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L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.

La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.

Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.

Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.

Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.

Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.

Pubblicato il 23 giugno su Domani

Dai Maga a Netanyahu: se nessuno si fila più l’imperatore Trump @DomaniGiornale

Con il crollo del comunismo in Europa e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, gli Stati Uniti d’America si trovarono ad essere, scrisse il grande politologo di Harvard Samuel P. Huntington, the lonely superpower. Non l’unica superpotenza, ma la superpotenza solitaria con tutte le opportunità e tutte le responsabilità che ne derivavano. Gli USA o, meglio, i loro Presidenti non seppero sfruttare l’insperata e inattesa occasione. Avrebbero dovuto, secondo Huntington, cercare di allargare e consolidare la loro rete di alleanze, utilizzando all’uopo quella ingente quantità di soft power di cui, secondo Joseph S. Nye, disponevano. Prodotti culturali, musica e cinema, investimenti e expertise, aiuti monetari e sostegno all’istruzione e alla salute di molti popoli erano un ottimo modo per ridurre la diffidenza largamente diffusa nei loro confronti da parte di molti paesi in via di sviluppo. L’attentato alla Torri Gemelle fu seguito dall’infausta dichiarazione di guerra al terrore del Presidente repubblicano George W. Bush, che si tradusse nell’intervento in Iraq contro Saddam Hussein. Ma, soprattutto, divise profondamente gli alleati europei, con la “vecchia Europa”, rappresentata da Francia e Germania, apertamente contraria. Invece di tessere una rete di amicizie e benevolenze aggiuntive, gli USA dovettero fare anche i conti con la crescita e l’affermazione della subdola superpotenza cinese. Make America Great Again è lo slogan, il progetto politico del Presidente repubblicano Donald Trump, condiviso, possiamo ben dire, dai 77 milioni di elettori che lo votarono nel novembre 2024. Non è fatto di sfumature e raffinatezze. Niente soft power, considerato una debolezza deleteria dei Democratici che si è riflessa negativamente sul prestigio e il potere degli USA. Nessun trattamento di favore per nessuno in campo economico, ma dazi altissimi per favorire le produzioni americane e per recuperare una posizione dominante. Nessuna partecipazione a organizzazioni sovranazionali che, come quelle del Commercio Mondiale e della Sanità pongano regole, ne chiedano il rispetto e abbisognino di finanziamenti. Che gli europei si paghino almeno parte delle ingenti spese militari della Nato per la loro difesa. Infine, la decisione che ha prodotto conseguenze negative immediate più pesanti è stata la chiusura della US Agency of International Development, forse l’esempio di maggior successo nel finanziamento e nel compimento di una enorme varietà di progetti di sviluppo: soft power al meglio delle sue possibilità.

Se del soft power si può fare a meno, pagando un prezzo in termini di popolarità e prestigio internazionale, gli investimenti in hard power debbono funzionare, supplire. Finora l’unico, parziale successo di Trump è stato il rapimento e la sostituzione del Presidente venezuelano Maduro, ma di ritorno alla democrazia in Venezuela non sembra esserci nessun segno e nessun interesse. Ambito oggetto di mire annessionistiche, la Groenlandia ha ricevuto sostegno da, lo scriverò con enfasi, tutto il mondo libero e democratico e mantiene il suo status. Cuba è sotto osservazioni, ma finora, Trump e Rubio sono rimasti allo stato verbale. Non hanno nessuna strategia

Tempo fa, ossessivamente, Trump aveva avanzato la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace, vantandosi di avere fatto concludere sette/otto guerre. Discutibile. Quello che è certo è che il Primo ministro israeliano Netanyahu non fa nulla di quello che con lunghe telefonate Trump gli chiede e Trump sembra non avere gli strumenti per imporgli le sue preferenze. L’Ucraina è almeno temporaneamente uscita dall’orbita del suo impegno. Il caso più clamoroso è quello dell’Iran. Scatenata la guerra quasi con l’obiettivo di cancellare il regime degli ayatollah e dei pasdaran, Trump è in stallo. Sono oramai 37 (trentasette) volte che dichiara di avere raggiunto un accordo, smentito dalla controparte. Il Nobel per la pace può aspettare, ma la sterile tracotanza di Trump pesa sulle nostre bollette e soprattutto su troppe vite.

Pubblicato il 9 giugno 2026 su Domani

Il tycoon si crede ideologo Ma è Prevost il vero politico @DomaniGiornale

Nessuno o quasi dei molti ch occupano cariche di governo e che hanno acquisito potere grazie al Presidente Trump si è mai posto il problema se vi sia del metodo nella follia. Danno per scontata la follia, che talvolta si accompagna a  patterns, modalità ricorrenti, che gradiscono. Cercano di capire quali comportamenti debbono fare seguire e di individuarne le conseguenze prima per le loro carriere, poi, rimarrò nel vago, per il resto. Agli ideologi e ai profeti non si chiede quale metodo applichino. Entrami valutano il loro successo con riferimento al numero dei seguaci e dei fedeli dai quali voglio obbedienza,, disciplina, culto. Ai quali offrono una meta, una ispirazione (anche aspirazione) la costruzione di un mondo nuovo (della scintillante città di Dio).

Quando Trump, l’ideologo in Chief dei MAGA, incontra qualcuno che esprime la volontà e la capacità di indicare un’altra strada e un altro mondo, lo scontro diventa subito inevitabile. Seguono gli insulti e le dichiarazioni miranti a colpire la persona, il suo ruolo, la sua efficacia. Per lui, il connazionale Leone XIV  è intollerabile. Parla di “politica estera”, di cui notoriamente e fattualmente Trump è il massimo conoscitore e praticante, ma  non la conosce. È un LOSER. And the winning is….

Non è solamente, forse non è affatto un problema di voti. Certamente, perdere il 5/10 per cento dei voti dei cattolici USA sarà disastroso per le fortune del Presidente, ma l’ideologo teme e affronta una sfida più grande: quella del riconoscimento di essere l’unico che può dettare la rotta al mondo. Neanch’io, si parva licet, sarei a mio agio, come ha detto Giorgia Meloni, se i leader religiosi facessero ciò che dicono i leader politici. Il mio disagio aumenta in maniera spropositata, ma qui mi schiero con Machiavelli, quando i leader religiosi, come nelle teocrazie, l’Iran essendone l’esempio contemporaneo più disturbante, dettano i comportamenti.

Da un lato, Leone ha riposto in maniera più che adeguata per noi, laici, post-illuministi, sinceramente democratici. Continuerà serenamente (l’avverbio è mio e è, anche, un augurio) a dire quel che pensa e come lo pensa, e noi difenderemo quello che è un suo diritto fondamentale proprio come vorremmo che la Ciesa lo difendesse senza se senza ma dappertutto. Dall’altro, si è chiamato fuori su quello che, a mio modo di vedere, è il terreno ineludibile: Non faccio politica. Sbagliato. Dal parroco di una piccola cittadina in Perù al prete che fa proseliti in un quartiere di Chicago, dall’autorità religiosa di Colle Oppio, tutti fanno con le loro capacità e con il loro necessario coraggio politica. Tutti cercano di trasformare le condizioni di vita dei loro concittadini, di costruire dalle fondamenta una città migliore. Si scontreranno inevitabilmente con coloro che godono situazioni già invidiabili, che vogliono preservare i loro privilegi e che, ma qui mi faccio ideologo, intendono impedire la diffusione di opportunità. Anzi, vogliono restringerla.

Se non è proprio tutto tutto MAGA, è l’aspirazione a tornare again a questa situazione. Certamente mai tutto il contrario anche se poi “i primi saranno gli ultimi e viceversa”, e i migliori dei Papi, e mi pare che Leone si avvii per stile e capacità, non per ambizione personale, a diventarlo, in questo modo predicano e agiscono. 

Tornando al profano, sembra che il trumpismo, l’esemplificazione più recente essendo l’Ungheria, dove non so quanto Magar sia di destra, sicuramente non è un ammiratore di Trump, non funzioni più. Non sono solo le parole di Trump che Meloni definisce giustamente, seppur tardivamente, inaccettabili. Sono i comportamenti, l’ipocrisia, il fake. Per di più, non portano da nessuna parte se non a sconfitte elettorali. Vedremo quanto la Meloni che è a lungo stata piccola trumpiana saprà distanziarsi e ricostruirsi. Meglio per lei, per noi, per l’Europa (Leone vada avanti per la sua strada.

Pubblicato il 15 aprile 2026 su Domani

Non più invincibile. Dopo il referendum, quo vadis, Meloni? @DomaniGiornale

Aveva messo le mani avanti: non sono ricattabile. Detto fin dall’inizio della sua esperienza di governo, e ripetuto, con orgoglio, voleva essere un dato di fatto, ma anche un avvertimento. Comunque, non si erano intraviste manovre intese a ricattarla. Giorgia veleggiava di successo in successo, confortata e confermata sia da non poche vittorie elettorali sia dai sondaggi positivi per il suo governo e ancor più per le sue capacità personali e politiche di leadership. Sul piano internazionale, fra molte photo opportunities e sorrisi e baci, soprattutto, con il MAGAPresidente Trump, ma anche con i più diffidenti capi di governo dell’Unione Europea, ad eccezione di quell’invidioso di Emmanuel Macron, era addirittura un trionfo. Molto più che nemo propheta in patria. La sua già non contenuta autostima cresceva vieppiù. Sì, di tanto in tanto bisognava fare i conti con i richiami severi, ma felpati, del Presidente della Repubblica, con il quale quei conti sarebbero stati chiusi una volta approvato il premierato.

 Sì, c’era anche l’imprevedibilità degli strabordanti comportamenti del non amato, ma necessario e utile, inquilino in Chief della Casa Bianca. Stargli vicino era una faccenda di convenienza, ma anche di sincera convinzione. Serviva altresì a dimostrare autonomia dalle posizioni degli altri capi di governo europei, tranne il MAGhino Viktor Orbán, ma vuoi mettere l’importanza dell’Ungheria rispetto a quella dell’Italia!. Ma vuoi mettere le esternazioni imbarazzanti del Trump, ad esempio, sulla Riviera di Gaza e sulla Groenlandia, e le sue azioni deplorevoli e sanguinose, in Venezuela e contro l’Iran (con Cuba da soffocare senza fare troppo rumore). Né condannare né condonare, che fare?

Gli oppositori si facevano sgambetti reciproci con alcuni di loro sempre zelantemente pronti, copyright Ennio Flaiano, a correre in soccorso della vincitrice. E allora, mettiamo anche mano alla “riforma della Giustizia” da dedicare alla memoria di quel garantista liberale che fu Silvio Berlusconi. Nessun bisogno di aiuto da parte delle opposizioni in parlamento. Avanti tutta, forse fidandosi troppo (ah, il senno di poi) del Ministro Nordio (e della sua sbracata capo di gabinetto) fino alla richiesta/imposizione di un referendum nazional-popolare (“non sono ricattabile”) come ciliegiona su una torta di revisione costituzionale malfatta e controversa. Sentito, con qualche ritardo, per colpa non dei sondaggi, ma delle credenze e delle interpretazioni dei sondaggisti, il pericolo di un aumento progressivo (e progressista) dei NO, non restava che la oramai classica discesa in campo. Soltanto Giorgia con i suoi post sorridenti e suadenti (no, di stupratori e pedofili messi a scorrazzare in libertà non parlerò), con la sua auretta di invincibilità, poteva capovolgere il trend. Invece, apriti cielo, NO.

L’invincibilità termina il 23 marzo subito dopo le prime proiezioni. Non è che non si può cambiare la Costituzione. È che bisogna saperlo fare e farlo non contro qualcuno, non in chiave punitiva, ma con una prospettiva di diffuso miglioramento civile e politico. Da allora, scossa, la Presidente del Consiglio Giorgia MelonI entra meno sorridente in una seconda fase all’insegna della limitazione dei danni. Anzitutto, tardivamente “suggerendo” (non è il verbo che userebbe Daniela Santanchè) e ottenendo le dimissioni di un potente e sfrontato sottosegretario, ras del biellese, e della Ministra del turismo nel BelPaese, ma, non del Ministro Nordio, forse lasciandosi condizionare dalla paura del rimpasto, efficace strumento che i politici della cosiddetta Prima Repubblica maneggiavano con destrezza.

Esclude con qualche tormento le elezioni anticipate che impedirebbero il raggiungimento dell’agognato traguardo del governo di legislatura. Mette sul piatto una proposta di legge elettorale truffaldina congegnata non tanto per impedire un moltissimo improbabile pareggio, ma per rendere difficile la vittoria delle sinistre e per nominare i parlamentari. Rimane e lavora il tarlo della non invincibilità. Se il successo genera successo, come dicono gli inglesi, le sconfitte generano sconfitte? L’ardua sentenza alla politica, agli elettori.

Pubblicato il 1 aprile 2026 su Domani

Dietro le follie del tycoon non c’è nessun metodo @DomaniGiornale

Scriverebbe forse quell’uomo bianco anglosassone di nome William Shakespeare che “c’è del metodo nella follia” di Trump? Secondo i MAGA del nostro stivale, è colpa nostra, di politicizzati e sprovveduti, non capire che la riposta deve essere affermativa. Poi, però, i MAGhini, quel metodo non sanno individuarlo neanche con qualche approssimazione. Non “condannando” e non “condonando”, Giorgia Meloni ha sperato che un qualche metodo facesse la sua sperabile comparsa. La speranza si sta probabilmente affievolendo del tutto, mentre il metodo trumpiano fa la sua comparsa con fattezze alquanto sgradevoli: spartire le responsabilità oppure pagare il prezzo dello scriteriato intervento USA-Israele in Iran. Come molti fra i migliori analisti hanno subito notato e rimproverato al Presidente Trump (e ai suoi supini collaboratori), non era chiaro, ecco un elemento di sicura follia strategica, l’obiettivo perseguito. Si trattava di: distruggere le installazioni nucleari dell’Iran e le sue capacità belliche?  e/o decapitare la leadership degli ayatollah cominciando dalla Guida Suprema? e, di conseguenza, aprire la strada al famoso/famigerato regime change, per lo più, ancorché non del tutto correttamente, interpretato come transizione alla/esportazione della democrazia? “Limpido”, esplicito, non negoziabile l’obiettivo di Netanyahu: distruggere le capacità belliche dell’Iran e il regime stesso sapendo che la comparsa della democrazia è faccenda che debbono sbrigare le opposizioni.

Non avendo conseguito nessuno dei suoi obiettivi, adesso che la guerra si sta rivelando potenzialmente piuttosto lunga e sicuramente costosissima, Trump richiede imperiosamente l’appoggio di alcuni paesi orientali, Giappone, Primo Ministro una signora simpatizzante MAGA, e Corea del Sud, ma soprattutto della NATO. Questo appoggio dei paesi membri della NATO non può essere giustificato poiché nessuno di loro, tantomeno gli USA, sono stati attaccati, quindi non esiste nessun obbligo di aiuto reciproco unanime. La furia di Trump, comprensibile, ma non giustificabile, si abbatte su un’organizzazione caratterizzabile, con le parole di alcuni importanti ministri trumpiani, come parassitica. A loro volta, non furiosi, ma più compostamente preoccupati, quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea hanno respinto l’invito di Trump a togliere il petrolio dall’elenco dei prodotti russi sui quali gravano le sanzioni UE. Non è una sorpresa che gli amici di Putin, spesso ammiratori anche dei MAGA e invidiosi, si siano espressi favorevolmente. Comunque, le alternative al petrolio russo e al gas, fanno notare gli esperti, sono il petrolio e il gas made in USA oppure riaprire e mantenere funzionante lo stretto di Hormuz, naturalmente, provvedendo le forze indispensabili per le operazioni militari richieste. Le parole chiave, in questo, come negli altri casi, sono solidarietà e collaborazione.

Nessuna delle due parole figura nel lessico MAGA. Entrambe richiedono elaborazioni all’altezza della situazione attuale di disordine internazionale e di confusione sotto il cielo che, con buona pace del Presidente Mao, non si configura affatto come ottima. Al contrario, è pessima anche perché appare sostanzialmente priva di sbocchi positivi, di indicazioni di approdo relativamente sicuro potenzialmente duraturo.

In un modo o nell’altro, verso la conclusione del loro mandato, tutti i Presidenti USA si sono preoccupati della loro legacy. Quale eredità politica lasciava la loro Presidenza? Quale posto sarà loro assegnato nella Storia? Svanito, probabilmente, l’obiettivo di mettere il suo nome nel Pantheon dei Premi Nobel per la pace (ma non vorrei sottovalutare le follie dei membri del Comitato di Oslo), nient’affatto conseguito l’altro ambizioso obiettivo di “rendere l’America di nuovo Grande”, la sfida più allettante per Trump potrebbe essere la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Credo che il compito dell’Unione Europea, amici, pontieri, competitors, sia quello di non limitarsi alle critiche, ma di prendere l’iniziativa. Siate realisti tentate l’impossibile.    

Pubblicato il 18 marzo 2026 su Domani

State-building in Palestina, pace per la democrazia, e viceversa #ParadoXaforum

Nonostante molte critiche, più o meno fondate e saccenti, il Piano di Pace di Donald Trump ha posto, almeno finora, termine al conflitto Israele-Hamas e consentito lo scambio fra circa duemila detenuti palestinesi e 48 ostaggi israeliani vivi e morti. Poi, è certamente opportuno e doveroso porre nel mirino delle critiche quello che risalta, l’impianto affaristico della ricostruzione a Gaza, e quello che viene progettato, una fase di indefinita durata di un governo «tecnocratico e apolitico». Non entrerò nei dettagli, pure importantissimi, poiché voglio giungere all’elaborazione del punto che ritengo decisivo. Premetto che due elementi mi hanno colpito molto sfavorevolmente. Il primo è che nessuno dei quattro firmatari del documento: il presidente egiziano El-Sisi, il presidente turco Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad al-Thani e, per dirla tutta, neppure il Presidente americano Trump, è un «sincero democratico». Il secondo elemento è la sfilata ossequiosa dei leader a stringere, uno per uno, in poco splendida solitudine e distanziati, la mano di Trump con relativa foto di rito. Apprezzabile la ritrosia di Giorgia Meloni, visibile nelle sue espressioni facciali e nel suo body language. La celebrazione ostentata è andata fuori misura e pone gran parte dell’onere dell’attuazione degli accordi sulle spalle del Presidente USA.

Il problema cruciale dell’attuazione è che esiste una controparte, ma non l’altra. Anche se cambiasse, come è possibile, per scaramanzia non scrivo probabile, il primo ministro di Israele, ci saranno altri governanti a garantire che lo Stato di Israele manterrà fede agli impegni presi. Al momento, i palestinesi di Gaza sono privi non soltanto di qualsiasi rappresentanza politica, ma di voce in capitolo. L’Autorità Nazionale Palestinese, vecchia, screditata e da molti accusata di alto tasso di corruzione, non controlla il territorio e, soprattutto, non dispone di milizie armate in grado di controllare Hamas. Nel documento manca qualsiasi riferimento alla necessità che i palestinesi abbiano/si dotino/ottengano uno Stato (la cui «esistenza» è incredibilmente già riconosciuta da più di 150 Stati sui 190 facenti parte dell’ONU).

Proprio perché sono assolutamente consapevole delle enormi difficoltà dei processi di State-building, l’assenza nel documento di indicazioni e linee guida che vadano oltre il ricorso ad un comitato «tecnocratico e apolitico» (costruire uno Stato è un compito di enorme complessità e politicità), forse presieduto da Tony Blair, la cui fama mediorientale non è propriamente elevatissima, è decisamente grave.

Si è aperta una grande finestra di opportunità per uno Stato palestinese in grado di mantenere l’ordine politico e di sfruttare le ingenti risorse che affluiranno per la ricostruzione di Gaza e, perché no?, anche per il lancio su scala internazionale del turismo balneare sulla striscia. Infine, per chi crede con me, e con una significativa «striscia» di ricerche e di analisi, e come me che gli Stati democratici non si fanno la guerra fra di loro, uno Stato palestinese democratico sarebbe un attore decisivo per la pace duratura nel Medio-oriente. Mi fermo qui senza procedere a speculazioni, pure possibili e plausibili, sul perché i governanti autoritari degli altri sistemi politici medio-orientali non vedrebbero con favore, vero e sincero understatement, la nascita nei loro dintorni di uno Stato democratico. Avremo modo, temo presto, di tornarci.

Pubblicato il 15 ottobre 2025 su PARADOXAforum  

Le lezioni da imparare dalla sconfitta con il tycoon @DomaniGiornale

Quella che si è combattuta al Golf Club di Turnberry, Scozia, di proprietà personale del Presidente USA Donald Trump, è stata una battaglia importante, ma non campale e, meno che mai definitiva nella guerra dei dazi da Trump voluta. Quasi tutti i commentatori sostengono che Trump ha imposto una pesante sconfitta alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e di conseguenza all’Unione Europea e a tutti gli Stati membri compresa l’Ungheria dello stupidamente giubilante Viktor Orbán. Tutti i commentatori sollevano molti dubbi sull’effettiva praticabilità di alcune misure concordate, in particolare, l’obbligo di acquisto di energia e equipaggiamento militare USA per 750 miliardi di dollari e di investimento di 250miliardi sul mercato USA. Si preannunciano molte, inevitabili, costose e prolungate controversie fra USA e UE che potrebbero essere un serio danno collaterale di questa guerra.

   Nel frattempo, naturalmente, opportunamente e tristemente, tutti i produttori e investitori europei, grandi, medi e piccoli, stanno facendo il conto delle molto probabili perdite e ingegnandosi a trovare alternative e rimedi. Almeno in parte, con fantasia creativa, i migliori operatori economici ci riusciranno, ma ad una sconfitta, politica prima ancora che economica, dovranno essere le autorità politiche e istituzionali europee a dare una riposta potente e inequivocabile, elaborata congiuntamente e fermamente condivisa.

   Senza nessuna caccia alle streghe (sic), bisogna subito chiedersi se coloro che, come, Imperterritamente, Giorgia Meloni e la stessa von der Leyen, predicavano l’attesa e preannunciavano la ricerca di accordi con l’imprevedibile Trump, non abbiano gravemente indebolito la posizione negoziale dell’Unione e, quindi, non siano almeno in parte responsabili della pesantezza della sconfitta. Al proposito ricorrere al senno di poi è un’operazione che può essere molto fruttuosa. Peraltro, il senno di prima consigliava chiaramente di non presentarsi come appeasers alla Neville Chamberlain 1938, che traduco liberamente come calabrache e calabrachette.

   Andare a cercare, talvolta con insistenza, di comprendere le ragioni dei comportamenti irragionevoli di Trump non era un gesto generoso e potenzialmente utile. Al contrario, era, come ha scritto su queste pagine Nadia Urbinati, un segno penoso di vassallaggio, degenerazione di un tipo di sovranismo. Per di più questo vassallaggio suggeriva a Trump che, non credendo fino in fondo alle sue minacce, l’Unione Europea non stava dedicando abbastanza tempo e energie alla formulazione di contromisure da temere per qualità e per efficacia. L’imposizione di dazi più o meno pesanti aveva e mantiene come obiettivo trumpiano anche quello di dimostrare che l’Unione Europea non è (ancora) una grande potenza e comunque non sa e non riesce a comportarsi come tale. “Parassiti” (termine usato dal Vice-Presidente Vance) in materia di difesa militare, “profittatori”, secondo Trump, grazie alla libertà di commercio tutelata dagli USA, gli europei si meritano non una, ma molte lezioni. Probabilmente, sì, molte sono le lezioni da imparare mentre i dazi iniziano il loro accidentato e balordo percorso. La lezione politica più importante, però, la dovrebbero già conoscere tutti: l’Unione fa la forza. Jean Monnet e Altiero Spinelli l’hanno scritta e praticata in tutte le salse, senza tentennamenti. Fare i free riders (no, non i “portoghesi”) nell’Unione Europea indebolisce l’Unione senza dare molti vantaggi e premi a chi devia. La seconda lezione consegue. Bisogna porsi subito l’obiettivo di potenziare la leadership politica e istituzionale dell’Unione. Ursula von der Leyen deve essere la prima a interrogarsi sui suoi errori, su quelli della Commissione e sulle malaugurate prese di distanza di alcuni capi di governo europei. Governare la prima sconfitta e prepararsi alla battaglia prossima ventura richiede autocritica e visione. Von der Leyen 2.0 è sufficientemente attrezzata?

Pubblicato il 30 luglio 2025 su Domani

Teheran libera? solo se l’input verrà da dentro @DomaniGiornale

Che, insieme alle molte brutture, ferite, traumi e morti, la guerra possa aprire qualche finestra d’opportunità è noto a quasi tutti gli studiosi delle relazioni internazionali nonché i ai più colti e avveduti policy makers. Nel passato, certo, i famigerati neoconservatori intorno al Presidente George W. Bush (2000-2008) hanno esagerato nel credere all’abbondanza di opportunità che non sapevano cogliere e meno che mai coltivare. Oggi non è chiaro se intorno a Donald Trump, Commander in Chief, e lui stesso ci sia qualcuno che vede lucidamente che la sconfitta della Guida Suprema Alì Khamenei e la cacciata dal potere degli ayatollah significhino l’apertura di una enorme finestra di opportunità per cambiamenti profondi, rivolgimenti sostanziali.

   Per capirne di più e meglio bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco esiziale, nel quale sprofondarono i neocon di Bush e sembrano dibattersi troppi attori e commentatori. “Cambio di regime” non significa affatto che, affossata la teocrazia iraniana ne consegua senza colpo ferire l’avanzata trionfante di una democrazia. Il crollo del regime iraniano aprirebbe una benvenuta, ma del tutto indeterminata, transizione nella quale una pluralità di protagonisti: autorità militari, parte del clero, quel che rimarrà dei pasdaran, i movimenti delle donne, forse alcune elite di professionisti iraniani in una società schiacciata, ma non priva di vitalità, giocherebbero le loro carte dando vita a coalizioni composite. Ci sarà confusione e rimarranno tentazioni e comportamenti autoritari. Quello che appare improbabile, ma anche molto sconsigliabile, è una soluzione che venga da fuori, come prospetta il figlio dell’ultimo shah della dinastia Pahlavi. Quarantacinque anni di lontananza implicano che non ha basi né relazioni. Quando toccò a loro i meno famosi esuli iracheni, alcuni coccolati negli USA, mostrarono rapidamente la loro quasi assoluta irrilevanza. Fin d’ora meglio non illudersi e non operare per l’insediamento di un governo fantoccio a prevalenza di revenant.

Comunque, il problema da risolvere è la costruzione di un assetto che, certo per quanto non ancora democratico, sia in grado di garantire ordine politico, inteso come prevedibilità di comportamenti con riduzione al minimo di quelli oppressivi e repressivi. Sarebbe già una situazione positiva e promettente dalla quale, per esempio, a quasi quindici anni dal rovesciamento di Gheddafi, la Libia appare tuttora lontanissima. L’ordine politico è/dovrebbe essere l’obiettivo condiviso, non imposto, fatto valere senza eccessi, senza umiliazioni, senza mortificazioni degli sconfitti alle quali, però, Il Primo ministro israeliano non sembra volere rinunciare. Trump non si sa. Oggi sì, domani no, dopodomani sarà un altro giorno.

Oltre all’ordine politico interno all’Iran è indispensabile porsi l’obiettivo dell’ordine politico a Gaza che, ovviamente, non può essere affidato a Hamas, fermo restando che l’Autorità nazionale palestinese, che non ha finora dato buona prova delle sue capacità, deve imparare ad assumersi responsabilità vere e sostanziali. Al momento, è giusto nutrire dubbi. Nessuno di questi ordini politici, peraltro assolutamente auspicabili, fattibili e indispensabili è in grado di reggere se non viene accompagnato e sostenuto a livello superiore. Senza una visione sistemica conflitti, repressioni, oppressioni, comportamenti odiosi continueranno a ottenere risposte parziali e inadeguate. Ambiziosamente, i policy makers, non soltanto quelli volubili degli Usa, ma anche quelli degli Emirati del Golfo, dell’Arabia Saudita, finalmente dell’Unione Europea, e persino il turco Erdogan debbono impegnarsi a disegnare e coordinare una strategia che conduca anzitutto ad un ordine politico accettabile in e per tutto il Medio-Oriente. Allora apprezzeremo al meglio i frutti scaturiti dal regime change, che è giusto cercare di conseguirlo anche perché contiene generose ricompense.

Pubblicato il 25 giugno 2025 su Domani

Prepotente e incompetente il micidiale riformatore USA @DomaniGiornale

Con un misto di superficialità, improvvisazione e prepotenza, il Presidente USA ha annunciato che intende riformare il mondo. Applicherà una dottrina semplice, bella pronta, ready made: Rifare Grande l’America. Apparentemente, né lui né i suoi collaboratori, scelti prevalentemente con il criterio del tasso di adorazione nei suoi confronti, si sono interrogati sulle cause del più o meno significativo declino dell’America nei grosso modo vent’anni trascorsi. Da lui in parte interpretata e rappresentata, anche visceralmente, e in larga misura guidata, la reazione è stata diretta contro la cultura woke. In sintesi, woke compendia tutte le tendenze socio-culturali e di stili di vita espresse e in parte, in maniera molto/troppo acritica, accettate e lodate dai democratici e dall’influente, ma tutt’altro che egemone, establishment nel mondo dell’informazione, delle università d’élite, del cinema. A quei comportamenti, peraltro non ancora adeguatamente valutati né nei loro eccessi né nella loro spinta positiva verso una società DEI, ovvero caratterizzata da Diversità, Equità, Inclusione, Trump ha contrapposto un ritorno al passato. Il suo annuncio è sembrato molto rassicurante, con qualche punta di risentimento e di rivalsa, all’elettorato che, per ragioni di conoscenze e tipo di attività lavorative, si sentiva e considerava non solo sfidato, ma lasciato indietro, umiliato e abbandonato. Un’America più grande darebbe più prestigio anche a loro, li renderebbe patrioti orgogliosi.

Da tycoon per il quale i soldi sono la misura non soltanto della ricchezza, ma dell’abilità personale e del successo ottenuto, Trump si è buttato anzitutto sui dazi per recuperare la potenza economica USA. Poi ha cercato di dimostrare che lui è in grado di rimettere gli USA al centro dell’ordine (disordine) internazionale. I dazi si stanno rivelando, come tutta la teoria economica ha sempre sostenuto, un fallimento gigantesco, costoso, non recuperabile. Anche la risposta ai due gravi conflitti in corso, pur molto diversi fra loro: aggressione russa all’Ucraina; e prolungata e sproporzionata rappresaglia israeliana contro Hamas e i palestinesi, evidenzia una visione inadeguata e persino pericolosa di Trump sia sul mondo che c’è sia su quello che si potrebbe/dovrebbe costruire.

Soltanto un megalomane poteva pensare di costruire qualcosa di decente nel conflitto russo/ucraino umiliando il Presidente Zelensky e stabilendo un rapporto personale diretto con Putin riconoscendo all’autocrate russo un potere da tempo perduto e irrecuperabile. Non ne sarebbe, comunque, derivata nessuna pace “giusta e duratura”, niente di cui vantarsi. Caduta l’opzione non si intravede nessuna strategia trumpiana alternativa. Anche nel Medioriente Trump non può sbandierare nessun successo. La striscia di Gaza non è destinata a diventare una “riviera” esclusiva per superricchi e sceicchi, spaventati dalla prospettiva di dover accogliere la diaspora palestinese. Quel che, da molti punti di vista, è peggio è che Trump non ha la minima idea di come convincere/costringere Netanyahu a concludere le sue oramai intollerabili, nei tempi e nei modi, e ingiustificabili operazioni belliche.

Nessun nuovo ordine internazionale potrà minimamente emergere se Trump continua a credere che l’Unione Europea ha sfruttato la “sua” America e concorda con il suo vice Vance che gli europei sono dei parassiti. Incidentalmente, non saranno i singoli governanti europei che asseriscono di comprendere le motivazioni del Trump sovranista piuttosto imperialista (a riprova le sue dichiarazioni su Groenlandia e Canada) a moderarne le mire e le politiche, ma neppure a trarne qualche vantaggio in esclusiva. Le photo opportunities, chiedo scusa, opportunistiche, diventano spesso rapidamente sbiadite. Al contrario, resistere a Trump e non lesinare motivate critiche è patriotticamente doveroso, ma, soprattutto, è politicamente indispensabile per porre le premesse di una strategia diversa, costruita su ampi accordi, mirati e lungimiranti. Quello che vorremmo dai volenterosi.

Pubblicato il 14 maggio 2025 su Domani

Dalla Germania ottime notizie. L’Ue unita fa paura a Trump @DomaniGiornale

Troppo semplicistico sostenere che l’Unione Europea si trova fra due fuochi: uno, quello amico, che viene da un leader democraticamente eletto, Trump, che spara a casaccio; l’altro, sicuramente nemico, che viene da un autocrate repressivo e sanguinario, Putin, che ha una strategia di corto respira, ma chiara e pericolosa.  Poi, dentro i singoli Stati-membri dell’Unione Europea covano altri fuochini e fuocherelli, nazionalisti, sovranisti, xenofobi, che mirano ad indebolirla fino a disgregarla, con qualche recupero di sovranità nazionali, magari nella difficile forma di una Confederazione, comunque un passo indietro.

Liste, fronti, partiti che, esibendo obiettivi autoritari che discendono da un passato che non è mai passato, sfidano apertamente, come solo in contesti democratici è lecito e possibile fare, sono stati finora, con qualche eccezione, esclusi dalla partecipazione al governo. Brandmauer, firewall, cordone sanitario, ma non bisogna dimenticare l’italica conventio ad excludendum, sono le parole usate per giustificare il rifiuto che i partiti democratici oppongono a chi le regole e i valori democratici dichiara di volere sfidare e schiacciare. Secondo alcuni commentatori sarebbe un errore non dare spazio agli oppositori, non dei governi, ma della democrazia in quanto tale. Ho un qualche ricordo che l’addomesticamento attraverso l’accesso al governo dei fascisti e dei nazisti non funzionò, produsse disastri. D’altronde, le coalizioni di governo, come dimostrerà anche il prossimo cancelliere tedesco, non sono un banale affare di numeri, ma si formano con riferimento alla vicinanza politica, almeno sui valori, alle esperienze vissute, e alla compatibilità programmatica.

Nell’Unione Europea si entra soltanto se il sistema politico rispetta le regole democratiche e, requisito non disprezzabile, se il sistema giuridico non contiene, non consente e non applica la pena di morte. No, gli USA di Trump non potrebbero diventare il 28ottesimo Stati della UE, ma il Canada sì (e l’Ucraina anche). Certo, un regime duramente autoritario come la Russia e una repubblica presidenziale possono mostrare capacità decisionali, ovvero di prendere decisioni in tempi brevi, superiori a quella di una federazione di Stati, ma, come già emerge nel contesto trumpiano, l’applicazione e l’attuazione di decisioni frettolose, talvolta di dubbia legalità, sono difficili e controverse. Certamente e inevitabilmente più lenta, l’Unione Europea ha comunque finora dimostrato, quando era necessario, di saper ergersi all’altezza della sfida. Se necessario, la pratica democratica, che non ha nulla a che vedere con diktat imperiosi, imperiali, imperialisti, consentirà di aprire trattative con Putin e con Trump.

Molto, adesso, dipende dalla rapidità con cui il democristiano Merz, prossimo cancelliere tedesco riuscirà a rilanciare quell’accordo con la Francia, già cruciale nel passato, per il quale il non ancora troppo debole Presidente Macron è tanto inevitabilmente quanto convintamente disponibile. Con più ampio, più esteso e più approfondito coordinamento in una pluralità di settori, a cominciare dagli armamenti a proseguire con la tecnologia e l’industria, con il sistema di tassazione fino al completamento del mercato unico, per il quale le proposte di Mario Draghi e Enrico Letta hanno risposte decisive, l’Unione Europea ha grandi inesplorate opportunità. Non sarà nessuna autonominatasi pontiera, s’illudono i sostenitori di Giorgia Meloni, con gli USA di Trump e delle sue politiche commerciali, a fare sfruttare al meglio queste opportunità. Sovranismi, anche soft, nazionalismi, xenofobie sono tutti palle al piede di un’Unione che può correre e crescere. Una Unione più veloce è possibile grazie alle sue risorse e allo snellimento delle sue procedure democratiche. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 26 febbraio 2025 su Domani