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L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.

   Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.

   Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.

Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani

Zuckerberg può oscurare Trump a difesa di Facebook @DomaniGiornale

Il quesito è relativamente chiaro. È lecito che Mark Zuckerberger, fondatore e proprietario di Facebook e da qualche tempo anche di Instagram, blocchi e cancelli, per sempre o anche solo per un periodo di indefinito, l’account del Presidente Donald Trump (o di un qualsiasi altro utente)? Con più di una motivazione e dopo la rimozione di alcuni post menzogneri e violenti, Zuckerberg ha deciso di sì. Si tratta di un caso di intollerabile censura politica oppure di una decisione completamente legittima?

   I critici di quella che ritengono essere una censura politica sostengono che l’informazione, anche quella che passa attraverso Facebook e Twitter, deve circolare liberamente. Peraltro, si è spesso rumorosamente sostenuto che quel tipo di “informazione” può, anzi, deve, essere soggetto a un rigoroso processo di fact-checking. Per quale ragione, quindi, a Zuckerberg dovrebbe essere negata la facoltà, il diritto di discriminare fra gli utenti, impedendogli di bloccare il Presidente degli USA perché ritiene le opinioni da lui espresse insultanti e pericolose? Coloro che ne approvano l’operato, sostengono che, come e più di qualsiasi altro utente, Zuckerberg, proprietario della piattaforma sulla quale avviene lo scambio di informazioni e contenuti ha il diritto, meglio la facoltà, di bloccare chiunque lui ritenga sgradito e che il Presidente degli USA non deve essere trattato in maniera diversa, privilegiata. I critici aggiungono che Facebook è un servizio pubblico che deve essere e rimanere disponibile per tutti e mai sottoposto a blocchi/censure politicamente motivate. I sostenitori sottolineano che il servizio fornito da Facebook è aperto al pubblico, ma, primo, non è un servizio pubblico e, secondo, obbedisce a criteri definiti dalle leggi vigenti. Uno di questi criteri riguarda l’ordine pubblico. Chi incita alla violazione dell’ordine pubblico e istiga alla violenza può (deve) essere bloccato e, naturalmente, anche processato secondo le leggi esistenti.

   In una società liberal-costituzionale è accettabile e legittimo introdurre divieti addirittura ad personam? In particolare, le democrazie hanno il diritto di difendersi anche riducendo lo spazio pubblico e la sua accessibilità? Un conto sono i privati cittadini che hanno sempre la facoltà di scegliere con chi comunicare e stabilire relazioni e chi escludere, anche dopo averli visti all’opera, dalla loro rete di relazioni personali e sociali. I critici della decisione presa da Zuckerberg gli negano la facoltà, concessa agli altri cittadini, di scegliere chi bloccare e chi no, affermando che Zuckerberg ha il dovere “pubblico” (in virtù di che cosa? forse che i direttori dei giornali e delle reti televisive non filtrano tutti i contenuti?) di consentire a tutti di esprimere e fare circolare le loro opinioni.

   Ė mia opinione che le democrazie, se hanno imparato qualcosa da molte amare esperienze, debbano difendersi dai loro nemici, ad esempio, da coloro che, potendo, limiterebbero drasticamente la libertà d’informazione all’insegna dello slogan degli assaltatori di Capitol Hill: murder the media , espressione autorizzata dallo stesso Trump che aveva più volte minacciato di censurare per legge i social. Lo debbono fare con riferimento alle leggi esistenti, ma anche, eventualmente, con la formulazione di leggi approvate seguendo le procedure democraticamente previste e sancite. Debbono anche riconoscere a tutti i cittadini di fare ricorso alla legittima difesa contro le fake news, contro i “fatti alternativi”, contro l’istigazione alla violenza. Chi ritiene che Zuckerberg abbia violato qualche legge può chiederne l’incriminazione. Chi ritiene che tragga profitto da una sua posizione dominante può chiedere che l’Autorità USA per le Comunicazioni (Federal Communication Commission) intervenga. Quello che non può essere fatto è imporre a chi offre un servizio di accettare tutti i clienti senza eccezione alcuna, ad esempio, obbligando un ristoratore ad accogliere e servire anche quei clienti che gli spaccano i tavoli, le sedie, le suppellettili e incitano gli altri avventori a fare la stessa cosa.

   Zuckerberg difende la sua creature Facebook. Ha il diritto di accogliere/respingere coloro che usano quegli strumenti per manipolare le informazioni e per incoraggiare la violenza. Le sue decisioni, gradite o sgradite, non sono inoppugnabili, ma vanno valutate con riferimento non alle sue e alle nostre preferenze politiche, ma alle leggi esistenti. Esclusivamente quello è il level playing field, il campo che non tollera favoritismi.

Pubblicato il 12 gennaio 2021 su Domani

Cose che so sugli USA e la loro democrazia

La prima cosa che so è che, da tempo, prima di Trump, con frequenza e costanza, non pochi studiosi americani, storici, sociologi, politologi hanno criticato, anche severamente, lo stato della democrazia negli USA. So anche, però, che la critica al razzismo non è mai stata centrale ovvero tanto centrale quanto avrebbe dovuto e dovrebbe ancor di più essere in questi anni. Non voglio fare graduatorie, ma trovo assolutamente meritorio il lavoro fatto nell’ultimo decennio da Jill Lepore (These Truths. A History of the United States, 2018). Suggerirei anche di tornare alla ricerca coordinata e curata dall’economista svedese Premio Nobel Gunnar Myrdal, An American Dilemma. The Negro Problem and Modern Democracy (1944). Però, il problema non è “il negro”, ma sono i suprematisti bianchi. Nella folla degli assaltatori al Congresso, sovraeccitati da un uomo bianco supersuprematista alla Casa Bianca, non ho visto neppure una persona di colore. Nelle carceri USA i detenuti di colore sono il 60 per cento del totale. I neri rappresentano poco meno del 13 per cento della popolazione.

La seconda cosa che so è che non è vero, come molti hanno scritto, che la democrazia USA è la più grande, la più importante, implicitamente la migliore democrazia al mondo. Non lo è probabilmente mai stata. Quasi sicuramente, ma qualche inglese obietterebbe, è stata la prima democrazia, ma da tempo non è la più grande (con riferimento ai numeri ben più grande è l’India) e, se importante, vuol dire migliore, i dati di Freedom House e quelli della Intelligence Unit dell’Economist dicono che nelle rispettive graduatorie, gli USA si collocano rispettivamente al 30esimo e al 25 posto. Nella classifica dell’Economist l’Italia è 35esima.

La terza cosa che so è che proprio nell’ambito dei diritti la democrazia USA è sempre stata piuttosto carente, a partire, come ho già detto, dalla condizione dei neri. Mi limito a segnalare che l’uscita formale dalla segregazione è del 1954. Il Civil Rights Act è del 1964 e il Voting Rights Act è del 1965, ma quantomeno da una ventina d’anni un po’ dappertutto a partire dagli stati del Sud e, più in generale, dove governano i Repubblicani intensa e incessante è la pratica nota come voter suppression che ha sostanzialmente di mira i non-bianchi, ma soprattutto i neri e, in parte, i latinos, per impedirne l’esercizio del diritto di voto.

La quarta cosa che so è che il diritto di voto è il più importante diritto politico, un vero spartiacque. Quindi, coloro che non riescono a votare perdono la opportunità/capacità di scegliere chi viene eletto e di influenzare le sue politiche. Mentre dappertutto nell’Unione Europea e in altri stati democratici del Vecchio Continente sono riconosciuti, rispettati e messi all’opera i diritti sociali, negli USA persino una riforma importante, ma non “universale”, come l’ObamaCare, continua ad essere oggetto di scontri durissimi con i Repubblicani che hanno tentato pervicacemente di sabotarla e persino di abolirla. Qui si innesta la quinta cosa che so.

   Gli USA sono gradualmente diventati la democrazia che ha (e che tollera) le più grandi diseguaglianze economiche e sociali al mondo. Sono diseguaglianze cresciute in maniera clamorosa negli ultimi trent’anni. Sono diseguaglianze che molti americani ritengono non soltanto inevitabili, ma collegate in qualche modo al merito, al duro lavoro, all’impegno personale e, di converso, attribuite all’indolenza e carenza di capacità per chi sta in fondo alla scala sociale. Troppo spesso gli osservatori non colgono il nesso fra ricchezza personale e influenza politica e fra povertà e non-partecipazione, nesso che, naturalmente, perpetua e addirittura accresce le diseguaglianze. Tutte le cose che so convergono su una considerazione importante. L’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill è stato sconfitto. Seppure a fatica, le istituzioni USA hanno retto (e, prima, i procedimenti elettorali si sono rivelati free and fair). La Corte Suprema, pure imbottita di giudici nominati da Trump, non ha dato nessun ascolto agli eversori. Il Congresso ha ratificato l’esito del voto dopo un dibattito svoltosi secondo le regole. Insomma, la democrazia non si è piegata, non è affatto scivolata all’indietro. Ritengo che sia profondamente sbagliato affermare che la democrazia USA è in crisi. C’è stata una sfida gravissima proveniente dall’interno della democrazia. È stata respinta e sconfitta. Certo, però, la società e la politica USA hanno molto da lavorare per migliorare l’attualmente non buona qualità della democrazia. Da tempo, la democrazia americana non abita più in “una città scintillante sulla collina”, ma democrazia rimane, in grado di apprendere, resistere, cambiare.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su PARADOXAforum.com

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

“Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” #video Gianfranco Pasquino presenta su libro

La propuesta de Gianfranco Pasquino es transitar en estas páginas el pensamiento de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori deteniéndose especialmente en temas abordados por ellos en sus trayectorias como filósofos de la ciencia política. El recorrido incluye temas fundamentales como las nociones de ambos autores sobre la democracia, el papel de los intelectuales en la vida democrática, el sistema de partidos y temáticas de profunda actualidad. Con el conocimiento cercano de la vida y la obra que le otorga su condición de discípulo de ambos pensadores –perspectiva que no rehúye pero tampoco abusa de cierta agradecida nostalgia– pero desde la madurez del intelectual formado y probado en las armas de la disciplina, Pasquino nos acerca estas herramientas “para comprender y cambiar la política”.

Commentano: Mara Pegoraro e Cecilia Galván Moderatore: Luciana Berman

Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.

Nell’ambito della Settimana delle Scienze Politiche (organizzata dalla Carriera in Scienze Politiche dell’UBA), e per quanto riguarda l’edizione spagnola del suo libro “Bobbio y Sartori. Capire e cambiare la politica ”(Eudeba, 2020),  lo hanno intervistato i professori Mara Pegoraro e Cecilia Galván .

Gianfranco Pasquino: “Las democracias son en sí mismas promesas incumplidas” #entrevista #NuevosPapeles

Entrevista argentina sobre la traduccion del libro Bobbio Y Sartori
Autor: Mara Pegoraro y Cecilia Galván

Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.

En el marco de la Semana de la Ciencia Política (organizada por la Carrera de Ciencia Política de la UBA), y a propósito de la edición en castellano de su libro “Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” (Eudeba, 2020), las profesoras Mara Pegoraro y Cecilia Galván lo entrevistaron. Agradecemos a Mara, Cecilia y a Luciana Berman y a Elsa Llnderrozas por permitirnos la reproducción de la misma.

Profesor Pasquino: Norberto Bobbio y Giovanni Sartori son dos grandes maestros de la ciencia política mundial, pero al mismo tiempo son dos autores y dos personalidades muy diferentes. ¿Cómo y por qué se le ocurrió la idea de publicar un libro que confronte la obra y el legado de estos dos gigantes? 

Yo creo que es importante analizar y estudiar a Bobbio y a Sartori juntos porque comparten tres elementos muy importantes. Primero, han estudiado la democracia de manera diferente pero muy profundamente y han contribuido significativamente a su comprensión y análisis. Es decir, que no podemos comprender exactamente lo que era la democracia y lo que puede ser si no conocemos el pensamiento de Bobbio y de Sartori. Bobbio escribió un libro sobre la democracia y su futuro y Sartori escribió un libro muy importante sobre la teoría de la democracia. Segundo elemento que comparten: fueron ambos críticos del partido comunista, del comunismo italiano y en general. Eso es importante, no podemos decir que el comunismo ha muerto porque no es cierto, pero es importante no solamente porque es necesario criticar el comunismo, pero porque es necesario criticar al marxismo como teoría interpretativa de la vida política. Bobbio y Sartori lo hacen de manera diferente porque el primero intentaba obligar a los comunistas italianos a cambiar y el segundo intentaba excluir a los comunistas de la vida política de Italia como partido antisistema. Han contribuido en rechazo al marxismo, han obligado a los intelectuales comunistas italianos a cambiar. El tercer elemento que comparten es que ambos fueron intelectuales públicos, es decir, hombres que escribían en los diarios, que participaban en los debates públicos y que producían ideas y un sentido cívico que en Italia no está verdaderamente desarrollado. Y hay un cuarto elemento que no es tan importante, pero ambos fueron mis maestros, es decir, yo he estudiado ciencia política en la Universidad de Turín con Bobbio y mi especialización fue en la Universidad de Florencia con Sartori. Yo creo que son los dos intelectuales públicos de Italia más importantes de los años 70, 80 y 90.

Antes que nada, gracias a la carrera y a usted profesor por darme la posibilidad de compartir y de entrevistar a alguien que para nosotros, desde la Argentina y quienes estudiamos ciencia política, forma parte de la trilogía. Para nosotros es Bobbio, Sartori y Pasquino. A mí el libro me pareció de lo más interesante. Primero, porque humaniza a autores que para nosotros son literatura y, desde ese lugar, plantea una revisión de textos que uno ha leído y trabajado y que sigue dando en la facultad. Usted al inicio del libro plantea que la necesidad de contar un poco los principales aportes de Bobbio y de Sartori tiene que ver con hablarles a las nuevas generaciones y plantear si hay viejos interrogantes y nuevas respuestas, y cómo los clásicos por algo son clásicos. Y, en ese sentido, yo pensaba que el libro de Bobbio, El futuro de la democracia, sobre el que usted presta especial atención cuando describe el aporte del autor, tiene un título de lo más actual. Hoy las democracias, en particular en América Latina, enfrentan algunos desafíos que son nuevos, otros que son viejos, y parecieran persistir las promesas incumplidas de la democracia que anticipaba en ese libro con un título tan atemporal, lo que lo convierte en un clásico sin dudas. Mi pregunta es, como conocedor no sólo de la producción bibliográfica de Bobbio, sino que también de la persona, ¿hasta qué punto cree usted que los escenarios de reversión democrática que hoy existen en el mundo o de erosión democrática pueden ser pensados como una nueva promesa incumplida de la democracia en términos de lograr consolidarse como el único régimen político disponible? ¿Cómo pensar, un poco más teóricamente, la relación entre Estado y régimen político? Bobbio plantea en un punto, y usted lo destaca en el libro, que la democracia solo convive con el Estado de derecho. No obstante, aparecen nuevos modos de democracia que son adjetivados donde se da un poco de cruce con la idea de Estado de derecho. Entonces, ¿en su opinión cómo hay que pensar hoy estas promesas incumplidas de la democracia en estas nuevas formas democráticas, si es que podemos hablar de nuevas formas democráticas, en particular para América Latina?

Creo que si puedo decir que las democracias son en sí mismas promesas incumplidas, podemos decir que obviamente implanta el problema desde el punto de vista de lo que las democracias pueden hacer, que lo que no han hecho. El punto más importante en mi opinión es que las democracias no logran educar a los ciudadanos. Debemos tener democracias que produzcan ideas e informaciones y que convenzan a los ciudadanos a comportarse de manera democrática. La educación del ciudadano democrático es algo que la democracia debe hacer, pero la democracia en ese caso somos nosotros. Los otros ciudadanos democráticos deben saber cómo obligar, si puedo decir así, a los ciudadanos que no son democráticos, que son populistas, que tienen comportamientos autoritarios, que no aceptan la igualdad entre hombres y mujeres, a comportarse de manera democrática. Eso es un punto muy importante. Bobbio comparte con Sartori, que es más explícito, otro punto verdaderamente importante: la democracia como idea y como ideal. Nunca podemos obtener la democracia ideal que tenemos dentro de nuestra cabeza y corazón. A su vez, están las democracias reales, las cuales siempre tienen problemas. Entonces, yo no creo que hoy haya una regresión democrática. Hay algunos países dentro de los cuales hay problemas democráticos, inconvenientes, desafíos, tensiones, conflictos. Por ejemplo, en Polonia hay tensiones y conflictos. No es mi democracia ideal, pero es una democracia con problemas. Hay muchísimos problemas en lo que se consideraba democracia ideal de todo el mundo, como en EE.UU. Pero existe la democracia con problemas. Debemos enfrentarnos a los problemas y producir soluciones. Debemos entonces dividir en democracia ideal y democracias realmente existentes. Si hacemos esta operación, podemos intentar resolver algunos de estos problemas. Pero si tenemos una visión pesimista de la democracia no vamos a lograrlo. Otro elemento que Bobbio y Sartori compartían es que la democracia es prácticamente el único régimen político que puede reformarse. Los regímenes autoritarios cambian, pero no se reforman. Los regímenes totalitarios se derrumban o colapsan, solamente las democracias pueden reformarse. Entonces, los dos son en verdad intelectuales públicos, reformistas y progresistas.

Ambos autores sostienen esta tarea per

manente sobre la reflexión en torno a la democracia por esto de que siempre hay problemas. Una de las cuestiones que yo tenía en mente es en relación a la Teoría de la democracia de Sartori, de 1987. Él comienza el libro señalando que es en 1940 donde empieza una bifurcación entre lo que es la democracia real o empírica y la democracia normativa. Entonces, por qué empieza con esta discusión sobre desde dónde se empieza a cuestionar por qué tenemos que ir a pensar qué es la democracia. Y dice que 1940 viene desde dos lados. Por un lado, los que quieren tener sus definiciones de democracia, esa discusión tan parroquialista sobre lo que es la democracia sin saber su historia. Y, por otro lado, como bien señalaba al principio sobre el marxismo, hablar sobre democracia capitalista. En torno a eso, yo quisiera saber de dónde le parece a usted que tenemos que mirar las críticas a la democracia y a aquellos que la ponen en peligro. O sea, no solo faltaría reflexionar hacia dónde vamos o cómo la reformulamos, sino que tendríamos que volver a decir “No, esperen, la democracia es esto” y discutir qué es la democracia nuevamente. Básicamente, si ve esa amenaza latente después de 80 años de donde Sartori está marcando este dilema. 

Sartori decía que hay dos posibilidades de definición. Una definición es histórica, la manera con la cual los hombres y las mujeres han definido la democracia. Todos sabemos que la democracia tiene una definición histórica muy elegante, pero con muchísimas posibilidades de interpretación. Es el poder del pueblo. ¿Quién es el pueblo? ¿Qué es el poder? ¿Cuál poder o cuáles poderes? Pero no podemos decir que la democracia no es el poder del pueblo. La democracia no es el poder de las élites, no es democracia, es un régimen elitista. Entonces, definición histórica primero. Segundo, podemos decir que hay definiciones negociadas, es decir, usted y yo decidimos que la democracia es cuando unos grupos gobiernan y otros grupos están a la oposición. Podemos decir que hay una democracia autoritaria, lo que sería una contradicción que Sartori no va a aceptar y que Bobbio tampoco acepta. Pero podemos intentar transformar la democracia. Un intento fue hecho por Robert Dahl. Llamamos poliarquía a las democracias porque no son los ciudadanos quienes gobiernan o tienen el poder, sino los grupos, las asociaciones. Podemos decir que la democracia es cuando los hombres y las mujeres enfrentan un problema y se asocian para resolverlo. Entonces, en línea general se puede definir democracia utilizando muchos adjetivos. No es la posición de Sartori como ha escrito muy claramente en su primer libro, Democrazia e definizioni, por lo que no podemos decir que existen democracias populares. El poder del pueblo popular es una contradicción que no puede ser aceptada. Entonces, sí, la democracia puede ser definida de muchas maneras diferentes, pero el núcleo central, el poder del pueblo, no puede ser excluido de la definición. Respecto al Estado de derecho, aquí tenemos un problema de idioma porque las palabras correctas serían Rule of law, “gobierno de la ley”, que es exactamente eso lo que los ingleses y los americanos dicen. Estado de derecho es otra cosa, es un producto de la experiencia Europea, un Estado que acepta, respeta y aplica las leyes, pero no es lo mismo que Rule of law. Los derechos son muy importantes y Bobbio y Sartori lo saben. Utilizan algunos análisis especialmente de Locke, de Hume, de sociólogos, pero lo que es importante es que los derechos son algo que los ciudadanos tienen y que el Estado de derecho respeta, promueve y protege.

La pregunta iba orientada desde dónde hoy, 80 años después de esos avances en contra de definiciones claras de democracia que marca Sartori, surge el problema para contestar. Qué tenemos que contestarles, a quiénes tenemos que hacerlos reflexionar sobre lo que es la democracia. 

El problema surge porque hay algunos que no conocen la historia de la democracia ni la historia de la definición de la democracia e intentan manipular la democracia. Entonces, el problema no solamente es de definición, sino que también de concepción. Pero si aceptamos conceptos que no son vagos, que no tienen raíces en la historia del pensamiento político occidental, no podemos hacer un análisis aceptable. Entonces, la definición del concepto de democracia es y debe ser clara. Después podemos aceptar algunos adjetivos o algunas variaciones que perfeccionan la democracia. Por ejemplo, yo creo que algunas prácticas de democracia deliberativa pueden servir para perfeccionar la democracia que conocemos, pero sabemos que hay elementos que deben siempre existir: los derechos de los ciudadanos, la Rule of law, el gobierno de la ley, la importancia del cuidado de la ley, la separación de los poderes. La concentración de los poderes produce autoritarismo y, en algunos casos, totalitarismo también.

Profesor, yo voy a retomar parte de lo que le comentaba a Cecilia, pero voy a volver sobre la idea de educación de ciudadanos democráticos. Tiene que ver con la necesidad que forma parte de las promesas incumplidas de la democracia: cómo construimos ciudadanía democrática que además pueda garantizar soberanía individual, dos condiciones que van de la mano. Usted dijo que Bobbio y Sartori fueron intelectuales públicos, y ahí me surge la pregunta sobre el rol del intelectual, en particular, en la formación de los ciudadanos democráticos. Se instaló durante muchísimos años que los intelectuales eran apolíticos, confundiendo apolíticos con apartidarios, y entonces había una idea que iba más allá de la mera neutralidad valorativa de Weber. Era como el intelectual aséptico que no puede comprometerse. Y la democracia, dice Bobbio, requiere un compromiso normativo de quienes la piensan como ideal y real. Entonces, mi pregunta es operativa en términos del rol de los intelectuales hoy: cómo pueden contribuir los intelectuales y si podemos pensar qué es un intelectual hoy, en el mundo de las redes sociales y la fluidez del conocimiento en un montón de sentidos, para la construcción de ciudadanos democráticos. Muchos académicos o personajes que se denominan intelectuales producen una defensa de regímenes que se pelean bastante, no solo con el ideal democrático, sino que también con la mera democracia como método básico para la selección de gobernantes. En resumen, ¿dónde está la responsabilidad del intelectual para la construcción de la ciudadanía democrática?

Primero, los intelectuales públicos, pero los intelectuales en general, deben ser críticos porque todos sabemos que no existe nada perfecto. Entonces, debemos saber criticar, explicar por qué criticamos y lo que criticamos y, en algunos casos, producir o indicar soluciones. Bobbio fue exactamente un intelectual crítico. La palabra clave del pensamiento de Bobbio fue dubbio, la duda. Los intelectuales siempre dudan de lo que ven e intentan interpretarlo a través de sus conocimientos históricos, lo que leen, lo que han estudiado, lo que entienden. La palabra importante de Sartori sería que los intelectuales no deben solamente indicar los fines, sino que también deben saber cómo identificar las herramientas. Entonces, aparecen las herramientas analíticas, las herramientas de intervención. Sartori cree que la ciencia política puede ser aplicada, es decir, que tiene conocimientos importantes que dicen “Si se dan las condiciones ABC, es posible conseguir las condiciones XYZ”. Debemos entonces evaluar a los intelectuales cuando saben cómo enfrentar los problemas. Las soluciones pueden ser diferentes, pueden ser decididas para el poder político o para los ciudadanos que deciden cómo hacer, quién debe tener el poder para hacer. Eso es importante. Hoy es una generación mínima, hay poquísimos intelectuales públicos en el mundo. En los años 40, 50, 60, Europa tenía importantísimos intelectuales públicos, como por ejemplo Raymond Aron, George Orwell, Albert Camus. Hoy no hay. Probablemente el intelectual público de Europa más conocido hoy sea Jürgen Habermas, que tiene 88 años. La escuela de Frankfurt no ha producido nada más y tenemos problemas con EE.UU. también. Algunos intelectuales públicos han sido muy importantes, como por ejemplo John Rawls. Yo sé que el hombre es muy controvertido, pero creo que Mario Vargas Llosa es un intelectual público importante y creo que también Gabriel García Márquez lo fue. No voy a identificar intelectuales públicos en Argentina, pero Guillermo O’Donnell fue un importante intelectual público.

El “para qué” es muy fuerte en Bobbio y en Sartori y se percibe esta intensidad a la hora de estudiar y abordar los problemas. Una de las cuestiones relevantes en Sartori tiene que ver con el estudio de las leyes electorales y la influencia en los sistemas de partidos, como cuando estudia el parlamentarismo, el presidencialismo y el semipresidencialismo en ese de libro Ingeniería constitucional comparada. Incluso está el capítulo donde él promueve el presidencialismo alternativo y sueña un modelo que a mí me divierte mucho y que me pareció ingenioso para debatir y decir “Bueno, no es solamente describir, sino que también entender, comprender, modificar”. Esa necesidad de ir hacia una transformación me parece que es lo más relevante que tiene y transmite Sartori. En este sentido, sin Sartori después de 2017, el libro que usted escribe llega hasta la reforma de 2018 en Italia –la ley electoral Rosato- y en las noticias actuales en 2020 nos encontramos con un panorama muy difícil o, por lo menos, impensado después de 2018. Es con el Movimiento de 5 Estrellas con tanto poder, con una reforma de reducción del parlamento. Como que está invertido y ahora hay que buscar una ley electoral para ver qué se hace con esa reducción de parlamentarios. Entonces, yo quisiera ver cómo usted está viendo esto de acuerdo a las enseñanzas de Bobbio y Sartori y la ausencia de estos intelectuales públicos que decía Mara, y que nos preocupan también porque están ausentes en este debate.

¿Cómo estoy viviendo todo eso? Con preocupación, con irritación. Creo que los políticos y los periodistas no tienen bastantes conocimientos de la ciencia política. Dicen y escriben cosas que simplemente no son correctas. Entonces, no saben individuar los elementos que producen consecuencias. Es un debate bastante confuso. En algunos casos, no es manipulación, es confusión: no conocen los problemas que analizan. Creo que es necesario hacer una distinción muy clara entre la ciencia política aplicada y la ciencia política aplicable, que puede ser aplicada, porque la transición de la aplicabilidad a la aplicación es muy complicada. Yo diría que al centro de lo que Sartori ha escrito sobre el parlamento buscamos el problema de la representación política, es decir, cómo los parlamentarios intentan representar a los electores. Sartori ha escrito, yo diría, de manera memorable que los parlamentarios tienen miedo de una sanción, que es la sanción de los líderes de los partidos, mientras que deberían tener miedo de la sanción de los electores. Pero la sanción de los electores es menos importante que la que viene de los líderes del partido si la ley electoral es una ley mala, y las leyes electorales italianas (como la Ley del 2005, del 2014/15) son leyes malas. Es decir que no les sirven a los electores para utilizar su poder de escoger entre los candidatos y entre los partidos. Entonces, debe existir un criterio fundamental para evaluar las leyes electorales que es el poder de los electores. Las dos leyes electorales más recientes de Italia dan poquísimo poder a los electores y muchísimo poder a los líderes que deciden quién es candidato y, prácticamente, quién va a ser elegido.

El segundo elemento que me parece importante del parlamentarismo es que cuando hablamos de democracias parlamentarias, debemos saber que el corazón de esas democracias es el parlamento. Entonces, un parlamento bien elegido puede hacer funcionar la democracia de una manera destacable. Los parlamentos que no son bien elegidos producen consecuencias negativas sobre el funcionamiento de la democracia.

El tercer elemento es diferente. Usted ha dicho “presidencialismo alternativo”. Creo que sería mejor decir “presidencialismo alternante”. Entonces, aquí el problema es claro, yo creo que ha sido definido de manera excelente por Juan Linz. Con el presidencialismo, ustedes pueden elegir como presidente a cualquier persona que tiene recursos de visibilidad, de dinero, de ser exterior al sistema de los partidos contra la política que existe. Pero el problema es que eso produce situaciones que todos conocemos porque hemos visto. Trump es un ejemplo perfecto. Linz podría utilizarlo como el ejemplo perfecto de un outsider que no tiene ningún elemento político necesario para representar y gobernar un país. Eso no puede ocurrir en las democracias parlamentarias. Los líderes alemanes, ingleses, españoles e italianos también -con algunas excepciones- tienen una carrera política. Entonces, tienen conocimientos, tienen relaciones, no pueden ser separados de lo que ocurre en un país como ha sucedido con Trump. De esta manera, el presidencialismo alternante es que cuando el presidente es alguien que no sabe cómo gobernar puede ser reemplazado, el sistema va a ser un sistema parlamentario. Si el sistema parlamentario no produce consecuencias positivas (por ejemplo, tiene inestabilidad política), puede ser reemplazado por un sistema presidencial. Me parece una idea interesante, pero es muy difícil traducir la idea en práctica política.

Iba a hacer unas preguntas sobre Derecha e izquierda de Bobbio, pero ya que habló de Trump aprovecho y pregunto, aunque un poco igual viene a colación. En Derecha e izquierda Bobbio plantea que la democracia suele favorecer a los moderados y castiga a los extremistas. Trump es un outsider, algunos hablarían de liderazgo autoritario, y en América Latina aparece un proceso de creciente polarización y radicalización del discurso político o de la acción política. Entonces, a mí no me queda muy claro si la democracia sigue premiando a los moderados y castiga a los extremistas o, en una de las promesas incumplidas de la democracia, no logramos instaurar la moderación como curso de acción política en esta tensión que Bobbio plantea entre extremistas y moderados en contextos democráticos. Y ahí Trump es algo más que un outsider. Para Levitsky y para Ziblatt, en el libro de Cómo mueren las democracias, el liderazgo de Trump es un liderazgo amenazante para una democracia que nunca se nos ocurriría decir que no estaba consolidada. Entonces, en su opinión, tal vez saliendo un poco de hacer la interpretación sobre Bobbio y Sartori, ¿cómo lee la emergencia de estos liderazgos autoritarios y democracias que parecen premiar electoralmente liderazgos extremistas, contrario a lo que Bobbio sostenía de que la democracia premiaba a los moderados?

La democracia de EE.UU. ha sobrevivido a Trump y Trump ha perdido las elecciones. Entonces, el extremista ha sido derrotado, lo que es muy importante. Es decir que las instituciones y las reglas del juego han resistido a las presiones de Trump, a la polarización que él ha introducido como herramienta de gobierno y de representación. Eso me parece muy importante porque es verdad que algunos comportamientos de Trump fueron autoritarios pero, en general, las instituciones han logrado rechazar algunos de los comportamientos y al final los electores han derrotado a Trump. Eso me parece una buena enseñanza. Y yo diría sí, que las democracias mueren. Levitsky y Ziblatt dicen algo similar, pero no exactamente como yo creo que se puede decir. Las democracias mueren cuando las élites abandonan comportamientos democráticos, cuando no respetan las leyes, cuando deciden utilizar herramientas autoritarias. No es el pueblo que derrota la democracia, son las élites. En el contexto de EE.UU., los republicanos han apoyado a Trump de manera exagerada, demasiado. Vamos a ver si lo abandonan ahora que ha perdido las elecciones pero, en general, la democracia de EE.UU. ha reaccionado contra Trump. Yo diría otra cosa: que no tenemos ningún ejemplo de democracia bastante consolidada pero que la consolidación sea algo que tenemos que analizar de manera más profunda. O sea, ninguna democracia consolidada que haya desaparecido en los últimos cincuenta o sesenta años. Todos los países que han conquistado la democracia desde 1945 han logrado quedar democráticos. Vemos desafíos a la democracia pero ninguna ha desaparecido. Yo podría decir que hay una excepción, es decir, que Turquía no es una excepción porque tenía una democracia consolidada. Rusia no es una excepción tampoco porque nunca fue una democracia. La excepción es Venezuela porque este país tenía una democracia que parecía bastante consolidada, con dos partidos grandes: un partido social demócrata y un partido demócrata cristiano, COPEI y Acción Democrática. ¿Cuál fue el problema? El problema fue que los partidos dejaron el camino abierto para un líder autoritario, el líder populista. Aquí hay una grandísima generalización de un científico político de EE.UU., Schnaider: las democracias nacen con los partidos y los partidos nacen con las democracias. Entonces, el mensaje es que si queremos construir una democracia de calidad y aceptable debemos construir partidos democráticos.

Bueno, un poco en línea con lo que viene diciendo sobre la situación actual de la democracia: hay unos párrafos en el libro que hablan sobre las fracturas políticas que originan partidos vs. las fracturas sociales. Entonces decimos que las fracturas sociales, como originantes de los partidos políticos, corresponden a una etapa y que las fracturas políticas serían las que ahora están dando origen a nuevos partidos. A mí me gustaría que explicara un poco esto porque me parece que puede ser una categoría útil para entender qué está pasando en las democracias, por qué hay más partidos en Europa y que no tiene que ver con algo subyacente, tan sociológico, sino que tiene que ver con lo que viene desde arriba y qué pasa con esto.

La fractura política más importante hoy es clarísima: la fractura entre los que quieren una Europa federal, una Europa políticamente unida a través del federalismo, y los que no quieren eso y se oponen a una Europa federal. Los partidos de derecha en general están contra la Europa y la mayoría, pero no todos, los partidos de izquierda están a favor de la Europa. Eso es una fractura política clarísima. Eso es lo que ha escrito Altiero Spinelli en 1941 en el famoso “Manifiesto de Ventotene”. Y creo que esa verdadera fractura que puede producir el nacimiento de partidos y mismo la muerte de algunos partidos que no representan lo que los electores quieren. En los otros países veo que hay fracturas como en Argentina, que veo que hay una fractura política clarísima: los peronistas y los otros, es una fractura política permanente y que es muy importante, que representa algo significativo en la historia y en la política argentina también. En otros países de Latinoamérica hay hoy fracturas políticas que no son bastante importantes para producir nuevos partidos porque hay fracturas de tipo culturales también. El populismo son los que tienen una visión de nación y de pueblo que es diferente de los otros que son definidos como elitistas. Pero es una fractura política, no son los pobres contra los ricos, es una concepción de lo que debemos hacer si queremos representar a los que no tienen recursos. Los partidos populistas construyen su fractura política para obtener el consenso del pueblo. En EE.UU. la fractura es clarísima, es cultural. Los que aceptan verdaderamente una sociedad y un sistema político multicultural, y los que piensan que los blancos, deben continuar gobernando manteniendo el poder político. Esa es una fractura cultural que ha producido la polarización porque la polarización de EE.UU. es la consecuencia del hecho de que los republicanos van a la derecha extrema. Es una fractura cultural y podemos decir que religiosa también. Los evangélicos apoyan y han apoyado a los republicanos y a Trump. La pregunta es muy difícil, pero creo que he intentado producir algunos elementos necesarios para comprender lo que ocurre.

Yo tengo una última pregunta. Voy a traer a otro italiano a la mesa. Usted hablaba de esta famosa frase de Schneider de “Sin partidos no hay democracia y sin democracia no hay partidos”, esa necesidad de implicación en el desarrollo de uno y otro. Hay otro italiano, Angelo Panebianco, sobre todo en lo que tiene que ver con el origen de los partidos político. Panebianco plantea algo que tiene que ver con los partidos que son buenos partidos. Son aquellos que distribuyen bienes en incentivos colectivos. Y el incentivo colectivo central que distribuyen los partidos es la identidad. Mi pregunta es ¿qué futuro tiene la democracia si los partidos que distribuyen bien esos incentivos son partidos no democráticos? Cuando los partidos son fundamentalmente populistas o con sesgos autoritarios, ¿cuál es el futuro de la democracia si los partidos que son eficientes en distribuir identidad no tienen un compromiso normativo con la democracia

¿Tiene ejemplos que yo pueda analizar de partidos que distribuyen identidad y que no son democráticos?

Sí. Cuando el partido republicano, a la cabeza del discurso de Trump, construye un discurso de supremacía blanca o cuando se instala el discurso del odio. Usted hablaba de la Argentina. Sin entrar en la profundidad sobre la naturaleza de la grieta política en Argentina, si esa grieta hoy, además, es social y si tiene un discurso de clase –un poco la discusión o la tensión entre libertad o igualdad que aparece tanto en esa grieta política-. Parecen ser partidos que recogen una alta voluntad electoral y construyen un discurso que engloba a muchos ciudadanos, pero su sentimiento es antidemocrático. Entonces, ¿hay futuro para la democracia si los partidos no son normativamente democráticos?

No habría un futuro, pero diría que los partidos que no tienen en su interior procedimientos o reglas democráticas no pueden obtener un gran éxito electoral. Hay un nivel al cual los partidos no democráticos pueden llegar, pero no pueden nunca llegar más que eso. Puedo decir que el ejemplo más interesante es el partido Nacional Socialista alemán, el partido de Hitler. Nunca obtuvo la mayoría de los votos de los alemanes, 35-40% en elecciones libres. Hoy, por ejemplo, Alternative für Deutschland (Alternativa por Alemania), el partido de extrema derecha, tiene el 10-12-15% de los votos. Marinne Le Pen ha ganado, creo, el 30-35% de los votos. El partido independentista de Gran Bretaña ganó el 15% de los votos. Los republicanos en EE.UU. nunca ganaron la mayoría de los votos tampoco, entonces, creo que hay dificultades. Si los partidos utilizan solamente una identidad que es necesariamente la identidad del pasado, no va a ocurrir ni va a producir poder político. Si puedo interpretar al futuro, yo diría que los republicanos de EE.UU. van a cambiar porque saben que si no cambian, puede quedar una minoría permanente. Y tenemos ejemplos en el pasado de los dos partidos que han cambiado de manera muy importante cuando perdían las elecciones, eso es posible.

La identidad de los electores también puede cambiar. Por ejemplo, en Europa hoy hay electores que no se definen solamente como italianos, franceses, holandeses, sino como europeos e italianos, europeos y franceses, europeos y holandeses también. Es decir que debemos interpretar la identidad como algo que puede evolucionar a través del tiempo.

Ya tenía en mente una pregunta que a mí me interesaba alrededor de Sartori y cómo él recupera a Schumpeter y a Downs porque mí me gusta mucho Schumpeter y me gustaba mucho Downs, dos economistas. Y para mí hay como una sorpresa en los textos de Sartori: los toma muy en serio y se apropia mucho de sus textos. Un poco en relación a la pregunta de Mara, con esta idea de que los partidos tienen que saber competir y la respuesta que usted ha hecho en relación que hay un incentivo para que estas identidades tan inventadas de estos partidos nacionalistas o de extrema derecha empiecen a competir bien me acordé de este interés mío por saber qué pasa con esa lectura que hace Sartori sobre Schumpeter. Es uno de los mejores lectores de Schumpeter en la ciencia política, su aporte para recuperar a Schumpeter para la disciplina me parece fundamental.

Sartori critica el elemento central de Downs: la competencia política. Porque no es verdad que los electores están en el centro del sistema político, hay electores que no cambian y que entonces pueden ser de extrema derecha y de extrema izquierda. Si el partido de extrema izquierda intenta conquistar a los electores del centro, va a perder algunos electores de extrema izquierda. Lo mismo ocurre con el partido de extrema derecha. Entonces, hay una situación en la que debemos saber cuáles son las reglas de la competencia política, de la competencia electoral. Downs es muy claro y muy lindo yo diría, pero tiene algunos problemas. No es solamente un problema de conquistar electores, es un problema de no perder el alma. Shumpeter es verdaderamente importante y creo que él tiene una visión de la democracia que es una democracia presidencial o presidencialista. Sartori prefiere las democracias parlamentarias. Entonces, Sartori prefiere a Kelsen, que es un autor que a Bobbio le gusta mucho. Y Kelsen prefiere una democracia parlamentaria, partidaria y proporcional. De aquí, el concepto importante es la representación. Sartori mejora la teoría de Shumpeter porque dice que este intenta explicar cómo los políticos compiten. Los que competen saben que deben escuchar lo que los electores quieren y aprender de los mismos. Entonces, aquí el concepto importante es accountability, responsabilidad, es decir, no es verdad que cuando elegimos un líder, él es libre de hacer lo que quiera porque si quiere ser reelegido, debe ser responsable. Eso es lo que Sartori introduce en la teoría de Schumpeter. Y hay otro elemento que me parece importante: la relación entre los líderes. Ellos establecen una relación que puede ser muy productiva porque, esta vez, a través de redes obtienen y producen información. Esta es importante en la teoría de Downs. Son uno de los elementos que definen una democracia: derechos, accountability o responsabilidad y la separación de los poderes. Todo eso existe en la teoría de Schumpeter. Debemos leerlo con más atención, Schumpeter tiene todos los elementos necesarios para explicar lo que es una democracia, aun una democracia presidencial. Lo que Sartori evalúa muy positivamente de Schumpeter es la claridad y la perfección o elegancia de la teoría.

NP Nuevos Papeles 06 12 2020

“Trump perdió las elecciones, pero el trumpismo no desaparecerá”: Gianfranco Pasquino @RevistaSemana

El reconocido politólogo italiano habló con SEMANA acerca de los resultados de las elecciones en Estados Unidos, el estado de la democracia y las consecuencias de la pandemia en el mundo.

Gianfranco Pasquino, politólogo y referente mundial en Ciencia Política, fue el invitado principal de la Semana del Politólogo organizada por la Universidad de San Buenaventura, sede Bogotá. SEMANA habló con el experto.

SEMANA: ¿Qué conclusión dejaron las recientes elecciones en Estados Unidos?

Gianfranco Pasquino (G.P.): Es evidente que, en general, la democracia de los Estados Unidos es de buena calidad, pero sus debilidades quedaron expuestas por Donald Trump, una persona que no respeta las reglas, es individualista y busca el beneficio propio por encima del ciudadano. El problema democrático en Estado Unidos es el sistema electoral, no funciona bien. Eso se debe reformar.

SEMANA: ¿La crisis democrática que vivió Estados Unidos durante el periodo Trump se trasladó al resto del mundo?

G.P.: Diría que las democracias en el mundo funcionan bien por regla general. Aun si no apreciamos los resultados y hay espacio para mejorar, se encuentran en mucho mejor estado de salud que regímenes autoritarios como el de Venezuela. No podemos generalizar con el caso de Estados Unidos. La Unión Europea, por ejemplo, es más democrática de lo que muchos piensan, y hay democracias ejemplares como las de Nueva Zelanda o Dinamarca. Hay problemas en algunos sistemas políticos democráticos, pero no existe una crisis de la democracia como tal.

SEMANA: ¿Qué tiene que hacer el Gobierno de Joe Biden para recuperar la confianza del país?

G.P.: El problema de la democracia en Estados Unidos tiene dos elementos importantes. Primero, que es una república presidencial federal. El federalismo es un problema cuando hay elecciones, el Colegio Electoral es una manera de mantener el poder de los estados y tomar o extraer el poder de los ciudadanos. Es insólito que un candidato pueda tener más votos y perder la elección, como fue el caso de Al Gore en el año 2000 y de Hillary Clinton en 2016. Eso es un problema severo y es producto del federalismo. El segundo elemento importante es que la elección presidencial permite a hombres con recursos no políticos ganar las elecciones. Es el elemento más negativo del presidencialismo. La elección presidencial ofrece una oportunidad a hombres y mujeres sin carrera y conocimientos políticos porque los electores se interesan por la popularidad. Es el caso de Trump, quien tenía una enorme visibilidad televisiva, mucho dinero y se presentó como un candidato contra la política de Washington. En un sistema político parlamentario, los parlamentarios pueden cambiar el gobierno. Pero en un sistema presidencial es más difícil cambiar al jefe de gobierno. El impeachment fue el intento de sacar a Trump, pero no fue posible.

SEMANA: ¿A Trump le queda carrera política?

G.P.: Como ciudadano espero que no, que no tenga otra oportunidad política. Trump tiene problemas jurídicos. En Nueva York, por ejemplo, enfrenta acusaciones de corrupción. Pero hay que fijarse en que 70 millones de norteamericanos han votado a Trump. Eso es increíble, porque Trump perdió las elecciones pero el trumpismo no desaparecerá. Hay sentimientos, comportamientos y muchos elementos emocionales que construyen el discurso de Trump y sus seguidores que no han desaparecido. Hay racismo, individualismo y culto a la violencia, que indican que el trumpismo seguirá siendo un elemento importante de la cultura de los Estados Unidos.

SEMANA: ¿Qué implicaciones tendrán estas elecciones en América Latina?

G.P.: Joe Biden es un hombre bastante moderado, y creo que no tiene un especial interés en América Latina. Creo que solo podrían influir sobre la política de América Latina las organizaciones de latinos en los Estados Unidos. Sabemos que hay dos grupos: los mexicanos, que son bastante progresistas, y los cubanos, que son bastante conservadores y anticomunistas. Podemos comprender las diferentes posiciones de ambos, y sus representantes, como el senador Marco Rubio de Florida, tienen mucho poder para influir sobre la política latinoamericana, ya que los demócratas perdieron ese estado. En todo caso, Rubio puede representar los intereses de los cubanos, pero no veo grandes peligros para América Latina. Creo que Biden debe ver el problema de Venezuela de manera

moderada, sin enfrentarse verticalmente con Maduro, pero eventualmente debería intentar cambiar las situación en Venezuela.

SEMANA: Cuando comenzó la pandemia, se temió que fuera un escaparate para el populismo. ¿Cree que la pandemia dio paso al populismo, o todos estos movimientos serán un paréntesis histórico?

G.P.: La pandemia será un paréntesis y sus consecuencias durarán por mucho tiempo. Producirá muchas desigualdades y una crisis económica que podría prolongarse por varios años. Será muy difícil volver a la situación económica anterior. En todo caso, no creo que la pandemia sea algo positivo para los populistas, porque no existe ninguna solución exclusivamente nacional para la pandemia. La respuesta debe ser internacional, y los estados europeos lo saben muy bien. Se ha demostrado que no es viable cerrar las fronteras, eso no derrota la pandemia. Por otra parte, la pandemia necesita una intervención importante de los estados. Solo si estos coordinan sus políticas económicas y sociales pueden derrotar la pandemia. Si no saben cómo coordinar sus políticas, la pandemia va a continuar. No somos una pequeña isla, no es suficiente cerrar las fronteras, la solución está en las políticas supranacionales.

SEMANA: ¿El mundo cooperó para enfrentar el impacto económico de la pandemia?

G.P.: La Unión Europea sabe que puede ejercer su influencia sobre África y que es necesario ayudar a los países africanos. Eso sí, me sorprende que la Unión Europea no tenga una verdadera política latinoamericana. Solo España tiene más interés en Latinoamérica que la Unión Europea en general. Pero al final tendrán que aparecer políticas a gran escala que sean compartidas. Eso se puede hacer, es muy difícil; creo que deben usarse instituciones como la Organización Mundial para la Salud (OMS) en estos casos. Trump no trabajaba con la OMS. Pero algo está claro: si el terror es mundial, no hay soluciones en manos de los estados. La cooperación es absolutamente indispensable.

11/19/2020 Semana

Quel carisma d’ufficio di Biden che sta già cambiando l’America @DomaniGiornale

La vittoria di Joseph Biden è stata netta per voti e Stati conquistati, ma inferiore alle aspettative e ai sondaggi. La sconfitta di Trump è innegabile, ma il suo risultato in termini di voti ottenuti è stato straordinario e preoccupante. Quasi 74 milioni di americani hanno dato il loro voto a colui che è probabilmente stato in assoluto il peggior presidente degli USA. Certamente Biden cambierà stile e modalità di rapportarsi all’elettorato e al resto del mondo. “America is back” significa il ritorno ad una democrazia che era stata apprezzata un po’ dovunque e che sulla scena mondiale aveva costituito l’asse portante di quello che è stato definito “ordine internazionale liberale”. Di qui, con buona pace di alcuni scettici commentatori nostrani, discenderà anche la ricerca di ristabilire buoni rapporti di cooperazione con l’Unione Europea.

   Sul piano interno, Biden ha più di un problema da affrontare e risolvere. Se gli elettori della Georgia non faranno vincere entrambi i candidati democratici al Senato, sarà difficile anche per il navigatissimo ex-senatore Biden riuscire a fare approvare in un Senato a maggioranza repubblicana le leggi che gli stanno più a cuore e, forse, persino a ottenere la conferma delle nomine che sta effettuando. In maniera sobria e riflessiva, il Presidente-eletto ha già dato alcune indicazioni significative nelle prime nomine ufficiali. In primo luogo, farà affidamento su persone che hanno già avuto precedenti esperienze di governo, ad esempio, durante l’Amministrazione Obama, e nelle quali, avendo già lavorato con loro, ripone molta fiducia. L’esperienza pregressa serve, fra l’altro, anche a minimizzare gli eventuali inconvenienti di una transizione ritardata alla quale Trump e i suoi sodali continuano a frapporre ostacoli. In secondo luogo, Biden ha già reso evidente che la sua squadra includerà molte donne in ruoli rilevanti, dal Tesoro all’Intelligence e alle Nazioni Unite che avranno un’ambasciatrice di colore con lunga esperienza. Biden sa che il Movimento Black Lives Matter si attende molto da lui anche in termini di nomine, ma soprattutto di politiche. Nel passato il senatore del Delaware è stato tutt’altro che progressista nel settore dei diritti civili. Rimangono da soddisfare in qualche modo le richieste portate avanti nelle primarie dal senatore Bernie Sanders e dalla senatrice Elizabeth Warren e, più in generale, dalla generazione delle parlamentari progressiste. Uso il femminile non per ossequio, che non intendo fare, al politically correct, ma perché sono molto più le donne degli uomini che si caratterizzano per posizioni più avanzate. Sono, come si dice, in ballo due nomine specialmente importanti, quella del Segretario al Lavoro e quella dell’Attorney General (Ministro della Giustizia), cariche che i democratici progressisti desidererebbero fossero affidate a loro esponenti. Il quadro complessivo si va componendo, ma, proprio queste due nomine potrebbero mandare molto più che un segnale significativo di cambiamento di prospettiva e di politica.

La Presidenza degli USA è una carica che può essere plasmata in maniera davvero notevole dalla personalità di chi la ottiene, ma che, sua volta, offre al Presidente grandi opportunità di esprimere il meglio (e il peggio) di sé. Notoriamente Biden non è un leader carismatico, vale a dire dotato di qualità personali eccezionali riconosciutegli diffusamente. Troppo brevemente, Obama sembrò essere carismatico. Facendo ricorso ad una antica, ma classica dicotomia, Biden è stato, forse deliberatamente, un broker (mediatore) più che un leader. Tuttavia, intrinsecamente, la Presidenza offre quello che Max Weber ha definito “carisma d’ufficio” che discende non soltanto dalla natura e dai poteri della carica, spesso contrastati, proprio come voleva James Madison, dal duplice meccanismo dei “freni e contrappesi” e della separazione delle istituzioni, ma in modo speciale dall’autorevolezza che viene conferita al detentore della carica. Se l’America deve essere, nella famosa e talvolta abusata espressione tratta dalla Bibbia ad opera dei Puritani guidati da John Winthrop, “la città che splende sulla collina” (espressione di cui fece appassionato uso Ronald Reagan), allora il capo di quella città ha enormi responsabilità (e opportunità). Molto più mondanamente, a causa della sua età, è probabile che il Presidente Biden sappia che dispone di un solo mandato per lasciare il suo segno. L’inizio sembra promettente.

Pubblicato il 25 novembre 2020 su Domani

Da Berlusconi a Trump: come far dimenticare il proprio fallimento @DomaniGiornale

L’ex-Presidente degli USA Donald Trump sta facendo di tutto per riuscire a farsi classificare come il peggior presidente di sempre. Al contrario, sembra che Silvio Berlusconi stia tentando un’operazione molto diversa e che, addirittura, sia in corso una sorta di sua riabilitazione politica. Non ripeterò le critiche e le imputazioni più severe, molte passate in prescrizione, ma una, quella per frode fiscale, tradotta in sentenza di condanna debitamente espiata. Anche se qualche volta la separazione è arbitraria, lascerò da parte tutte le molte questioni giudiziarie e mi soffermerò, invece, quasi esclusivamente, sulla azione politica di Berlusconi, nel passato e in tempi recentissimi.

Rilevo, anzitutto, come il conflitto fra gli interessi personali del Berlusconi imprenditore con quelli pubblici del Berlusconi governante sono irrilevanti soltanto fintantoché Berlusconi rimane privo di cariche politiche. Infatti, quel conflitto, per lui più che per chiunque altro, può fare la sua ricomparsa. Quasi a riprova immediata, con l’accordo determinante del PD è stato approvato un emendamento che, in maniera molto criticabile, difende Mediaset dal legittimo assalto di Vivendi.

In secondo luogo, noto che nella sua azione di governo, Berlusconi non ha mai saputo, e neanche voluto, tenere fede alla sua solenne promessa, che suscitò moltissime aspettative, di lanciare una rivoluzione liberale. Non mi aspetto mai che rivoluzioni di questo tipo vengano da imprenditori, ma, certamente, non fu grande neppure l’impegno di quel piccolo gruppo di studiosi da lui reclutato. Quasi tutti sembrarono motivati, piuttosto che dal liberalismo dei diritti e delle regole, dall’anticomunismo e dal liberismo più o meno “neo”. Adesso, uno di loro, Marcello Pera, va a (es)portare addirittura a Matteo Salvini la rivoluzione liberale che non fu.

Infine, dell’europeismo del Berlusconi governante danno dimostrazione inconfutabile, da un lato, le riprese televisive e le fotografie dei vertici con gli altri capi di governo, nei quali era snobbato e isolato, dall’altro, l’influenza esercitata sull’intero elettorato italiano che da nettamente favorevole all’Unione Europeo è diventato largamente euroscettico, se non sovranista ora al seguito di Salvini e Meloni. Che adesso il cambiamento più visibile di Berlusconi sia proprio un atteggiamento costantemente europeista tradotto, per esempio, nella disponibilità alla accettazione dei fondi MES per spese sanitarie dirette e indirette, potrebbe sembrare un modo di prendere le distanze e di ritagliarsi uno spazio politico nel centro-destra a scapito dei due alleati attualmente più votati. Comunque, sia Berlusconi definisce la posizione sua e di Forza Italia come liberale, cristiana (senza esibizione di baci a rosari), moderata e a favore dell’Unione Europea.

Quanto al governo Conte, pur composto da esponenti delle Cinque Stelle, che aveva mandato “a pulire i cessi”, e da immarcescibili ex-comunisti, il suo atteggiamento è costantemente dialogante fino a fare pensare a eventuali modalità, agevolate dal respingimento di Vivendi, di un suo sostegno la cui esplorazione affido ai retroscenisti.

Naturalmente, in una prospettiva di breve periodo concentrata sull’attualità, Berlusconi non può non apparire un leader politico responsabile che si fa portatore di politiche di buonsenso. La sua distanza da Trump, per coloro che lo ritengano un suo precursore, risulta abissale. Tuttavia, è impossibile e sarebbe sbagliato dimenticare che con Berlusconi, anche se non per sua esclusiva responsabilità, sono ricomparsi aggravati sulla scena politica alcuni importanti tratti deteriori: una certa visione di antipolitica, una propensione notevole all’antiparlamentarismo, un linguaggio non sempre signorile, soprattutto la personalizzazione della politica e possenti elemento di populismo a cominciare dalla asserzione-pretesa che chi ha ottenuto i voti non può e non deve essere intralciato e controllato (in particolare, non dalla magistratura e non dalla Presidenza della Repubblica).

Se statisti sono coloro che lasciano il paese che hanno governato in condizioni migliori di quando giunsero al governo, certamente, non è stato questo il caso di Berlusconi. Neanche a coloro che pur considerano positiva la sua recente conversione, dovrebbe essere possibile e comunque non sarebbe corretto dimenticare i suoi lasciti deteriori e pericolosi che hanno trovato accoglienza sia nell’opinione pubblica sia nelle visioni politiche degli alleati, Lega e post-fascisti, che lui portò al governò e legittimò (sdoganò) definitivamente. 

Pubblicato il 15 novembre 2020 su Domani

The Donald è sconfitto ma il “trumpismo” resta @fattoquotidiano

Liquidata la Presidenza Trump, ma con molte apprensioni per quelli che saranno i suoi velenosi colpi di coda, è più che opportuno riflettere sul trumpismo. Donald Trump è il produttore del trumpismo oppure a produrre Trump e la sua presidenza è stato un grosso onnicomprensivo grumo di elementi già presenti nella politica e nella società USA? Settantun milioni di elettori, nove milioni più del 2016, segnalano che Trump non era un marziano, un misterioso ittito (che occupa l’Egitto/Casa Bianca senza lasciare nessuna traccia), un fenomeno (sì, nel doppio significato) passeggero. Esistono alcuni elementi del “credo americano”, come identificati dal grande sociologo politico Seymour M. Lipset, che costituiscono lo zoccolo duro del trumpismo: l’individualismo, il populismo e il laissez-faire che interpreto e preciso come insofferenza alle regole -per esempio, a quelle che servono a limitare i contagi da Covid. A questi è più che necessario aggiungere un elemento ricorrente: l’aggressione alla politica che si fa a Washington (swamp/palude nella terminologia di Trump) e un elemento sottovalutato e rimosso (anche viceversa): il razzismo. Con tutti i suoi molti pregi, il movimento Black Lives Matter non può non apparire come una risposta di mobilitazione importante, ma tardiva. Le uccisioni di uomini e donne di colore continuano e misure per porre fine alla “brutalità” della polizia sono, da un lato, inadeguate, dall’altro, contrastate da Trump, ma anche dal trumpismo profondo.

    La critica sferzante, di stampo populista, alla politica di Washington ha radici profondissime che probabilmente non saranno mai estirpate del tutto. La sua versione contemporanea, che non è stata sufficientemente contrastata, trovò espressione nella famosa frase del Presidente repubblicano Ronald Reagan: “Il governo non è la soluzione; il governo è il problema”. Il terreno favorevole all’innesto e alla espansione del trumpismo è stato abbondantemente concimato dal Tea Party Movement e dagli evangelici. Il primo ha, da un lato, formulato una concezione estrema della libertà individuale per ottenere uno Stato minimo che, naturalmente, non deve in nessun modo intervenire nelle dinamiche sociali, per chiarire: né affirmative action né riforma sanitaria. Dall’altro, ha usato della sua disciplina e del suo potere di ricatto sia nelle primarie repubblicane sia nei collegi uninominali per spostare a destra, radicalizzare il Partito repubblicano nel suo complesso. Dal canto loro, le potenti e ricche confessioni religiose evangeliche hanno provveduto a finanziare le campagne elettorali di un molto grande numero di candidati ottenendone in cambio i loro voti al Congresso, non da ultimo per la conferma dei giudici nominati da Trump. Nominati a vita questi giudici sono in grado di garantire per almeno trent’anni che nella Corte ci sarà una maggioranza conservatrice misogina, indifferente alle diseguaglianze dei neri, contraria a politiche sociali. Le molte centinaia di giudici federali nominati da Trump (molti altri probabilmente riuscirà a nominarne nella frenesia dei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca) faranno il resto del lavoro, cioè perpetueranno il trumpismo.    Da idee diffuse nel vasto campo trumpista sono discese le politiche di Trump: ambiente, commercio, sanità. Soltanto in parte, però, politiche diverse ad opera del Presidente Biden saranno in grado di incidere sul nucleo forte, sul core del trumpismo. Non è soltanto che nella sua lunga carriera politica Biden non ha proceduto a particolari innovazioni. È che, come gli hanno rimproverato i suoi avversari politici nelle primarie, a cominciare proprio dalla sua Vice-presidente Kamala Harris, la moderazione spesso finiva per mantenere lo status quo o per fare qualche piccolo passo inadeguato, come per quel che riguarda la condizione dei neri e, in parte, delle donne. Non voglio arrivare fino a sostenere che in Biden si annida una componente di trumpismo soft. Sono, però, convinto che non pochi cittadini-elettori democratici pensino che l’individualismo è ottima cosa, che il governo non deve svolgere troppe azioni troppo incisive, che una volta eletti i rappresentanti non si occupano più di gente come loro. Questi sono timori condivisi anche dai commentatori USA progressisti (ad esempio, gli eccellenti collaboratori della Brookings Brief). Da parte mia, non vedo neppure fra gli intellettuali più autorevoli l’inizio di una riflessione su una cultura politica che travolga trumpismo e trumpisti dando una nuova anima agli USA.

Pubblicato il 10 novembre 2020 su il Fatto Quotidiano