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La madre di tutte le riforme. Sul premierato Meloni ricordi la lezione di Renzi @DomaniGiornale

Una volta stabilito che una percentuale ragguardevole di italiani, lo testimoniano gli esiti dei referendum costituzionali, sono contrari alle revisioni, in particolare, della forma parlamentare di governo, chi può sostenere che hanno ragione i sedicenti improvvisati riformatori? Perché mai qualsiasi riforma costituzionale, da Renzi a Meloni, dovrebbe essere preferibile a quanto fu scritto da Calamandrei e Mortati, Fanfani e Basso (non intendo eccedere nell’elenco)? In base a quale valutazione i sostenitori di riforme purchessia riuscirebbero a migliorare la Costituzione in vigore da 75 anni e che ha accompagnato la grande trasformazione dell’Italia dal 1945 a oggi? Davvero coloro che si oppongono all’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio sono oggi terrorizzati dal “complesso del tiranno”, vale a dire dalla paura che gli Italiani si affidino all’uomo, pardon, donna, forte? Qualcuno, probabilmente, molti di loro sembrano più preoccupati dal venir meno di freni e contrappesi, dalla espansione del potere di una istituzione, il governo, a scapito dell’istituzione parlamento, da prevedibili squilibri e scompensi con gravi derive personalistiche. Non c’è bisogno di essere Liberali con la elle maiuscola per credere fermamente che il costituzionalismo democratico vuole gli strumenti per controllare il governo, li ha approntati, ne dispone. Sconcerta vedere che non pochi sussiegosi liberali à la carte vogliono dare più poteri al governo e al suo capo senza porsi nessun problema di riequilibrio fra le istituzioni, alle quali, in questo caso, va aggiunta anche la Presidenza della Repubblica.
Seguendo il solco del presidenzialismo missino brandito contro i partiti e contro il parlamentarismo, la riforma voluta da Giorgia Meloni e inscritta nel programma elettorale 2022 di Fratelli d’Italia era proprio il presidenzialismo, poi “derubricato” al ben diverso semipresidenzialismo francese per approdare a quello che viene chiamato, ma si potrebbe molto discuterne, premierato elettivo. Qui il punto non è analizzarne pregi, non ce ne sono, e difetti, sostanziali e monumentali dell’elezione popolare diretta del capo del governo, ma farsi due domande. La prima è chi si oppone alla riforma Meloni è automaticamente collocabile fra gli immobilisti costituzionali e da additare al pubblico ludibrio? E, seconda domanda, definito in maniera altisonante il premierato “la madre di tutte le riforme”, affermazione che necessita una approfondita riflessione, la sua bocciatura potrà rimanere senza conseguenze politiche? Nessuna riforma sarà più praticabile? Meloni si è affrettata a dichiarare che non ha la minima intenzione di lasciare il governo in seguito al referendum costituzionale che sconfiggesse la madre di tutte le (sue) riforme. Nel 2016 Renzi che, consapevolmente, aveva impostato un plebiscito sulle “sue” riforme costituzionali, agì diversamente. Se ne andò subito, per ripicca, sdegnato, lasciandoci soli.
Sarebbe molto opportuno che a tempo debito Meloni tenesse comunque conto di questo interessante precedente. Peraltro, fa ancora a tempo, certo gettando nello sconforto tutti coloro che si servono di lei per criticare i sinistri immobilisti costituzionali, a ritirare il suo disegno di legge oppure a lasciarlo appassire silenziosamente sans faire de bruit. Ce ne faremo una ragione. Non sarà per cercare riforme condivise al ribasso, al minimo, forse, infimo comun denominatore, quanto, piuttosto, per gettare uno sguardo oltre le Alpi dove prosperano alcune ottime democrazie parlamentari. “È la comparazione, bellezza” che ha il grande pregio di insegnare cosa funziona, come, quando. Metodo e merito come dice spesso la Presidente del Consiglio. E così sia.
Pubblicato il 31 luglio 2024 su Domani
Ora i dem possono indicare un futuro nuovo all’America @DomaniGiornale

Quello che sembrava dover essere un scontro ripetitivo e acrimonioso fra due uomini bianchi anziani, scontro, secondo i sondaggi, sgradito al 75 percento degli americani, sta trasformandosi effettivamente e senza esagerazioni in una sfida per la conquista dell’anima degli USA. Oppure, meglio, per la (ri)definizione di quell’anima nel XXIesimo secolo. Un uomo bianco ricco, anche di pregiudizi e di condanne, che fa leva sul rancore, da lui sollecitato, veicolato e rappresentato, che non è interessato all’anima, ma al potere alla vendetta, contro una donna californiana progressista di colore, inevitabilmente lontanissima dal mondo di Trump, protagonista di una storia politica e professionale finora coronata da successi.
Vicepresidente tenuta un po’ ai margini del circolo di Biden e incerta sulla definizione del suo ruolo, Kamala Harris si trova improvvisamente proiettata in una sfida già in stato avanzato. Sa che deve difendere e promuovere gli indubbi, ma non agli occhi dei repubblicani, risultati in campo economico e nella sanità, che deve salvaguardare il diritto delle donne all’autonomia nelle sfera riproduttiva, ma sa soprattutto che per vincere deve convincere quell’America plurale, multiculturale, diversificata che si aspetta una visione ottimistica e credibile di un futuro attualmente offuscato da guerre e disordine. Harris può cambiare totalmente le modalità con le quali il conflitto politico si stava sviluppando. Ha la possibilità di girare pagina indicando un futuro plausibile nel quale tutte le minoranze si sentiranno a loro agio, protette e rispettate, ma anche garantite che saranno le loro capacità a fare la differenza.
Il sogno americano, variamente declinato e attrattivo, non è affatto svanito. Guardando al percorso del vicepresidente repubblicano designato, J.D. Vance, qualcuno potrebbe pensare che il successo arrida di preferenza ai sognatori con la pelle bianca. Quel centinaio di migliaia di uomini bianchi di mezz’età, privi di un diploma e con basso reddito che dal Michigan al Wisconsin e alla Pennsylvania decretarono la sconfitta di Hillary Clinton non sono andati via. Probabilmente continuano a ritenere che la risposta alla loro richiesta di status e di riconoscimento si trovi nello slogan MAGA (Make America Great Again) e che i Democratici continuino a sottovalutarli. A neppure cercare di comprenderli. Comunque, non vedono posto per loro in nessuna composita coalizione multicolore. Qui Kamala Harris trova l’ostacolo più alto.
Offrire anche a loro opportunità economiche e sociali è assolutamente necessario, imperativo. Potrebbe non bastare se a quelle opportunità non si accompagnano comportamenti credibili di comprensione, empatia, commozione. La nota positiva è che i Democratici sembrano essersi già rapidamente aggregati a sostegno della loro candidata (come oramai non potevano più fare con Biden). La nota al momento negativa è che non sta circolando nessuno slogan, nessuna frase ad effetto che sia affascinante e trascinante (quanto sento la mancanza dei kennediani, a cominciare da Ted Sorensen!)e che contrasti verticalmente quello che è l’alquanto logorato MAGA. Trump e i suoi sostenitori, compresa la maggioranza della Corte Suprema vogliono far rivivere un passato morto, ma male sepolto. I Democratici di Kamala Harris hanno la possibilità e il dovere di indicare come procedere verso la conquista e la rielaborazione dell’anima USA nel prosieguo del secolo. Il tempo è poco, ma tuttora sufficiente.
Pubblicato il 24 luglio 2024 su Domani
La democrazia non muore: è uccisa dalle élite @DomaniGiornale

Le democrazie non muoiono. Le democrazie vengono uccise. Gli assassini delle democrazie sono le élite. A seconda dei tempi e dei luoghi possono essere prevalentemente le élite politiche, militari economiche, religiose, persino culturali. Qualche volta, quelle élite iniziano a indebolire le democrazie violandone alcuni principi, se volete, promesse, fondamentali: l’eguaglianza, mai di risultati, ma quella di fronte alla legge; il pluralismo di diritti e di opportunità; la libera competizione elettorale e il rispetto dei suoi esiti; la rinuncia alla violenza e il riconoscimento che il monopolio dell’uso della forza spetta, senza se senza ma, allo Stato le cui élite agiscono in trasparenza; l’educazione politica e civile della cittadinanza.
Raffinati indicatori dello stato della democrazia nel mondo hanno colto da tempo il declino di molti degli elementi citati sopra anche negli Stati Uniti d’America che, la classifica dell’Economist Intelligence Unit colloca fra le democrazie difettose al 29esimo posto (Italia 31esima). L’attentato a Trump ha sollecitato molti commentatori a ricordare che alcuni Presidenti e qualche candidato sono stati uccisi. Sarebbe forse stato opportuno fare anche riferimento alle numerose e frequenti stragi di civili, a cominciare da quelle nelle scuole. La frase “violence is as American as apple pie” pronunciata più di cinquant’anni fa da un leader delle Pantere Nere non trova smentite. Il movimento “Black Lives Matter” serve a ricordare a tutti quanto razzismo strisci tuttora nella società americana. Il 6 gennaio 2021 l’assalto al Campidoglio di Washington ha rivelato che l’accettazione della sconfitta elettorale non è più un principio cardine condiviso dalla élite politica, economica, culturale repubblicana. Sullo sfondo si aggirano la cultura della cancellazione (della storia e della memoria dalle quali più non si impara) e il politicamente corretto (perniciosa manifestazione del conformismo nella società di massa denunciato da Tocqueville). Entrambi contribuiscono a istituzionalizzare discriminazioni e barriere cognitive. Non è guerra di culture, ma di pregiudizi e di incultura/e.
Partecipante diretta e potente, in questa guerra, ancorché a lungo ritenuta al di sopra e orientata al futuro, la Corte Suprema, con una solida maggioranza tecnicamente reazionaria destinata a durare per almeno una intera generazione, si è schierata a favore, quando conta, delle modalità con le quali il Presidente Trump (che ha nominato tre di loro) interpreta e ha esercitato i suoi poteri. La Corte sta minando il sacrosanto principio liberale della separazione dei poteri e facendo venire meno proprio il principio dell’eguaglianza di fronte alla legge nel momento in cui la legge e la Costituzione sono interpretate in chiave originalista con riferimento alle (presunte) intenzioni dei Costituenti.
Naturalmente, non sono mancate le reazioni dei democratici e dei progressisti USA a tutti questi sviluppi e ai casi più controversi. Però, non ci sono stati coordinamenti efficaci e, spesso, i democratici hanno peccato di (eccesso di) permissivismo nel condonare dichiarazioni e comportamenti offensivi e illegali che si sono moltiplicati e hanno prosperato.
Con fior fiore di studiosi condivido il postulato che una, tutt’altro che l’unica, virtù della democrazia consiste nell’apprendimento collettivo. Sono le donne e gli uomini, prima e più fra le élite che nel popolo, che apprendono, reagiscono, cambiano, formulano nuove idee, riequilibrano regimi sull’orlo del disastro Chi, per arroganza, ambizione, connivenza, ignoranza, impedisce la circolazione delle élite si rende responsabile della morte eventuale della democrazia. Sono pallidi e esangui i segnali che consentano di pensare che nelle élite d/Democratiche USA questa consapevolezza sia già sufficientemente diffusa. Si sta facendo tardi.
Pubblicato il 17 luglio 2024 su Domani
Lezioni dalla Francia. La democrazia funziona @DomaniGiornale del 10 luglio 2024

Tutt’altro che malandata, come troppi noiosi e sussiegosi commentatori continuano a ripetere, la democrazia funziona. Offre ai cittadini la possibilità di votare liberamente in elezioni competitive fra molti partiti e di produrre qualche alternanza al governo. La buona affluenza alle urne in Gran Bretagna e, soprattutto, in Francia segnala anche che, quando la posta in gioco è alta e la scelta importante, gli elettori decidono che vogliono influenzare l’esito andando alle urne. La buona notizia è che, come è successo domenica in Francia, ci riescono. Dunque, lezione da imparare, l’astensionismo può essere ridotto non solo con pure opportuni interventi che facilitino l’espressione del voto, ma se e quando i partiti, o quel che rimane di loro, vogliono e sanno offrire alternative programmatiche, politiche, valoriali chiare e credibili.
Contrariamente a opinioni malamente diffuse e variamente intrattenute, la democrazia non contiene affatto la promessa che l’esito elettorale si tradurrà immediatamente in un governo chiavi in mano (del Primo ministro). Questa situazione è molto frequente in Gran Bretagna e in alcuni altri sistemi politici che definisco anglosassoni, prodotta non (sol)tanto dalla legge elettorale, ma soprattutto dal formato e dal funzionamento bipartitico del sistema dei partiti, fattori tanto invidiabili quanto sostanzialmente non imitabili, non importabili. Altrove, come nella odierna Francia semipresidenziale, ma abitualmente in tutte le democrazie parlamentari, il governo si forma in Parlamento riflettendo sia i seggi dei partiti sia le loro vicinanze politiche sia le loro preferenze programmatiche sia, quando esistono, le loro collocazioni ideologiche. Sono tutti elementi complessi e mutevoli, ma anche conoscibili e controllabili da chi ha esperienza politica soprattutto laddove la storia politica è storia delle coalizioni di governo.
Definire con allarmismo davvero peloso (ah, ah: quell’arrogante e presuntuoso Presidente Macron se l’è voluta e meritata) ingovernabilità questa situazione complessa che dopo il voto del 7 luglio caratterizza l’Assemblea Nazionale francese, è francamente fuori luogo. Fuorviante. Sbagliato. Comunque, la presunta ingovernabilità della Francia, che riguarderebbe il sistema politico e dei partiti, non deve in nessun modo essere fatta discendere da una non meglio precisata crisi della democrazia (francese e globale).
Tenere a bada e sconfiggere, questo è il verbo giusto, la sfida del Rassemblement National ha obbligato le sinistre a fare alleanze in parte eterogenee e a congegnare (abilità politica) desistenze indispensabili per vincere nei collegi uninominaIi. Chapeau alla generosità dei desistenti e all’ingegno di chi ha selezionato gli “insistenti”, la quasi totalità dei quali ha vinto. C’è bisogno di ricordare che generosità politica e ingegno istituzionale sono qualità delle quali i centro-sinistri (plurale) italiani non sembrano né disporre né apprezzare né volere imparare? Sì, certo, fatte salve pochissime eccezioni che al momento proprio non riesco a ricordare…
Adesso, la sfida, certamente molto insidiosa, consiste nel tenere insieme le neanche troppo sparse membra delle sinistre francesi. Non è una sfida alla democrazia, il cui stato di salute in Francia ha dimostrato di essere tutto sommato buono. Piuttosto è una sfida alle capacità istituzionali del Presidente Macron e alla saggezza politica dei dirigenti e dei parlamentari di quella che è una maggioranza abbastanza larga e altrettanto composita. Perdere la sfida significherebbe aprire la strada ad una fase di difficoltà di governo, non automaticamente di ingovernabilità. Mi pare una discussione molto prematura da lasciare ai profeti di sventure ricordando a tutti che nessuno dei sistemi politici europei diventati democratici nel secondo dopoguerra ha cessato di esserlo.
Pubblicato il 10 luglio 2024 su Domani
Maggioranze educate alla democrazia. Governo, politiche, diritti @DomaniGiornale del 6 luglio 2024

In democrazia, il principio fondante è majority rule: la maggioranza governa. Scriverlo in inglese è un giusto omaggio alla cultura politica, liberale, costituzionale e democratica che si basa su quel principio, ma non si ferma lì. Nella sua storia complessa, quel principio è stato variamente declinato e si è fatto accompagnare da una pluralità di diritti. La maggioranza ha il diritto e anche il dovere politico e istituzionale di governare, ma, qualche volta, come ha fatto opportunamente notare Norberto Bobbio, non ha neppure la necessità di essere una maggioranza assoluta. È sufficiente che sia maggioranza relativa se, comunque, le decisioni che prende non sono controverse né dannose, ma accettabili. In molti parlamenti decisioni di questo tipo sono frequenti. D’altronde, qualsiasi richiesta di controprova metterebbe le cose a posto. Quel che più conta, però, è che in democrazia ci sono anche alcune decisioni per le quali la maggioranza assoluta non basta: l’elezione ad alcune cariche, le votazioni su alcune tematiche. Mi limito ad un unico esempio perché mi pare molto significativo, ma anche controverso, in quanto posto a tutela di una minoranza nient’affatto debole. Nel Senato USA l’ostruzionismo (filibustering nel colorito linguaggio del XIX secolo) può essere fatto cessare soltanto da una maggioranza qualificata: 60 senatori su 100. Quindi, anche se i 40 senatori filibustieri non danno vita a una dittatura della minoranza, sicuramente ostacolano il governo della maggioranza, senza scandalo, ma con grande e giustificato fastidio dei maggioritari.
Governo della maggioranza significa che, confortata e prodotta dal voto degli elettori, quella maggioranza è autorizzata e, ogniqualvolta e fintantoché rimane tale, avrà il potere di fare approvare le sue politiche, economiche, sociali, culturali, internazionali, meglio se saranno quelle presentate in campagna elettorale. Ma i diritti, civili, politici, sociali delle persone sono cosa molto diversa. Le Costituzioni liberal-democratiche definiscono quei diritti inalienabili. Non possono essere ceduti; non sono disponibili. Nessuna maggioranza, non importa di quale dimensione, può toccare, ridimensionare, eliminare quei diritti. Quando Orbán annuncia petto in fuori che ha fatto della Ungheria una democrazia illiberale sta certificando che priva i suoi concittadini di alcuni diritti: libertà di parola, di stampa, di insegnamento, del due process of law (giusto processo), della libertà e integrità personale (habeas corpus). Nessun regime che non riconosce, protegge e promuove i diritti dei suoi cittadini può dirsi democratico. Dove non ci sono i diritti che discendono dal liberal-costituzionalismo non esiste nessuna democrazia.
Quello che preoccupa gli studiosi e i politici che denunciano, non sempre a proposito, la crisi della democrazia è l’erosione più o meno lenta, più o meno deliberata, più o meno sistematica dei diritti. Questa erosione, se condonata dalla maggioranza, conduce a forme di autoritarismo blando, di fascismo temperato. Con classe e cautela, ma con chiarezza, il Presidente Mattarella ha inteso richiamare l’attenzione su questi possibili svolgimenti. Qualche sedicente liberale incoerente e fellone, qualche ex comunista arrivista con coda di paglia potranno anche denunciare la sussistenza del complesso del tiranno a fondamento di un capo del governo, come quello italiano, solamente primus inter pares e annunciare l’incomprimibile bisogno di renderlo forte, primissimus. Come si fa a trascurare che un conto sono maggioranze assolute prodotte dal libero voto degli elettori e un conto enormemente diverso sono le maggioranze diventate tali in seguito a cospicui premi in seggi assegnati in maniera truffaldina.
Grande è il torto che faremmo al Presidente della Repubblica se pensassimo oppure, peggio, dicessimo che nelle sue parole sulla dittatura della maggioranza non si trova un riferimento ai poteri che avrebbe un capo del governo di (ancora indefinita) elezione popolare diretta e al rischio di un suo sfuggire al controllo di un Parlamento manipolato dal premio. In conclusione, sento di dovere ricordare e sottolineare che, comunque, a nessuna maggioranza democratica è concesso di cambiare le regole del gioco per rendere difficile, se non addirittura impedire alla minoranza di crescere, sconfiggerla e sostituirla. Tempestivo e limpido, il discorso del Presidente è radicato nella storia del pensiero e della prassi liberal-democratica e opportunamente guarda avanti.
Pubblicato il 6 luglio 2024 su Domani
Il ballottaggio fa bene alla democrazia e sbaglia chi a destra dice il contrario @DomaniGiornale

Il ballottaggio è una variante dei sistemi elettorali a due turni. Questi sistemi richiedono che al primo turno sia dichiarato vincente colui/colei che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Altrimenti si svolge un secondo turno di votazioni al quale sono ammessi/e coloro che soddisfano i criteri predefiniti: i primi due, qui oppure tutti coloro che hanno ottenuto una certa percentuale di voti oppure essere fra i primi tre, quattro, cinque, e così via. Peraltro, nella Terza Repubblica francese il doppio turno utilizzato era del tutto aperto, vale a dire non solo potevano passare al secondo turno tutti i candidati presentatisi al primo turno, ma erano ammesse anche nuove candidature. Assolutamente fuori luogo e sbagliato è parlare di ballottaggi quando le candidature rimaste in lizza sono più di due. Meglio, ma anche no, essere creativi: trilottaggi, tetralottaggi, etc
Il ballottaggio è la modalità assolutamente prevalente nel caso di elezioni a cariche monocratiche: sindaci, governatori negli USA, presidenti della Repubblica, ma non in USA e, per esempio, non in alcune repubbliche presidenziali, come l’Argentina dove è sufficiente il 45 per cento oppure anche solo il 40 per cento purché, clausola importantissima, con un vantaggio del 10 per cento sul secondo classificato. Non esiste nessun Primo ministro eletto direttamente dai suoi concittadini, pardon, dal popolo. Sarebbe, comunque, auspicabile che la sua elezione fosse affidata ad un sistema che preveda il ballottaggio. Ne va in buona misura della sua rappresentatività e della sua legittimità. Dovendo, per essere eletto, ottenere la maggioranza assoluta dei votanti avrebbe l’obbligo, compatibilmente con la sua posizione di partenza, di diventare il più rappresentativo possibile. Più ampia la rappresentatività più forte la legittimità.
L’esistenza del ballottaggio ha una molteplicità di implicazioni per tutti i protagonisti: dirigenti dei partiti; candidati; elettori. La prima implicazione è che al primo turno la quasi totalità dei dirigenti dei partiti vorrà presentare una candidatura per “contare” i suoi elettori e per farli eventualmente “valere” appunto al ballottaggio quando li inviterà a dare il voto al candidato preferito ovvero, comunque, meno sgradito. Ricorro ad un unico esempio, estremo, ma proprio per questo di straordinario interesse.
Nelle elezioni presidenziali francesi del 2002 la proliferazione di candidature a sinistra: un comunista, qualche trotskista, due ecologisti, un socialista dissidente, ebbe un impatto devastante su Lionel Jospin, candidato ufficiale del Parti Socialiste che, per 200 mila voti, risultò escluso dal ballottaggio a favore dell’estremista di destra Jean-Marie Le Pen. Prima lezione del sistema con ballottaggio: fin dal primo turno bisogna tentare di evitare la frammentazione di uno schieramento. Anche il successivo ballottaggio fra Le Pen e il presidente in carica, il gollista Jacques Chirac, produsse riflessioni e azioni del massimo interesse per chi vuole capire la logica e la dinamica del ballottaggio. Privi di un candidato sul quale avrebbero potuto convergere, gli elettori che si consideravano di sinistra, dirigenti e militanti, in particolare, ma non solo, del Parti Socialiste, si trovarono ad un bivio: trincerarsi dietro la formula pilatesca “né l’uno né l’altro” oppure dare indicazione di voto. Nel primo caso avrebbero lasciato tutto il rischio della sconfitta e tutto il merito della vittoria a Chirac. Invece, annunciando il voto a favore del Presidente gollista contro lo sfidante di estrema destra avrebbero potuto contarsi al tempo stesso dando anche mostra di grande generosità politica e (ri)affermando il principio fondamentale della disciplina repubblicana: nessuna apertura a destra, nessuna accondiscendenza con la destra. In Italia l’equivalente non sarebbe la conventio ad excludendum che veniva esercitata nei confronti sia dei neo-fascisti sia dei comunisti, ma piuttosto la pregiudiziale antifascista.
L’esito del ballottaggio francese dimostrò con i numeri che a Le Pen non riuscì nessun sfondamento, ma la conquista di appena qualche centinaio di migliaia di voti in più, mentre i voti ottenuti da Chirac corrisposero in maniera sostanziale alla somma dei suoi gollisti più quelli delle inquiete e troppo sparse membra della sinistra. Il ballottaggio servì agli elettori che si erano spappolati al primo turno per dimostrare di avere imparato la lezione e di saperla mettere in pratica.
In effetti, questo dell’apprendimento è un ulteriore elemento positivo del ballottaggio. Nelle due settimane intercorrenti fra il primo voto e il secondo, entrambi i candidati rimasti in lizza debbono impegnarsi a fondo nello svolgimento del compito più bello della politica. Sono tre gli adempimenti che lo sostanziano: spiegare il programma facendo risaltare originalità e priorità delle politiche proposte; raggiungere il maggior numero di elettori compatibilmente con alcuni valori irrinunciabili: evidenziare le caratteristiche, non solo politiche, ma anche personali, che lo/la rendono la scelta preferibile, migliore nelle condizioni date. Al suo specifico livello qualsiasi ballottaggio usufruisce di notevole visibilità e, attraverso gli operatori dei mass media, anche i peggio attrezzati e i meno obiettivi, spinge verso la trasparenza. La competizione ostacola e impedisce trame oscure che i più politicizzati degli operatori hanno tutto l’interesse a denunciare.
Infine, l’esito non è qualcosa che possa essere sottovalutato o addirittura trascurato nella valutazione politica complessiva del ballottaggio. Matematicamente vince chi ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Detto altrimenti, la maggioranza assoluta dei votanti produce la vittoria del candidato preferito ovvero, ad ogni buon conto, meno sgradito. In democrazia, la maggioranza assoluta conferisce logicamente e politicamente legittimità a colui/colei che l’hanno ottenuta e che, in qualche modo, dovranno tenerne conto nel loro operato. Anche se, per lo più, gli eletti/e si affrettano a dichiarare “sarò il/la Presidente di tutti”, nella pratica non sarà così, ma il buon proposito rimane significativo e avrà qualche incidenza sui comportamenti concreti, tutti da registrare, studiare, soppesare e valutare.
Molte voci critiche del ballottaggio si sono levate dal centro-destra, i cui candidati, spesso, ma nient’affatto regolarmente (non disponiamo di dati affidabili a causa della straordinaria varietà delle situazioni: candidature, loro provenienza, loro alleanze) risultano/erebbero sconfitti nei ballottaggi. Più spiegazioni, spesso caso per caso, spesso idiosincratiche, sono plausibili e possibili per ciascuna e per tutte queste sconfitte, anche che le candidature delle destre non sanno andare oltre il loro perimetro di partenza. Le destre italiane scelgono come spiegazione prevalente la propensione opportunistica del centro-sinistra a dare corpo a grandi ammucchiate, alleanze confuse e pasticciate, a sostegno dei suoi candidati pervenuti al ballottaggio. In un certo senso, questa è proprio la logica che sta a fondamento del ballottaggio: consentire agli elettori di “ammucchiarsi” dietro la candidatura, come già detto, meno sgradevole/sgradita. Grazie a Matteo Salvini “quando il popolo vota ha sempre ragione” (se vota due volte ha doppiamente ragione), è plausibile rovesciare la valutazione delle destre. Lungi da qualsiasi manipolazione, il ballottaggio è un generoso e efficace dispensatore di risorse politiche che vanno dall’aumento di informazioni alla trasparenza della competizione e dei sostenitori, lobby incluse, alla facoltà di cambiare voto con riferimento all’offerta dei candidati. Non è poco. Chi vuole elettori interessati, informati e partecipanti (chi non vota non conta) deve elogiare incondizionatamente il ballottaggio e battersi per preservarlo.
Pubblicato il 28 giugno 2024 su Domani
La democrazia dell’astensione e i trucchetti della destra @DomaniGiornale

Gradualmente, con bassi e alti, impuntature e contraddizioni, giravolte e regressi, sembra che coloro che frequentano il “capo largo” abbiano finalmente appreso l’abc della politica: Avanzare Bene Coalizzandosi. Non tutti, per carità, hanno colto appieno l’insegnamento. Appesantito dal suo ego, qualcuno rilutta e aspetta, talvolta intralcia, ma la lezione è chiara e gli elettori sembrano apprezzarla. Non vogliono perdere quello che hanno (avuto) da buone amministrazioni di centro-sinistra. Vogliono ottenerlo quando le promesse di candidature adeguate e condivise appaiono preferibili rispetto alle prestazioni degli amministratori del centro-destra. Azzardato è sostenere come, sull’onda dell’entusiasmo ha affermato Elly Schlein, che nel voto favorevole al centro-sinistra stanno anche la richiesta di più fondi alla sanità pubblica e la critica all’autonomia regionale (malamente) differenziata. Gli elettori, almeno la maggior parte di loro, ragionavano su tematiche locali, evidenti, urgenti, importanti, ma, certo anche il rumore di fondo di brutte riforme nazionali ha influito sul loro voto. Non è forse inutile ricordare ai dirigenti del centro-sinistra che sulle tematiche più propriamente relative al governo nazionale: aggressione russa all’Ucraina e europeismo, le differenze fra loro restano, con parte degli elettori non disponibili a premiare potenziali governanti che non offrissero una visione convincente, condivisa e praticabile.
Già, gli elettori. L’astensionismo che cresce si offre a molteplici interpretazioni, la meno accettabile delle quali mi pare il disagio. Piuttosto, a livello delle emozioni, porrei l’accento sull’indifferenza (l’uno o l’altra per me pari sono) e sull’alienazione (va male, andrà peggio, non ci posso fare niente). Non escludo i “soddisfatti” (comunque si me la cavo abbastanza bene chiunque vinca). Il punto, però, è che, non solo il voto è “dovere civico” (art. 48 della Costituzione bellina), ma in democrazia è, più che auspicabile, raccomandabile che il maggior numero possibile di cittadini esprima le sue preferenze, sia coinvolta, partecipi. Se la partecipazione è un obiettivo di sinistra, allora dirigenti e attivisti del centro-sinistra dovrebbero dedicare molte più energie a raggiungere elettori fuoriusciti e elettori mai entrati. La democrazia può funzionare anche con alti tassi di astensionismo, ma la sua qualità non sarà buona e le diseguaglianze rimarranno molte e alte, se non addirittura cresceranno.
Pur essendo per lo più vero che al secondo turno elettorale e al ballottaggio (non sono la stessa cosa) diminuiscono gli elettori, stabilire che per vincere la carica in palio sia sufficiente il 40 per cento dei voti (con il perdente magari al 39 per cento) non avrà nessun effetto sul tasso di astensione. Invece, avrebbe effetti negativi sulla legittimità e sulla rappresentatività del candidato vittorioso, proprio quella legittimità e rappresentatività che la maggioranza assoluta garantisce. Qui, il punto è che il ballottaggio è un ottimo strumento politico per i candidati rimasti in lizza e per gli elettori. I primi sono obbligati a cercare voti allargando lo schieramento che li sostiene e prefigurando la coalizione di governo. I secondi ottengono maggiori informazioni e sanno di disporre di un voto decisivo. Chi rinuncia a questa opportunità si assume la responsabilità dell’eventuale elezione del candidato meno gradito. Chi vota al secondo turno ha preferenze più intense e esprime maggiore impegno politico. Il Presidente del Senato La Russa e i leghisti firmatari del disegno di legge (però, che cattivo gusto presentarlo sull’onda di una sconfitta!) che chiamerò “40 per cento ebbasta”, hanno paura di questi elettori? E, forse, stanno anche prefigurando una inaccettabile soglia per l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio? No, grazie.
Articolo pubblicato il 26 giugno 2024 su Domani
Sovranista e vittimista. La premier in UE è irrilevante @DomaniGiornale

No, non intendo minimamente affermare che Giorgia Meloni è un gigante, ma, nonostante il buon successo elettorale della sua pluricandidatura specchietto all’Europarlamento e il suo attivismo (esibizionismo?) frenetico sullo scacchiere europeo e mondiale, adesso è visibile che almeno un piede d’argilla ce l’ha. La sua strategia barcolla a livello delle nomine nelle istituzioni europee e le ha già creato un po’ di nervosismo. Per di più, i leader che contano sembrano non curarsi di questo nervosismo e di non avere nessuna intenzione di includerla.
Di alcuni elementi della sua debolezza la Presidente del Consiglio porta la responsabilità. Se i giovani Fratelli d’Italia inneggiano al fascismo e lo salutano rumorosamente e allegramente con il braccio destro teso è perché pensano che questi comportamenti siano non solo accettabili, ma utili a fare carriera. A chi nel suo paese deve contrastare rigurgiti di destra, però, giustamente e coerentemente non piace neanche l’estrema destra altrui. Cancellare il riferimento semplice e limpido all’aborto nel comunicato conclusivo del G7 sarà anche stato un omaggio, un regalo a Papa Francesco, ma gli altri capi di governo lo hanno considerato un arretramento sgradevole e sgradito imposto furbescamente dalla padrona di casa di quel G7.
Nelle grande maggioranza delle capitali europee, più in generale in democrazia, gli attacchi alla libertà di stampa e le intimidazioni ai giornalisti da parte dei governi vengono considerati un fenomeno brutto, riprovevole, censurabili. Esistono precedenti sui quali Orbán, violatore seriale, sarebbe opportunamente in grado di informare Meloni. Comunque, la procedura di rilevazione di come e quante sono già state le infrazioni del governo italiano, sta sfociando in un documento ufficiale che non sarà un buon biglietto da visita di Meloni per incidere sulle nomine di coloro che guideranno l’Unione Europea nei prossimi cinque anni.
Sorprendente è che Meloni tuoni contro il “pacchetto” preconfezionato. Primo, la necessariamente faticosa confezione è tutt’altro che compiuta. Secondo, dappertutto le coalizioni democratiche si formano intorno a pacchetti di programmi e di persone. I potenziali alleati esprimono le loro preferenze, valutano quelle altrui, convergono su esiti che siano i meno insoddisfacenti e promettano di essere i più funzionali possibile. Ciascuna carica ha un peso (ma, sì, c’è anche un Van Cencelli a Bruxelles) ed esiste l’usato più o meno sicuro. Per essere ammessi nel circolo dei decisori non è sufficiente una manciata di seggi in più se quella manciata non è decisiva per dare vita alla maggioranza assoluta. Ma soprattutto gli appartenenti a quel circolo condividono da più decenni le regole fondamentali e l’obiettivo: “più Europa”, un’Unione più stretta.
Hanno avuto e avranno dissapori e differenze di opinioni e di tempistica, ma non hanno mai perso di vista la stella polare. Ovviamente, non possono permettersi quello che non è lusso, ma uno sviamento: accettare chi sostiene e argomenta la concezione “meno Europa”. Restituire ad alcuni stati membri le competenze che vorrebbero potrebbe comunque essere tecnicamente difficile. Politicamente devastante, sicuramente inaccettabile, questa prospettiva non può non escludere chi la argomenta dal processo di selezione delle personalità alle quali affidare l’Unione. Nella misura in cui Meloni sostiene il passaggio dall’Unione che c’è alla Confederazione da fare, non le sarà concesso di agire da quinta colonnina. Se non avrà idee e proposte, se non nominerà persone qualificate, se non parteciperà in maniera competente e non ricattatoria (come fanno alcuni sovranisti) lei e la Nazione Italia sprofonderanno nell’irrilevanza. Non mi rallegro, ma prendo preoccupatamente atto.
Pubblicato il 19 giugno 2024 su Domani
Le due leader dimostrino di saper incidere anche in Europa @DomaniGiornale

Il parlamento europeo e il Consiglio dei capi di governo vedono arrivare gli italiani, soprattutto le italiane. No, né Meloni né Schlein, pure furbettamente elette, andranno ad occupare il seggio da europarlamentari, ma la loro presenza nella Unione Europea si sentirà, eccome. “Giorgia” è il capo del governo italiano, l’unico dei governi che ha avuto un buon successo elettorale e il cui partito, invece di perderne, ha triplicato i seggi nell’Europarlamento. Elly, già europarlamentare, è la segretaria del partito che avrà singolarmente più seggi fra i componenti dell’eurogruppo dei Socialisti&Democratici. Entrambe godranno, seppur in maniera diversa, di importanti opportunità politiche.
Giorgia ne ha fin da subito due molto significative. Prima opportunità: la sua preferenza e il suo voto potranno essere davvero incisivi nella designazione della/del Presidente della Commissione che, certamente, se ne ricorderà e ne terrà conto nella sua attività. La seconda è più che un’opportunità, un potere effettivo. Come ogni capo di governo, quello italiano ha per l’appunto il potere di nominare un Commissario, se il/la Presidente non è già della sua “nazione” di appartenenza. Meloni dovrà, da un lato, sfuggire alla tentazione dell’amichettismo alla quale troppi nel suo partito sono particolarmente sensibili. Dall’altro, cercherà di confutare tutti coloro che la accusano di non avere una classe dirigente. Individuare la personalità competente, europeista e, ovviamente, anche affidabile alla quale attribuire una carica prestigiosa che può essere importantissima per rappresentare l’Italia, ma con lo sguardo e l’impegno per cambiare l’Europa, è una vera sfida.
Salvo molto improbabili e imprevedibili sorprese, i Socialisti&Democratici Europei faranno parte della maggioranza parlamentare a sostegno della prossima Commissione e della relativa Presidenza. Hanno ragione coloro che sottolineano che spesso gli europarlamentari danno vita a maggioranze a geometria variabile. Bisogna aggiungere subito che, in primo luogo, è giusto che su molte materie gli europarlamentari votino secondo coscienza e scienza (quello che hanno imparato e che sanno). Questo è il senso della rappresentanza politica. In secondo luogo, in quelle geometrie variabili le destre delle più variegate sfumature di nero non sono mai state determinanti. Resta da vedere quanto vorranno e riusciranno ad esserlo i Fratelli e le Sorelle d’Italia. Non determinante, un aggettivo che nell’Unione Europea non si attaglia quasi mai a un singolo attore politico, partitico e istituzionale, se non in negativo per chi ricorre allo sciagurato potere di veto, ma molto influente potrebbe/potrà essere l’europacchetto dei parlamentari democratici. Chi li guiderà, mi auguro di concerto e con frequente consultazione con Elly Schlein, dovrà anzitutto puntare alla Presidenza di una o più commissioni parlamentari di rilievo e sostanza: Affari Costituzionali, Ambiente, Economia. Dovrà, poi, ma non voglio esagerare nei tecnicismi, avere la capacità di dialogare e interloquire con i Commissari e con i loro collaboratori, alti e competenti funzionari, tutt’altro che burocrati che tramano nell’ombra. Compito che potrebbe essere ricco di ricompense personali e politiche
Concluse la fase del voto e la relativa conta, sconfitti i malamente attrezzati profeti del malaugurio che soffiavano nel vento delle destre sovraniste, qualunquiste, antieuropeiste, da adesso il capo del governo e la leader dell’opposizione hanno l’obbligo, non “divertente”, ma impegnativo, assorbente e potenzialmente gratificante di trovare le modalità di incidere sulle politiche e sul percorso europeo. Quasi tutto quel che si può fare nella nazione Italia dipende da quello che si riesce a fare, con competenza e credibilità, nell’Unione Europea. Anche, forse in special modo, a Bruxelles si misura la qualità della leadership politica.
Pubblicato il 12 giugno 2024 su Domani