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Se non è ricattabile Meloni faccia i nomi dei suoi ricattatori @DomaniGiornale

Sono oramai diverse, di recente nel brutto caso del capo della polizia giudiziaria libica Almasri, le occasioni nelle quali Giorgia Meloni ha affermato con forza “non sono ricattabile”. Mi pare giusto volerne sapere di più, meglio se, invece che con un messaggio social, la Presidente del Consiglio rispondesse a opportune e appropriate richieste in Parlamento. La sottolineatura della sua non ricattabilità, evito il terreno strettamente personale, significa che in politica, nel passato e oggi vi sono (state) persone ricattabili. Costoro non hanno potuto agire liberamente poiché erano sotto tiro, minacciati sul piano del loro privato (ma a quanta privacy ha diritto chi ha conquistato cariche pubbliche che incidono sulla vita dei loro concittadini?) e, sono costretto ad azzardare, delle modalità della loro carriera politica e del loro esercizio del potere di rappresentanza e di governo. Non faccio ipotesi di nomi, ma non sarebbe fuori luogo chiedere che la Presidente del Consiglio rivelasse chi è/sono oggetto della sua comparazione implicita.
Il messaggio della non ricattabilità può avere come destinatari, non tanto gli oppositori i quali, conoscessero qualcosa di rilevante e di imbarazzante, ne avrebbero già fatto uso, quanto, da un lato, coloro che stanno nel suo entourage come alleati e sostenitori, dall’altro, i cosiddetti, mai meglio specificati, poteri forti intenzionati a opporsi e combattere qualsiasi scelta e decisione vada a loro scapito. Naturalmente, questi poteri forti si mobiliterebbero, lo hanno già fatto nel passato, contro qualsiasi governante che intenda ridurne le rendite di posizione, ridimensionarne i privilegi, rendere inefficaci gli eventuali tentativi di ricatto. Fuori i nomi, sarebbe più facile debellarli.
Informare i cittadini della situazione e denunciare apertamente e con precisione chi sono i ricattatori del governo e dei governanti è sicuramente un imperativo democratico. Dichiararsi non ricattabili senza fare massima chiarezza quantomeno sulle eventuali fattispecie e sfide non è una strategia politica adeguata. Sembra piuttosto una forma di esorcismo.
Non dovendo rispondere a nessuna opinione pubblica e potendo decidere rapidamente (è questa la qualità che i critici delle democrazie invidiano e vorrebbero imitare?) gli autoritarismi possono permettersi pratiche ricattatorie a piacimento, tutte le volte che le ritengano necessarie e utili. Poiché, sperabilmente tengono in grande considerazione la vita dei loro concittadini, tutti i governanti democratici, che si sentono responsabili dei loro comportamenti, sono costantemente esposti agli spregevoli e spregiudicati ricatti dei dirigenti autoritari.
Non intendo discutere se sia giusto oppure sbagliato, accettabile oppure riprovevole, da parte dei governanti democratici cedere ai ricatti ai quali ricorrono i governi autoritari. Talvolta è, semplicemente, assolutamente inevitabile. Meglio procedervi trasparentemente dopo avere resa edotta l’opinione pubblica. Non ragion di Stato, ma consapevolezza condivisa per evitare il peggio. Lo scambio fra il terrorista iraniano Abedini e la giornalista italiana Cecilia Sala è l’esito del ricatto esercitato dagli ayatollah di quella teocrazia oppressiva repressiva. Non è del tutto infondato ipotizzare, in attesa che la Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia Nordio, il ministro degli Interni Piantedosi, il sottosegretario Mantovano forniscano le informazioni relative al rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica, responsabile di torture, Almasri, che esponenti libici di rilievo abbiano in effetti ricattato il governo italiano. Sapere in che modo per ottenere che cosa consentirebbe forse di evitare di trovarsi esposti a ricatti simili in altre circostanze. Proprio perché personalmente Giorgia Meloni non si ritiene ricattabile dovrebbe procedere a spiegare perché e come il governo italiano e indirettamente le regole e le istituzioni della nostra democrazia sono state ricattate. Sarebbe utile per impedire che situazioni simili si ripresentino nel futuro.
Pubblicato il 2 febbraio 2025 su Domani
Le democrazie e gli anticorpi per sopravvivere all’illiberalismo @DomaniGiornale
“Una gamba davanti all’altra”. Prendo a prestito le dolenti parole della Sen. Liliana Segre che descrivono la sua marcia per la vita per sottolineare che gradualmente, ma incessantemente i democratici e le loro democrazie sono in grado di imparare e riprendere il cammino della libertà. La celebrazione del Giorno della Memoria obbliga a riflettere, mi pare non venga fatto adeguatamente, sul regime politico che lanciò il genocidio e sui governi dei paesi, a cominciare dal fascismo italiano, che furono zelanti e attivissimi complici: il totalitarismo nazista coadiuvato da autoritarismi più o meno duri. Certamente, tutti quei sistemi politici privi di qualsiasi elemento democratico mostrarono notevoli capacità decisionali. Però, dovremmo davvero considerare la velocità delle decisioni una caratteristica positiva e intimare alle democrazie contemporanee di apprenderla e farne, s’intende, molto rapidamente, uso?
Fermo restando che sono oramai più di trent’anni che il numero delle democrazie cresce e che nel tempo una sola, quella già minata dall’interno, del Venezuela è crollata, come si fa a sostenere che il paradigma liberal-democratico è venuto meno? Nella misura in cui una democrazia abbandona il liberalismo, che è diritti politici, civili, anche sociali più il quadro costituzionale di separazione delle istituzioni e loro relativa autonomia, semplicemente non è più tale. Democrazia illiberale non è un ossimoro. Al contrario è un esempio lampante e pregnante di manifestazione di quella neo-lingua che tempestivamente George Orwell denunciò come prodotto dei regimi totalitari e loro imposizione.
Poiché deciderebbero poco quantitativamente e in maniera tardiva, le democrazie non sarebbero in grado né di controllare il potere economico né di fare fronte al potere tecnologico. Le democrazie liberali, nate per fare prevalere le preferenze dei cittadini sugli interessi dei grandi proprietari terrieri e degli imprenditori, sarebbero oggi diventate terra di conquista dei nuovi capitalisti, i re delle finanze e i padroni delle tecnologie comunicative. Laddove, parafrasando Mao tse Tung, il partito (comunista) cinese comanda la tecnologia in tutte le sue varianti artificiali e reali (ma, Covid insegna, non in quelle sanitarie), il Presidente degli USA è attorniato dagli oligarchi della Silicon Valley che, è davvero così?, lo condizionano e ne influenzano le decisioni più importanti, comunque quelle che li riguardano. Muoiono così le democrazie? Comincia da Washington, D.C, l’asfissia della democrazia?
Il Presidente USA nella misura in cui è forte e veloce, “decidente”, è debitore di queste sue capabilities non all’assetto istituzionale in quanto tale, ma alla mutevole configurazione del potere politico che consente ai “suoi” repubblicani di essere in maggioranza, almeno per i prossimi due anni, sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato e di avere imbottito la Corte Suprema di giudici di stretta osservanza repubblicana. Trump, contrariamente a Putin e Xi Jinping, non potrà essere rieletto. Gode di grande potere a termine (nessun terzo mandato!). Le sue pulsioni anti-democratiche, di insofferenza per i freni e i contrappesi, i lacci e laccioli posti dalla Costituzione, incontrano ostacoli nella libertà dei mass media, nella opinione pubblica, nel pluralismo che Xi e Putin hanno distrutto e continuano a schiacciare.
Una gamba davanti all’altra le democrazie reagiscono alle sfide, politiche, economiche, tecnologiche, nessuna delle quali ha finora avuto successo, con l’ampio repertorio degli strumenti del pluralismo sociale, culturale, persino religioso, di cui dispongono. Smentiscono anche i profeti di sventure che con i loro tristi allarmismi pensano di appuntarsi i galloni del progressismo popolar democratico. Meglio che meditino più a fondo. L’età delle democrazie continua a essere con noi, davanti a noi.
Pubblicato il 29 gennaio 2025 su Domani
“Make Europe great again” è la risposta da dare al tycoon @DomaniGiornale

Parole chiare, magari non sempre pronunciate limpidamente e non organizzate in maniera armoniosa (non tutti sanno parlare come Barack Obama e meno che mai come Martin Luther King), messaggi espliciti che hanno un retroterra reazionario e che delineano una strategia di rappresaglia. Questa è la sintesi, compreso il tono vendicativo, punitivo, spesso aggressivo, nei confronti della metà polarizzata dell’America e dei suoi vicini Messico, Panama, Canada e Groenlandia, del discorso di inaugurazione della seconda presidenza di Donald Trump.
Detto che condivido le ottime analisi e variegate interpretazioni di Mattia Ferraresi, Mario Del Pero e Nadia Urbinati pubblicate ieri, adesso sappiamo ancora meglio e di più che cosa dobbiamo aspettarci. Pertanto, il compito consiste nel guardare avanti. Prima, però, di procedere a suggerire le risposte, è indispensabile prendere atto che le affermazioni di Trump costituiscono la traduzione coerente del mandato elettorale chiaro e forte da lui ricevuto da una maggioranza assoluta di elettori americani. Qualcuno con preoccupazione, qualcuno con compiacimento, qualcuno con l’orgoglio di chi lo sapeva già, dobbiamo tutti prendere atto che l’America che si è espressa in Trump, che lui rappresenta e, importante, che lui plasma con le sue preferenze e che vuole tradurre con i suoi obiettivi, è un paese profondamente cambiato, che, peraltro, tutti i sondaggi, ai quali non siamo stati disposti a credere, avevano disgiuntamente individuato.
Ciascuno di noi, italiani e europei, cittadini e governanti degli Stati membri dell’Unione Europea è posto di fronte a una sfida che, naturalmente, riguarda l’economia, ma che va oltre fino alla politica e nel senso più alto e più significativo giunge fino alla cultura ai valori sui quali si sono costruite e funzionano le democrazie non soltanto europee. Non si tratta solo di predisporsi a contrastare i dazi che Trump porrà sottolineando che da sempre la libertà di commerciare, di scambiare beni si accompagna alla libertà politica, riduce le probabilità di conflitti e aumenta le possibilità di crescita. Nessun paese diventa più grande a scapito di altri se non nell’ottica dell’imperialismo predatorio. Bisogna dirlo che il green deal è la modalità essenziale di collaborare per arrestare il cambiamento climatico, bene comune tanto prezioso quanto indivisibile. Nessuna soluzione può essere trovata da rapporti bilaterali più o meno stretti e occasionali che, comunque, il contraente più grande rimane costantemente in grado di definire a suo vantaggio e di terminare a suo piacimento.
Il processo di distanziamento degli Stati Uniti dall’Europa è cominciato parecchi decenni fa. Tuttavia, i policy makers americani sono largamente consapevoli che dell’Europa hanno bisogno e che l’Europa ha bisogno di loro a causa di visibilissime sfide geopolitiche. Senza nessuna esagerazione sono i rapporti che intercorrono fra Europa e USA, i loro scambi, la loro considerevole condivisione di valori che danno corpo e sostanza a quello che è giusto chiamare Occidente. Neppure Trump potrà permettersi comportamenti che potrebbero essere etichettati come “negletto benigno”. Dal canto suo, l’Unione Europea mantiene la sua integrità e offre una sponda ideale alla metà dell’America non trumpiana continuando ad affermare, proteggere e promuovere i diritti civili, politici e sociali sui quali si è fondata, è cresciuta, continua ad allargarsi. La sfida del Presidente Trump durerà quattro anni (già, per i Presidenti USA esiste il limite invalicabile di due mandati). Nella rapidità, nella innovatività, nella qualità delle riposte a quella grade e brutale sfida si valuteranno le capacità delle leadership europee. Questo è il test da superare. Fare più grande l’Europa.
Pubblicato il 22 gennaio 2025 su Domani
Tertium non datur. Perché è giusto limitare i mandati @DomaniGiornale

Ci sono molte buone ragioni per rispondere “no, non si può” (e, in special modo non si deve) a tutti coloro, ma soprattutto ai diretti interessati (De Luca, Zaia, ultimo, ma nient’affatto trascurabile, il sindaco di Milano Sala che sembra essersi messo avanti con il lavoro), che chiedono di consentire un terzo mandato ai Presidenti delle Regioni e ai sindaci. In ordine di “urgenza”, la risposta è, primo, non si cambiano le regole quando il “gioco” è già iniziato e meno che mai si cambiano ad personas, su richiesta dei diretti interessati. Questa risposta ha più peso se chi la dà non ha nulla da guadagnare, che non è propriamente il caso dei granitici Fratelli d’Italia aspiranti alla conquista del Veneto. La regola dei due mandati ha funzionato in maniera più che soddisfacente garantendo un ricambio ordinato nelle cariche di governo regionale e locale. Di recente, già altri governanti, ad esempio, il Presidente dell’Emilia-Romagna e il sindaco di Pesaro, seppure a malincuore, ma adeguatamente ricompensati, l’hanno rispettata. Nessuna eccezione deve essere fatta. Al limite, ma proprio come extrema ratio, se cambiamento dovesse esserci, non dovrebbe valere subito per i diretti interessati ai quali bisogna imporre comunque di saltare un giro.
Il riferimento comparato che i richiedenti, in particolare Zaia e De Luca, fanno fra le cariche di sindaci e di presidenti di regioni, soggetti alla regola, e quelle dei parlamentari, pluririeleggibili a piacimento, spesso, però, non loro, è del tutto mal posto. I primi sono governanti, i secondi sono rappresentanti. Sindaci e presidenti di regione hanno una ampia batteria di poteri decisionali specifici, propri, significativi con i quali, sono stati in grado di favorire alcuni gruppi, associazioni, attività anche senza volerlo (ma sarebbe fare loro un torto pensare che non lo sappiano) in maniera legittima, ancorché foriera di conseguenze. Più o meno consapevolmente hanno costruito reti di relazioni di potere e di scambio che possono persino ingabbiare eventuali tentativi di innovazione. Comunque, quelle relazioni intrecciate conferiscono loro un indubbio vantaggio di partenza nelle competizioni elettorali, in termini di visibilità, popolarità, sostegno anche sotto forma di finanziamenti.
Fra i parlamentari, anche quelli di troppo lungo e poco meritato corso, nessuno ha comunque mai nelle sue mani quantità di potere decisionale commisurabile a quello, nel loro piccolo, medio, grande, acquisito e esercitabile dagli occupanti dei vertici regionali e comunali. Naturalmente, tutti sanno che prima con la legge elettorale Calderoli (giustamente bollata come Porcellum), poi con l’abortito Italicum partorito da Renzi-Boschi e con la legge elettorale vigente (che porta il nome di Rosato), i parlamentari non sono “eletti”, ma nominati e cooptati, e quindi possono essere scaricati (sic) dai loro dirigenti.
Questa brutta procedura li rende ancora meno potenti con aleatoria durata in carica e non può servire a giustifica l’estensione di un qualsivoglia terzo mandato a livello locale. Piuttosto, dovrebbe rendere urgente e indispensabile procedere alla stesura di una legge elettorale decente (ce ne sono, eccome, più di una) per la nazione. Attendiamo le proposte di Zaia e De Luca, ma anche, se vorrà, di Sala.
L’argomentazione al tempo stesso più subdola e più pericolosa utilizzata, in special modo da Zaia, ma anche da De Luca, per ottenere deroga e terzo mandato, chiama in causa gli elettori e la stessa democrazia. I sondaggi dicono che entrambi i presidenti di regione sarebbero riconfermati nella loro carica a (diverso) furor di popolo. Pertanto, sostengono i “terzisti”, chi vuole imporre, mantenere e fare rispettare il limite dei due mandati, si schiera contro il popolo. Sostanzialmente, poiché toglie potere al popolo meriterebbe di essere definito “nemico del popolo”.
Tutt’al contrario, è proprio la contrapposizione di una più o meno presunta (accertabile soltanto al termine della campagna elettorale e della competizione fra più candidature) volontà del popolo alle regole in vigore che si caratterizza come espressione di populismo, di tremendo populismo. Nel circuito istituzionale italiano, non il più “bello” delle democrazie contemporanee, ma neppure il più brutto c’è molto da ritoccare e cambiare, molto che può essere migliorato, non la regola del limite dei due mandati. Anzi, bisognerà tenerla in assoluta considerazione qualora si procedesse malauguratamente all’elezione popolare diretta del capo del governo. Meditate.
Pubblicato il 19 gennaio 2025 su Domani
I danni enormi di chi vuol fare politica con la violenza @DomaniGiornale

Proviamo a dirlo con chiarezza: la violenza contro persone e cose è sempre inaccettabile, ingiustificabile, da condannare. Senza se e senza ma. Non aggiungo è “persino controproducente”, poiché non so quali sono gli obiettivi perseguiti dai violenti nelle piazze e nelle strade d’Italia che andrebbero perduti proprio a causa dell’uso della violenza. Certamente, fra gli obiettivi non figura praticamente in quasi nessun caso quello di suscitare le simpatie e di guadagnare il sostegno né, si dice così, degli astanti né di chi leggerà i resoconti oppure vedrà i fatti sui telefonini e in tv. Improbabile è anche che le manifestazioni all’insegna della violenza abbiano come obiettivo secondario quello di reclutare altri manifestanti.
Alcuni sociologi, anche italiani, vedono in manifestazioni di questo tipo, che sfidano palesemente la polizia e i manganelli, una modalità di (ri)affermazione della identità di gruppo, di cementazione di rapporti amicali, di appartenenza, di condivisione politica. Contrariamente alla troppo diffusa giustificazione giornalistica della condizione di disagio giovanile e sociale, i violenti sono tali non fondamentalmente perché “stanno male”, ma perché vedono nella loro violenza il modo, forse l’unico, di contrapporsi a chi ha il potere di governo e a chi dai ranghi dell’opposizione non sa e non vuole ricorrere a maniere dure e forti, ai loro occhi diventando connivente con il governo, con i potenti di casa nostra e altrui, ad esempio, gli ebrei.
In tutte le società, in qualsiasi momento si producono fenomeni e accadimenti criticabili, rivelatori di ingiustizie, di trattamenti non soltanto deplorevoli, ma anche illegali a scapito e ai danni di alcuni settori sociali variamente vulnerabili, oggi identificati soprattutto con i palestinesi di Gaza. Nient’affatto in tutte le società le risposte anche ai fatti più gravi si traducono (dovrei, forse, scrivere “degenerano”) in azioni violente. Laddove lo fanno è per due ragioni di fondo. La prima è la convinzione che risposte ordinate, legali, composte sono già state tentate e sono fallite, nel senso che non hanno avuto un seguito di riparazione degli eventuali torti e di costruzione di una situazione migliore. La seconda è che esiste un potenziale di violenti che non si sentono rappresentati, anzi si sentono “traditi” da chi dovrebbe rappresentarli e che traggono una qualche soddisfazione personale nella esibizione della loro forza e del loro “coraggio” che orgogliosamente esprimono sotto forma di aggressione e di scontro con le forze dell’ordine.
Naturalmente, può succedere che quelle forze dell’ordine si trovino impreparate a “gestire” lo scontro di piazza; si sentano pericolosamente minacciate; reagiscano a insulti, sputi, lancio di oggetti e qualcosa di più. Di conseguenza, eccedendo nella reazione, offrono il destro (sic) a critiche, reprimende, persino ad un più ampio, in termini di numeri e di intensità, coinvolgimento dei violenti. Una buona gestione della piazza implica non alzare il tiro degli scontri, meno che mai frontali, isolare i gruppi più violenti, procedere alla de-escalation. Tutto questo vale, caso per caso, manifestazione per manifestazione, corteo per corteo, ma non può pretendere di risolvere in maniera duratura il problema costituito da chi non vuole fare politica, consapevolmente e deliberatamente preferendo il ricorso alla violenza come risorsa principale, quasi esclusiva.
Quando i tempi si fanno violenti i violenti scendono in campo. Purtroppo, in Italia scendono in campo anche i fiancheggiatori della violenza e gli strumentalizzatori che vogliono volgere l’uso della violenza a loro miope vantaggio politico di breve termine. Allora, dovrebbero scendere in campo anche coloro che si oppongono alla violenza dei violenti e degli apparati e delle leggi di Stato. Non per equidistanza, ma perché è eticamente giusto.
Pubblicato il 15 gennaio 2025 su Domani
Le pericolose scorribande di una premier senza freni @DomaniGiornale

Inebriata dai complimenti, a cominciare da quelli dello sbadato settimanale “The Economist” e dello smodato tycoon diventato Presidente Trump, estasiata dalle e nelle photo opportunities (a suo tempo, lo so, saranno raccolte in un apposito portfolio politico-elettorale), forse anche frastornata dai molti cambi di fuso, la Presidente del Consiglio sta incappando in alcuni problemi, forse non proprio marginali. Il primo riguarda la coesione della coalizione che ha guidato al successo elettorale nel 2022 e che intende condurre fino al record di unico governo italiano durato un’intera legislatura. Vero è che né Salvini né Tajani potrebbero andare altrove e sono costretti a soffrire e abbozzare, ma decidere senza neppure dare loro le informazioni di base, può diventare troppo almeno per alcuni dei parlamentari leghisti e forzisti e portare, poi, alle criticabili guerriglie parlamentari. Da quel che abbiamo visto, qualche assaggio di guerriglia si è già avuto in occasione dell’approvazione dell’autonomia differenziata e nel corso della discussione del disegno di legge costituzionale sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Pur avendola definita la madre di tutte le riforme, Giorgia Meloni non sembra attualmente in grado di dedicare parte del suo prezioso tempo a controbattere le critiche e a portarla avanti. Non escluso che si sia orientata a farne argomento per chiudere la legislatura e impedire il referendum costituzionale che non può tenersi nell’anno delle elezioni politiche.
Il secondo problema di enorme complessità riguarda la strategia del sovranismo inteso come recupero e esercizio della sovranità nazionale. La correttezza formale dei rapporti con la Presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen viene spesso incrinata dai troppi ammiccamenti con l’illiberale Viktor Orbán, ma la fase che si è oramai aperta riguarda atteggiamenti e comportamenti da mostrare e da tenere con Trump, sicuramente nemico di un’Unione Europea più coesa e più forte. Il significato più ampio dell’improvviso, forse non improvvisato, viaggio lampo a Mar-a-Lago non è stato solo “premere aggressivamente” (come è stato riportato dal “New York Times”) per convincerlo a non essere di ostacolo alla trattativa per ottenere la liberazione di Cecilia Sala. Quel viaggio ha inteso anche mandare il segnale che la Presidente del Consiglio italiano vuole ed è in grado di decidere e di fare una sua politica di rapporti politici e personali con Trump, a prescindere dall’Unione. Di fatto, sta indebolendo in partenza l’Unione e irritando i capi degli altri Stati-membri i quali, per il momento, hanno fatto buon viso a pessimo gioco.
Nella sua permanenza nella lussuosa magione del Presidente eletto, Meloni ha avuto modo di parlare e ammiccare, lo dicono le foto, anche con Elon Musk. Non è chiaro quanto l’incontro sia servito a discutere della possibilità che sia proprio Musk a fornire tutta la strumentazione necessaria a strutturare le reti dei servizi di sicurezza nazionale. Tre punti meritano approfondimenti. Il primo riguarda i limiti dei poteri del capo del governo italiano che in un settore di tale importanza per la sicurezza della nazione dovrebbe rapportarsi strettamente con il Parlamento. Il secondo è che, quando si è parte di una entità sovranazionale come l’Unione Europea, il bilateralismo già di per sé modalità controversa e discutibile, lo è ancor più quando si svolge su un terreno che interessa tutti gli Stati-membri. Terzo e ultimo punto, non deve essere ritenuta una critica di lesa maestà la richiesta di sapere quanto il Presidente del Consiglio sia tecnicamente attrezzata sul tema della sicurezza nazionale e in grado, quindi, di tenere a bada eventuali mire aggiuntive in termini di potere e di affari da parte di Elon Musk . Lecito è pensare e temere che Giorgia Meloni si sia allargata troppo, abbia mostrato un eccesso di fiducia nelle sue vorticose scorribande. C’è un tempo per agire e c’è un tempo per riflettere, anche per correggere.
pubblicato il 8 gennaio 2025 su Domani
L’analfabetismo costituzionale dei nostri partiti @DomaniGiornale

All’incirca un terzo degli italiani sono analfabeti funzionali, vale a dire che, definizione formulata nel 1984 dall’Unesco, sono “incapaci di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Per molte buone ragioni e prove già provate, è probabile che almeno un terzo di coloro che fanno politica in Italia e la commentano siano altrettanto deficitari (non ho scritto “deficienti”, ma potevo). Come spiegare altrimenti che insistono a criticare il bicameralismo italiano definendolo perfetto e quindi, più o meno implicitamente (e spassosamente), suggeriscono di migliorarlo rendendolo imperfetto? Giustificano l’astensionismo con il “disagio”, sociale, giovanile, del Sud et al., non curandosi né del fatto che, quando fra il 1945 e il 1960, il disagio era certo più diffuso dei nostri giorni, votava più del 90 per cento degli italiani. Dimenticano, poi, di sottolineare che l’esercizio del voto è (art. 48 della Costituzione) “dovere civico”. Sostengono, senza tenere conto delle squilibrate situazioni di partenza, che l’autonomia differenziata produrrà una competizione virtuosa fra le regioni migliorando la vita dei cittadini. Si schierano a favore di una povera definizione di governabilità che fa leva sulla stabilità dei governi, anzi, del capo del governo, senza neppure porsi il problema delle capacità dei governanti e, per l’appunto, del loro capo. Grazie unicamente alla sua elezione popolare diretta, il capo dell’esecutivo sarà posto in grado di governare con le sue decisioni una società complessa (ancorché per un terzo analfabeta funzionale e, proprio per questo, più facile preda di populisti).
Certamente, buone regole e buone istituzioni costituiscono un fecondo punto di partenza per migliorare la politica. Però, se poi il miglioramento è affidato a chi il funzionamento di quelle istituzioni non lo capisce anche perché non ha gli strumenti per effettuare le indispensabili comparazioni con le altre democrazie parlamentari, presidenziali, semi presidenziali, gli esiti non saranno (non sono stati) affatto positivi. Invece, ne seguiranno nervose e pericolose forzature.
Insistere ad attribuire al Parlamento come prioritaria e fondante l’attività legislativa va contro i numeri: il 90 per cento delle leggi sono di origine governativa e in qualche modo rappresentano il tentativo delle coalizioni di governo di tradurre in politiche pubbliche le loro promesse programmatiche sottoposte agli elettori che li hanno votati. La quantitativamente esagerata decretazione d’urgenza risolve in maniera non costituzionale i problemi di governanti incapaci di guidare le loro spesso rissose maggioranze e di un Parlamento che non riesce a svolgere appieno, libero e forte, il suo compito cruciale: controllare il governo, valutarne e correggerne l’operato, in questo modo informando e istruendo i commentatori e l’opinione pubblica ancorché spesso segmentata e manipolata.
Che poi, all’incirca negli ultimi trent’anni, troppi politici e commentatori si aspettino che la fisarmonica del Presidente gliele suoni ai politici e soprattutto ai governanti, è un’altra spesso mal posta aspettativa, destinata ad essere delusa. Dal Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale, sono di frequente venute necessarie parole di verità, stiracchiate secondo le loro convenienze e ignoranze dagli interpreti politici. Triste è doversi interrogare se anche i solenni messaggi presidenziali di fine anno non si siano oramai logorati. Ne ho intravisto qualche segnale nel discorso del Presidente Mattarella. “Le democrazie nascono con i partiti; i partiti nascono con le democrazie” scrisse nel 1942 il professore di Scienza politica Elmer Schattschneider. L’inquietante implicazione è che il declino dei partiti accompagna, non voglio scrivere né condiziona né, tantomeno causa, il declino quanto meno della qualità delle democrazie. Intraprendere una vigorosa azione di pedagogia politica, istituzionale e costituzionale è assolutamente indispensabile e urgente. Può anche dare insperati frutti di consenso politico elettorale. Facciamoci gli auguri.
Pubblicato il 3 gennaio 2025 su Domani
Il Natale 2025 sarà migliore di quello appena passato (forse) @DomaniGiornale

Caro Amico,
ti scrivo così mi distraggo un po’ per avvertirti che, no, neanche nell’anno che verrà ci saranno due Natali. Forse, però, il prossimo Natale 2025 sarà migliore di quello che abbiamo appena festeggiato. La comunità internazionale riuscirà a porre fine con una pace giustificabile e duratura alle due maggiori guerre dei nostri infausti tempi e a dare inizio alla ricostruzione su nuove, concordate e presidiate, più solide basi.
No, l’immigrazione non finirà né di qua né di là dell’Atlantico, ma saranno molti a capire che i migranti che vengono in Europa fanno uno straordinario omaggio al vecchio continente. Dicono che qui vogliono vivere e fare vivere le loro famiglie. Che qui contano e sperano di trovare libertà, opportunità, lavoro. Hanno imparato che non pochi fra coloro che li hanno preceduti sono riusciti persino ad avere carriere politiche di successo. No, i migranti di qualsiasi colore e, augurabilmente, di qualsiasi credo religioso, non vogliono “sostituirci”. Vogliono vivere con noi, imparando e rispettando le nostre tradizioni, costumi, costituzioni, avendo acquisito consapevolezza che chi viola le leggi, cittadino oppure no, merita di pagarne il prezzo.
No, i sovranisti non smetteranno di sfruttare la paura dei loro concittadini, di cercare capri espiatori e di additarli al ludibrio delle genti, ma l’integrazione procederà con alti e bassi, con pazienza e impegno. L’Europa ha già assorbito fenomeni migratori più o meno ampi. Possiede le risorse economiche, culturali, politiche per continuare. Con l’accesso di nuovi Stati-membri, l’Unione Europea diventerà ancora più grande, più estesa, più diversificata e affronterà sfide vecchie, populisti e sovranisti anche del nostro stivale, e nuove, competizione con la Cina e intelligenze artificiali. Nei conflitti emergeranno nuove leadership e forse cadranno gli opportunismi e le opportuniste.
Nell’anno che verrà si affaccerà un ripensamento sulla democrazia che abbiamo e sulla democrazia che vorre(m)mo. Saranno smentiti i profeti di sventure poiché nessuna democrazia esistente cadrà. Faranno la loro comparsa alcuni profeti che si avventureranno a sostenere senza se e senza ma l’assoluta irrinunciabile necessità della libera espressione e circolazione di idee, di dibattiti pubblici aperti, trasparenti, non inquinati. Verranno individuati i nemici delle democrazie, coloro che in nome di mai esistiti precedenti, l’egualitarismo assoluto e il partecipazionismo totale, feriscono e indeboliscono le democrazie realmente esistenti. Verranno messi ai margini coloro che, facendosi forti di uno slogan qualunquista-populista: “il popolo ha sempre ragione”, rinunciano, anche perché non ne hanno né le capacità né le conoscenze, a criticare il “popolo” che non si interessa di politica, che non si informa sulla politica, che non vota e indebolisce la democrazia sua e degli altri a favore di chi mira a conquistare pieni poteri.
L’anno che verrà non porterà latte e miele per tutti. Forse, però, accrescerà la consapevolezza che, prima di distribuirlo, quel latte e quel miele bisognerà produrlo e che soltanto un accresciuto impegno nella produzione avrà successo traducendosi in una più ampia e accurata distribuzione. Libertà, eguaglianze, solidarietà. Caro Amico, lo so che non basterà un anno solo per cambiare la cultura politica di un popolo (oops), meno che mai del popolo italiano. L’obiettivo è di formidabile difficoltà. Per questa ragione, ma anche siccome sei molto lontano, più forte (e più volte) ti scriverò. Buon anno.
Pubblicato il 27 dicembre 2024 su Domani
Mattarella e le lezioni di diritto alla destra @DomaniGiornale

Arbitro, equilibratore, notaio: nel corso del tempo, ai Presidenti della Repubblica italiana è stata data una collocazione super partes e attribuito un ruolo variamente definibile come asettico. Con Cossiga e soprattutto con Scalfaro e poi Napolitano, quel ruolo divenne di grande protagonismo costituzionale. Memorabile la risposta di Napolitano a chi lo accusava di essere di parte: “sì, sto dalla parte della Costituzione”.
Ricordare e spesso insegnare la Costituzione alle nipotine e ai nipotini di coloro che votarono contro, sempre contrapponendo il presidenzialismo alla democrazia parlamentare, e a coloro che, anche quando, raramente, l’hanno letta, non sono andati oltre la prima riga dei diversi articoli, è il compito, come ha scritto Daniela Preziosi, di “pedagogia costituzionale” nel quale Mattarella dà il meglio di sé. Con buona pace delle diplomatiche smentite del Quirinale, è spesso possibile cogliere nelle brillantemente dosate parole del Presidente severe critiche alle azioni e alle dichiarazioni del governo e dei partiti, non solo di governo. Inevitabilmente, se le politiche governative contrastano palesemente con il dettato costituzionale, il Presidente della Repubblica ha non soltanto il diritto, ma il dovere di intervenire. Quando il riferimento è ad un articolo della Costituzione sembra utile per una migliore comprensione fare riferimento alle conoscenze e alle motivazioni che stanno a fondamento di quell’articolo. Ad esempio, non pochi Costituenti erano stati costretti all’esilio dal fascismo. Insieme a loro molti oppositori avevano avuto vita grama nei paesi che li ospitarono. Il riconoscimento, sancito nell’art. 10, del diritto d’asilo politico, è la logica conseguenza di esperienze di vita vissuta nonché di una visione del mondo ispirata a giustizia e solidarietà.
Il Presidente della Repubblica non è un freno e un contrappeso costituzionale al governo, a nessun governo di qualsiasi composizione. Sono, comunque, governi da considerare legittimi in quanto espressione di una maggioranza parlamentare scaturita dalle elezioni, governi il cui capo ha lui stesso nominato e i cui ministri ha approvato. Nella misura in cui si sente costretto a intervenire il Presidente lo fa in nome della Costituzione non per favorire qualsivoglia opposizione. È sufficiente ricordare il sostegno esplicito agli aiuti alla “martoriata” (l’aggettivo più frequentemente usato dal Papa) Ucraina. Con l’art. 11 i Costituenti, ancora una volta per esperienze personali e per maturata concezione del mondo, ripudiarono le guerre “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, accettando la partecipazione italiana ad azioni coordinate che conducano alla pace e alla giustizia.
Non mi pare necessario procedere a calcolare tutte le volte che gli oppositori dell’attuale governo hanno espresso posizioni contrarie a quelle, pienamente in linea con la Costituzione, argomentate e sostenute da Mattarella. Mi limito a sottolineare con forza che non si deve fare uso della Costituzione italiana à la carte, prendendo quel che piace e manipolando quel che va contro le proprie preferenze politiche. Il Presidente, instancabile predicatore costituzionale, ricorda a smemorati, opportunisti e manipolatori che le loro posizioni sono semplicemente sbagliate.
La riforma del cosiddetto premierato toglierebbe al Presidente della Repubblica i suoi due poteri costituzionali più importanti: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento o no del Parlamento. Rimarranno sulla carta, totalmente svuotati di sostanza. Quanto questo svuotamento inciderebbe sul ruolo complessivo del Presidente è un quesito tanto legittimo quanto rilevante. Appare molto improbabile, persino a prescindere dalle sue qualità personali e competenze, fattore comunque da non sottovalutare, che un Presidente fortemente ridimensionato, disarmato, riuscirebbe a diventare e rimanere un convincente predicatore costituzionale, protagonista della vita della Repubblica. Memento.
Pubblicato il 18 dicembre 2024 su Domani
Cosa vuole Conte, il “progressista” ancora riluttante @DomaniGiornale

Che siano alquanto meno o poco più del 10 per cento i voti degli elettori del “nuovo” partito, si può dire?, delle 5 Stelle saranno indispensabili a qualsiasi aggregazione elettorale e politica che voglia essere competitiva e davvero alternativa al centro-destra. Chiamato direttamente in causa, ma la domanda non c’era nella deliberazione fra gli iscritti conclusa domenica, Giuseppe Conte si è dichiarato “progressista indipendente”. Via all’esegesi. Che progressista si contrapponga a conservatore non ci piove. Che, chiaramente, l’attuale governo oscilli tra dure politiche conservatrici e irrefrenabili pulsioni reazionarie è difficile metterlo in dubbio (anche se non mancheranno i buoni samaritani “di sinistra” che si affretteranno a puntualizzare diversamente, qualunquemente). Che, infine, il significato specifico e i contenuti concreti sia del progressismo sia dell’indipendenza meritino precisazioni non solo professorali (tutte nelle mie corde!), ma in special modo politiche è il problema da risolvere. Bisogna farlo, primo, non lasciandolo soltanto a Conte; secondo, sapendo a quali interlocutori ci si vuole rivolgere.
Gli interlocutori sono almeno due: primo, dirigenti, attivisti e elettori che si collocano nel, lo debbo proprio dire, “campo” progressista, e, secondo, quei molti elettori che si collocano nel campo, da qualche tempo molto affollato, astensionista. Può ben darsi che gli elettori astensionisti, un bell’ossimoro, siano già stati nel recentissimo passato elettori del Movimento 5 Stelle più per l’opportunità della protesta che per l’attrattività della proposta. Invece di andare a caccia degli elettori che da qualche tempo convergono sul Partito Democratico, Conte dovrebbe tentare il recupero di molti di quegli astensionisti.
La posta in gioco è il prossimo governo, la proposta è il rilancio di alcune politiche dei 5 Stelle sia economiche, la povertà è tutt’altro che abolita, sia politiche, è molto utile ripetere “onestà onestà onestà”, meglio se con una declinazione non populista (popolo immacolato contro elite corrotte) sia istituzionali. Aperta la scatoletta parlamentare del tonno, come rivederne poteri e compiti in sé e nei confronti del governo che, consenziente la sua maggioranza, svilisce le attività di controllo e di rappresentanza che caratterizzano i parlamenti migliori, può diventare un contributo in grado di acquisire visibilità e consenso.
Qualcuno suppone e teme che l’obiettivo dell’indipendenza del Conte progressista sia quello di tornare a fare il Presidente del Consiglio. Competition is competition: l’obiettivo è legittimo, ma in discussione sono le modalità con le quali perseguirlo e, ancor di più, conseguirlo. Con qualche mugugno nel centro-destra si è addivenuti al criterio del “chi ottiene più voti”. In democrazia, in tutte le democrazie parlamentari è il criterio meno controverso, sostanzialmente applicato quasi senza eccezioni e, quel che più conta, maggiormente apprezzato dagli elettori. Comunque, Conte può perseverare nella sua ambizione nutrendola non soltanto con proposte programmatiche originali, indipendenti, ma con la strutturazione del nuovo partito sul territorio. L’abolizione del limite dei due soli mandati elettivi è forse stata sottovalutata nei suoi effetti, ma non da Grillo. Il “creatore” del Movimento vi si è frontalmente opposto perché in assenza di limiti alla rielezione in tempi relativamente brevi si andrebbe formando un gruppo dirigente esperto e competente sul quale lui non avrebbe avuto più nessun controllo. Comunque, ci sarà molto da studiare, imparare, fare. Conteranno le capacità di reclutamento a livello locale prima che nazionale e i criteri di selezione, ma la strada è aperta. Non importa quanto indipendente, il progressista deve cercare di percorrerla con il maggior numero di amici e alleati leali.
Pubblicato il 11 dicembre 2024 su Domani