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Fuori dal piccolo cerchio di parenti e amici, il vuoto @DomaniGiornale

Al governo e nei dintorni sono meglio i politici, ovviamente anche donne, “puri”, nel doppio significato dell’aggettivo. Chi ha scelto di fare della politica la sua professione cercherà di comportarsi in maniera tale da soddisfare il suo elettorato. Lo faranno certamente costruendo reti di relazioni, ma soprattutto mostrandosi capaci di comprendere le preferenze degli elettori. Alcune leggi elettorali, non quella vigente in Italia, consentono, incentivano e premiano questi comportamenti. Il politico puro vuole e ha bisogno di essere rieletto. Cercherà anche di non fare inquinare la sua politica da fattori esterni e estranei al programma del suo partito e del suo leader. Il rischio di un eccessivo, mistico attaccamento al programma è quello della troppa continuità, dell’incapacità di innovare, soprattutto se molti e molto stretti sono i rapporti con i gruppi esterni. Peggio, però, è quando chi viene eletto e diventa governante esercita un’attività professionale che trae vantaggi dalla politica, fa parte di qualche gruppo le cui sorti sono influenzabili direttamente dalla politica più che da qualsiasi altro fattore, quando quell’esponente può sfruttare la sua carica pubblica a fini di arricchimento privato.

   Se un partito cresciuto elettoralmente in tempi brevi viene catapultato per la prima volta al governo, è per lo più inevitabile che scopra di avere una classe dirigente numericamente limitata e politicamente inesperta, che si renda conto che deve procedere a reclutare dall’esterno, ma anche che non può fare meno di coloro che compongono il cerchio stretto dei militanti della prima ora e di lungo corso. Giorgia Meloni ha premiato i suoi qualche volta dando la preminenza all’affidabilità personale sulla competenza specifica. Nonostante la sua dichiarata, comprensibile e talvolta persino condivisibile, avversione ai “tecnici”, ovvero a persone prive di un curriculum di ruoli politici, è stata costretta ad affidare qualche ministero proprio ad alcuni “tecnici”. Sono emersi conflitti di interesse, peraltro facilmente prevedibili. Hanno fatto la loro comparsa inadeguatezze, ingenuità, incompetenze. Qualcuno si è anche montato la testa con esiti imbarazzanti.

   Nelle democrazie parlamentari, la soluzione esiste e viene praticata: la sostituzione degli incompetenti, di quelli che sono lambiti da procedimenti giudiziari, dei portatori, tutt’altro che sani, di conflitti d’interessi. La Presidente del Consiglio ha espresso la sua contrarietà ai rimpasti di governo nel timore che producano una destabilizzazione complessiva della coalizione che lei vorrebbe portare intatta o quasi fino al termine naturale della legislatura, oppure forse perché il numero e la qualità dei “rimpastabili” sono davvero limitati. La coperta delle competenze alternative disponibili, come appare già per il rimpiazzo di Fitto, nei nomi che circolano per la Cultura, nella pur flebile difesa del Turismo, sembra, anzi, è davvero molto corta.

Ministri dimostratisi inadeguati, esposti al fuoco di più che legittime critiche, incapaci di imparare e migliorarsi sono ovviamente una zavorra per qualsiasi governo, ancora di più per il governo Meloni che mira a segnare una cesura profonda con il passato (nel quale, peraltro, rimpasti efficaci ridavano non poco slancio all’azione). Le opposizioni fanno il loro mestiere (qualche volta capita…) chiedendo le dimissioni di alcuni ministri, e hanno ragione. Male, invece, fa il capo del governo a resistere per puntiglio. Peggio sarebbe se lo fa per conclamabile mancanza di personale alternativo. Da questa manfrina a uscirne indebolita è la amata Nazione.

Pubblicato il 4 settembre 2024 su Domani

Il balletto della premier e la strategia dei principianti @DomaniGiornale

Arrivata arrembante alle elezioni del Parlamento Europe, 9 giugno, sull’onda di una notevole visibilità personale e politica guadagnatasi con l’attivismo dispiegato a tutto campo sulla scena non solo europea, ma internazionale, a capo dello schieramento dei Conservatori e Riformisti europei, Meloni celebrò la crescita elettorale e l’aumento del numero di seggi parlamentari come un grande successo. Credette anche e lo raccontava trionfante che era giunto il momento di un cambio di maggioranza nel Parlamento Europeo, preludio a non meglio precisati recuperi di sovranità nazionale/i. Faceva affidamento anche su quello che sembrava un rapporto consolidato con Ursula von der Leyen alla ricerca di una riconferma. Da un lato, però, i numeri di Meloni non tornavano poiché la vecchia maggioranza aveva sostanzialmente tenuto e i suoi alleati non avevano affatto “sfondato”. Dall’altro, le differenze politiche sull’Europa che c’è e soprattutto sull’Europa da fare avanzare fra von der Leyen con la sua maggioranza Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e Verde e gli alleati di Meloni si erano dimostrate e rimanevano profonde.

Dopo un’esasperantemente lunga riflessione, non aiutata dalla sua fin troppo amica stampa che la incensava come vincitrice e quindi meritevole di laute ricompense, non avendo ottenuto niente, Meloni decise di non votare Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, neppure come generosa apertura di credito. Da allora, la politica europea del governo italiano ha un profilo molto basso, da underdog (sic) e un andamento molto lento. In un certo senso, il tempo è necessario per leccarsi le ferite, forse anche per provare a formulare una nuova strategia di influenza oltre a manifestare alterità, contrarietà, presa di distanza. Però questa nuova strategia non la vede nessuno. Comunque, poiché “la contraddizion nol consente”, è molto improbabile che i governi degli Stati-membri sovranisti, ciascuno dei quali persegue i suoi interessi nazionali, riescano a darsi una politica europea comune, quantomeno condivisa. Al contrario, talvolta sembrano i capponi di Renzo che peggiorano la loro condizione.

   Avendo perso smalto, ma sull’Europa mi era parsa sempre piuttosto inadeguata, Giorgia Meloni non ha finora elaborato nulla di nuovo che possa fare breccia nella maggioranza Ursula e trovare accoglienza positiva. Anzi, dimostra più di una incertezza. Anche se da mesi circola in splendido isolamento il nome del ministro Raffaele Fitto come il commissario che Giorgia Merloni designerà, manca l’ufficialità. Probabilmente, il ritardo è dovuto a qualche trattativa ufficiosa, giustamente riservata, con la Presidente del Consiglio italiano che insiste, come ha più volte dichiarato, per ottenere una vice-presidenza, prospettiva peraltro già sfumata, ma soprattutto per avere una delega di peso per il suo commissario.

   Ritardi e rinvii non sembrano forieri di un esito felice. Nei prossimi cinque anni l’Unione Europea avrà non pochi problemi importanti da affrontare, alcuni già con noi: l’aggressione russa all’Ucraina e i flussi migratori che sicuramente non termineranno. Altri non proprio nuovi, ma comunque ineludibili: gli allargamenti a più paesi dei Balcani e dell’Est. Inoltre, incombono il coordinamento delle politiche fiscali e la formulazione di una efficace politica estera e di difesa. Infine, naturalmente, c’è da attendersi qualche emergenza.

   Silenzi e ritardi del governo Meloni, il cui partito proprio non pullula di europeisti per inclinazione e per conoscenze, rischiano di mettere l’Italia ai margini. L’opposizione non potrà rallegrarsi perché il prezzo lo pagherà il paese, pardon, la Nazione, e sarà salato.

Pubblicato il 28 agosto 2024 su Domani

Le nomine non sono un reato, ma basta premiare i peggiori @DomaniGiornale

Nella democrazia maggioritaria, il principio dominante è the winner takes it all. Chi vince prende tutto, ma sono chiaramente definiti i limiti e i contenuti del tutto. In quel tipo di democrazia, chi vince non deve toccare le regole del gioco, i meccanismi, le procedure in modo tale da rendere la competizione permanentemente squilibrata. Da tempo, gli organismi attraverso i quali passa la comunicazione politica sono considerati fra quelli che non debbono essere piegati a favore di chi ha conquistato il potere politico. Par condicio era la situazione da conseguire e mantenere secondo criteri delineati dal Presidente Ciampi nel suo messaggio alle Camere del luglio 2002 sul pluralismo e l’imparzialità dell’informazione.

Il rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai deve/dovrebbe rispettare entrambi i criteri, tanto esigenti quanto indispensabili in una democrazia. Che la maggioranza scelga in questo e in altri casi persone di cui si fida, che condividono le sue idee politiche e i suoi obiettivi non può destare scandalo. Tuttavia, a seconda dell’ente e dell’attività dovrebbero essere gli esponenti stessi di quella maggioranza a volere contemperare affidabilità politica con competenza professionale. Il prevalere della prima per lo più significa che alla maggioranza mancano uomini e donne competenti, che, come si dice spesso per Fratelli d’Italia, la sua classe politica è numericamente molto/troppo ristretta e qualitativamente inadeguata. Alla prova dei fatti, l’attività scadente degli inadeguati/e dovrebbe essere punita dagli elettori, almeno questo è uno dei postulati, sempre traducibili in pratica, della democrazia.

Chi e come nella maggioranza sceglierà le persone da reclutare e da promuovere nelle cariche disponibili è un problema che riguarda quasi esclusivamente la maggioranza stessa. Delegare a una persona di famiglia, a una sorella, a un amico, a un collaboratore fidato è, prima di tutto, assolutamente comprensibile. In secondo luogo, non prefigura e non costituisce reato a meno che, in estrema sintesi, i reclutamenti non si caratterizzino come fattispecie di voto di scambio. Se sono soltanto errori sarà nell’interesse di chi ha nominato procedere a rettificarli il prima possibile con opportune sostituzioni.

In democrazia, non solo quella maggioritaria, l’opposizione deve porsi prioritariamente l’obiettivo di costruire le condizioni per sostituire il governo in carica. Saranno le sue critiche fondate e puntuali alle scelte di politiche e di persone fatte, non fatte, fatte male dalla maggioranza a spostare opinioni, a cambiare voi. Gridare frequentemente ossessivamente “al fuoco al fuoco!” rischia di essere controproducente, comunque è politicamente diseducativo, peggio quando le opposizioni si rincorrono per scavalcarsi in denunce esagerate e implausibili, ma anche in concessioni furbette.

Nella politica spettacolo, che, peraltro, oramai molti cittadini se la costruiscono in proprio incuneandosi e adagiandosi in una pluralità di “bolle”, tutto o quasi si svolge in pesanti scambi comunicativi. Molto meglio sarebbe se le opposizioni (ri)conducessero i dibattiti, le interrogazioni, le critiche, le controproposte in Parlamento dando solennità e soprattutto dimostrando che in una democrazia parlamentare la centralità del Parlamento consiste proprio nel confronto, al tempo stesso, il più duro e il più trasparente possibile, fra oppositori e governanti. Proprio quel confronto che un eventuale premierato renderebbe sostanzialmente inutile.

Fuori dalla brutta estate del nostro scontento c’è molto da fare per migliorare il funzionamento della democrazia parlamentare, per l’appunto riportando con ostinazione e virtù la politica in Parlamento che, se formato da una legge elettorale decente, dimostrerebbe tutte le sue qualità e potenzialità istituzionali e di rappresentanza dei cittadini.

Pubblicato il 21 agosto 2024 su Domani

Quel razzismo da bar che non risparmia nemmeno le Olimpiadi @DomaniGiornale

Nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi parigine, sembra che un rapper abbia riscritto la triade rivoluzionaria Liberté Égalité Sororité invece di Fraternité. Gli illuministi francesi, forse ancor meno delle loro controparti scozzesi, non erano sicuramente suprematisti bianchi e con il loro Fraternité si riferivano piuttosto alla solidarietà, allo spirito di collaborazione, non solo nazionale, anzi cosmopolita. Comunque, quella triade è, lo scrivo con le parole che Piero Calamandrei usò per la Costituzione italiana, e rimane “una rivoluzione promessa”. A sua volta, quella rivoluzione è tutt’altro che solo politica. Vuole essere sociale e culturale. Lo spirito olimpico ne è una manifestazione di enorme, spesso sottovalutata, importanza. Uomini e donne competono liberamente per la conquista di medaglie che ne attestano la loro eccellenza. Lo fanno con le loro capacità e qualità personali, ma anche in rappresentanza di una nazione, di una patria.

Che tristezza la pur comprensibile cancellazione dell’appartenenza nazionale come condizione di ammissione di atleti/e eccellenti cittadini di paesi riprovevoli!  Ancora più tristi e assolutamente stigmatizzabili, i commenti relativi ad una sorta di appartenenza nazionale secondaria derivante dal colore della pelle, da alcuni tratti somatici. Atlete di serie A, ma cittadine di serie B perché, insomma, non assomigliano a noi nati in questo paese da genitori entrambi di questo paese. Non varrebbe la pena discutere di questo sottile razzismo da bar e da bulletti, se non fosse che in gioco è la costruzione e il funzionamento delle società e dei sistemi politici che vorremmo.

    Insomma, la patria è questione di colore e di sangue, di geni paterni e materni, con spudorata franchezza, di razza? Quelle cittadine e cittadini colorati potranno correre, saltare, vincere da soli o in squadra, ma il loro patriottismo rimane dubbio, è solo acquisito, talvolta opportunistico? Ius sanguinis vince. Talvolta, è un passo avanti, ma i veri patrioti lo considerano un cedimento, vince lo jus soli: essere nati/e nel Bel Paese.

    Da tempo sappiamo che patria non è soltanto il luogo di nascita dei nostri antenati, dei nostri padri e madri: la madrepatria. Per molti è il luogo dove hanno scelto di andare a vivere, di portare le loro famiglie, di fare crescere i figli/e. Capovolgendo il classico detto latino ubi patria ibi libertas, patria diventa dove c’è libertà di lavoro, di istruzione, di scelte, di partecipazione. Dove è possibile cercare di ampliare e diffondere gli spazi di libertà e di opportunità. Dove è possibile, non sacrificare, ma mettere in competizione i propri valori, i propri stili di vita. Giunti a questa considerazione non bisogna, però, dimenticare che esistono valori non negoziabili in termini di libertà personali, di eguaglianze (sì, plurale) davanti alla legge e di opportunità, di associazionismo politico e sociale. Al proposito, almeno in parte, per sfuggire alla patria di sangue e suolo, in Germania è stato proposto, già prima di Habermas, che lo ha poi variamente teorizzato, il patriottismo costituzionale: adesione ai principi e ai valori ella Costituzione democratica.

  (Com)patrioti degni di apprezzamento sono, dunque, a prescindere dalla pelle e dal luogo di nascita, tutti coloro che rispettano la Costituzione democratica, agiscono secondo le sue regole e procedure, perseguono i valori sui quali si fonda quella Costituzione. Se vogliono cambiare i valori, dovranno osservarne le procedure. Chi concorda con questo patriottismo, non può in nessun modo accettare la tesi dell’esistenza di democrazie illiberali che si reggono sulla cancellazione dei diritti delle persone. Un luogo senza libertà e senza diritti non può mai essere definito patria. Il nome che merita è caserma.

Pubblicato il 14 agosto 2024 su Domani

Il disordine mondiale e le chance dell’Europa @DomaniGiornale

Il problema del nuovo disordine politico internazionale è che, per fattori strutturali e fattori contingenti, non esiste nessuno in grado di prendere l’iniziativa. In subordine, ma di poco, i due conflitti più gravi sono nelle mani di uomini che sanno che il loro futuro politico dipende dal quando e dal come le “loro” guerre (operazioni militari speciali, però, non dello stesso tipo) termineranno. Per quanto sostenere che gli USA sono una potenza oramai declinata sia eccessivo (e prematuro), non c’è dubbio che il fattore strutturale più importante nel disordine mondiale è l’incapacità degli USA di tornare a svolgere un ruolo quasi egemonico. Il fattore contingente, ovvero la campagna elettorale presidenziale, una volta conclusasi, fa poca differenza chi vincerà, non avrà comunque quasi nessun effetto strutturale risolutivo. Neppure ridurrà l’incertezza.

   La Cina è e sembra voler rimanere un attore importante senza assumersi nessun ruolo “ricostruttivo”. La sua espansione è lenta, continua, ma non ha di mira un nuovo ordine, semmai un riequilibrio di potere più marcato a scapito degli USA. Potremmo cercare di gettare la croce sull’Unione Europea, ma significherebbe credere, sbagliando, che l’UE abbia risorse tali da farne una Superpotenza, oggi e domani. Prendere atto che non è e non potrà essere così non condanna all’impotenza. Al contrario, suggerisce la necessità di un maggiore e meglio coordinato impegno comune fra gli Stati-membri. Stigmatizzare l’ordine sparso degli europei deve accompagnarsi alla prospettazione di iniziative diplomatiche rapide e vigorose.

Netanyahu non porta la responsabilità di avere scatenato una guerra di aggressione come quella di Putin contro l’Ucraina, ma tutti sanno che non potrà rimanere capo del governo un minuto dopo la cessazione del conflitto con Hamas e con i suoi troppi sostenitori in Medio-Oriente e dintorni. È anche lecito pensare che, per quanto difficilissima, la sua sostituzione in corso d’opera avvicinerebbe una tregua produttiva. La, al momento assolutamente improbabile, sostituzione di Putin potrebbe condurre all’apertura, voluta da quella parte del gruppo dirigente russo che teme la satellizzazione in corso a vantaggio della Cina, di una nuova fase diplomatica (lo scambio di uomini e donne fra Russia e USA non è stato accompagnato da nessun tipo di riflessione aggiuntiva? Non è stata seguita da nessuna presa d’atto che si può andare oltre, con vantaggi reciproci?) con esiti imprevedibili, vale a dire tutti da scoprire e fronteggiare.

Vedremo presto se la nuova Alta Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Kaja Kallas, già primo ministro dell’Estonia, riuscirà a dare vigore alla voce e alla presenza dell’Unione, dei suoi ideali e dei suoi interessi, nel sistema internazionale. Gli ostacoli sono molti a cominciare da quelli che in modo diverso frappongono alcuni capi di governo europei: Orbán che si esibisce in una sua personale diplomazia, Macron con la sua interpretazione del ruolo insubordinabile della Francia, Giorgia Meloni che punta molto, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, su rapporti bilaterali che le danno più visibilità che sostanza (e lei lo sa).

Anche nelle relazioni internazionali la pur comprensibile fretta a fronte dei massacri è cattiva consigliera. Poiché, però, sappiamo che quel che cambierà a Washington dopo il 5 novembre imporrà a tutti i protagonisti di riposizionarsi, sarebbe molto opportuno se in Italia e nell’Unione Europea si manifestasse fin d’ora un forte impegno alla elaborazione di una pluralità di scenari alternativi. Meno lamentazione più immaginazione è il minimo che si possa chiedere.

Pubblicato il 7 agosto 2024 su Domani

La politica non è un problema di costi @DomaniGiornale

Fare politica è un’attività che richiede impegno e competenze, che si basa sulla capacità di ottenere voti e mantenere, nella buona e nella cattiva sorte, il sostegno dei votanti, non soltanto i singoli, ma i gruppi e le associazioni, prendendo decisioni, attribuendo risorse e cariche, infine, cercando di ottenere la rielezione tutte le volte che è possibile. La rielezione spesso è uno degli indicatori del successo. Fare politica è un’attività che richiede professionalità, qualche volta appresa a vari livelli successivi, eccezionalmente ottenuta operando sul campo. Anche se ciascuno dei compiti e dei passaggi che ho delineato può essere ulteriormente precisato, chi fa politica prima o poi li incrocerà inevitabilmente tutti. Naturalmente, ciascuno dei “politici” avrà, entro (in)certi limiti, la possibilità di scegliere le modalità con le quali, ad esempio, cercare il consenso/voto degli elettori, a maggior ragione se esiste il voto di preferenza, stabilire rapporti più o meno stabili e frequenti con quali gruppi, richiedere sostegno e collaborazione.

Senza entrare nei particolari e nelle specifiche modalità oggetto dell’inchiesta e delle accuse rivolte dalla magistratura all’ex Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, è assolutamente importante tracciare la linea divisoria tra comportamenti leciti e comportamenti illeciti. Sul voto di scambio, vale a dire quando il governante prende decisioni favorevoli a singoli/gruppi/associazioni che procedono a convogliare su di lui tutti i voti possibili, non ci sono dubbi. La legge lo sanziona come comportamento illegale, da punire. All’interno di un complesso sistema di relazioni sociali e economiche può talvolta essere difficile, ma tutt’altro che impossibile, provare che uno o più scambi hanno caratterizzato quelle relazioni producendo vantaggi per i contraenti e, magari, anche danni per chi era rimasto escluso, peggio se sistematicamente, con il decisore ricompensato con dazioni di denaro: il costo della politica.

In assenza di un adeguato sistema di finanziamento della politica (non dei politici), i decisori che ottengono/chiedono, ma spesso la situazione è tanto nota da non prevedere richieste esplicite, dazioni in denaro, giustificano la loro richiesta, così sembra si sia difeso Toti, ma soprattutto argomentano i suoi sostenitori, con la necessità di coprire i costi della politica. Presumibilmente sono i costi delle (certo costose) campagne elettorali, della segreteria, del personale che tiene rapporti con gruppi, associazioni, imprenditori, operatori economici di vari tipi e settori. Quando succede così ci sono buone ragioni per temere che le politiche pubbliche formulate dal decisore rispondano non a criteri di efficienza e di efficacia, ma di convenienza. Anzi, è probabile che gli operatori economici meno capaci, quelli che in una gara trasparente non vincerebbero nessun appalto, nessuna commissione, nessuna carica, siano comprensibilmente i più disponibili a pagare.

Chi fra i politici si trova nelle condizioni di decidere dovrebbe essere in grado di giustificare le sue scelte per la loro bontà in sé, non con la necessità di “vendere” le sue decisioni per fare fronte ai costi, passati, presenti e futuri, della (sua) politica. Oppure a rapporti pregressi nei quali le parti hanno rispettato i termini dello scambio cosicché la prosecuzione/ripetizione dello scambio appare meno rischiosa e fa risparmiare il tempo e le energie che sarebbero necessarie nelle trattative con nuovi contraenti. Incidentalmente, proprio perché il legislatore cercava di evitare che le reti di relazioni avviluppassero e soffocassero i processi decisionali decise di stabilire un preciso limite, non più di due, ai mandati dei sindaci e dei presidenti di regione.

Fare politica attraverso rapporti consolidati e di reciproco vantaggio a scapito della competizione, del “mercato”, con danno per la cittadinanza e molti gruppi esclusi, non è un modo accettabile di operare. Altrove, ma anche in Italia, molti casi alternativi dimostrano che si può fare politica e si può governare senza incoraggiare, accettare, praticare quella che nei fatti è corruzione.

Pubblicato il 4 agosto su Domani

La madre di tutte le riforme. Sul premierato Meloni ricordi la lezione di Renzi @DomaniGiornale

Una volta stabilito che una percentuale ragguardevole di italiani, lo testimoniano gli esiti dei referendum costituzionali, sono contrari alle revisioni, in particolare, della forma parlamentare di governo, chi può sostenere che hanno ragione i sedicenti improvvisati riformatori? Perché mai qualsiasi riforma costituzionale, da Renzi a Meloni, dovrebbe essere preferibile a quanto fu scritto da Calamandrei e Mortati, Fanfani e Basso (non intendo eccedere nell’elenco)? In base a quale valutazione i sostenitori di riforme purchessia riuscirebbero a migliorare la Costituzione in vigore da 75 anni e che ha accompagnato la grande trasformazione dell’Italia dal 1945 a oggi? Davvero coloro che si oppongono all’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio sono oggi terrorizzati dal “complesso del tiranno”, vale a dire dalla paura che gli Italiani si affidino all’uomo, pardon, donna, forte? Qualcuno, probabilmente, molti di loro sembrano più preoccupati dal venir meno di freni e contrappesi, dalla espansione del potere di una istituzione, il governo, a scapito dell’istituzione parlamento, da prevedibili squilibri e scompensi con gravi derive personalistiche. Non c’è bisogno di essere Liberali con la elle maiuscola per credere fermamente che il costituzionalismo democratico vuole gli strumenti per controllare il governo, li ha approntati, ne dispone. Sconcerta vedere che non pochi sussiegosi liberali à la carte vogliono dare più poteri al governo e al suo capo senza porsi nessun problema di riequilibrio fra le istituzioni, alle quali, in questo caso, va aggiunta anche la Presidenza della Repubblica.

Seguendo il solco del presidenzialismo missino brandito contro i partiti e contro il parlamentarismo, la riforma voluta da Giorgia Meloni e inscritta nel programma elettorale 2022 di Fratelli d’Italia era proprio il presidenzialismo, poi “derubricato” al ben diverso semipresidenzialismo francese per approdare a quello che viene chiamato, ma si potrebbe molto discuterne, premierato elettivo. Qui il punto non è analizzarne pregi, non ce ne sono, e difetti, sostanziali e monumentali dell’elezione popolare diretta del capo del governo, ma farsi due domande. La prima è chi si oppone alla riforma Meloni è automaticamente collocabile fra gli immobilisti costituzionali e da additare al pubblico ludibrio? E, seconda domanda, definito in maniera altisonante il premierato “la madre di tutte le riforme”, affermazione che necessita una approfondita riflessione, la sua bocciatura potrà rimanere senza conseguenze politiche? Nessuna riforma sarà più praticabile? Meloni si è affrettata a dichiarare che non ha la minima intenzione di lasciare il governo in seguito al referendum costituzionale che sconfiggesse la madre di tutte le (sue) riforme. Nel 2016 Renzi che, consapevolmente, aveva impostato un plebiscito sulle “sue” riforme costituzionali, agì diversamente. Se ne andò subito, per ripicca, sdegnato, lasciandoci soli.

Sarebbe molto opportuno che a tempo debito Meloni tenesse comunque conto di questo interessante precedente. Peraltro, fa ancora a tempo, certo gettando nello sconforto tutti coloro che si servono di lei per criticare i sinistri immobilisti costituzionali, a ritirare il suo disegno di legge oppure a lasciarlo appassire silenziosamente sans faire de bruit. Ce ne faremo una ragione. Non sarà per cercare riforme condivise al ribasso, al minimo, forse, infimo comun denominatore, quanto, piuttosto, per gettare uno sguardo oltre le Alpi dove prosperano alcune ottime democrazie parlamentari. “È la comparazione, bellezza” che ha il grande pregio di insegnare cosa funziona, come, quando. Metodo e merito come dice spesso la Presidente del Consiglio. E così sia.

Pubblicato il 31 luglio 2024 su Domani

Ora i dem possono indicare un futuro nuovo all’America @DomaniGiornale

Quello che sembrava dover essere un scontro ripetitivo e acrimonioso fra due uomini bianchi anziani, scontro, secondo i sondaggi, sgradito al 75 percento degli americani, sta trasformandosi effettivamente e senza esagerazioni in una sfida per la conquista dell’anima degli USA. Oppure, meglio, per la (ri)definizione di quell’anima nel XXIesimo secolo. Un uomo bianco ricco, anche di pregiudizi e di condanne, che fa leva sul rancore, da lui sollecitato, veicolato e rappresentato, che non è interessato all’anima, ma al potere alla vendetta, contro una donna californiana progressista di colore, inevitabilmente lontanissima dal mondo di Trump, protagonista di una storia politica e professionale finora coronata da successi.

Vicepresidente tenuta un po’ ai margini del circolo di Biden e incerta sulla definizione del suo ruolo, Kamala Harris si trova improvvisamente proiettata in una sfida già in stato avanzato. Sa che deve difendere e promuovere gli indubbi, ma non agli occhi dei repubblicani, risultati in campo economico e nella sanità, che deve salvaguardare il diritto delle donne all’autonomia nelle sfera riproduttiva, ma sa soprattutto che per vincere deve convincere quell’America plurale, multiculturale, diversificata che si aspetta una visione ottimistica e credibile di un futuro attualmente offuscato da guerre e disordine. Harris può cambiare totalmente le modalità con le quali il conflitto politico si stava sviluppando. Ha la possibilità di girare pagina indicando un futuro plausibile nel quale tutte le minoranze si sentiranno a loro agio, protette e rispettate, ma anche garantite che saranno le loro capacità a fare la differenza.

 Il sogno americano, variamente declinato e attrattivo, non è affatto svanito. Guardando al percorso del vicepresidente repubblicano designato, J.D. Vance, qualcuno potrebbe pensare che il successo arrida di preferenza ai sognatori con la pelle bianca. Quel centinaio di migliaia di uomini bianchi di mezz’età, privi di un diploma e con basso reddito che dal Michigan al Wisconsin e alla Pennsylvania decretarono la sconfitta di Hillary Clinton non sono andati via. Probabilmente continuano a ritenere che la risposta alla loro richiesta di status e di riconoscimento si trovi nello slogan MAGA (Make America Great Again) e che i Democratici continuino a sottovalutarli. A neppure cercare di comprenderli. Comunque, non vedono posto per loro in nessuna composita coalizione multicolore. Qui Kamala Harris trova l’ostacolo più alto.

   Offrire anche a loro opportunità economiche e sociali è assolutamente necessario, imperativo. Potrebbe non bastare se a quelle opportunità non si accompagnano comportamenti credibili di comprensione, empatia, commozione. La nota positiva è che i Democratici sembrano essersi già rapidamente aggregati a sostegno della loro candidata (come oramai non potevano più fare con Biden). La nota al momento negativa è che non sta circolando nessuno slogan, nessuna frase ad effetto che sia affascinante e trascinante (quanto sento la mancanza dei kennediani, a cominciare da Ted Sorensen!)e che contrasti verticalmente quello che è l’alquanto logorato MAGA. Trump e i suoi sostenitori, compresa la maggioranza della Corte Suprema vogliono far rivivere un passato morto, ma male sepolto. I Democratici di Kamala Harris hanno la possibilità e il dovere di indicare come procedere verso la conquista e la rielaborazione dell’anima USA nel prosieguo del secolo. Il tempo è poco, ma tuttora sufficiente.

Pubblicato il 24 luglio 2024 su Domani

La democrazia non muore: è uccisa dalle élite @DomaniGiornale

Le democrazie non muoiono. Le democrazie vengono uccise. Gli assassini delle democrazie sono le élite. A seconda dei tempi e dei luoghi possono essere prevalentemente le élite politiche, militari economiche, religiose, persino culturali. Qualche volta, quelle élite iniziano a indebolire le democrazie violandone alcuni principi, se volete, promesse, fondamentali: l’eguaglianza, mai di risultati, ma quella di fronte alla legge; il pluralismo di diritti e di opportunità; la libera competizione elettorale e il rispetto dei suoi esiti; la rinuncia alla violenza e il riconoscimento che il monopolio dell’uso della forza spetta, senza se senza ma, allo Stato le cui élite agiscono in trasparenza; l’educazione politica e civile della cittadinanza.

Raffinati indicatori dello stato della democrazia nel mondo hanno colto da tempo il declino di molti degli elementi citati sopra anche negli Stati Uniti d’America che, la classifica dell’Economist Intelligence Unit colloca fra le democrazie difettose al 29esimo posto (Italia 31esima). L’attentato a Trump ha sollecitato molti commentatori a ricordare che alcuni Presidenti e qualche candidato sono stati uccisi. Sarebbe forse stato opportuno fare anche riferimento alle numerose e frequenti stragi di civili, a cominciare da quelle nelle scuole. La frase “violence is as American as apple pie” pronunciata più di cinquant’anni fa da un leader delle Pantere Nere non trova smentite. Il movimento “Black Lives Matter” serve a ricordare a tutti quanto razzismo strisci tuttora nella società americana. Il 6 gennaio 2021 l’assalto al Campidoglio di Washington ha rivelato che l’accettazione della sconfitta elettorale non è più un principio cardine condiviso dalla élite politica, economica, culturale repubblicana. Sullo sfondo si aggirano la cultura della cancellazione (della storia e della memoria dalle quali più non si impara) e il politicamente corretto (perniciosa manifestazione del conformismo nella società di massa denunciato da Tocqueville). Entrambi contribuiscono a istituzionalizzare discriminazioni e barriere cognitive. Non è guerra di culture, ma di pregiudizi e di incultura/e.

Partecipante diretta e potente, in questa guerra, ancorché a lungo ritenuta al di sopra e orientata al futuro, la Corte Suprema, con una solida maggioranza tecnicamente reazionaria destinata a durare per almeno una intera generazione, si è schierata a favore, quando conta, delle modalità con le quali il Presidente Trump (che ha nominato tre di loro) interpreta e ha esercitato i suoi poteri. La Corte sta minando il sacrosanto principio liberale della separazione dei poteri e facendo venire meno proprio il principio dell’eguaglianza di fronte alla legge nel momento in cui la legge e la Costituzione sono interpretate in chiave originalista con riferimento alle (presunte) intenzioni dei Costituenti.

Naturalmente, non sono mancate le reazioni dei democratici e dei progressisti USA a tutti questi sviluppi e ai casi più controversi. Però, non ci sono stati coordinamenti efficaci e, spesso, i democratici hanno peccato di (eccesso di) permissivismo nel condonare dichiarazioni e comportamenti offensivi e illegali che si sono moltiplicati e hanno prosperato.

Con fior fiore di studiosi condivido il postulato che una, tutt’altro che l’unica, virtù della democrazia consiste nell’apprendimento collettivo. Sono le donne e gli uomini, prima e più fra le élite che nel popolo, che apprendono, reagiscono, cambiano, formulano nuove idee, riequilibrano regimi sull’orlo del disastro Chi, per arroganza, ambizione, connivenza, ignoranza, impedisce la circolazione delle élite si rende responsabile della morte eventuale della democrazia. Sono pallidi e esangui i segnali che consentano di pensare che nelle élite d/Democratiche USA questa consapevolezza sia già sufficientemente diffusa. Si sta facendo tardi.

Pubblicato il 17 luglio 2024 su Domani

Lezioni dalla Francia. La democrazia funziona @DomaniGiornale del 10 luglio 2024

Tutt’altro che malandata, come troppi noiosi e sussiegosi commentatori continuano a ripetere, la democrazia funziona. Offre ai cittadini la possibilità di votare liberamente in elezioni competitive fra molti partiti e di produrre qualche alternanza al governo. La buona affluenza alle urne in Gran Bretagna e, soprattutto, in Francia segnala anche che, quando la posta in gioco è alta e la scelta importante, gli elettori decidono che vogliono influenzare l’esito andando alle urne. La buona notizia è che, come è successo domenica in Francia, ci riescono. Dunque, lezione da imparare, l’astensionismo può essere ridotto non solo con pure opportuni interventi che facilitino l’espressione del voto, ma se e quando i partiti, o quel che rimane di loro, vogliono e sanno offrire alternative programmatiche, politiche, valoriali chiare e credibili.

Contrariamente a opinioni malamente diffuse e variamente intrattenute, la democrazia non contiene affatto la promessa che l’esito elettorale si tradurrà immediatamente in un governo chiavi in mano (del Primo ministro). Questa situazione è molto frequente in Gran Bretagna e in alcuni altri sistemi politici che definisco anglosassoni, prodotta non (sol)tanto dalla legge elettorale, ma soprattutto dal formato e dal funzionamento bipartitico del sistema dei partiti, fattori tanto invidiabili quanto sostanzialmente non imitabili, non importabili. Altrove, come nella odierna Francia semipresidenziale, ma abitualmente in tutte le democrazie parlamentari, il governo si forma in Parlamento riflettendo sia i seggi dei partiti sia le loro vicinanze politiche sia le loro preferenze programmatiche sia, quando esistono, le loro collocazioni ideologiche. Sono tutti elementi complessi e mutevoli, ma anche conoscibili e controllabili da chi ha esperienza politica soprattutto laddove la storia politica è storia delle coalizioni di governo. 

Definire con allarmismo davvero peloso (ah, ah: quell’arrogante e presuntuoso Presidente Macron se l’è voluta e meritata) ingovernabilità questa situazione complessa che dopo il voto del 7 luglio caratterizza l’Assemblea Nazionale francese, è francamente fuori luogo. Fuorviante. Sbagliato. Comunque, la presunta ingovernabilità della Francia, che riguarderebbe il sistema politico e dei partiti, non deve in nessun modo essere fatta discendere da una non meglio precisata crisi della democrazia (francese e globale).

Tenere a bada e sconfiggere, questo è il verbo giusto, la sfida del Rassemblement National ha obbligato le sinistre a fare alleanze in parte eterogenee e a congegnare (abilità politica) desistenze indispensabili per vincere nei collegi uninominaIi. Chapeau alla generosità dei desistenti e all’ingegno di chi ha selezionato gli “insistenti”, la quasi totalità dei quali ha vinto. C’è bisogno di ricordare che generosità politica e ingegno istituzionale sono qualità delle quali i centro-sinistri (plurale) italiani non sembrano né disporre né apprezzare né volere imparare? Sì, certo, fatte salve pochissime eccezioni che al momento proprio non riesco a ricordare…

Adesso, la sfida, certamente molto insidiosa, consiste nel tenere insieme le neanche troppo sparse membra delle sinistre francesi. Non è una sfida alla democrazia, il cui stato di salute in Francia ha dimostrato di essere tutto sommato buono. Piuttosto è una sfida alle capacità istituzionali del Presidente Macron e alla saggezza politica dei dirigenti e dei parlamentari di quella che è una maggioranza abbastanza larga e altrettanto composita. Perdere la sfida significherebbe aprire la strada ad una fase di difficoltà di governo, non automaticamente di ingovernabilità. Mi pare una discussione molto prematura da lasciare ai profeti di sventure ricordando a tutti che nessuno dei sistemi politici europei diventati democratici nel secondo dopoguerra ha cessato di esserlo.

Pubblicato il 10 luglio 2024 su Domani