche su materie delicate, come l’omicidio consenziente, continua a sembrarmi opportuno. 

Pubblicato il 16 febbraio 2022 su Domani

Il significato del “bagno di democrazia” di Conte @DomaniGiornale 

Troppo facile usare il sarcasmo contro un Movimento che si è presentato come portatore di una speranza di democrazia integrale e gioire perché un tribunale di Napoli decapita la sua leadership in quanto è stata eletta violando lo Statuto e, forse, un principio democratico. Il tribunale dà ragione ai ricorrenti che hanno sostenuto che dovevano essere ammessi a votare tutti gli iscritti, anche quelli da meno di sei mesi. Troppo facile anche ricordare che in molti congressi di molti partiti democratici (sic, qualche partito italiano i congressi neanche li fa), il voto è consentito soltanto a chi è iscritto talvolta da più di sei mesi, anche da almeno un anno, proprio per evitare afflussi indebiti e manipolazioni.

   Sulla democrazia nei partiti, cominciando dal classico libro La sociologia del partito politico (1911) dell’allora socialdemocratico Robert Michels, che giunse alla conclusione che è impossibile, c’è sempre molto da raccontare, da scrivere, da criticare. La democrazia interna, più o meno auspicabile, non è mai soltanto un problema giuridico, ma è sempre, anche, soprattutto, un problema di rispetto delle regole, di equità e non solo di funzionalità. Il problema di adesso, ma anche a seguire, per il Movimento 5 Stelle non può, però, essere definito nei termini prospettati da Conte che ha dichiarato che il piano politico-sostanziale, dove si colloca la sua leadership, deve essere contrapposto e considerato superiore al piano giuridico-formale che la sospende. Rimane che la violazione dello Statuto concernente la votazione per il leader è, comunque, grave.

   Sollevata, certo non necessariamente in nome della democrazia, ma come strumento di battaglia politica, quella violazione fa sospendere, se non decadere, la leadership che ne è scaturita. Almeno temporaneamente, alla testa del Movimento dovrà andare una leadership di emergenza e di garanzia. Conte deve prendere atto della nuova situazione. Ottima è la sua intenzione di procedere con le opportune modifiche allo Statuto. Meno chiaro è che cosa significhi la promessa di un “bagno di democrazia”. Infatti, la democrazia non esiste mai nel vuoto di regole e di procedure. Chi vuole instaurare e mantenere una democrazia deve sempre iniziare da lì e fare affidamento sugli irrinunciabili elementi formali che sono, per estendere la metafora, l’acqua nella quale sta immersa la democrazia.

   A nessuna situazione che pretenda di essere democratica può bastare la sostanza, vale a dire un leader riconosciuto e acclamato. È essenziale che quel leader abbia ottenuto la sua carica, il suo ruolo in ottemperanza alle norme pattuite con il rispetto dovuto alle minoranze. Naturalmente, questo discorso vale per tutti i partiti. Conte sta forse imparando che la lotta politica si svolge dolorosamente su più piani e che il piano puramente politico non deve mai prevalere su quello anche giuridico, del rispetto delle regole. La lezione è salutare ed è auspicabile che valga per tutti, erga omnes.

Pubblicato il 9 febbraio 2022 su Domani

Un sistema fragile appeso agli uomini della provvidenza @DomaniGiornale

Quando in un sistema politico due sole persone vengono ritenute capaci di svolgere i compiti più importanti: Presidente della Repubblica e capo del governo c’è un problema. Quando entrambi avevano annunciato di avere aspettative e prospettive diverse, Draghi il Quirinale, Mattarella la vita privata, e hanno dovuto rinunciarvi, il problema è ancora più grave. Da potenziale king, sembra che Draghi si sia sentito obbligato a trasformarsi in kingmaker convincendo Mattarella a lasciarsi incoronare per salvare il governo delle forse troppo larghe intese e consentirne l’essenziale prosecuzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non posso unirmi a lodi sperticate e talvolta ipocrite sul senso di responsabilità di entrambi. Valutazioni diverse e esiti diversi, nient’affatto peggiori, erano sicuramente possibili. Credo che adesso Draghi e Mattarella dovrebbero riflettere sulle loro azioni, forse errori, e sulle conseguenze prossime e future.

   Davvero in Italia, nella sua politica, non c’erano alternative? Non si trovava un altro capo del governo in sostituzione di Draghi? Non esisteva un altro uomo/donna delle istituzioni in grado di succedere a Mattarella? Sarebbe gravissimo. Non sono gli scontri, le inadeguatezze, le incapacità dei parlamentari e dei loro partiti a segnalare quello che troppi definiscono una crisi di sistema e invece è la fisiologia della democrazia parlamentare italiana. Tutti gli inconvenienti sono da tempo tanto noti quanto, con pazienza (virtù che i mass media non sanno praticare), faticosamente e almeno parzialmente, rimediabili. La crisi di sistema è clamorosa, ancora incombente, potenzialmente esplosiva specialmente quando il sistema è appeso all’esistenza di due e due sole personalità. Non basta, come ha detto a caldo il rieletto Presidente Mattarella, garantire “l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini”. “Vaste programme” sosterrebbe un altro grande Presidente, Charles de Gaulle, che, peraltro, ebbe e utilizzò notevoli poteri esecutivi. Bisogna capire in che modo interpretarle, sapendo che il Presidente della Repubblica difficilmente riesce ad andare oltre la classica moral suasion (lasciando il tempo che trova).

Uscito indebolito dalle elezioni presidenziali, le tensioni dentro la sua maggioranza essendo cresciute, Draghi avrà molti problemi a governare a maggior ragione se i partiti daranno inizio alla danza della fibrillazione elettorale. Frequente diventerà il ricorso ai decreti e pesante lo schiacciamento del Parlamento le cui decisioni (sic) Mattarella afferma di avere voluto rispettare. Vorrà/saprà il Presidente rieletto contribuire al ristabilimento di un equilibrio positivo fra governo e Parlamento? Oppure Draghi continuerà come uomo un po’ più solo , con diminuito consenso, approfittando dello stato di necessità e contando sul sostegno di Mattarella? La ripartenza di entrambi mi pare poco promettente e tutta in salita.

Pubblicato il 3 febbraio 2022 su Domani

Quirinale, quali sono davvero le conseguenze del possibile passaggio di Draghi dal governo al Colle? @DomaniGiornale

Dai commenti, di retroscenisti e folkloristi, deduco che per l’elezione al Quirinale è già stata superata la fase dei requisiti richiesti. Male. Per molti commentatori, comunque, il problema s’era posto solo con riferimento all’aggettivo ripetuto ad nauseam “divisivo”. Quasi sparita la necessità che il candidato/a dia garanzie di sapere proteggere ruolo, prerogative, potere della Presidenza. Addirittura, Più Europa e Azione, per voce di Emma Bonino, hanno dichiarato di votare la signora (sic) Cartabia per fare la (quale?) riforma della giustizia arrivando così, inopinatamente, alla Presidenza governante. A questo evitabile proposito, è forse utile ricordare che il semipresidenzialismo de jure prevede che il Presidente nomini comunque un Primo Ministro. Non so se il ministro Giorgetti temesse/tema (o auspicasse) che Draghi presidente della Repubblica significhi semipresidenzialismo di fatto con la scelta di un Presidente del Consiglio di suo gradimento, ma il tema è posto nettamente in queste ore.

   Premesso che desidererei che chi critica Draghi e il suo operato in quanto capo del governo dovrebbe coerentemente estendere la sua critica anche al più alto sponsor di Draghi, ovvero al Presidente Sergio Mattarella, molti hanno capito che elezione del Presidente e futuro del governo si intrecciano. Chi vuole che Draghi rimanga al governo dovrebbe avere capito che l’attuale Presidente del Consiglio vuole giustamente la garanzia che la maggioranza che lo sostiene sia quella che elegge il Presidente della Repubblica e che, di conseguenza, s’impegni a coadiuvarne l’opera. Dunque, il nuovo Presidente deve più o meno esplicitamente prendere un impegno di continuità. Ci sono almeno due presidenziabili che quell’impegno sono disponibili a prenderlo, che non pretenderebbero di governare e che sono credibili. Non stanno, però, tra i tre nomi proposti dal centro-destra.

Quanto all’eventuale transizione, inusitata, da capo del governo a Presidente della Repubblica, che sarebbe effettuata da un capo di governo inusitatamente non politico e non parlamentare, non serve a nulla limitarsi a notarne l’eccezionalità. Necessario è chiedersi quali ne sarebbero le implicazioni istituzionali e politiche con riferimento al caso concreto del viaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Se quel viaggio è benedetto dalla maggioranza che sostiene Draghi, allora sarebbe opportuno che i leader dei partiti di maggioranza comunicassero (quasi certamente ne hanno già, per quanto separatamente, discusso con lui) al Presidente che, se è vero che il Presidente della Repubblica “nomina il Presidente del Consiglio”, la Costituzione materiale si basa sul suggerimento, talvolta anche di più, di uno o più nomi ad opera dei capi dei partiti i cui parlamentari daranno o no la fiducia all’incaricato dal Presidente della Repubblica. Insomma, Draghi eletto Presidente della Repubblica deve sapere che potrà esercitare la moral suasion, ma che la politica di una democrazia parlamentare riconosce a partiti e parlamentari molti poteri e notevole flessibilità. Talvolta mi illudo (non riesco a non farlo) che mettere in luce alcuni meccanismi, indicarne le modalità di attuazione e lo spazio di discrezionalità sia utile anche agli operatori ciascuno dei quali dispone di un quid di potere politico. C’è un rischio per Draghi che sale al Colle, ma c’è anche un rischio per Draghi se al Colle salirà un politico troppo sensibile alle richieste dei partiti che lo hanno prescelto. Non è facile stabilire qual è il rischio minore e per chi (temo per il sistema politico italiano).  

Pubblicato il 25 gennaio 2022 su Domani

Un Presidente di tutti? No, solo di chi rispetta la Costituzione #Elezione @Quirinale @DomaniGiornale

Primo: dare i numeri. Curiosamente, però, coloro che affermano che il centro-destra ha la maggioranza relativa possono farlo soltanto definendo lo schieramento a loro avverso non centro-sinistra, ma giallorossi (PD più 5 Stelle). Non tengono conto di coloro che, vengano, più meno correttamente collocati nel centro e nei suoi pressi, dovendolo fare, si definirebbero di centro-sinistra. Comunque, nessuno ha il “diritto” di fare un nome per primo. Quello non è un diritto, ma una facoltà. L’iniziativa se la conquista chi è per l’appunto in grado di indicare/proporre un nome lasciando perdere le stupidissime superstizioni sul bruciare candidature. Fra l’altro, a questo punto della troppo lunga storia di questa elezione presidenziale, sono praticamente stati bruciati tutti. Qualcuno potrebbe anche ricordarsi che proporre un nome secco appare un po’ come una imposizione, pertanto, a molti sgradita in partenza e che esiste una sanissima alternativa: offrire una rosa che consenta libertà di scelta.

Secondo: elaborare gli aggettivi. Per tutti coloro che criticano il lessico di quella che chiamano la Prima Repubblica (incidentalmente, l’unica Repubblica che abbiamo), il test è: trovereste un aggettivo peggiore di divisivo con il quale troppi si riempiono la bocca, ma non saprebbero declinarlo? Divisivo è il candidato che non piace? Divisivo è chi ha fatto politica in posizioni di vertice, prendendo decisioni che, inevitabilmente, “dividevano” l’opinione pubblica? Divisivo è chi è sempre stato solidamente e fermamente su posizioni rappresentative del centro-destra oppure del centro-sinistra? I centristi non sono, dunque, mai divisivi? Di questo passo si arriverà facilmente, ma senza, per quel poco che conta, la mia approvazione, a definire non divisivi/e tutti/e coloro che hanno vagato tra uno schieramento e l’altro, transumanti trasformisti voltagabbana e così via (non pochi di quei casi meriterebbero una analisi dettagliata e approfondita). Il contrario di divisivo non è condiviso con il rischio che si vada alla ricerca del minimo comun denominatore (i minimi comuni sarebbero abbastanza numerosi). L’alternativa a candidature divisive consiste in candidature di personalità che abbiano fatto politica con stile, coerenza, senza cedimenti e senza aggressioni. Non c’è bisogno di andare molto indietro nel tempo. Sergio Mattarella ha fatto politica stando sempre coerentemente e fermamente da una parte, assumendosi responsabilità, senza cercare di piacere o dispiacere a nessuno. Chiara fu per lui la distinzione (divisione?) destra/sinistra, ma non agitò mai le sue preferenze, i suoi valori come un’arma. Cestinati gli aggettivi divisivo e condiviso (il secondo potrà riemergere al momento del voto, addirittura ex post facto), gli aggettivi appropriati sono autorevole e indipendente. Sì, lo so che è consuetudine che il Presidente eletto (soprattutto dopo un’elezione popolare) dichiari che sarà il Presidente di tutti. Di persona personalmente vorrei che l’eletto dicesse che sarà soprattutto il Presidente di coloro che rispettano la Costituzione e le leggi (comprese quelle che riguardano le tasse). Un Presidente che sa che deve stare da una parte, dalla parte, come disse il Presidente Napolitano, della Costituzione.

Terzo: definire le qualità. È un compito che potrebbe essere svolto anche dai parlamentari, la grande maggioranza dei quali, sbagliando e in parte non adempiendo alla loro funzione che, in questa circostanza, non è di rappresentare i partiti, ma gli elettori interpretandone le preferenze, tacciano o, al massimo, rispondono a telefonate, più o meno improprie. Il Presidente Fico vorrebbe una personalità di “alta moralità”, “aderente alla Costituzione”. No, non voglio scrivere che questi due elementi sono “il minimo sindacale” poiché alcuni dei nomi che circolano non hanno né l’una né l’altra qualità. Scrivo, invece, che è essenziale che il/la Presidente sia persona che conosce la politica e le istituzioni per esperienza pratica, che ha prestigio personale, che garantisce di offrire sulla scena europea un profilo riconosciuto e apprezzato. Il patriottismo è intessuto di una storia personale e di comportamenti politici che servono alla patria nel contesto in cui l’Italia, collaborando, ottiene riconoscimenti e risorse. Allora, tenendo conto di questi criteri, non divisivi e che non pretendono di essere da tutti condivisi, faîtes vos jeux. Ma l’elezione di un Presidente non è mai un gioco, meno che mai deve essere affrontata come un risiko.

Pubblicato il 19 gennaio 2022 su Domani

Criteri e qualità per la scelta del nuovo Presidente della Repubblica @DomaniGiornale

Nessun sistema politico deve trovarsi mai appeso ad un solo uomo. Neanche quando quest’uomo, come Mario Draghi, gode di straordinario prestigio conquistato nell’Unione Europea grazie alle sue qualità tecniche e capacità personali. Ha saputo tenere insieme, tradurre, orientare, talvolta fare cambiare le preferenze dei componenti della Banca Centrale Europa e di non pochi ministri delle Finanze. Forse, quasi inconsapevolmente, deve avere pensato che tenere insieme e convincere i segretari dei partiti della maggioranza eterogenea che si è a lui affidata non poteva essere una missione impossibile. In effetti, non lo sarebbe (stata), anche grazie al suo apprendimento di alcune modalità di rapportarsi a quei segretari e ai loro ministri (che lo vedono da vicino) se non fosse che ai compiti di governo, aggravati dalla pandemia, si è aggiunto il problema della elezione del Presidente della Repubblica.

    Draghi ha avuto qualche mese per abituarsi all’idea di diventare Presidente del Consiglio e soprattutto sapeva fin dall’inizio che avrebbe goduto del sostegno istituzionale, politico e personale del Presidente Mattarella. La situazione attuale, con chi lo spinge, amoveatur ut promoveatur, alla Presidenza della Repubblica, forse per liberarsene, ma soprattutto senza avere la credibilità e la forza politica sufficiente per garantire l’esito, e chi desidera mantenerlo a Palazzo Chigi, ma soprattutto per farne un parafulmine, è tanto inusitata quanto foriera di rischi, per lui e per il sistema politico. Con la dichiarazione di essere-sentirsi “un nonno al servizio delle istituzioni”, Draghi ha dato la sua disponibilità aprendo una strada che spetta ai segretari dei partiti decidere se percorrere o no. Di più, Draghi non deve e non può dire.

   In qualche modo, alcuni esponenti dei partiti hanno già fatto conoscere le loro preferenze, con chi vuole mantenere Draghi al governo per candidare altri, magari se stessi, alla Presidenza della Repubblica, e chi è persino disposta a eleggere Draghi pur di porre fine alla sua azione di governo e ottenere elezioni anticipate. Non può essere Draghi a scegliere una opzione piuttosto dell’altra salvo, comprensibilmente, sottolineare che l’azione di governo su pandemia e PNRR non è da interrompere, ma necessita di essere approfondita. Le domande allora vanno tutte indirizzate agli uomini e alle donne dei partiti e ai loro parlamentari. Il dibattito non può essere sui numeri, utili a conoscere le chances, ma non necessariamente a individuare il/la candidato/a migliore.

    Le ricostruzioni delle precedenti elezioni presidenziali, prive di qualsiasi riflessione sullo stato del sistema politico italiano quando si svolsero, e di qualsiasi valutazione sulle conseguenze di ciascuna specifica elezione, sono tanto inadeguate quanto, persino, fastidiose. Trarremmo tutti vantaggi conoscitivi, oserei aggiungere democratici se, come coloro che rappresentano, sì lo so, a causa della legge elettorale Rosato, più o meno casualmente, volessero rendere noti i criteri con i quali intendono scegliere: dalla volontà di stare con il proprio partito al sistema politico che desiderano, dalle capacità del candidato/a agli equilibri politici da mantenere o da cambiare. Provocatoriamente concludo che Draghi, una volta annunciata la sua indisponibilità a rispondere a domande sul suo futuro, avrebbe potuto chiedere a ciascuno dei giornalisti (che, talvolta, riescono persino a influenzare l’opinione pubblica e i parlamentari!) di esprimersi in materia di Presidenza della Repubblica. Fatevi la domanda e dateci la risposta.     

Pubblicato il 12 gennaio 2022 su Domani

“Lettera ai partiti che non sanno come funziona il Parlamento” Da #Draghi @DomaniGiornale

Cari partiti,

ho ricevuto la vostra letterina di fine anno e l’ho letta attentamente. Dalla qualità delle critiche ho subito capito che non è stata scritta dai vostri segretari, scarsi frequentatori del Parlamento, tranne quando c’è una television opportunity, e quindi poco conoscitori del suo funzionamento e della sua dinamica.

Avete ragione a lamentarvi della compressione del Parlamento, ma non dipende essenzialmente da me, ma dai vostri capigruppo e dai vostri stessi rappresentanti. L’ordine del giorno e i tempi dei lavori parlamentari vengono decisi da loro e dalle due assemblee. Il fatto è che nei vostri gruppi mancano le competenze (i parlamentari sono stati da voi selezionati in base al tasso di obbedienza, no, non fatemi scrivere di servilismo, al leader di turno, non con riferimento alle necessarie competenze) e le esperienze. Dunque, i capigruppo non conoscono i precedenti e fanno molti errori. Molti parlamentari hanno la tendenza a scrivere emendamenti che sono sostanzialmente messaggi ai gruppi esterni che hanno sponsorizzato la loro candidatura e spesso convogliato le indispensabili preferenze. Per lo più quegli emendamenti sono inutili e sbagliati, ma insieme agli errori risultano costosissimi in termini di tempo e qualche volta inevitabilmente richiedono l’apposizione del voto di fiducia per farli cadere tutti e in blocco.

Quanto ai tempi, è vero che la legge finanziaria ha, da qualche tempo, la tendenza ad “approdare” nelle commissioni apposite quasi in zona Cesarini, ma è altrettanto vero che talvolta sono i vostri parlamentari a fare mancare il numero legale per iniziare la discussione. Comunque, trovo curioso che, soprattutto i parlamentari di maggioranza, ovvero tutti meno i pochissimi deputati e senatori di Fratelli d’Italia, non vengano previamente informati dai loro ministri e sottosegretari e non ottengano da loro i giusti suggerimenti su quello che è controverso o che è ancora possibile cambiare e migliorare.

Purtroppo, siete un po’ tutti voi e i vostri giuristi di riferimento prigionieri di una falsa concezione del ruolo del Parlamento il cui compito principale non è fare le leggi, ma dare rappresentanza ai cittadini (non esattamente quello che fanno le vostre pessime leggi elettorali) e controllare il governo, che significa cogliere i punti deboli non solo delle leggi di origine governativa, valutare come e quanto sono attuate e con quali inconvenienti da risolvere il prima possibile. Anche a questo proposito esperienza e competenza sarebbero decisive. In quella che voi e i giornalistoni impropriamente chiamate Prima Repubblica esistevano entrambe. Non le creerete con i limiti ai mandati e con la riduzione del numero dei parlamentari.

Un test importante delle vostre capacità sarà l’elezione del Presidente della Repubblica. Non siate troppo preoccupati dalla mia eventuale elezione, che è tutta nelle vostre mani. Sappiate, però, che anche la nomina del prossimo capo di governo è nelle vostre mani. Toccherà solo voi decidere a chi darete la fiducia. Non mi pare siate politicamente e psicologicamente preparati. Buon anno.
Mario Draghi

Pubblicato il 4 gennaio 2022 su Domani

La vera patria è il luogo della libertà, ma Meloni non lo sa @DomaniGiornale

Mi sono sempre fatto una certa idea del patriottismo. Per Cicerone, ubi patria ibi libertas, che poteva essere vero per la Roma repubblicana, ma altrove in quel mondo la situazione era certo molto diversa. Per me, patria è dove si è affermata e esiste la libertà. Ne consegue che patriota è colui che si propone di acquisire la libertà nel luogo in cui vive e lotta per questo obiettivo. Conduce la lotta utilizzando, se possibile, le regole esistenti, ma anche violandole, se necessario, nella piena consapevolezza che la sua disobbedienza civile comporterà un prezzo da pagare. Il/la patriota pagherà quel prezzo nella speranza/convinzione che le regole inadeguate, obsolete, repressive verranno rifiutate da un numero crescente di cittadini e, appena possibile, saranno riformate. Il patriota pensa che la storia del suo paese meriti di essere riletta nella sua interezza, compresi gli inevitabili periodi oscuri, che dovranno essere non nascosti né trascurati, ma criticati proprio in nome della libertà. Il patriota sa che il futuro della patria si costruisce proprio riflettendo criticamente sul passato e formulando progetti sempre all’insegna della libertà.

   Imparando dalla storia, il/la patriota è giunto a ritenere che la libertà non si difende e meno che mai si amplia chiudendosi nei confini della patria “geografica”. In uno slancio progressista, il patriota pensa che la libertà in un solo paese, a maggior ragione in un mondo globalizzato, sia tanto improbabile quanto lo fu il socialismo in un solo paese. L’esistenza di popoli non liberi, dalla paura e dal bisogno, variamente oppressi, rende la libertà in altri luoghi sempre fragile, a rischio, sfidata dai nemici delle società aperte. Al contrario, l’aumento del numero delle società aperte e i miglioramenti nelle loro qualità sono il prodotto sia della competizione sia della collaborazione fra quelle società. Vedendo le società libere prosperare e garantire opportunità di vita preferibili a qualsiasi altra situazione, in maniera crescente i cittadini si attiveranno per ottenere anch’essi quelle condizioni di libertà tanto promettenti e efficaci. Il loro patriottismo sarà “emulativo”. Non accetteranno mai lo slogan my country right or wrong. Anzi, cercheranno di mutare profondamente tutte le condizioni e tutti i fattori responsabili di quanto è sbagliato (wrong) nella politica/nelle politiche del loro paese.

   A fronte di sfide globali, il/la patriota potrà giungere alla conclusione che l’unica o comunque la risposta migliore in termini di libertà è la collaborazione con altre patrie libere. Questa collaborazione, secondo molti patrioti contemporanei, ha ragionevoli probabilità di successo nel quadro dell’Unione Europea che, complessivamente, costituisce il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Rannicchiandosi nei suoi confini geografici e mentali, il nazionalista rischia di perdere anche la sua qualifica di patriota difensore e sostenitore della libertà. Soltanto chi riesce a pensare e agire superando entrambi quei confini può sperare di mantenere e persino di accrescere le libertà sue e le libertà degli altri. Patrioti/e veri/e.

P.S. Ciò detto, concediamo generosamente tempo a Giorgia Meloni per chiarire in cosa il suo patriottismo differisca dal sovranismo. Esplicitati i criteri, potrebbe anche venire a conoscenza degli elementi che ha dichiarato di non avere per scoprire se Draghi meriti la qualifica di patriota, o no.

Pubblicato il 15 dicembre 2021 su Domani

L’Ecclesiaste for President più o meno rieleggibile @DomaniGiornale

Sostiene l’Ecclesiaste che “c’è un tempo per l’elezione del Presidente della Repubblica e c’è un tempo per vietarne l’ineleggibilità”. Da tempo secolarizzati, anche se per molto tempo democristiani, alcuni parlamentari del Partito Democratico hanno depositato un disegno di legge assolutamente intempestivo. Intendono vietare la rieleggibilità del Presidente della Repubblica, sulla scia di dichiarazioni in tal senso di Antonio Segni e Giovanni Leone, certamente non considerati fra i migliori Presidenti italiani, e eliminare il semestre bianco, il periodo nei sei mesi precedenti la fine del suo mandato nel quale il Presidente non può sciogliere il Parlamento. L’intempestività è acclarata. I disegni di legge costituzionali, come questo, richiedono una doppia lettura di Camera e Senato a distanza minima di tre mesi. Dunque, il disegno di legge primo firmatario Zanda non ha assolutamente nessuna probabilità di essere approvato in questa legislatura. Dunque, quand’anche fosse debitamente calendarizzato, è destinato a “cadere” e dovrà essere ripresentato nella prossima legislatura ricominciando da capo il suo iter. Il ddl è intempestivo anche perché il Presidente Mattarella ha più volte dichiarato la sua indisponibilità ad accettare una rielezione. Dal Quirinale hanno espresso stupore che in questa già di per sé complicata circostanza qualcuno s’ingegni a ritoccare la Costituzione, mandando non è chiaro quali messaggi a chi.

   Il ddl Zanda et al. è anche fuori luogo poiché non risolve nessuno dei problemi esistenti riguardanti le modalità con le quali si potrebbero/dovrebbero manifestare le candidature e lo svolgimento di un trasparente dibattito pubblico. Al proposito, non abbiamo nessun insegnamento da trarre da qualsivoglia conclave, luogo quant’altri mai oscuro, ricco di complotti, denso di intrighi di cui nessuno oserebbe accollarsi le responsabilità. Si dice che molti entrino papi nel conclave e ne escano scornati, chiedo scusa, ma, purtroppo, nessuno chiarisce con quali credenziali si presentino i papabili e quali sono i loro successivi percorsi. Hanno scritto libri, quei cardinaloni? Partecipato a talkshow televisivi? Sono noti influencer? Quando, più o meno ad arte, perdono le staffe, l’audience si impenna?

Nel frattempo, noto che imporre la non-rieleggibilità del Presidente significa andare contro una delle migliori qualità delle democrazie parlamentari, la loro flessibilità, la loro capacità di fare fronte alle sfide in maniera inusitata. Non troppo paradossalmente, la rigidità è, anche, talvolta soprattutto, fragilità. Quanto al semestre bianco, prima di eliminarlo, sarebbe utile raccogliere e analizzare alcuni dati. Primo, quante volte in questi più di settant’anni di vita della repubblica italiana si sono presentate situazioni nelle quali sarebbe stato opportuno che il Presidente della Repubblica sciogliesse il Parlamento e il suo non poterlo fare ha provocato gravi danni al sistema politico italiano? Non era, comunque, e non rimane preferibile che i partiti risolvano i conflitti in Parlamento invece di logorare l’elettorato con scioglimenti a raffica anche nei sei mesi finali di una Presidenza? Infine, non sarebbe forse il caso che ci si rendesse conto che il vero potere del Presidente della Repubblica non consiste nello scioglimento del Parlamento, ma nel dire “no, non sciolgo né pro né contro nessuno, e contribuisco alla soluzione del problema incoraggiando la formazione di una maggioranza che dia garanzie di stabilità politica e di operatività decisionale”. C’è un tempo per lo scioglimento e c’è un tempo per la prosecuzione. Meglio non imporre nulla.    

Pubblicato il 7 dicembre 2021 su Domani

Cosa resta dopo la fine dei partiti? Molto poco @DomaniGiornale

“I partiti politici hanno creato la democrazia e la democrazia moderna non è immaginabile se non in termini di partiti”. Questa generalizzazione, scritta nel 1942 dal professore di Scienza politica Elmer E. Schattschneider, contiene una precisa descrizione storica e una implicita previsione preoccupante. Che cosa succede quando scompaiono i partiti? Troppo impegnati nella ricerca di un Presidente della Repubblica che in qualche modo giovi alle loro sorti né magnifiche né progressive, troppo interessati ad una legge elettorale che minimizzi i rischi della competizione, troppo affannati nella costruzione di un “centro” stabilizzatore, dirigenti politici e commentatori sembrano essersi dimenticati che le difficoltà e i problemi di funzionamento del sistema politico italiano sono iniziati con il, peraltro meritato, crollo del sistema dei partiti nel periodo 1992-1994. Oggi c’è un unico protagonista della vita politica italiana che mantiene l’etichetta partito: il Partito Democratico. Tutti gli altri hanno deciso che è meglio farne a meno visto il discredito che i partiti hanno agli occhi degli italiani.

   In un’intervista Giuseppe Conte ha assicurato che il Movimento 5 Stelle che intende costruire “non sarà un partito anche perché i partiti sono in crisi e tendono loro stessi a farsi movimenti”. Lui mira a trovare “le persone giuste e una sintesi politica convincente e quotidiana” (Corriere della Sera, 30 novembre, p. 11). Fermo restando che in Italia oggi al posto dei partiti non esistono affatto movimenti, ma associazioni personalistiche, i due compiti che Conte ritiene essenziali sono caratterizzanti, non solo storicamente, ma in tutte le democrazie contemporanee, proprio dei partiti politici. Più o meno indeboliti rispetto ai trenta e più anni “gloriosi” seguiti alla seconda guerra mondiale, i partiti esistono in tutte le democrazie occidentali (e hanno accompagnato la democratizzazione di molti paesi nel post-1989). Per reclutare le “persone giuste” è indispensabile che esista un’organizzazione sul territorio che le individui e le attragga. Per fare “sintesi politica convincente e quotidiana” bisogna che vi siano luoghi dove un certo numero di persone si riuniscono, discutono, decidono e comunicano le loro decisioni cercando di raggiungere un più vasto pubblico. Sono compiti che i partiti come li abbiamo conosciuti in Italia svolgevano, in maniera più meno efficace. Sapevano quei partiti offrire alternative programmatiche e elettorali. Costruivano coalizioni che andavano al governo con il loro personale, politico, praticamente mai tecnico/cratico.

   Nel 1990 i partiti della tanto criticata “Prima Repubblica” avevano fatto dell’Italia la quinta potenza industriale al mondo. Non tutto andava al meglio, ma l’esistenza dei partiti e la loro competizione erano accompagnate anche da notevoli percentuali di partecipazione elettorale. Non sarà il migliore dei Presidenti della Repubblica a fare (ri)nascere organizzazioni partitiche decenti. Nessun più o meno ingente premio in seggi potenzierà l’organizzazione dei vincenti. Nessuna riforma dei regolamenti impedirà il piccolo o grande trasformismo dei parlamentari. Certo, ciascuno di questi eventi e riforme se andasse per il meglio contribuirebbe alla comparsa di strutture simili ai partiti. Tuttavia, se nessuno dei dirigenti politici accetta la sfida e si pone esplicitamente l’arduo compito di ristrutturazione partitica, la prossima legislatura continuerà ad essere caratterizzata dai problemi che abbiamo già sperimentato nell’ultimo quarto di secolo.

Pubblicato il 1° dicembre 2021 su Domani