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“Polli” e leader nel disordine mondiale @DomaniGiornale

Dopo il 1989 per qualche tempo sembrò che gli Stati Uniti d’America fossero l’unica superpotenza rimasta, in grado di garantire da sola il nuovo ordine internazionale. Alcuni politici Democratici parlarono degli USA come nazione indispensabile. Criticamente, il grande politologo Samuel Huntington scrisse, invece, di superpotenza, non egemone, ma, lonely, solitaria, senza (capacità/desiderio di crearsi) amici. Nel giro di un decennio, eroso da comportamenti picconatori, l’ordine (politico, economico, sociale) internazionale è venuto meno. Nessuno cerca di ricostruirne uno diverso, più rappresentativo delle mutate realtà, più equo, capace di durare. Proliferano conflitti, non solo locali, e vere e proprie guerre. La guerra dei dazi, erraticamente (no, non c’è nessun metodo in questa follia) lanciata dal Presidente Trump è parecchio più pericolosa di quel che ne pensano non pochi commentatori beneauguranti. Più in generale, si affacciano interpretazioni complessive malamente fantasiose che si rifanno qualche tesi in voga tempo fa negli USA, e più di quattro secoli prima di Cristo ad Atene.
Nei giorni scorsi sulle pagine del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” è stata proposta una tesi erroneamente definita del “pollo”, poi corretta in “coniglio”, secondo la quale dovremmo temere che gli errori delle autorità di governo le quali, stupide come polli, si sfidano, conducano a esiti fortemente distruttivi. Giustamente, il giornalista Danilo Taino richiamava, però, senza citarla la sfida, resa molto famosa dal film Gioventù bruciata (1955), protagonista James Dean, fra due auto che si lanciano l’una contro l’altra ad altissima velocità. Chi devia per primo viene bollato, ma non come pollo, cioè, stupido, bensì come fifone che, in questo caso, è la traduzione corretta della parola chicken.
Quando lo scontro possibile coinvolge grandi potenze, ovviamente, la sua deflagrazione ha imprevedibili, tanto temibili quanto terribili, conseguenze sistemiche. Nessuno dei leader politici può permettersi di fermare la sua corsa né di deviarla. Quasi certamente chi si dimostra chicken, vale a dire, fifone, sarà costretto a lasciare la guida di quel sistema politico, a maggior ragione se l’aveva conquistata promettendo il ritorno della grandezza del passato. Quanto vale per Trump e per Xi Jinping, vale a maggior ragione per Vladimir Putin che ha affidato il recupero della grandezza imperiale russa alla “operazione militare speciale” condotta contro l’Ucraina. Non può assolutamente permettersi passi indietro. Venisse mai percepito come fifone sarebbe immediatamente defenestrato. I sovranismi, grandi, medi e piccoli, si reggono su dimostrazioni, grandi, medie, piccole, di sovranità, anche, comprensibilmente, espressa con il ricorso e l’uso delle armi.
Nessuno di questi sovranismi armati e intenzionati a fare affidamento sulle loro armi e sulla asserita indisponibilità a mostrarsi fifoni, cedendo al primo cenno di sfida, sarà mai sensibile alle richieste di chi, capovolgendo il detto latino, dichiari si vis pacem para pacem. Per quanto apparentemente gratificante per i molti che l’hanno fatto proprio e che lo pronunciano nelle manifestazioni di piazza, questo slogan non è mai accompagnato da suggerimenti operativi. Sappiamo che cosa implica il dettame para bellum, anche se prepararsi alla guerra non significa affatto volerla fare. Spesso significa più precisamente e pregnantemente la disponibilità a combattere per la propria indipendenza e sopravvivenza.
Vedo nel triangolo USA, Cina, Russia la presenza di diversamente fortissimi e deprecabilissimi elementi, congiunturali e strutturali, di autoritarismo. Credo che la conclusione adeguata del come reagire se vogliamo la pace consista nel suggerire, richiedere, cercare di introdurre elementi di democrazia, di diritti e doveri e loro osservanza, nella pratica interna e nel sistema/ordine internazionale. Si vis pacem para democratiam.
Pubblicato il 16 aprile 2025 su Domani
I sovranisti con il fucile e quelli con la pistola @DomaniGiornale

Anche se troppi saccenti commentatori non se ne sono accorti, quasi quarant’anni fa è effettivamente finita una storia, quella della guerra fra le democrazie liberali e i regimi comunisti reali, realmente e malamente realizzati. Solo in piccola parte prevista da Francis Fukuyama, ha fatto la sua (ri)comparsa un’altra brutta storia, quella dei conflitti fra i nazionalismi, fra le nazioni. Sembrano conflitti irreprimibili e incurabili che non possono venire abbelliti e nobilitati facendo ricorso al sovranismo. Né è possibile rassicurarsi affermando che nel mondo della globalizzazione è diventato sempre più evidente che il tema dominante è l’interdipendenza alla quale non sfuggono neppure alcuni, pochi, regimi autoritari che cercano rifugio in impossibili autarchie.
“No man is an island” scriveva il grande poeta inglese John Donne (1572 1631). Nell’interdipendenza nessuno stato, neanche quelli circondati dal mare, è in grado di isolarsi. Anzi, tutti rischiano di diventare preda di Stati più grandi e più forti. Quegli Stati, inesorabilmente bellicosi, continueranno a cercare prosperità e prestigio con politiche espansive e dove non si rivela sufficiente il soft power delle idee e degli esempi, faranno uso dello hard power, quello della forza che si esprime in guerre, anche commerciali, per contenere e ridimensionare il poter degli altri.
Che la probabilità delle guerre potesse essere ridotta fino a renderla nulla grazie alla formazione di entità sovranazionali federali fu già la risposta di Immanuel Kant e divenne la proposta, il progetto degli Stati Uniti d’Europa formulato nel Manifesto di Ventotene. I sovranismi europei sono espressione di una battaglia di retroguardia contro un’Unione Europea in espansione e in crescita. Non causalmente, gli altri due sovranismi preoccupanti guardano entrambi al passato. Quello russo di Putin, nient’affatto raffinato, non conosce altro strumento che l‘uso delle armi, la guerra e, in subordine, la russificazione sociale forzata. Quello americano, culminato nella Presidenza Trump e da lui totalmente rappresentato, ha una pluralità di obiettivi. La guerra dei dazi è la sua arma per convincere a pagare un conto salato a tutti coloro che per decenni avrebbero depredato gli USA. Ad altri viene lanciato il monito che gli USA potrebbero impadronirsi del loro territorio se contiene risorse preziose: imperialismo di ritorno.
Parassiti tutti, secondo l’elegante espressione del vice presidente Vance, gli stati europei sono nel mirino non solo perché non pagano il costo dell’ombrello difensivo che grava sulle spalle USA, ma anche perché il progetto europeo costruisce uno sfidante economico e forse anche culturale molto dotato e attraente. Comunque, indebolire l’Unione fino a smembrarla, ridurrebbe le pretese e le possibilità di tutti gli stati-membri. Nelle fantasie trumpiane farebbe l’America America Ancora Grande. La Cina sta a guardare. La grandezza di un passato lontano può sempre vantarla. Che qualcuno oggi parli di un suo probabile declino non può impensierire più di tanto governanti che hanno fatto registrare enormi successi nei trent’anni passati e che sono sostanzialmente diventati il fratello maggiore della Russia. Taiwan appare il prossimo obiettivo per fare la Cina ancora più grande.
Quando i sovranismi si incontrano/scontrano, il sovranismo con il fucile sconfigge facilmente i sovranismi con la pistola. Ad ogni buon conto sarà sempre il sovranismo con il fucile, magari sostenuto da migliaia di droni e da una possente rete satellitare, a neutralizzare senza colpo ferire i sovranisti underdog. Trattare, il racconto prosegue con metafore belliche, ad armi pari, è non solo illusorio, ma anche velleitario. Inevitabile è lo scivolamento da sovranisti a vassalli ad libitum del mega/magasovrano che ne potrà revocare i vantaggi tutte le volte che lo riterrà utile per il suo paese, per la sua politica. Al sovranismo russo di Putin e a quello americano di Trump il modo migliore di opporsi e di tenere aperti i canali di comunicazione è rendere l’Unione Europea più coesa, con politiche condivise e unità d’intenti. No State is an island.
Pubblicato il 9 aprile 2025 su Domani
Fare l’opposizione: democrazia, regole, non ammiccamenti @DomaniGiornale

Il dovere politico dell’opposizione è di sostituire il governo. Per raggiungere quell’obiettivo l’opposizione deve cercare di impedire al governo di attuare il suo programma, almeno obbligandolo a cambiarlo in più punti, di formulare proposte alternative, persino di sottolineare credibilmente la pericolosità politica, istituzionale e per il quadro democratico di quello che il governo propone e dispone. Non è certamente blandendo il governo, il suo capo e i suoi rappresentanti che una o più parti dell’opposizione danno un contributo efficace al suo superamento, alla sua moderazione, al suo stare nei limiti dell’azione democratica costituzionale. Non è questione di galateo. Non ci sono pranzi di gala nei confronti fra governi e opposizioni, meno che mai quando le linee di contrapposizione riguardano il modo di rapportarsi fra gli stati e le modalità di funzionamento della democrazia, la sua qualità, talvolta la sua stessa strutturazione.
L’invito esteso dal leader di Azione Carlo Calenda alla leader di Fratelli d’Italia e Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si colloca certamente nell’ambito che va dalla volontà di dimostrarsi oppositore più democratico degli altri all’obiettivo di ridefinire i rapporti politici e elettorali nello schieramento di coloro che non stanno al governo. Su queste pagine Franco Monaco ha già opportunamente e acutamente strapazzato tutte le inadeguatezze e le contraddizioni delle mosse (di “strategia” non è proprio il caso di parlare) di Calenda, attribuendogli “un endemico difetto di vocazione politica”. Sosterrei, piuttosto, che c’è in Calenda (e in alcuni commentatori “al di sopra delle parti”, che non vuol dire “imparziali e neppure obiettivi) un eccesso di pragmatismo impolitico che fa perdere di vista quanto di molto grave è all’opera in alcune democrazie contemporanee, da ultimo le reazioni a sostegno di Marine Le Pen condannata per il grave reato di sottrazione e utilizzo di fondi europei per suoi fini nazionali.
Non si costruisce e non si mantiene nessun quadro democratico-costituzionale criticando sistematicamente una delle strutture portanti di quel quadro: la magistratura. Sta proprio nei poteri della magistratura quello di valutare se i comportamenti dei cittadini, in special modo, dei rappresentanti e dei governanti sono conformi alle leggi e alla Costituzione o le violano. Il denaro impropriamente ottenuto, magari da intrusioni esterne come per il candidato presidenziale rumeno sponsorizzato dalla Russia e, quindi dichiarato impresentabile dalla Corte Costituzionale, e utilizzato condiziona gli esiti elettorali colpendo la fonte prima della legittimità di Parlamenti e governi.
Prendo due esempi deliberatamente distantissimi fra loro. In Turchia Erdogan tenta di escludere dalle prossime elezioni il candidato più temibile, sindaco di Istanbul, leader dell’opposizione. Negli USA i repubblicani stanno modificando la normativa elettorale per rendere molto più difficile l’espressione del voto, mentre sullo sfondo si staglia minacciosa la possibilità adombrata da Trump di trovare il metodo per ottenere un terzo mandato presidenziale.
Dimostrarsi disponibile a discutere con chi ha violato, viola, accetta, più o meno esplicitamente, che si violino alcuni principi e norme che stanno a fondamento delle democrazie liberal-costituzionali contemporanee come si sono venute evolvendo, è molto più che un semplice errore nella furbesca ricerca di visibilità. Democrazie illiberali non è un ossimoro. È un progetto perseguito dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, molto apprezzato dall’invitata di Calenda, che manipola l’opinione pubblica, coarta l’opposizione, controlla la magistratura.
Quando è davvero necessario, bisogna discutere anche con coloro la cui affidabilità democratica è quantomeno dubbia e con i “simpatici” sovranisti. Nelle sedi istituzionali appropriate, non in salotti “galantemente” e generosamente attrezzati per offrire loro audience e visibilità aggiuntive per dimostrarsi con compiacimento più avanzati, più liberali, più disponibili. Anche così si indeboliscono le già malmesse democrazie.
Pubblicato il 1° aprile 2025 su Domani
Il caso Santanchè e il trionfo delle mele marce @DomaniGiornale

La moglie di Cesare è al disopra di ogni sospetto fino al terzo grado di giudizio. Gli avversari politici la criticano per il suo tacco 12, le borse griffate e i vestiti d’alta moda. Il più irritato è il marito che, dovendo difendere la reputazione di lei, è costretto a assumere una legione di avvocati capaci (e costosi), e sente di perdere molto del prezioso tempo che si è impegnato a dedicare al governo della Repubblica romana. Gli hanno detto che altrove, soprattutto fra gli Anglosassoni e i Teutoni, anche comportamenti di minore importanza e di poco impatto pubblico, come prendere appuntamenti con una escort e copiare una tesi di dottorato, sono stati considerati cause sufficienti a chiedere e ottenere le dimissioni degli interessati. Sembra che questo tipo di sensibilità non sia affatto prevista, meno che mai diffusa negli ospitali ranghi dell’italico governo Meloni.
Non mi pare né opportuno né decisivo che i sostenitori dell’attuale governo in Parlamento e fra i mass media puntualizzino che fatti di corruzione hanno fatto la loro comparsa anche in diversi precedenti governi della Repubblica. Non può certamente essere fatto valere il principio della accettabilità della violazione delle leggi e, userò il termine tanto esigente quanto inusitato, dell’etica pubblica, se diffuso, più o meno equamente, fra tutti o quasi i protagonisti della politica italiana. Al contrario, è imperativo che proprio coloro che stanno più in alto, che hanno più potere, che sono più visibili esibiscano comportamenti pubblici e, in una certa misura, anche privati, irreprensibili. Nel loro caso “rappresentare la nazione” significa farsi portatori, in maniera più o meno capace e selettiva, delle preferenze, delle necessità, degli interessi dell’elettorato. Non significa mai mostrare gli stessi difetti e vizi, di indifferenza, di familismo, di gestione allegra, non rispettosa delle leggi, e, sì, anche corrotta nel perseguimento di obiettivi personali a spese e a scapito dello Stato, e collettivi, a spese dei cittadini. Così facendo comunicano indirettamente, ma non meno esplicitamente, che, sì, “ci sta”.
Il conflitto fra le attività private e la carica, di rappresentanza e soprattutto di governo, pubblica, deve essere evitato sul nascere, non con sotterfugi, ma limpidamente. Il problema del malaffare, rimango sul vago ampiamente comprensivo per riferirmi a una pluralità di fattispecie, non può essere risolto con il condono reciproco e omertoso fra i partiti di qualsiasi coalizione di governo. Nessuno dei ministri e dei sottosegretari, a prescindere dalle tessere che controllano e dei voti che portano deve mai essere considerato insostituibile. Né deve esistere una graduatoria di sacrificabilità di cui, pur meritatamente, hanno già fatto, le spese un ministro, Sangiuliano, e un sottosegretario, Sgarbi.
Compiere atti illeciti, di corruzione varia e variegata, favorisce i perpetratori ai danni di coloro che si comportano con correttezza. Più o meno rapidamente le mele marce prendono il sopravvento sulle mele sane. Il danneggiamento della democrazia e del buongoverno è compiuto con la conseguenza che chi ha guadagnato potere con comportamenti illeciti sarà certamente più tollerante, entro limiti che non comportino una sfida nei suoi confronti, di chi li sta praticando.
Nella globalizzazione, con ampia disponibilità e reperibilità di dati, l’esistenza e la consistenza della corruzione e la rara, altalenante, quasi casuale punizione dei responsabili è un non facilmente calcolabile, ma reale, costo di sistema. Quel costo, in termini di prestigio e di affidabilità della nazione e dei suoi cittadini, lo pagano anche coloro che non ne sono coinvolti, ma non protestano e non isolano i malfattori/le malfattrici.
Pubblicato il 26 marzo 2025 su Domani
I partiti e l’Europa piegata al solo “raccattare” voti @DomaniGiornale

In Italia, le divisioni all’interno della coalizione al governo e nell’ambito delle opposizioni su come stare in Europa e che cosa fare sono, in buona misura, fisiologiche. Infatti, sono gli italiani stessi a essere divisi e, quasi inevitabilmente, i partiti tendono a cercare quegli elettori e a dare loro rappresentanza tutto sommato, a bocce ferme, sostanzialmente fedele. Ma le bocce non stanno mai ferme né sul territorio italiano né su quello europeo. Anzi, da alcuni anni, il gioco, politico, economico, sociale, militare sul territorio europeo è diventato pericolosamente dinamico. Privi di una solida visione dell’Europa che vogliono e di una cultura politica federalista oppure davvero sovranista, i partiti italiani rincorrono in maniera trafelata gli avvenimenti e reagiscono in maniera spesso scomposta alle sfide. Non può bastare riesumare, di volta in volta, quel documento tanto importante quanto poco letto che è il Manifesto di Ventotene. Vigorosamente e sarcasticamente, com’era nel suo stile, Altiero Spinelli rimprovererebbe a tutti l’opera di imbalsamazione di un testo da lui stesso superato nei fatti e nelle azioni. Ricorderebbe anche che soltanto chi ha chiaro l’obiettivo, che per lui era la federazione politica europea, gli Stati Uniti d’Europa, può permettersi di valutare con quel criterio le scelte fatte e da fare nonché la bontà, l’utilità, la necessarietà degli obiettivi intermedi.
Quello cui assistiamo in Italia è la produzione di reazioni, non risposte, ad hoc, contingenti e opportunistiche. Non sono le convinzioni, pro o contro l’Europa (con l’obbligo politico dei contrari a spiegare la loro posizione e a indicare le alternativa) a dominare il dibattito pubblico. Sono le convenienze di breve respiro in termini elettoralistici. Un pugno di voti in più cerca Salvini che non può certo allinearsi sulle acritiche posizioni europeiste di Forza Italia né mettersi a ruota del sovranismo (Make Italy Great Again) flessibile, ma credibile, della Presidente del Consiglio. Uno spazio, forse uno sprazzo di visibilità vuole Conte giustamente temendo che parte di potenziali elettori del Movimento 5 Stelle sentano il richiamo di Elly Schlein la quale un po’ va dove la porta il cuore un po’ dove crede ci sia qualche voto in più.
Poi, certo un po’ tutti tranne, forse si meritano la citazione, i parlamentari leghisti Alberto Bagnai e Enrico Borghi, riconoscono e applaudono l’alta statura europeista di Mario Draghi al quale sottrassero il potere politico che lo rendeva ancora più incisivo sulla scena europea con effetti positivi e ricadute benefiche sulla Nazione. Rimane che le ricomposizioni al minimo comun denominatore nel governo sono molto più probabili, Salvini ha imparato a sue spese quando deve smettere di tirare la corda per non trovarsi del tutto privo di potere (e di cariche e seggi), di un riavvicinamento Cinque Stelle-Partito Democratico.
Quel che opinionisti, politici e burocrati (sic) europei vedono è una “Nazione” non del tutto affidabile nella quale non esiste il consenso di fondo su nessuna delle scelte importanti, oggi la difesa comune, nella quale i partiti non orientano e non guidano l’opinione pubblica, non cercano di “educarla” all’europeismo, ma vogliono leggerne nelle espressioni viscerali per blandirle e ottenerne il voto, occasione dopo occasione.
La preoccupazione dominante di Spinelli non riguarderebbe tanto la distanza che intercorre fra quello che lui (con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni) consegnò al Manifesto e l’incapacità di chi si richiama a quelle posizioni di tradurle in pratica. Proprio perché faticosamente, fra molte sconfitte, diventato saggio, come dal titolo della sua autobiografia, Spinelli vorrebbe (e con lui molti, non solo italiani) che fossero i leader politici a porsi alla guida dell’opinione pubblica europea. Non poche sono le circostanze nelle quali alla leadership si chiede, si impone di guardare e di vedere lontano. Se non ora, quando?
Pubblicato il 19 marzo 2025 su Domani
L’Europa si difende con una politica condivisa e un esercito comune @DomaniGiornale

Lentamente, gradualmente, senza volerlo, ma inesorabilmente, l’Ucraina è diventata la cartina di tornasole di quello che è bene e che è male nelle conoscenze, nelle interpretazioni e nelle azioni concrete dei capi dei governi e dei partiti, delle opinioni pubbliche, degli intellettuali e, non da ultimi, degli elettorati, occidentali e no. Sono prepotentemente (ri)emersi i grandi temi di un ordine internazionale giusto, della guerra e della pace, della democrazia e degli autoritarismi, dei rapporti fra potere politico e potere economico, e della sovranità delle nazioni e dell’unificazione politica dell’Europa. Rispetto a nessuno di questi temi è accettabile rimane indifferenti e neppure dichiararsi equidistanti. Chi lo ha fatto e continua a farlo, da un lato, dimostra di avere conoscenze inadeguate, dall’altro, tenta di manipolare il dibattito e l’opinione pubblica.
Sostenere che la Russia non ha aggredito l’Ucraina oppure che l’ha fatto perché provocata significa non conoscere i precedenti comportamenti russi con i paesi confinanti e mettere sullo stesso piano eventuali provocazioni (la Nato che “abbaiava” ai confini russi) con la pesante riposta armata russa. Non capire che la Russia può impegnarsi in una guerra e continuarla praticamente senza restrizioni significa non sapere che i regimi autoritari non trovano nessun freno nella loro opinione pubblica la quale, in effetti, non può liberamente formarsi in quanto tale e, meno che mai, esprimersi.
Chiedere la pace, come semplice cessazione delle ostilità e, probabilmente, riconoscimento delle posizioni acquisite sul territorio, non è tanto un comportamento realistico quanto piuttosto un premio all’aggressore-invasore. Non è una pace giusta. Non è neppure una pace duratura. L’aggressore non si fermerà e coloro che subiscono lo stato di oppressione/repressione vi si opporranno appena e ogniqualvolta ne avranno l’opportunità.
Qualsiasi ordine internazionale si basa anche sulla possibilità del ricorso, in ultima istanza, all’uso delle armi. Il pacifismo individuale personale è una posizione nobile per chi è disposto pagarne il prezzo. Nessuna nazione può permettersi il lusso del pacifismo nel mondo contemporaneo (e in quello che verrà prossimamente). I dirigenti politici che lucrano qualche voto ponendosi su posizioni pacifiste insostenibili da qualsiasi governo europeo indeboliscono consapevolmente anche l’azione di coloro che cercano la pace.
Non sono sicuro che quanto proposto dalla Presidente della Commissione dell’Unione Europea debba essere definito “riarmo”. So che i due cardini della sovranità delle nazioni sono storicamente stati simbolizzati dalla feluca degli ambasciatori e dalla spada dei militari. Autonomia della politica estera e autosufficienza della politica di difesa. La nazione Europa, di cui troppo spesso vengono denunciati ritardi talvolta inesistenti, deve muoversi in entrambe le direzioni. Sta riprendendo un cammino, quella della difesa comune, drammaticamente interrotto nel 1954 quando nell’Assemblea nazionale francese i sovranisti gollisti sommarono i loro voti con quelli dei comunisti stalinisti per affondare la Comunità Europea di Difesa.
Sicuramente, è lecito argomentare modalità diverse con le quali reclutare, formare, finanziare e sostenere un esercito comune europeo, ben oltre la sommatoria di qualche soldato “nazionale” in più. Sarebbe preferibile che i gruppi parlamentari europei argomentassero e esprimessero posizioni condivise, non come hanno fatto i rappresentanti dei Democratici italiani sparsi su “sì”, “no”, astensione, e la loro segretaria che prende le distanze dalla posizione della maggioranza che è ufficialmente a sostegno della Presidente della Commissione. Infine, sarebbe auspicabile che, a dimostrazione che la Presidente del Consiglio italiana vuole una pace giusta in Ucraina, non sembrasse neppure lontanamente credere che un accordo Trump-Putin andrà nella direzione desiderabile, rispettosa dei diritti dell’Ucraina.
Costruire la pace, non solo in quella zona, ma anche nel tormentato Medio-Oriente, è un compito arduo al quale soltanto un’Europa credibilmente capace di provvedere autonomamente alla sua difesa potrà contribuire. Entrambi i piedi dei fautori dell’Europa che preserva la pace debbono stare sul territorio europeo.
Pubblicato il 12 marzo 2025 su Domani
È tempo di rivendicare i grandi valori dell’Europa @DomaniGiornale

Fare fronte agli assalti del Presidente MAGA Trump all’Unione Europea e ai suoi Stati-membri richiede una chiara identificazione delle tematiche e la formulazione di risposte precise, in qualche caso flessibili, mai ambigue, sempre comuni e condivise da tutti quegli Stati. Persino il primo ministro inglese Keir Starmer il quale, pure, può, nonostante tutto, vantare qualche titolo, sa che la relazione speciale del suo paese con gli USA non gli garantisce automaticamente qualsivoglia vantaggio. Infatti, nella misura in cui tenta qualche mediazione con Trump per rafforzarsi lo fa anche in nome dei paesi europei.
Trump non mira affatto a ristabilire modalità di concorrenza commerciale più equilibrate con l’Unione Europea (con il Canada e con il Messico). Gli è stato fatto credere che con i dazi acquisterà una supremazia perduta che potrebbe risultare reale solo in alcuni pochi settori. Se è vero che le guerre commerciali fanno male un po’ a tutti, è ancor più vero che fanno più male a coloro che sono più deboli in partenza. Abolendo con un tratto di penna l’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale) Trump ha già fatto sapere che non tiene in nessun conto quegli stati. Facile immaginare che tipo di ordine internazionale Trump intenda costruire. La risposta europea dovrà essere tanto equilibrata quanto selettiva, impostata in modo da completare il Mercato Unico, secondo le indicazioni del Rapporto Letta e concentrando ricerca e risorse per dare vita a “campioni” europei competitivi per dimensioni, come suggerito nel Rapporto Draghi, e prospettive.
Entrambi i Rapporti, certamente esigenti, finora non adeguatamente tenuti in conto, meritano di essere messi al centro della risposta politica dell’Unione Europea, ovvero di una più intensa e approfondita e anche più rapida collaborazione fra gli Stati-membri. Oggi e domani quella collaborazione è particolarmente urgente, probabilmente decisiva, nell’ambito militare, della difesa. Le guerre si evitano anche con adeguate modalità di dissuasione che derivano dall’esistenza di un esercito comune e di armamenti moderni. Anche in questo caso si tratta di utilizzare al meglio quanto già esiste e di investire adeguatamente. Primum vivere. La difesa dell’Ucraina non è soltanto una priorità militare, è un compito politico di prima grandezza. Non sono sicuro che a Trump basti far sapere che l’UE ha già speso più degli USA. Sono sicuro, però, che è importante comunicare a Putin che l’UE vuole ed è in grado di continuare a spendere, magari anche con il denaro che viene dai beni russi giustamente confiscati.
Non mi sono posto l’interrogativo se l’UE debba ancora considerare Trump un alleato o debba prendere atto che si comporta, se non come un vero e proprio nemico, quantomeno come un avversario agguerrito. So che sarebbe sbagliato lasciargli credere che fra i governi dell’Unione europea c’è chi vorrebbe assumere una posizione più morbida, quasi collusiva perché, come si dice di Giorgia Meloni, condivide alcuni “valori” del trumpismo. Almeno l’altra metà degli Stati Uniti quei valori non li condivide e, leccandosi le profonde ferite di una brutta, ma purtroppo meritata, sconfitta, tenta di contrapporvi il meglio della democrazia americana. Se le distanze sui valori fra l’America di Trump e l’Unione Europea come è stata fondata, è cresciuta, si è ampliata, si approfondiscono, perché gli USA diventano un paese illiberale, allora a maggior ragione, senza ambiguità e senza pavidità, l’Unione dovrà sollevare il vessillo di quello che è da tempo diventata: il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Su questi valori si basa la grandezza dell’Unione Europea. Il tempo è venuto di rivendicarli e di metterli, senza nessun distinguo nazionalista, sempre all’opera. Europei, orgogliosi di esserlo.
Pubblicato il 5 marzo 2025 su Domani
Dalla Germania ottime notizie. L’Ue unita fa paura a Trump @DomaniGiornale

Troppo semplicistico sostenere che l’Unione Europea si trova fra due fuochi: uno, quello amico, che viene da un leader democraticamente eletto, Trump, che spara a casaccio; l’altro, sicuramente nemico, che viene da un autocrate repressivo e sanguinario, Putin, che ha una strategia di corto respira, ma chiara e pericolosa. Poi, dentro i singoli Stati-membri dell’Unione Europea covano altri fuochini e fuocherelli, nazionalisti, sovranisti, xenofobi, che mirano ad indebolirla fino a disgregarla, con qualche recupero di sovranità nazionali, magari nella difficile forma di una Confederazione, comunque un passo indietro.
Liste, fronti, partiti che, esibendo obiettivi autoritari che discendono da un passato che non è mai passato, sfidano apertamente, come solo in contesti democratici è lecito e possibile fare, sono stati finora, con qualche eccezione, esclusi dalla partecipazione al governo. Brandmauer, firewall, cordone sanitario, ma non bisogna dimenticare l’italica conventio ad excludendum, sono le parole usate per giustificare il rifiuto che i partiti democratici oppongono a chi le regole e i valori democratici dichiara di volere sfidare e schiacciare. Secondo alcuni commentatori sarebbe un errore non dare spazio agli oppositori, non dei governi, ma della democrazia in quanto tale. Ho un qualche ricordo che l’addomesticamento attraverso l’accesso al governo dei fascisti e dei nazisti non funzionò, produsse disastri. D’altronde, le coalizioni di governo, come dimostrerà anche il prossimo cancelliere tedesco, non sono un banale affare di numeri, ma si formano con riferimento alla vicinanza politica, almeno sui valori, alle esperienze vissute, e alla compatibilità programmatica.
Nell’Unione Europea si entra soltanto se il sistema politico rispetta le regole democratiche e, requisito non disprezzabile, se il sistema giuridico non contiene, non consente e non applica la pena di morte. No, gli USA di Trump non potrebbero diventare il 28ottesimo Stati della UE, ma il Canada sì (e l’Ucraina anche). Certo, un regime duramente autoritario come la Russia e una repubblica presidenziale possono mostrare capacità decisionali, ovvero di prendere decisioni in tempi brevi, superiori a quella di una federazione di Stati, ma, come già emerge nel contesto trumpiano, l’applicazione e l’attuazione di decisioni frettolose, talvolta di dubbia legalità, sono difficili e controverse. Certamente e inevitabilmente più lenta, l’Unione Europea ha comunque finora dimostrato, quando era necessario, di saper ergersi all’altezza della sfida. Se necessario, la pratica democratica, che non ha nulla a che vedere con diktat imperiosi, imperiali, imperialisti, consentirà di aprire trattative con Putin e con Trump.
Molto, adesso, dipende dalla rapidità con cui il democristiano Merz, prossimo cancelliere tedesco riuscirà a rilanciare quell’accordo con la Francia, già cruciale nel passato, per il quale il non ancora troppo debole Presidente Macron è tanto inevitabilmente quanto convintamente disponibile. Con più ampio, più esteso e più approfondito coordinamento in una pluralità di settori, a cominciare dagli armamenti a proseguire con la tecnologia e l’industria, con il sistema di tassazione fino al completamento del mercato unico, per il quale le proposte di Mario Draghi e Enrico Letta hanno risposte decisive, l’Unione Europea ha grandi inesplorate opportunità. Non sarà nessuna autonominatasi pontiera, s’illudono i sostenitori di Giorgia Meloni, con gli USA di Trump e delle sue politiche commerciali, a fare sfruttare al meglio queste opportunità. Sovranismi, anche soft, nazionalismi, xenofobie sono tutti palle al piede di un’Unione che può correre e crescere. Una Unione più veloce è possibile grazie alle sue risorse e allo snellimento delle sue procedure democratiche. Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 26 febbraio 2025 su Domani
I CPR in Albania non servono. La risposta deve essere europea @DomaniGiornale

Porre rimedio a un fallimento come quello, da più parti dichiarato, dei centri per migranti collocati in Albania, è persino più difficile di individuare una soluzione decente, praticabile, in grado di durare per un futuro imprevedibile. Le motivazioni giuridiche del fallimento sono state impeccabilmente argomentate da Vitalba Azzollini. Prima il governo ne prende atto meglio sarà. Sapere quel che non si deve fare, questa è la vera lezione anche per gli altri paesi europei e i loro capi di governo, non avvicina, però, nessuna soluzione. Dovremmo avere imparato che nessuna soluzione esiste a un fenomeno epocale di massa se non è una soluzione europea. Lo sanno anche molti “patrioti” che ciascuno dei loro governi, quand’anche si arrocchi orgogliosamente, non riuscirà a fermare i flussi migratori e dovrà comunque pagare un prezzo economico e securitario, anche sociale, nient’affatto marginale. Da tempo, un po’ tutti sostengono che la riposta debba essere europea, ma tutti sanno altresì che non sono solo i patrioti ad opporsi a quella soluzione.
I sostenitori della soluzione europea, è opportuno tornare ai punti fondamentali, la appoggiano a due considerazioni diversamente inoppugnabili. Non so in quale ordine metterle, ma si tratta di diritti e di bisogni. La questione dei diritti è molto complessa poiché riguarda persone che sono costrette a lasciare il loro paese oppresso da governanti autoritari che impediscono loro non solo di esercitare i diritti politici di oppositori, ma anche di guadagnarsi da vivere per sé e per le loro famiglie. I respingimenti e i rimpatri coatti nei paesi d’origine sono una condanna per evitare la quale i migranti sono comprensibilmente disposti ad accettare i più alti rischi. La individuazione dei paesi “sicuri” (Egitto? Bangladesh?, più sono sicuri meno migranti li lasceranno) non può essere affidata a nessun singolo governo europeo. L’elenco deve essere stilato dall’Unione Europea e dall’apposito Commissario con riferimento alle numerose ricerche esistenti su libertà, corruzione, democrazia.
La questione dei bisogni riguarda non solo i migranti stessi, la loro provenienza da paesi nei quali economicamente hanno solo la prospettiva della fame e della miseria (ma, attenzione, i dannati della terra non hanno neanche le risorse per tentare di emigrare). Riguarda il bisogno di migranti che, a causa dell’inarrestabile declino demografico, è lampante, persino crescente in un po’ tutti i paesi europei. Potrebbe essere tradotto in una relazione virtuosa: accoglienza in cambio di lavoro. Noi europei non dobbiamo provare che siamo buoni e accondiscendenti. Dobbiamo dimostrare che siamo civili e comprensivi. Il problema è che dimostrare civiltà e comprensione non è qualcosa che passa attraverso le parole e le mozioni degli affetti nelle quali parte della sinistra e dei cattolici sembra bearsi. Richiede impegno concreto e condiviso, consenso politico ampio, efficienza amministrativa diffusa.
Si potrebbe stilare la lista degli Stati-membri dell’Unione Europea che dispongono di queste essenziali risorse e in quali quantità, ma anche con quale disponibilità a metterle all’opera per fare fronte alla sfida, che non è solo sociale e culturale, ma anche tecnica e burocratica, dei migranti. Va detto che è proprio su questo terreno che l’Unione Europea dovrebbe dimostrare che l’unione fa la forza, che mettere insieme risorse, esperienze, competenze è un vero grande salto di qualità, che, più banalmente non saranno uno più centri albanesi a produrre soluzioni efficaci, decenti e a costi contenuti. Nel suo piccolo, questa è la lezione che discende da quel che è successo in/con l’Albania, da non ripetere. Per quanto difficile, la strada europea è l’unica perseguibile. Se ha imparato la lezione forse il governo italiano potrebbe prendere l’iniziativa.
Pubblicato il 12 febbraio 2025 su Domani
Altro che arbitro. Mattarella è un protagonista della politica @DomaniGiornale

Una notevole maggioranza di commentatori ha, talvolta alquanto ipocritamente, tessuto le lodi di Sergio Mattarella in occasione dei dieci anni della sua Presidenza. Giustamente e opportunamente. Nei commenti l’accento è stato posto in maniera quasi esclusiva sulle sue qualità personali, sulle sue capacità e competenze politiche e sulla sua esperienza nelle istituzioni. Tutto vero. Equilibrato e sobrio, dotato di altissimo senso dello Stato, che ha mostrato come parlamentare, ministro, giudice costituzionale, la Presidenza della Repubblica costituisce il degno completamento della sua prestigiosa carriera politica. Non ne è, però, in nessun modo, il termine. Infatti, da Presidente, Mattarella si è inevitabilmente trovato a svolgere un compito impegnativo affrontando sfide impreviste e imprevedibili. Altre ne verranno. Affermare che le risposte del Presidente Mattarella siano tutte attribuibili alle sue qualità personali, mi sembra riduttivo, fuorviante, al limite anche sbagliato, con qualche preoccupazione per il futuro (Presidente) che verrà.
Nell’impossibilità di tratteggiare qui l’operato di tutti i Presidenti della Repubblica che si sono finora susseguiti, mi limito a sottolineare che, seppure con non poche diversità di stile, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e, per l’appunto, Sergio Mattarella con il loro operato hanno tutti smentito le definizioni troppo prevalenti del ruolo attribuito al Presidente della Repubblica italiana. No, nessuno di loro è stato un notaio e neppure un arbitro. No, nessuno di loro ha mai svolto il compito di (ri)equilibratore. Tutt’altro. Con la propria visione politica e istituzionale, ciascuno è stato (e, ovviamente, Mattarella continua ad esserlo) un protagonista. Eppure, tutti hanno saldamente operato nei limiti della Costituzione, magari con qualche piccola forzatura, sfruttandone la sua effettiva flessibilità.
Enigmatico e problematico è il ruolo del Presidente che i Costituenti, non potendo rifarsi a precedenti, finirono per delineare non del tutto intenzionalmente, certamente con fortuna, ma anche per virtù. Grande è lo spazio, se si preferisce, la discrezionalità di cui può godere il Presidente in quelli che sono i due momenti/atti più importanti in una democrazia parlamentare: la formazione del governo e lo scioglimento del Parlamento.
La formazione del governo comincia con la nomina del Presidente del Consiglio ad opera del Presidente della Repubblica e continua con la nomina dei Ministri su proposta del capo del governo, e quindi anche del rigetto, avvenuto meno raramente di quel che si pensa, di una o più candidature. Lo scioglimento del Parlamento viene legittimamente esercitato dal Presidente quando il Parlamento non è più in grado di dare vita e sostenere un governo che sia operativo. Altrettanto legittimamente, può, deve essere negato qualora esista una maggioranza parlamentare capace di esprimere un governo per l’appunto operativo. Sono tutte fattispecie presentatesi con Scalfaro, Napolitano e Mattarella, in particolare nella legislatura 2018-2022, quando molti, compresa la leader dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, gridavano contro i governi non eletti popolo.
Esercitando con competenza e fermezza entrambi i suoi considerevoli poteri costituzionali Mattarella ha garantito quel che era possibile in termini di stabilità politica e istituzionale che riflettesse i mutevoli equilibri parlamentari. Credo sia più che corretto dedurne che le regole costituzionali, una vera bussola anche per tutti coloro che occupano cariche di rilievo, meritano parte delle lodi rivolte al Presidente. Pertanto, è più che logico e necessario interrogarsi sui rischi che comporterà una riforma che, pur mantenendo la lettera di quei due poteri, ne elimini la sostanza. L’elezione popolare del Presidente del Consiglio toglie al Presidente della Repubblica il potere reale della sua nomina. Lo scioglimento del Parlamento affidato alla richiesta del Presidente del Consiglio eletto dal popolo e “premiato” con seggi aggiuntivi, oppure dal suo successore scelto dentro la stessa maggioranza, risulta sostanzialmente sottratto al Presidente della Repubblica.
Pubblicato il 5 febbraio 2025 su Domani