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Cercasi leader credibili per un nuovo ordine mondiale @DomaniGiornale

Troppi si sono già dimenticati, oppure, forse non hanno mai realizzato, che l’ordine mondiale del dopoguerra, che non fu mai del tutto “liberale”, è stato il prodotto di due fattori. Da un lato, il ruolo, questo sì effettivamente liberale, svolto dagli Stati Uniti da Bretton Woods in poi nelle grandi organizzazioni internazionali, in particolare quella per il Commercio e nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale. Dall’altro, quel tanto di ordine internazionale che ha caratterizzato il dopoguerra fino al 1989 dipese, lo scriverò con l’enfasi degli studiosi che lo battezzarono, descrivendolo e monitorandolo, dall’equilibrio del terrore (nucleare) fra USA e URSS. Il meritato disfacimento dell’URSS ha creato una situazione nella quale gli USA si sono ritrovati superpotenza solitaria, ma, in parte restia in parte incapace, di costruire un nuovo ordine internazionale. La guerra del Golfo nel 1991 comunicò comunque che la creazione di una ampia coalizione con obiettivi condivisi è una soluzione possibile, forse la soluzione anche auspicabile. Nel frattempo, però, alcuni Stati, cresciuti grazie all’ordine che era esistito, hanno cercato di imporsi sulla scena internazionale con l’obiettivo, talvolta meritorio, di raddrizzare qualche squilibrio. Impropriamente, li chiamerò un po’ tutti Brics, consapevole, ovviamente, che Russia e Cina giocano anche un’altra partita e su tavoli diversi.
L’operazione militare speciale di Putin, vale a dire la brutale aggressione all’Ucraina, non è stata lanciata perché la Nato abbaiava (però, senza mordere) ai confini della Russia, ma perché il capo del Cremlino sta tentando di arrestare il declino, in buona parte già avvenuto e irreversibile, del suo paese. La ricca Ucraina rimane una preda ambita, anche se sarà quasi impossibile rilanciare il prestigio della Russia il cui potere militare sembra attualmente dipendere dalle armi, e persino dai soldati, provenienti dalla Corea del Nord.
In altri tempi, il Presidente degli USA avrebbe probabilmente cercato di contrapporre all’aggressore una coalizione, includendovi, per esempio, l’Unione Europea, non, come ha fatto Trump, prima con una specie di ammuina a Putin, poi facendo la faccia feroce e lanciando ultimatum: cessate il fuoco entro 50 giorni. La assoluta necessità di una coalizione capace di imporre la fine del conflitto Hamas-Israele è lampante. Anche in questo drammatico contesto le dichiarazioni di Trump sembrano non sortire alcun effetto con Netanyahu che continua arrogante e imperterrito a perseguire obiettivi che sono anche suoi personali.
Nessuno degli studiosi delle relazioni internazionali ha mai scritto che potenza e prestigio dipendono esclusivamente dalle condizioni economiche di un paese. Tutti o quasi gli studiosi di economia sostengono che il libero commercio è fattore di crescita, nazionale e internazionale. Qualcuno aggiunge che il commercio riduce le tensioni e agevola comportamenti di collaborazione, pacifici. Dazi e protezionismo non fanno diventare grande proprio nessuno. Le guerre commerciali finiscono sempre male, più o meno. Sicuramente le guerre commerciali non servono a ristrutturare le modalità di commercio mondiale che, sostiene Trump, risultano in svantaggi consistenti e persistenti per le imprese e gli operatori economici USA. Dei consumatori il Presidente non sembra curarsi. Anche in questo caso le sue dichiarazioni sono roboanti, talvolta offensive, e gli ultimatum quasi perentori.
Il Presidente Trump ha già perso molta credibilità, e i sondaggi USA lo rilevano e rivelano senza eccezione alcuna. Un Presidente non credibile con comportamenti erratici e non prevedibili non ha nessuna possibilità di (contribuire a) costruire un nuovo ordine internazionale. Anzi, la continuazione del disordine è assicurata dalla crescita, anche, come ambizioni, della Cina della cui visione di ordine internazionale è legittimo essere preventivamente preoccupati. Please, Unione Europea, batti un colpo, anche due.
Pubblicato il 16 luglio 2025 su Domani
Quel PD plurale ma senza cultura politica @DomaniGiornale

Schedare i dirigenti, i parlamentari nazionali e i parlamentari europei del Partito Democratico per stabilirne vicinanza/lontananza politica rispetto alla segretaria Schlein e al Presidente Bonaccini è operazione giornalistica tanto frequente quanto sterile. Registra l’esistenza di un partito pluralistico, anche frammentato, però rappresentativo di una molteplicità di preferenze e esigenze presenti nella società italiana e non riducibili alla schematica contrapposizione, sostanzialmente geografica,” Ztl contro periferie”. Quasi nulla può consentire di credere che gli elettori del PD che risiedono nelle Ztl non siano interessati alle politiche che potrebbero migliorare la vita dei “periferici” Se i disinteressati sono i candidati poi parlamentari del Partito Democratico, allora il discorso diventa un altro e riguarda più propriamente il ceto politico del Partito e soprattutto chi e con quali modalità sceglie le candidature e fa eleggere i parlamentari, a chi quei parlamentari rispondono: ai dirigenti che li hanno nominati, ai gruppi esterni, ad esempio, la CGIL o qualche organizzazione cattolica, che li hanno sponsorizzati, all’elettorato di quel collegio, evidentemente solo, caso nient’affattto frequente, se di quel collegio sono espressione, ad una più o meno loro incerta idea di Partito Democratico?
Questo, troppo facilmente tralasciato, è il punto molto dolente. Quale idea hanno dirigenti e parlamentari del partito nel quale militano, operano, fanno senza scandalo carriera? Dalla collocazione nell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici degli eletti del PD al Parlamento Europeo è possibile trarre una prima conclusione solida: il PD è un partito europeista e progressista. Poi, però, in un voto importante sul sostegno militare all’Ucraina scopre che una parte dei parlamentari europei è favorevole, una parte contraria, una parte si astiene pencolando per il no, la posizione ufficiale dell’Alleanza Progressista essendosi espressa a favore. Quale è, dunque, l’europeismo del PD, natura, sostanza, prospettive?
Sinteticamente è corretto affermare che un partito è una organizzazione di uomini e donne che presentano candidature alle elezioni, ottengono voti, vincono cariche. Questa definizione si attaglia bene a molti partiti del passato, ma forse ancor più ai partiti contemporanei. Però, altri partiti, socialisti, comunisti, democristiani, liberali e fascisti, avevano e alimentavano una ideologia, quantomeno una cultura politica con obiettivi da perseguire, modalità da utilizzare, principi da fare valere e da attuare. Pallidamente queste culture politiche esistono ancora un po’ dappertutto dove i partiti se ne fanno portatori. Un po’ dappertutto le destre hanno resuscitato idee e pratiche fasciste mai pienamente sconfitte, talvolta abbellendole e rafforzandole con quel nazionalismo anti-Unione Europea che si esprime sotto forma di sovranismo.
Non essendo mai riuscito ad amalgamare il meglio delle culture politiche riformiste italiane, giunte esauste e svuotate al 2007 (anno della fondazione), il Partito Democratico ha la sua maggiore, spesso non riconosciuta, debolezza nella sostanziale mancanza di una cultura politica sufficientemente robusta e condivisa nel suo, anzi, scriverò al plurale, nei suoi gruppi dirigenti e fra i suoi parlamentari e governanti. Non hanno letto gli stessi libri e, forse, ne hanno letti pochi. Non è chiaro quali obiettivi sociali e culturali condividono. La loro Europa, grande progetto politico tuttora in corso, sarà una federazione politica ricomprendente tutte le democrazie del continente?
Un partito, sempre potenzialmente di governo, comunque indispensabile anche quando è all’opposizione, deve volere e sapere elaborare una cultura politica, di principi e valori, che ne guidi l’azione. Quella cultura servirebbe come efficace collante del pluralismo interno e diventerebbe stabile e convincente punto di riferimento per un elettorato composito. La sua assenza fa problema.
Pubblicato il 9 luglio 2025 su Domani
Sulla legge elettorale nessun trucco all’italiana @DomaniGiornale

Le leggi elettorali servono a tradurre i voti in seggi. A livello nazionale, la traduzione dei voti produce seggi in parlamento, in tutti i parlamenti non soltanto in quelli, come l’Italia, delle democrazie parlamentari, ma anche in quelli delle democrazie presidenziali (es. USA) e semipresidenziali (es. Francia). Nessuna legge elettorale dà vita al governo. Neppure nel presidenzialismo che non è necessariamente il migliore dei casi. Lì viene eletto un capo dello Stato che poi formerà il governo. Buone leggi elettorali sono quelle che danno soddisfacente rappresentanza politica ai cittadini, abbiano o no votato. Fra le molte, alcune non convincenti, motivazioni del non-voto, non ascolteremo mai quella di coloro che si lamentano perché non si sentono governati. Sicuramente, invece, una parte non marginale degli astensionisti accuserà gli eletti di non sapere né volere rappresentarli. Hanno chiesto il loro voto disinteressandosi appena eletti delle loro preferenze, delle loro esigenze, dei loro interessi cercando solo di essere rieletti. Non otterranno il loro voto poiché gli elettori sedotti e abbandonati se ne andranno nell’astensione.
Gli astensionisti non faranno cadere la democrazia, che, per lo più, non è affatto un loro obiettivo, ma incideranno negativamente sulla qualità di una democrazia che non sarà in grado di tenere conto di quello che il 40 per cento o più dei suoi cittadini desidererebbe. Formulare e approvare una legge elettorale che tenga conto (quasi) esclusivamente degli interessi dei partiti e dei loro dirigenti non servirà in nessun modo a ridurre/risolvere la crisi di rappresentanza. Al contrario, potrebbe addirittura aggravarla, in nome di una governabilità che non può essere sintetizzata nell’indicazione sulla scheda del nome del capo del governo né gratificata con un premio in seggi per dare vita ad un governo grasso, ma, potenzialmente anche inefficace e immobilista.
Il criterio dominante con il quale valutare la bontà di una legge elettorale è quanto potere conferisce agli elettori. Se l’elettore può unicamente tracciare una crocetta sul simbolo del partito (o di una coalizione) e/o sul nome di un candidato, il suo potere risulta e rimane davvero limitato. Consentire all’elettorato di scegliere partito e candidato è un buon passo avanti. Spesso significa che i dirigenti nazionali dei partiti e delle correnti non potranno paracadutare i loro vassalli/e, ma dovranno tenere conto delle preferenze del collegio. Punto da non dimenticare, gli eletti stessi saranno effettivamente rappresentanti/rappresentativi di quel collegio, non soltanto di chi li ha votati, alcuni dei quali poi divenuti insoddisfatti, ma anche di coloro che non li hanno votati, che poi ne apprezzeranno i comportamenti. Tutto questo significa che una buona legge elettorale non è mai il prodotto dell’incrocio e della somma dei vantaggi particolaristici che potrebbero pensare/tentare di ottenere le due donne leader dei due maggiori partiti italiani. Mirare ad affrancarsi dalle pressioni, particolaristiche e spesso politicamente molto fastidiose degli alleati attuali e potenziali è comprensibile, persino, entro certi limiti, giustificabile. Tuttavia, anche nel peggiore dei casi, coalizioni composite danno maggiore e superiore rappresentanza politica all’elettorato. Lo incoraggiano a partecipare per sostenere chi meglio porta avanti le sue idee. Nella situazione italiana dopo tre brutte esperienze autoctone: legge Calderoli, legge Boschi-Renzi (Italicum), legge Rosato, la via più promettente da seguire è quella di imparare da quanto già esiste e funziona, dall’usato sicuro: proporzionale personalizzata tedesca e doppio turno con clausola di passaggio al secondo turno francese, eventualmente con pochi ritocchi non stravolgenti. Non è proprio il caso di inventarsi qualche trucco all’italiana.
Pubblicato il 2 agosto 2025 su Domani
Meloni piccona il potere degli elettori @DomaniGiornale

Il referendum costituzionale non ha quorum. Pertanto, la sua validità non dipende dalla percentuale di votanti, dal partecipazione al voto della maggioranza assoluta degli aventi diritto. I Costituenti ritennero che, dopo due letture del testo in entrambe le Camere a distanza di almeno tre mesi, gli elettori avessero/avrebbero acquisito informazioni sufficienti per esprimere, o no, il loro voto. Parlamentari, uomini e donne di partito, associazioni e, non da ultimo, i mezzi di comunicazione di massa, oggi aggiungeremmo le reti, i social, sarebbero stati in grado di suscitare abbastanza interesse e di spiegare l’importanza del voto spingendo alla partecipazione. Opportuno e giusto che gli elettori interessati, informati, partecipanti venissero poi premiati. Chi vota conta e decide se approvare o respingere la revisione costituzionale. Possiamo legittimamente sostenere che almeno una parte degli elettori che non si è recata alle urne lo ha fatto consapevolmente affidando l’esito ai partecipanti.
L’art. 75 della Costituzione stabilisce che il referendum, richiesto per abrogare, in maniera “totale o parziale”, “una legge o un atto avente valore di legge”, è valido “se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto”. L’onere della diffusione dell’informazione sul quesito referendario e sulle conseguenze dell’abrogazione, ma soprattutto l’arduo compito di convincere la maggioranza assoluta dell’elettorato italiano a partecipare al voto, viene posto interamente sulle spalle dei promotori. Sono loro che debbono trovare le modalità operative e le argomentazioni mobilitanti per sconfiggere coloro che fra furbizia e opportunismo si esprimono a favore dell’astensione dal voto. La furbizia consiste nel trarre vantaggio dall’astensionismo “cronico” già abbastanza elevato che, imprevedibile e non previsto dai Costituenti, conferisce un notevole, immeritato vantaggio iniziale a chi mira ad impedire il raggiungimento del quorum. Sanno che a quorum conseguito perderebbero. Opportunisticamente fanno leva su e sfruttano disinteresse e disinformazione che non sono le migliori qualità degli elettorati in democrazia.
Meglio se le autorità istituzionali, come il Presidente del Senato, non si ponessero alla testa degli astensionisti (ma non sopravvalutiamo il loro seguito). Quanto all’annuncio del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che si recherà al seggio, ma non voterà, non è soltanto uno spettacolo mediatico, una sceneggiata, che verrà coronata da un più o meno grande numero di foto e di riprese televisive. In attesa di saperne di più, che cosa farà Meloni in quel seggio, oltre ad intralciare le operazioni di voto (nel qual caso diventa auspicabile, procedere al suo sgombero), è un modo di deridere chi ha impegnato parte del suo tempo e delle sue energie? Certo non di dare dignità alla politica, di assumersi qualche doverosa responsabilità istituzionali, di riconquistare credibilità anche per gli strumenti, come per l’appunto il referendum, di democrazia diretta.
Intenzionalmente, nell’annunciato comportamento di Meloni non c’è nulla di tutto questo. Piuttosto, si rivela una concezione di democrazia nella quale ridurre comunque il potere degli elettori. Questa concezione si è già manifestata nella forte propensione ad abolire il ballottaggio per le elezioni municipali e regionali, e ha raggiunto il suo culmine nel disegno di legge costituzionale per l’elezione popolare del Presidente del Consiglio, il cosiddetto ”premierato” (pienamente suscettibile di referendum costituzionale) senza che si sappia con quali specifici meccanismi elettorali procedervi. Con tutti condizionamenti esistenti, spetta agli elettori e ai loro rappresentanti eletti cercare di sventare i più o meno sottili tentativi di restringimento della democrazia. Anche se in democrazia si presenteranno altre opportunità, meglio cominciare già dalla occasione offerta dagli imminenti referendum del 8 e 9 giugno.
Pubblicato il 4 giugno 2025 su Domani
Il ballottaggio è una ricchezza per gli elettori @DomaniGiornale

Anche quando il numero di elettori coinvolti è piuttosto piccolo, le consultazioni elettorali hanno sempre qualcosa da insegnare. Naturalmente, bisogna già possedere qualche conoscenza di base e non leggere gli esiti elettorali e politici con lenti offuscate da ideologie fatiscenti e da mire di tornaconti di beve particolaristico respiro. La prima lezione è molto facile da imparare: nelle elezioni, soprattutto in quelle comunali (e regionali) vince chi riesce a costruire la coalizione più larga e meno litigiosa e conflittuale possibile. Sappiamo anche da non poche esperienze straniere che una parte, anche ristretta, ma spesso decisiva, di elettorato si astiene dal votare persone, liste, partiti che portino nella coalizione conflitti che nuocerebbero alla capacità di governare dopo un’eventuale vittoria. La esplicita condivisione di intenti, e magri anche prove precedenti di lealtà, hanno positivi effetti di attrazione. E, viceversa.
Quando il sistema elettorale utilizzato è maggioritario a doppio turno, il secondo turno essendo un ballottaggio fra le due candidature più votate, gli effetti di cu tenere conto sono molti. Se il menù offre una molteplicità di candidature, gli elettori sanno che debbono votare il candidato/a della loro area che ha maggiori possibilità di vittoria. I dirigenti accorti cercheranno di evitare la dispersione di voti, Quindi, il “campo” non deve soltanto essere “largo”, ma avere una squadra che gioca compatta. Con la variante di doppio turno che si chiama ballottaggio, molti elettori si troveranno privi della candidatura preferita fra le due rimaste in lizza: un problema, ma anche un’oppotrtunità.
Di recente, il centro-destra ha aperto il fuoco proprio contro il ballottaggio sostanzialmente perché, di solito più compatto, il loro schieramene ha spesso, ma non sappiamo in realtà quanto spesso, superato il 40 per cento al primo turno per venire poi sconfitto al secondo turno. Ovvio che hanno un problema politico che vogliono risolvere con un escamotage tecnico. Così facendo, però, dimostrano di non sapere apprezzare le molte virtù del ballottaggio (che valgono anche per le diverse varianti di doppi turni). In primo luogo, nel passaggio dal primo voto al voto per il ballottaggio, tutti i candidati, non solo i primi due, e i dirigenti di partito dovranno impegnarsi a fare circolare informazioni politiche aggiuntive e importanti. Ai candidati esclusi si chiederanno opinioni e endorsement che talvolta potrebbero preludere alla formazione di alleanze per il governo di quel comune.
Quello che conta forse ancor più è che tutti gli elettori vedranno chiare le differenze e sapranno che al ballottaggio il loro voto può risultare decisivo. Insomma, il ballottaggio è un meccanismo importante per chi pensa che bisogna interessare, informare, convincere gli elettori, premiando coloro che partecipano. Lo è anche per i candidati. Se hanno fatto una buona campagna elettorale, i sindaci eletti, naturalmente chi più chi meno a seconda delle loro qualità, ma anche chi ha perso, avranno appreso molto sulle esigenze e sulle preferenze dell’elettorato. Saranno in grado di governare con maggiore cognizione di causa e di offrire risposte più soddisfacenti alla loro intera comunità. Ovvero, comunque, di venire criticati per le loro inadempienze.
Il centro-sinistra ha alcune buone ragioni per rallegrarsi fin qui dell’esito e per proseguire con pazienza, ma senza esitazioni. Altre sfide stanno per arrivare. Il centro-destra non è imbattibile, a livello locale, poi, mostra più di qualche debolezza e talvolta fragile radicamento. Sono situazioni politiche alle quali non basta una, pur talvolta utile, risposta di ingegneria elettorale. Nell’ottica della auspicabile e indispensabile riforma della vigente legge elettorale, almeno una raccomandazione va fatta soprattutto da chi ritiene che il criterio dominante per valutare la bontà di qualsiasi legge elettorale è il potere degli elettori. Non pasticciate con il doppio turno.
Pubblicato il 28 maggio 2025 su Domani
Come battere l’astensione cronica sui referendum @DomaniGiornale

I riferimenti troppo frequenti, poco precisi e incompleti al referendum sulla preferenza unica del 9 giugno 1991 sono in parte inappropriati in parte inutili per illuminare tutte le problematiche concernenti i prossimi referendum, per brevità, sul lavoro e sulla cittadinanza. Apparentemente faccenda puramente tecnica, il referendum sulla preferenza unica colpiva il sistema di potere, in particolare democristiano, che si era costruito sulle “cordate” di parlamentari e sulle loro correnti. Era anche il grimaldello per una riforma più incisiva delle leggi elettorali proporzionali, come subito capì Giuliano Amato, vicesegretario del Partito Socialista Italiano, che cercò di bloccarla sul nascere dichiarando incostituzionalissimi i referendum elettorali. Gli inviti all’astensione vennero, certo sulla scia di Craxi e del suo andare al mare quella domenica (peraltro al Nord il tempo non fu buono), ma anche da altri leader politici come Bossi che dichiarò che avrebbe fatto una lunga passeggiata nei boschi padani, da De Mita che sarebbe rimasto a casa a giocare a carte, e, a proposito delle autorità istituzionali, dal democristiano Antonio Gava, Ministro degli Interni preposto ai procedimenti elettorali, che annunciò di trascorrere la domenica con gli “amici”. Quel 95 per cento dei 62,5 per cento di italiani che recatisi all’urne votò sì alla preferenza unica segnalarono non solo di volere una riforma elettorale che permettesse loro di scegliere i parlamentari, ma misero in evidenza quanto quella classe politica del pentapartito avesse perso contatto con la società.
I quattro quesiti referendari attuali sul lavoro invitano piuttosto a riflettere su un altro importantissimo referendum, per brevità, sul taglio della scala mobile (9-10 giugno 1985), molto controversa riforma voluta e ottenuta dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi e molto contrastata dal segretario del Partito Comunista Italiano che volle il referendum appoggiato soltanto da una parte della CGIL, segretario generale Luciano Lama. Per qualche tempo, Craxi intrattenne l’idea di fare fallire il referendum chiamando l’elettorato all’astensione. Venne fortemente sollecitato in quel senso, è opportuno ricordarlo, dal leader radicale Marco Pannella. Alla fine decise di accettare la sfida che vinse (partecipazione 77,85 per cento, no all’abrogazione 54,3) mettendo in gioco la sua stessa carica. Un minuto dopo la eventuale vittoria degli abrogatori avrebbe lasciato la Presidenza del Consiglio. Una lezione di accountability, di accettazione di responsabilità politica e istituzionale seguita da Matteo Renzi nel 2016 e da segnalare a Giorgia Meloni quando il suo premierato arriverà al vaglio del referendum costituzionale.
Da queste esperienze discendono due importanti lezioni. Prima, se il contenuto politico della legge è effettivamente significativo gli elettori vanno alle urne. Seconda, nella misura in cui i partiti si attivano la partecipazione elettorale supera il quorum giustamente richiesto per abrogare leggi approvate da una maggioranza dei parlamentari.
Se il tasso di astensione fosse conseguenza del disagio, come troppi sbagliando ritengono, ai promotori del referendum basterebbe convincere i “disagiati” che l’abrogazione di alcune leggi sul lavoro migliorerà le loro condizioni di vita. Sappiamo che non è così poiché il tasso medio di astensionismo è cresciuto a livelli che i Costituenti non potevano neppure lontanamente immaginare. Parte non piccola di quell’astensionismo è cronica, strutturale, non recuperabile. Conferisce un vantaggio iniziale immeritato agli oppositori di qualsiasi quesito referendario. Esistono convincenti proposte per sterilizzare questo vantaggio e per premiare, invece, i cittadini che si interessano, si informano, partecipano. Queste proposte potrebbero essere utilmente esposte e dibattute anche durante l’attuale, un po’ sonnecchiante, campagna elettorale. Le strade della democrazia sono molte. Bisogna trovarle, aprirle, percorrerle.
Pubblicato il 21 maggio 2025 su Domani
Prepotente e incompetente il micidiale riformatore USA @DomaniGiornale

Con un misto di superficialità, improvvisazione e prepotenza, il Presidente USA ha annunciato che intende riformare il mondo. Applicherà una dottrina semplice, bella pronta, ready made: Rifare Grande l’America. Apparentemente, né lui né i suoi collaboratori, scelti prevalentemente con il criterio del tasso di adorazione nei suoi confronti, si sono interrogati sulle cause del più o meno significativo declino dell’America nei grosso modo vent’anni trascorsi. Da lui in parte interpretata e rappresentata, anche visceralmente, e in larga misura guidata, la reazione è stata diretta contro la cultura woke. In sintesi, woke compendia tutte le tendenze socio-culturali e di stili di vita espresse e in parte, in maniera molto/troppo acritica, accettate e lodate dai democratici e dall’influente, ma tutt’altro che egemone, establishment nel mondo dell’informazione, delle università d’élite, del cinema. A quei comportamenti, peraltro non ancora adeguatamente valutati né nei loro eccessi né nella loro spinta positiva verso una società DEI, ovvero caratterizzata da Diversità, Equità, Inclusione, Trump ha contrapposto un ritorno al passato. Il suo annuncio è sembrato molto rassicurante, con qualche punta di risentimento e di rivalsa, all’elettorato che, per ragioni di conoscenze e tipo di attività lavorative, si sentiva e considerava non solo sfidato, ma lasciato indietro, umiliato e abbandonato. Un’America più grande darebbe più prestigio anche a loro, li renderebbe patrioti orgogliosi.
Da tycoon per il quale i soldi sono la misura non soltanto della ricchezza, ma dell’abilità personale e del successo ottenuto, Trump si è buttato anzitutto sui dazi per recuperare la potenza economica USA. Poi ha cercato di dimostrare che lui è in grado di rimettere gli USA al centro dell’ordine (disordine) internazionale. I dazi si stanno rivelando, come tutta la teoria economica ha sempre sostenuto, un fallimento gigantesco, costoso, non recuperabile. Anche la risposta ai due gravi conflitti in corso, pur molto diversi fra loro: aggressione russa all’Ucraina; e prolungata e sproporzionata rappresaglia israeliana contro Hamas e i palestinesi, evidenzia una visione inadeguata e persino pericolosa di Trump sia sul mondo che c’è sia su quello che si potrebbe/dovrebbe costruire.
Soltanto un megalomane poteva pensare di costruire qualcosa di decente nel conflitto russo/ucraino umiliando il Presidente Zelensky e stabilendo un rapporto personale diretto con Putin riconoscendo all’autocrate russo un potere da tempo perduto e irrecuperabile. Non ne sarebbe, comunque, derivata nessuna pace “giusta e duratura”, niente di cui vantarsi. Caduta l’opzione non si intravede nessuna strategia trumpiana alternativa. Anche nel Medioriente Trump non può sbandierare nessun successo. La striscia di Gaza non è destinata a diventare una “riviera” esclusiva per superricchi e sceicchi, spaventati dalla prospettiva di dover accogliere la diaspora palestinese. Quel che, da molti punti di vista, è peggio è che Trump non ha la minima idea di come convincere/costringere Netanyahu a concludere le sue oramai intollerabili, nei tempi e nei modi, e ingiustificabili operazioni belliche.
Nessun nuovo ordine internazionale potrà minimamente emergere se Trump continua a credere che l’Unione Europea ha sfruttato la “sua” America e concorda con il suo vice Vance che gli europei sono dei parassiti. Incidentalmente, non saranno i singoli governanti europei che asseriscono di comprendere le motivazioni del Trump sovranista piuttosto imperialista (a riprova le sue dichiarazioni su Groenlandia e Canada) a moderarne le mire e le politiche, ma neppure a trarne qualche vantaggio in esclusiva. Le photo opportunities, chiedo scusa, opportunistiche, diventano spesso rapidamente sbiadite. Al contrario, resistere a Trump e non lesinare motivate critiche è patriotticamente doveroso, ma, soprattutto, è politicamente indispensabile per porre le premesse di una strategia diversa, costruita su ampi accordi, mirati e lungimiranti. Quello che vorremmo dai volenterosi.
Pubblicato il 14 maggio 2025 su Domani
La dura battaglia di Berlino (e dell’Europa) all’ombra dei sovranismi globali @DomaniGiornale

Pensata per dargli visibile legittimità, conferirgli maggiore autorevolezza e garantirgli significativa stabilità in carica l’elezione a maggioranza assoluta del Cancelliere della Germania ad opera del Bundestag ha ieri mattina offerto l’opportunità ad alcuni parlamentari tedeschi di esprimere nel segreto dell’urna i loro peggiori umori e malumori. Recepito il messaggio comunque inquietante di indisciplina, il democristiano Friedrich Merz è stato eletto cancelliere nel pomeriggio dalla coalizione CU/CSU+SPD. Sbagliato, quindi, prendere questo caso come un esempio di crisi della democrazia. Più che giusto e opportuno continuare a interrogarsi sui problemi di funzionamento e sulle sfide alla/e democrazia/e. Infatti, è molto plausibile che quella quindicina di voti mancati a Merz nella prima votazione provengano da parlamentari democristiani che sarebbero disponibili a trattare con Alternative für Deutschland, in qualche modo a coinvolgerla, anche adesso che è stato accertato che è una pericolosa formazione di estrema destra.
Quella che mi pare l’illusione già sperimentata, anche, drammaticamente, in Germania, di ridimensionare il consenso, meglio ridurre i voti, di chi vuole erodere i principi democratici, pur se non condivisa dalla maggioranza degli elettori tedeschi, circola anche in altri regimi democratici. Democrazia non significa affatto il governo di tutti né che al governo vadano i partiti in base alla loro forza elettorale. Non significa neppure che i numeri debbano obbligatoriamente essere l’elemento decisivo per la partecipazione al governo.
Le coalizioni di governo si formano intorno ad un programma condiviso che, nel caso tedesco, è stato debitamente approvato dagli iscritti dei due partiti contraenti. Il capo del partito di maggioranza relativa, ovvero, comunque, l’esponente designato da quel partito, diventa Cancelliere, capo del governo. Le proposte programmatiche di AfD in particolare riguardo all’Unione Europea, alla politica estera e a ad alcuni temi economici, non erano/sono soltanto distanti da quelle democristiane e socialdemocratiche, ma le contraddicono platealmente, verticalmente, deliberatamente. Elementi neanche troppo nascosti, se non di vero e proprio nazismo, certamente di pericolose tendenze autoritarie e repressive, hanno fatto più che capolino non solo nella propaganda elettorale del partito, ma nelle dichiarazioni di molti esponenti di primo piano. AfD non trova alleati (come, il paragone è appropriato, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia).
Fare valere la Costituzione e i suoi fondamenti ideali e valoriali contro i nemici della democrazia è una scelta non soltanto necessaria, ma politicamente e eticamente doverosa. Venire meno da parte dei democratici, da un lato, alla protezione del regime democratico da interferenze esterne e, dall’altro, alla promozione di tutte quelle misure che rendano migliori i processi democratici, a cominciare dalla formazione di un governo coeso e operativo, sarebbe gravissimo, addirittura esiziale.
Senza retorica la Germania occupa uno spazio geografico, economico, politico e culturale centrale nell’Unione Europea. Insostituibile. La tenuta della sua democrazia e il funzionamento delle sue istituzioni sono cruciali anche per tutti gli Stati-membri. Il modello politico tedesco di Cancellierato e di federalismo ha a lungo funzionato in maniera esemplare e i due maggiori partiti hanno saputo utilizzarlo al meglio. Quel modello politico è positivamente responsabile della affermazione della Germania come gigante economico. Non a caso le sue difficoltà politiche si sono riversate anche sullo stato dell’economia.
Non è spingersi troppo in là sostenere che a fronte dei sovranismi USA e della Russia e degli egoismi nazionalistici di ritorno in troppi altri paesi, soltanto una maggiore integrazione europea, approfondimento e accelerazione, è in grado di portare la democrazia al necessario livello superiore. Questa è la battaglia in corso, in Germania e altrove.
Pubblicato il 7 maggio 2025 su Domani
Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?
Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?
Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.
Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.
Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani
Francesco, predicatore più apprezzato che ascoltato. Che ne sarà della sua eredità? @DomaniGiornale
Per un papa come Francesco che fino all’ultimo ha cercato e voluto rapportarsi alle persone, fossero o no cristiani, “fedeli”, praticanti, quella immagine del suo incedere lento e solo in pieno Covid il 27 marzo 2020 sul sagrato della basilica di San Pietro bagnata dalla pioggia coglie un momento molto doloroso, ma al tempo stesso emblematico. In un certo senso tutti diventati vulnerabili di fronte alla pandemia, tutti avevano bisogno della sua preghiera. In un certo senso il papa interpretava quel bisogno universale e gli dava voce. Era solo, solo lui, proprio lui che del rapporto con i “fedeli” aveva già fatto un cardine del suo papato, che dai cosiddetti “bagni di folla” traeva visibilmente conforto e energia.
Ripetutamente, eppure non in maniera costruita ad arte, la sua predicazione è stata indirizzata tematiche universali: la difesa dell’ambiente, la fine delle guerre, l’accoglienza dei migranti, la marginalità. Per questo suo schierarsi dalla parte dei deboli, dei vulnerabili, di coloro che meno hanno è stato spesso criticato. Ma la compassione e la misericordia sono sentimenti che non debbono necessariamente basarsi su analisi raffinate e tradursi in strategie che tengano conto di costi e benefici. Profeti e predicatori non sono in competizione con economisti, sociologi, studiosi di geopolitica anche se, talvolta, è sbagliato prescindere da quanto grazie a loro conosciamo.
Le distanze fra quanto la predicazione di Bergoglio ha domandato in termini di scelte politiche, ambiente, guerre, migrazioni e povertà, e quanto i capi di governo, democratici e non, hanno fatto in questi anni, sono abissali. Non a caso, quei problemi si sono sostanzialmente aggravati. Nessuna voce da sola può riuscire se non si crea una massa critica di Stati, preferibilmente democratici, con unità di intenti e condivisione di obiettivi. Questa può essere definita la tragedia della contemporaneità. Con le sue prediche Bergoglio l’ha fatta risaltare in tutta la sua incomprimibile complessità.
Oggi, parte non piccola della mole di commenti positivi sulla predicazione di Papa Francesco appartiene alla sfera dell’ipocrisia, quell’omaggio involontario che il vizio (e i suoi cultori, i viziosi) fa alla virtù, ipocrisia facile, forse inevitabile, sicuramente da criticare. Qualcosa da criticare nella predicazione del Papa c’è, non soltanto dal mio personale punto di vista: quello che attiene alla vita, quando ancora non c’è, interruzione della gravidanza, e quando è diventata umiliante e non più tollerabile, ovvero, come porvi termine. Sono tematiche sulle quali il Papa è rimasto fortemente, pigramente tradizionalista.
Nel complesso, Francesco è probabilmente stato non una voce clamante nel deserto, ma un papa di minoranza nella comunità del clero, non solo nella Curia romana, tollerato, ma non approvato. Giusto e opportuno chiedersi, certamente lui stesso ci ha pensato, quante delle sue posizioni sociali e più propriamente politiche, largamente progressiste, continueranno a influenzare le valutazioni e le prassi della Chiesa cattolica. Nel Conclave prossimo venturo centootto dei centotrentacinque cardinali che hanno diritto di voto sono stati nominati da lui. Una qualche affinità di idee e condivisione di priorità e obiettivi, peraltro non posta come precondizione della nomina, è abbastanza, ma quanto?, probabile. Quei cardinali continueranno la ricerca della pace, giusta duratura, la difesa dell’ambiente, la riduzione della povertà e della marginalità? Quanto di queste tematiche rimarranno priorità della Chiesa cattolica? Solo così il lascito del pontificato di Francesco sarà fermento di crescita culturale, morale e politica, della vita nelle comunità.
Pubblicato il 23 aprile 2025 su Domani