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La manovra non è solo numeri: per il futuro serve una vera strategia @DomaniGiornale

Dalle democrazie parlamentari anglosassoni, non dal presidenzialismo USA che è tutta un’altra non raccomandabile storia, è facile imparare che la legge finanziaria è l’atto più importante di qualsiasi governo. Dunque, non soltanto i governanti debbono scriver(se)la, ma hanno piena facoltà di far(se)la approvare dalla loro maggioranza parlamentare. La finanziaria è, ovviamente, soprattutto un documento economico con i numeri che contano, ma anche che, a saperli interrogare, raccontano molte storie. Anzitutto, c’è la storia delle modalità con le quali i vari governi hanno affrontato le esigenze dei loro concittadini, meglio se loro elettori. Del come hanno reagito alle urgenze, alle sfide. Del modo come hanno quantomeno cercato di tradurre le loro preferenze in politiche pubbliche.

Nella finanziaria i migliori fra i governi esprimono e articolano una filosofia, una visione di lungo periodo. Quando appare probabile che quella compagine di governo abbia la prospettiva di durare nel tempo, è lecito attendere e pretendere che gli interventi che riguardano l’economia, la società e la cultura esprimano con sufficiente chiarezza l’dea di nazione che quella compagine ha. Dalla terza finanziaria del governo Meloni sarebbe/è pertanto lecito aspettarsi qualcosa di più di soliti e stucchevoli riferimenti ai sacrifici, ovviamente, “per tutti” (magari graduati a seconda di chi più ha e che spesso neanche si accorgerà di un eventuale “sacrificio”), delle critiche al passato dei governi della parte politica opposta, degli scaricabarile e degli alibi: “ce lo chiede l’Europa”.

Al Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non è possibile concedere di essere cattivo, come ha annunciato, se non spiega con chi, perché e in che modo vorrà e saprà esercitare la sua cattiveria. Sulla base dei precedenti, non gli riuscirà di fare granché, ma, soprattutto, questo è il punto da fermare, la sua cattiveria sarà episodica, marginale, non collegabile al disegno dell’Italia del futuro che il primo governo davvero e orgogliosamente di destra promette di costruire. Da un governo Meloni/Salvini/Tajani nessuno si aspetta l’indicazione di un’Italia sociale,” socialdemocratica” nella quale sacrifici e tagli riguardino quasi esclusivamente i settori già privilegiati. Con le parole del grande filosofo politico John Rawls, bisogna esigere che qualsiasi intervento non vada a scapito dei ceti inferiori, ma, al contrario, nei limiti del possibile, ne migliori le condizioni di vita e ne accresca le opportunità. Invece, anche la terza finanziaria di destra è un patchwork che mette insieme interventi disordinati senza un filo (né, comprensibilmente, rosso, né nero, né tricolore).

Le opposizioni hanno gioco facile a criticare ciascuno dei singoli provvedimenti, spesso indicando lo spostamento di risorse da un intervento ad un altro: dalla balorda gestione dell’immigrazione all’inadeguato finanziamento della sanità. Sono, tuttavia, colpevoli dello stesso difetto attribuibile alla maggioranza governativa. Le loro controproposte sono episodiche e non delineano quel tipo di società che vorrebbero costruire. Per stare nel discorso sulla necessità di convergenza e di coordinamento di un’area, di un campo (più) largo, ciascuna opposizione preferisce gioca nel suo campetto, con il suo pallone, persino con sue regole. Probabilmente, è già venuto il tempo di capire che una credibile alleanza che si candida al governo dovrebbe sfruttare l’opportunità della finanziaria elaborando un documento comune, una vera e propria finanziaria alternativa, lezione di metodo e di sostanza. Per la prossima volta, ma si può già cominciare subito.

Pubblicato il 16 ottobre 2024 su Domani

Sono i governi a fare le leggi. E non è affatto uno scandalo @DomaniGiornale

Nel dibattito politico e istituzionale circolano da troppo tempo posizioni e affermazioni empiricamente prive di riscontri e teoricamente insostenibili che si traducono in proposte di riforma sbagliate. La prima riguarda il presunto compito principale del Parlamento: fare le leggi. Dovrebbe incuriosire che quasi dappertutto è chiamato Parlamento, molto raramente assemblea legislativa. Il fatto è che nelle democrazie parlamentari come, in ordine alfabetico, la Germania, la Gran Bretagna, l’Italia, la Norvegia, la Svezia e così via, fra l’80 e il 90 per cento delle leggi emanate sono di origine governativa. I governi “fanno” le leggi, ovvero le scrivono, e il ruolo, che rimane importante, del Parlamento consiste nel discuterle e emendarle, poi anche di valutarne l’attuazione. Se e quando il governo non è soddisfatto del testo uscito dalle Commissioni e in via d’approvazione da parte dell’aula, succede, ma molto raramente, può semplicemente addirittura ritirarlo.

    Che sia il governo con il sostegno della sua maggioranza, e non il Parlamento, cioè i parlamentari a loro piacimento a fare le leggi è politicamente opportuno, persino necessario. I partiti, avendo vinto le elezioni, hanno ricevuto quanto di più simile possa essere a un mandato. In coalizioni multipartitiche l’eterogeneità è, entro (in)certi limiti, la norma. In parte, la soluzione balorda che ricompatta la maggioranza consiste nell’emanare decreti. La decretazione è la prova provata che le leggi le fa il governo, ma è anche la degenerazione dell’attività legislativa. Raramente i decreti hanno i requisiti costituzionali straordinari della necessità e dell’urgenza. Soprattutto, l’urgenza è spesso procurata dai ritardi, più o meno voluti, del governo e della sua maggioranza, dalla cattiva gestione dei tempi e dei modi, da mancati accordi. Ciò detto, rimane intollerabile. Pure già più volte intervenuti con critiche e indicazioni, sia il Presidente della Repubblica sia la Corte Costituzionale dovrebbero alzare il livello della loro severità ad esempio nella odiosa fattispecie dei decreti omnibus, per definizione esattamente il contrario dell’omogeneità. Sono diventati regali di Natale. Il peggio, però, è che con la micidiale tenaglia “decreto più voto di fiducia”, il governo toglie non solo alle opposizioni, ma alla sua stessa maggioranza la possibilità di discutere e emendare i suoi testi, consapevolmente e deliberatamente facendo dei parlamentari veri e propri passacarte, certamente violando i principi a fondamento di qualsiasi democrazia parlamentare. 

    Altra questione delicata sono le nomine che il governo può fare per un’ampia gamma di cariche. Legittimamente i governanti possono nominare anche parenti e amici ad una pluralità di cariche politiche, in particolare quelle ministeriali in senso lato che sono preposte all’attuazione del programma. Sono affari dei governanti se privilegiare la lealtà o la competenza, con la prima che può andare a scapito delle prestazioni e del rendimento del governo. Giudicheranno gli elettori. Molto diverso è il caso delle nomine che riguardano cariche definibili di garanzia: il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali. Non per caso i Costituenti hanno previsto maggioranze specifiche, almeno assolute, spesso qualificate. Non è affatto un incentivo al più o meno deprecabile consociativismo. Più semplicemente è l’invito tassativo alla ricerca di personalità di competenza e prestigio che trascendono la parte politica di provenienza. Anche in questo caso il Parlamento ha un ruolo rilevante da svolgere.

A coloro che ritengono che il Parlamento sia declinato perché non fa più le leggi può non bastare sapere che non le ha mai fatte e che, in una democrazia parlamentare è preferibile e inevitabile che sia così. Allora, bisogna evidenziare e sottolineare che, oltre a controllate tutte le attività del governo, il Parlamento ha due importantissimi compiti da svolgere. Primo, il Parlamento è luogo di confronto di governo e opposizione, di espressione delle preferenze e delle visioni di società, di progresso, di futuro, in qualche modo contribuendo alla formazione dell’opinione pubblica. Secondo, è la sede più elevata e insostituibile della rappresentanza politica dove gli eletti hanno la possibilità di agire secondo le aspettative, i bisogni e le speranze dei loro, ma non solo, elettori. Che la vigente legge elettorale sia tra le peggiori per dare rappresentanza politica e sociale minimamente soddisfacente è acclarato. Chi vuole un Parlamento migliore non deve preoccuparsi più di tanto della legislazione, ma della selezione dei rappresentanti, solo talvolta anche legislatori.

Pubblicato il 12 ottobre 2024 su Domani

Gridare al lupo è stucchevole. Ma il rischio illiberale esiste @DomaniGiornale

Non sono persona che cede facilmente agli allarmismi. Non credo all’esistenza di una troppo sbandierata crisi della democrazia. I dati oramai ampiamente disponibili, provenienti da più fonti e da diverse agenzie di ricerca evidenziano che nessun sistema politico diventato democratico nel secondo dopoguerra ha perso la sua democrazia, con l’eccezione del Venezuela. Vedo, però, che fanno spesso la loro comparsa una pluralità di problemi di funzionamento, di maggiore o minore gravità, un po’ in tutte le democrazie contemporanee. Nessuno di quei problemi è insuperabile; nessuno ha portato al crollo del regime democratico. Tuttavia, in un (in)certo numero di casi, è facile constatare e comprovare che ne risulta ridotta la qualità di quelle specifiche democrazie. Dalla storia (sic) ho anche imparato che troppo spesso i democratici, politici e studiosi, hanno sottovalutato i problemi, si sono dimostrati troppo permissivi, non hanno reagito tempestivamente e con adeguato vigore. Proprio per tutte queste ragioni, ritengo opportuno non gridare “al lupo al lupo”, ma esplorare se esistano tracce dell’avvicinarsi del lupo qui in Italia.

Mi attenderei che questa esplorazione si giovasse in particolare del contributo degli studiosi, dei commentatori, dei politici che si definiscono liberali e che chiedono a tutti prove di liberalismo. Se viene colpito il principio fondamentale delle democrazie liberali che si chiama separazione delle istituzioni per cui a qualche istituzione si consente di invadere e occupare la sfera di autonomia delle altre, c’è un grosso rischio democratico. Nessun governo dovrebbe mai piegare il parlamento, assemblea nella quale ha la maggioranza, attraverso l’eccesso di decretazione d’urgenza per di più accompagnato dalla micidiale richiesta del voto di fiducia che non solo vanifica qualsiasi emendamento, ma impedisce la discussione sul merito. So che questa pratica ha radici profonde, mai adeguatamente recise. So anche che alcuni Presidenti della Repubblica e qualche sentenza della Corte Costituzionale hanno vanamente cercato rimedio. Però, constato che nei suoi due anni di vita il governo Meloni vi ha già fatto ricorso in maniera smodata, superiore a quella di tutti i suoi predecessori. Aggiungo che non è compito del parlamento “fare” le leggi, ma controllare, emendare, migliorare le leggi del governo, tutto questo reso impossibile dalla tagliola “decreto più voto di fiducia”.

Cinque giudici costituzionali sono eletti dal parlamento, che, ancora una volta, può significare, senza scandalo alcuno, dalla maggioranza parlamentare. Il discorso diventa inevitabilmente valutativo ovvero incentrato sul curriculum e sulla competenza delle candidature. Il solo pensare di eleggere chi ha avuto il ruolo fondamentale nella stesura di un disegno di legge costituzionale sul quale molto probabilissimamente vi sarà una richiesta di referendum per “proteggerlo”, mi pare riprovevole. Gli inglesi affermerebbero “it’s simply not done”. Poiché lampante è il conflitto di interessi, semplicemente non s’ha da fare. Ricordo anche che il premierato, “madre di tutte le riforme”, espressione di Giorgia Meloni sulla quale meditare, ridimensiona significativamente i poteri del Presidente della Repubblica di agire come “freno e contrappeso”, compito cruciale nell’ottica liberale, all’esercizio del potere di governo.

Nelle democrazie da tempo esiste un quarto potere, in senso lato, i mass media. Attraverso di loro, i cittadini si informano e, in generale, ma anche di volta in volta, nasce, si manifesta, opera l’opinione pubblica. Governi che querelano giornali e giornalisti, che li intimidiscono, come più volte fatto dal governo Meloni, mirano a rendere più difficoltosa la formazione di un’opinione pubblica adeguatamente informata. Ancora peggio, naturalmente, quando la maggioranza governativa va ad occupare armi e bagagli l’azienda RAI che in quanto pubblica dovrebbe offrire informazione imparziale e pluralista. Ho segnalato quello che, a mio parere, è l’inizio di un percorso illiberale. Può certamente essere rallentato e addirittura fermato anche grazie ai liberali coerenti. Così, sperabilmente, sia.

Pubblicato il 9 ottobre 2024 su Domani

Oltre la stupidità. Il centrosinistra alla prova finale @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo” di cui Conte ha annunciato ieri l’estinzione. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

Fuori campo: catalogo breve per chi sta tra il centro e la sinistra @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo”. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

La tragedia medio-orientale e la mancanza di mediatori @DomaniGiornale

Nella tragica, non da oggi, situazione del Medio-Oriente non può, oggettivamente e augurabilmente, esserci un vincitore. Israele sa che può annichilire Hamas e gli Hezbollah per un certo periodo di tempo, ma non può cancellare i palestinesi né, tantomeno, l’Iran. Dal canto loro, i terroristi, teocrazia iraniana compresa, dovrebbero avere acquisito la consapevolezza che, per rendere la Palestina libera “dal fiume al mare” , sarebbe inevitabile innescare un conflitto anche nucleare. Nel primo caso, obiettivo che Netanyahu persegue anche per continuare a rimanere al potere, l’impossibile annichilimento non potrà che essere temporaneo. Con esagerato pessimismo, si può e, forse, si deve aggiungere, che, da un lato, soltanto la democratizzazione dell’intera area (una nuova primavera non solo araba), e dall’altro, la fuoruscita di Netanyahu sostituito da governanti che imbriglino i coloni, riuscirebbero a porre le basi iniziali minime di una soluzione ragionevolmente (avverbio al quale mi abbandono) duratura. Che quella soluzione significhi “due popoli due Stati” è facile dirlo, ma di enorme difficoltà progettarlo.

Nel frattempo, il progetto urgente consiste nel porre fine alle devastanti azioni e reazioni armate, magari riflettendo su come Hamas abbia potuto costruire un imponente e costosissimo reticolo di cunicoli variamente arredati e su come gli Hezbollah siano riusciti ad ammassare enormi quantità di armi e missili lungo un periodo ventennale. Fallimento delle (plurale) organizzazioni di intelligence oppure deplorevoli connivenze di alcuni stati che si compravano in questo modo la sicurezza interna?

Gli USA, protagonista indispensabile, non sono in questa fase di campagna presidenziale, in grado di svolgere credibilmente le attività necessarie. C’è da augurarsi che chi entrerà nella casa Bianca abbia la preparazione, le conoscenze e la determinazione per farsi valere. L’Unione Europea, grande donatrice di fondi ai palestinesi, sembra essersi ritagliata uno spazio di profilo bassissimo in attesa che la nuova Commissaria prenda pieno possesso della sua carica e si giovi del non avere bagagli pesanti provenienti dal passato. Tuttavia, forse, esiste un passato potrebbe portare qualcosa di positivo. Il punto più elevato di accordo fra israeliani e palestinesi fu raggiunto nel 2000 fra il primo ministro Ehud Barak e il presidente Yasser Arafat con la mediazione del Presidente USA Bill Clinton.

Qatar e Egitto sembrano ragionevolmente in grado di esercitare qualche forma di mediazione, ma se il conflitto in Palestina va oltre quell’area geografica, ci vuole qualcosa, molto di più. Pertanto. il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per quanto sgradito ad Israele, dovrebbe farsi dare dalla sua organizzazione un vero e proprio mandato da condividere con la Commissaria Kaja Kallas e con alcune poche personalità accettabili sia dagli israeliani sia dai palestinesi (credibilmente rappresentati da chi?). Dovrebbero essere proprio loro a indicare nomi accettabili di negoziatori. Personalmente, sono convinto che sarebbe opportuno fare ricorso all’esperienza dell’ex-presidente Clinton. Libero da condizionamenti politici, forte del risultato ottenuto a suo tempo e sostenuto da alcuni suoi esperti collaboratori di un quarto di secolo, Bill Clinton sarebbe sicuramente in grado di esercitare un ruolo molto importante.

Pubblicato il 26 settembre 2024 su Domani

Draghi, Letta e una lezione di europeismo alla Spinelli @DomaniGiornale

Forse è più che una felice coincidenza che gli autori dei due rapporti che aprono il quinquennio del nuovo Parlamento europeo, sul Mercato Unico e sul Futuro della competitività europea, siano stati scritti da due italiani, rispettivamente, Enrico Letta e Mario Draghi. Oltre alle personali prestigiose carriere professionali, Letta e Draghi sono anche stati Presidenti del Consiglio avendo, dunque, accesso alle più alte sedi decisionali dell’Unione Europea. Certamente non è un caso che i loro rapporti convergano sul punto più rilevante per il presente e, in special modo, per il futuro: maggiore coordinamento maggiore condivisione. I problemi dell’Unione Europea si debbono affrontare e si possono risolvere con “una unione più stretta” (uso parole che vengono da Altiero Spinelli che è all’origine di questa Europa).

Indicando il futuro possibile, ma difficile, entrambi i Rapporti suggeriscono, ovviamente, con le differenze che derivano dai compiti a cui dovevano rispondere, che tocca alla politica e alle istituzioni europee prendere le decisioni opportune. Poiché si tratta di decisioni di enorme importanza è ai vertici dell’Unione che bisogna rivolgere lo sguardo e chiedere se, come, quanto siano consapevoli, adeguati e disponibili. Finora la dicotomia europeisti/sovranisti, anche se schematica, è stata sufficientemente chiara per rendere conto della diversità delle posizioni, delle aspettative, dei comportamenti.  Naturalmente, era anche possibile scorgere alcune, non marginali, contraddizioni in entrambi i campi. Più facile coglierle fra i sovranisti, in particolare fra coloro che vogliono strappare, chiedo scusa, riappropriarsi di alcune competenze per le quali, poi, non dispongono degli strumenti per esercitarle. La sfida dei sovranisti agli europeisti finora ha fatto leva su sentimenti e risentimenti, sulla reviviscenza di identità nazionali, su qualche egoismo particolaristico. Con eleganza il Rapporto Draghi non sfiora neppure uno di questi elementi. L’analisi, la sfida, le soluzioni sono tutte improntate all’europeismo e dirette agli europeisti.

Per sentirsi dalla parte giusta per troppo tempo a troppi europeisti, anche a quelli italiani, sembrava sufficiente segnalare con un’alzata di spalle e con qualche critica la loro distanza dai sovranisti. Forse c’è anche molto di questo compiacimento alla base della perdita di competitività dell’Unione e della carenza di innovazione. Personalmente anch’io ho condiviso l’idea che, comunque, l’Unione procedeva e che le sue istituzioni democratiche avevano bisogno di poche sollecitazioni. Erano/sono comunque in grado, proprio perché democratiche, quindi, aperte, intelligenti, reattive, capaci di imparare, di innovare.

Letta, da una parte, ancor di più Draghi, dall’altra, affermano chiaro e forte che le istituzioni dell’Unione Europea debbono essere trasformate, essere rese più coese, più flessibili, più incisive, rapidamente. Il “cattivo” non è esclusivamente il voto all’unanimità, comunque da abolire. Sono tutte le procedure opache e strascicate che proteggono interessi nazionali spesso obsoleti, che debbono essere rivisitate e riformate. Il sovranismo è la ricetta di un ritorno al passato che non potrebbe comunque essere fatto rivivere e che porterebbe costosi conflitti fra Stati costretti a rivendicare i loro esclusivi interessi proprio sulle tematiche più importanti. Invece, fin d’ora è auspicabile e possibile costruire un’Unione Europea a più velocità. Se i “velocizzatori” hanno successo, questa è la scommessa, saranno molti, Stati-membri e associazioni intermedie, quelli che vorranno rincorrerli. E l’Unione Europea (ri)prenderà slancio.

Pubblicato il 11 settembre 2024 su Domani

Il potere non può invocare la sfera privata @DomaniGiornale

Separare con una linea chiara e precisa la sfera pubblica dalla sfera privata di coloro che fanno e stanno in politica è un’operazione difficile e delicata, sempre controversa, ma essenziale. Comprendo nella sfera pubblica tutte le attività che debbono svolgersi in pubblico, visibilmente, di fronte all’opinione pubblica, e per sfera privata tutte le attività che, riguardanti la persona non politica, possono e debbono rimanere riservate. Naturalmente, queste complesse distinzioni valgono e possono essere discusse e variamente (ri)definite esclusivamente nei sistemi politici democratici. Nei regimi non-democratici la sfera privata è alla mercé dei governanti autoritari che vi penetrano se e quando vogliono, e l’opinione pubblica, in assenza della libertà di parola, semplicemente non può formarsi, non esiste.

Troppo politici lamentano incursioni non gradite nel loro privato e troppi commentatori accomodanti si affannano a dare loro ragione, mentre i governanti anche in democrazia tentano di restringere le modalità con le quali risulta praticabile acquisire informazioni su quanto i politici hanno fatto e continuano a fare in privato. Il punto di partenza generale di qualsiasi analisi è che chi fa politica, acquisisce cariche e esercita potere non è un cittadino come gli altri. “Scendendo” in politica fa il suo ingresso sulla scena pubblica. Esprime le sue posizioni in pubblico e gli/le viene richiesto di farlo. Deve raggiungere il pubblico, che sono principalmente gli elettori e gli operatori dei mass media, indispensabili tramiti dei loro messaggi, delle loro proposte, della loro propaganda.

   Tuttavia, tanto quanto è legittimo guardare anche di chi è il dito che punta alla luna, i più accorti e acuti fra i commentatori politici e operatori dei media non si accontenteranno di ascoltare i messaggi e di leggere i programmi. Vorranno conoscere chi “messaggia” e chi programma. Quali sono i suoi titoli e i suoi meriti professionali, quali le sue esperienze pregresse, quale la sua traiettoria complessiva. Le sue azioni sono state coerenti con i suoi pronunciamenti? Per saperlo bisogna fare incursione nella sua sfera privata, legittimamente. Se si dichiara favorevole al controllo delle armi perché mai tiene in casa un fornito arsenale di rivoltelle e fucili? Se si oppone all’interruzione della gravidanza perché mai l’ha lasciata praticare alla sua compagna? Le risposte a questi più che legittimi interrogativi servono agli elettori, talvolta sono decisive, per valutare la coerenza e la credibilità delle candidature, di coloro che stanno facendo politica e occupando cariche.

  Nel passato, la sfera privata dei politici faceva meno notizia anche per ragioni legate al mondo dell’informazione, meno intrusivo e forse meno dannatamente impegnato nella ricerca degli scoop, del sensazionale. Però, sbagliano alla grande tutti coloro che attribuiscono ai giornalisti, ai comunicatori politici con troppe ambizioni e poche limitazioni il (quasi) venir meno della sfera privata dei politici. In qualche modo, già gli antichi romani avevano notato e segnalato il fenomeno. “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Non so se Cesare propagandasse la   virtù della moglie come suo merito per fare carriera in politica. So, però, che da qualche tempo, iniziato negli USA, si è diffuso il fenomeno della narrativa (termine che preferisco a narrazione).

Per giustificare e rafforzare la loro ambizione (parola mai pronunciata) a ottenere dagli elettori una carica di rappresentanza e di governo, soprattutto ai livelli più elevati, i candidati narrano la loro vita, spesso facendone un libro che evidenzia i loro sacrifici, le loro capacità, i loro principi, persino le loro eventuali conversioni sulla via di Damasco: sanno imparare e oggi vedono di più e meglio. Quel privato è il trampolino per entrare e restare sulla scena pubblica in posizioni di vertice. Giusto, pertanto, che quel privato venga studiato dai commentatori (e dagli oppositori), venga soppesato e valutato, e alla coerenza con quel privato quel candidato poi eletto venga frequentemente richiamato, anche per criticarlo.

Chi più sale in alto come carriera politica e esercita potere politico, più vede restringersi la sua sfera privata. Infatti, l’aspettativa democratica è che quel potere sia messo al servizio di fini pubblici, mai condizionato da interessi privati. Allora, tutto deve sapere l’opinione pubblica sulla sfera privata del governante. La più ampia trasparenza possibile, la “casa di vetro”, è il prezzo da pagare per avere e gestire il potere politico. Torni nel suo privato chi se ne lamenta.

Pubblicato il 9 settembre 2024 su Domani

Fuori dal piccolo cerchio di parenti e amici, il vuoto @DomaniGiornale

Al governo e nei dintorni sono meglio i politici, ovviamente anche donne, “puri”, nel doppio significato dell’aggettivo. Chi ha scelto di fare della politica la sua professione cercherà di comportarsi in maniera tale da soddisfare il suo elettorato. Lo faranno certamente costruendo reti di relazioni, ma soprattutto mostrandosi capaci di comprendere le preferenze degli elettori. Alcune leggi elettorali, non quella vigente in Italia, consentono, incentivano e premiano questi comportamenti. Il politico puro vuole e ha bisogno di essere rieletto. Cercherà anche di non fare inquinare la sua politica da fattori esterni e estranei al programma del suo partito e del suo leader. Il rischio di un eccessivo, mistico attaccamento al programma è quello della troppa continuità, dell’incapacità di innovare, soprattutto se molti e molto stretti sono i rapporti con i gruppi esterni. Peggio, però, è quando chi viene eletto e diventa governante esercita un’attività professionale che trae vantaggi dalla politica, fa parte di qualche gruppo le cui sorti sono influenzabili direttamente dalla politica più che da qualsiasi altro fattore, quando quell’esponente può sfruttare la sua carica pubblica a fini di arricchimento privato.

   Se un partito cresciuto elettoralmente in tempi brevi viene catapultato per la prima volta al governo, è per lo più inevitabile che scopra di avere una classe dirigente numericamente limitata e politicamente inesperta, che si renda conto che deve procedere a reclutare dall’esterno, ma anche che non può fare meno di coloro che compongono il cerchio stretto dei militanti della prima ora e di lungo corso. Giorgia Meloni ha premiato i suoi qualche volta dando la preminenza all’affidabilità personale sulla competenza specifica. Nonostante la sua dichiarata, comprensibile e talvolta persino condivisibile, avversione ai “tecnici”, ovvero a persone prive di un curriculum di ruoli politici, è stata costretta ad affidare qualche ministero proprio ad alcuni “tecnici”. Sono emersi conflitti di interesse, peraltro facilmente prevedibili. Hanno fatto la loro comparsa inadeguatezze, ingenuità, incompetenze. Qualcuno si è anche montato la testa con esiti imbarazzanti.

   Nelle democrazie parlamentari, la soluzione esiste e viene praticata: la sostituzione degli incompetenti, di quelli che sono lambiti da procedimenti giudiziari, dei portatori, tutt’altro che sani, di conflitti d’interessi. La Presidente del Consiglio ha espresso la sua contrarietà ai rimpasti di governo nel timore che producano una destabilizzazione complessiva della coalizione che lei vorrebbe portare intatta o quasi fino al termine naturale della legislatura, oppure forse perché il numero e la qualità dei “rimpastabili” sono davvero limitati. La coperta delle competenze alternative disponibili, come appare già per il rimpiazzo di Fitto, nei nomi che circolano per la Cultura, nella pur flebile difesa del Turismo, sembra, anzi, è davvero molto corta.

Ministri dimostratisi inadeguati, esposti al fuoco di più che legittime critiche, incapaci di imparare e migliorarsi sono ovviamente una zavorra per qualsiasi governo, ancora di più per il governo Meloni che mira a segnare una cesura profonda con il passato (nel quale, peraltro, rimpasti efficaci ridavano non poco slancio all’azione). Le opposizioni fanno il loro mestiere (qualche volta capita…) chiedendo le dimissioni di alcuni ministri, e hanno ragione. Male, invece, fa il capo del governo a resistere per puntiglio. Peggio sarebbe se lo fa per conclamabile mancanza di personale alternativo. Da questa manfrina a uscirne indebolita è la amata Nazione.

Pubblicato il 4 settembre 2024 su Domani

Il balletto della premier e la strategia dei principianti @DomaniGiornale

Arrivata arrembante alle elezioni del Parlamento Europe, 9 giugno, sull’onda di una notevole visibilità personale e politica guadagnatasi con l’attivismo dispiegato a tutto campo sulla scena non solo europea, ma internazionale, a capo dello schieramento dei Conservatori e Riformisti europei, Meloni celebrò la crescita elettorale e l’aumento del numero di seggi parlamentari come un grande successo. Credette anche e lo raccontava trionfante che era giunto il momento di un cambio di maggioranza nel Parlamento Europeo, preludio a non meglio precisati recuperi di sovranità nazionale/i. Faceva affidamento anche su quello che sembrava un rapporto consolidato con Ursula von der Leyen alla ricerca di una riconferma. Da un lato, però, i numeri di Meloni non tornavano poiché la vecchia maggioranza aveva sostanzialmente tenuto e i suoi alleati non avevano affatto “sfondato”. Dall’altro, le differenze politiche sull’Europa che c’è e soprattutto sull’Europa da fare avanzare fra von der Leyen con la sua maggioranza Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e Verde e gli alleati di Meloni si erano dimostrate e rimanevano profonde.

Dopo un’esasperantemente lunga riflessione, non aiutata dalla sua fin troppo amica stampa che la incensava come vincitrice e quindi meritevole di laute ricompense, non avendo ottenuto niente, Meloni decise di non votare Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, neppure come generosa apertura di credito. Da allora, la politica europea del governo italiano ha un profilo molto basso, da underdog (sic) e un andamento molto lento. In un certo senso, il tempo è necessario per leccarsi le ferite, forse anche per provare a formulare una nuova strategia di influenza oltre a manifestare alterità, contrarietà, presa di distanza. Però questa nuova strategia non la vede nessuno. Comunque, poiché “la contraddizion nol consente”, è molto improbabile che i governi degli Stati-membri sovranisti, ciascuno dei quali persegue i suoi interessi nazionali, riescano a darsi una politica europea comune, quantomeno condivisa. Al contrario, talvolta sembrano i capponi di Renzo che peggiorano la loro condizione.

   Avendo perso smalto, ma sull’Europa mi era parsa sempre piuttosto inadeguata, Giorgia Meloni non ha finora elaborato nulla di nuovo che possa fare breccia nella maggioranza Ursula e trovare accoglienza positiva. Anzi, dimostra più di una incertezza. Anche se da mesi circola in splendido isolamento il nome del ministro Raffaele Fitto come il commissario che Giorgia Merloni designerà, manca l’ufficialità. Probabilmente, il ritardo è dovuto a qualche trattativa ufficiosa, giustamente riservata, con la Presidente del Consiglio italiano che insiste, come ha più volte dichiarato, per ottenere una vice-presidenza, prospettiva peraltro già sfumata, ma soprattutto per avere una delega di peso per il suo commissario.

   Ritardi e rinvii non sembrano forieri di un esito felice. Nei prossimi cinque anni l’Unione Europea avrà non pochi problemi importanti da affrontare, alcuni già con noi: l’aggressione russa all’Ucraina e i flussi migratori che sicuramente non termineranno. Altri non proprio nuovi, ma comunque ineludibili: gli allargamenti a più paesi dei Balcani e dell’Est. Inoltre, incombono il coordinamento delle politiche fiscali e la formulazione di una efficace politica estera e di difesa. Infine, naturalmente, c’è da attendersi qualche emergenza.

   Silenzi e ritardi del governo Meloni, il cui partito proprio non pullula di europeisti per inclinazione e per conoscenze, rischiano di mettere l’Italia ai margini. L’opposizione non potrà rallegrarsi perché il prezzo lo pagherà il paese, pardon, la Nazione, e sarà salato.

Pubblicato il 28 agosto 2024 su Domani