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Trump ha messo in crisi il tanto lodato sistema istituzionale americano @domanigiornale

La Presidenza di Donald Trump ha rivelato alcuni seri inconvenienti nel molto lodato sistema politico istituzionale USA. Uno dei principi del federalismo, vale a dire che per vincere i candidati debbono ottenere la maggioranza dei voti nel Collegio Elettorale, fatto per impedire agli Stati grandi di avere un’influenza decisiva sull’esito, si è rivelato tremendamente significativo per gli Stati medio-piccoli. Molto più di George W. Bush, che ottenne mezzo milioni di voti meno del democratico Al Gore, il meccanismo del Collegio ha consentito a Trump di diventare presidente con tre milioni meno di voti di Hillary Clinton. Dunque, di essere tecnicamente un Presidente di minoranza. Grazie all’esistenza di una maggioranza repubblicana in Senato, il Presidente Trump ha praticamente travolto il principio liberale della separazione dei poteri. Il suo potere esecutivo condiziona in maniera sostanziale il potere legislativo a partire dal Senato e si è esteso alla Corte Suprema. Infatti, Trump ha sfruttato l’inusitata opportunità di nominare alla Corte addirittura tre nuovi giudici, tutti con un ineccepibile pedigree molto conservatore. Se sarà confermata la terza nominata, i repubblicani potranno contare su una maggioranza 6 a 3 per i prossimi trent’anni [i giudici sono nominati a vita]. I democratici hanno annunciato la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici e di conferire loro un mandato fisso di diciotto anni per garantire un ricambio fisiologico più frequente.

Due altri elementi molto preoccupanti hanno fatto la loro comparsa con la Presidenza Trump. Come notato quasi trent’anni fa dal sociologo-politologo spagnolo Juan Linz, nelle democrazie parlamentari i capi di governo inadeguati, che provocano danni, sono facilmente sostituibili. Nel presidenzialismo può succedere che l’alta carica venga conquistata da un outsider, e Trump sicuramente lo era, il quale, poi, potrà comportarsi in maniera irresponsabile poiché il suo mandato è fisso e rigido. Se si rivela incompetente, imbarazzante, nepotistico, corrotto, pericoloso, sarà comunque difficile persino per il suo partito sostituirlo tranne in caso di impeachment per violazione della Costituzione. In effetti, l’impeachment è stato tentato dai democratici contro Trump, ma i repubblicani hanno fatto muro. Soltanto negli ultimi quattro-cinque mesi un piccolo numero di repubblicani ha preso le distanze dal Presidente.

   Spesso gli studiosi e i politici criticano alcune democrazie perché non rispettano i diritti, eliminano i freni e i contrappesi, l’esecutivo travolge il Parlamento e manipola il potere giudiziario. Quelle democrazie vengono ritenute di qualità inferiore e definite “elettorali” poiché si vota anche se le elezioni non sono propriamente e del tutto libere e eque. Negli USA, non da oggi, i repubblicani negli Stati mettono in atto una vera e propria “soppressione del voto”. Ancora di recente la Corte Suprema si è rifiutata di esprimersi in materia di gerrymandering, cioè di ridisegno truffaldino dei collegi elettorali, lasciando la decisione alla politica (cioè al Congresso) e alle assemblee dei singoli Stati, trentacinque dei quali hanno maggioranze repubblicane. Queste maggioranze si sono attivate per rendere difficilissimo votare a partire dalla registrazione degli elettori a continuare con la riduzione degli orari in cui si può votare (di martedì) con l’allestimento di un numero limitato di seggi elettorali e così via. Da ultimo, il Presidente si è scagliato contro la possibilità di votare per posta, asserendo mai provate frodi elettorali dei Democratici e rifiutandosi di assegnare fondi a questo tipo di voto la cui richiesta in tempi di Covid è molto aumentata. Il Postmaster General, da lui nominato in quanto suo generoso finanziatore, ha frequentemente sostenuto che potrebbero esserci problemi di arrivo tempestivo delle schede spedite per posta (le stime parlano di un 40 per cento dei voti espressi, in alcuni Stati molti elettori hanno già espresso il loro voto) e di inevitabile lentezza dello scrutinio. Insomma, con grande scandalo, anche di alcuni politici italiani, potremmo non conoscere il nome del vincitore la sera stessa del voto. Last but not least, Trump si è rifiutato di dichiarare che accetterà il risultato e agevolerà la transizione.

   In definitiva, il presidenzialismo USA sta mostrando non pochi inconvenienti ai quali soltanto politici lungimiranti che trovino accordi significativi potrebbero porre rimedio. Purtroppo, per i cittadini USA, ma anche per noi, l’irresistibile scivolamento dei repubblicani su posizioni fortemente conservatrici ha dato vita a una democrazia maggioritaria polarizzata. Con tutti i rischi che ne conseguono. I Padri Costituenti stanno incrociando le dita.

Pubblicato il 20 ottobre 2020 su Domani

Le due anime dell’America #Presidenziali2020 @C_dellaCultura

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Trump ha già annunciato che tenterà comunque di mettere in questione l’esito del voto senza curarsi delle gravi conseguenze che il suo tentativo potrà avere per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti dei giudici nominati dai repubblicani a 4 consegnò la Presidenza a George Bush e non al democratico Al Gore. Quel voto cambiò la storia del mondo, a cominciare da quella dell’Iraq.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella politica della Repubblica presidenziale USA. Nei suoi quattro anni alla Casa Bianca Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici e di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui probabile conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice “The Federalist Society” che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati a fronte di coloro che rivendicano la necessità di tenere conto delle trasformazioni sociali, culturali, di sensibilità intervenute nei secoli.

   Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. Infatti, i giudici da lui nominati che hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48 non lasceranno certamente la loro carica. Potranno procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Sono entrambe tematiche importantissime sulle quali Coney Barrett è stata oltremodo elusiva nelle sue audizioni al Senato. Certamente, “i giudici di Trump” non si preoccuperanno in nessun modo di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. I mass media USA scrivono addirittura di voter suppression. Sono trucchi e talvolta veri e propri brogli che qualsiasi Commissione elettorale dichiarerebbe illegali.

Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi. Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici i quali sono del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Pertanto, la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha già reso pubblica l’intenzione di aumentare il numero dei giudici della Corte Suprema portandolo da 9 a 11. In questo modo, l’eventuale probabile presidente avrà la possibilità di nominare subito due giudici. I democratici vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni, Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e la loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in un legge approvata circa un secolo fa dal Congresso e che, quindi, dal Congresso può essere riformulata. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

In maniera che qualcuno considera esagerata, si diffonde l’idea che in questa elezione presidenziale sia in palio l’anima dell’America: Da una parte i suprematisti bianchi, i Proud Boys con le loro armi e le loro propensioni razziste, coloro per i quali la grandezza dell’America sta nel suo contrapporsi alla Cina e al resto del Mondo; dall’altra coloro che vogliono ridurre le diseguaglianze (che Trump definisce spregiativamente “socialisti”), che accettano e esaltano (forse fin troppo) il multiculturalismo e che spesso cadono negli eccessi del politically correct. Il paradosso di questa contrapposizione è che i suoi rappresentanti sono entrambi uomini bianchi ultrasettantenni della Costa Atlantica. Credo che Obama non si avventurerebbe a dire che “the best is yet to come”. Purché non arrivi dopo avere toccato il fondo.

Presidenziali USA: se non ci sarà un “fatto nuovo” (come fu l’inchiesta sulle email private di Hillary Clinton) Trump perderà le elezioni

Tutti i sondaggi lo danno per perdente, Trump, non solo in termini di voti. Nel 2016 ebbe tre milioni di meno di Hillary Clinton. Oggi è in netto svantaggio nel collegio dei Grandi Elettori. Opportunamente, i sondaggisti hanno individuato tre differenti scenari in caso di errori. Senza un evento devastante e imprevedibile, il Trump innervosito si avvia alla fuoruscita dalla Casa Bianca (sì, incrocio le dita).

USA: Verso elezioni cruciali anche perché si rinnoverà un terzo dei senatori

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Cercherà comunque di mettere in questione l’esito del voto con gravi conseguenze per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti a 4 consegnò la Presidenza a George Bush.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella Repubblica presidenziale USA. Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici nei suoi quattro anni alla Casa Bianca e, di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice The Federalist Society che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati.

Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. I giudici da lui nominati hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48. Possono procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Certamente, non si occuperanno di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi.

Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Fin d’ora hanno pensato e reso pubblica la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici portandolo a 11 di modo che potranno nominare due giudici. Vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni. Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in una legge approvata un secolo fa dal Congresso. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

Pubblicato AGL il 15 ottobre 2020

De America fabula narratur #Presidential2020

Nella più recente classifica dei Presidenti USA (Rottinghaus, Eady, and Vaughn, Presidential Greatness in a Polarized Era: Results from the Latest Presidential Greatness Survey, in “PS. Political Science & Politics”, vol. 53, July 2020, pp. 413-420) Donald Trump occupa l’ultima posizione con grande distacco dal penultimo. Eppure, nonostante il consistente vantaggio del candidato democratico Joe Biden registrato in tutti i sondaggi, anche negli Stati chiave, non è affatto sicuro che Trump sarà sconfitto il 3 novembre. Non è neppure sicuro che il 3 novembre conosceremo il nome del vincitore.

Nel frattempo a Trump si è presentata la grande occasione, per quel che so più unica che rara, di nominare un altro giudice alla Corte Suprema. Sarebbe il terzo che gli consentirebbe di lasciare un’eredità duratura. Ne ha subito approfittato scegliendo una donna relativamente giovane (48 anni), apertamente antiabortista, ruvidamente conservatrice. Poiché i giudici mantengono la carica a vita, per almeno trent’anni e più, la Corte Suprema avrà una solida maggioranza di giudici molto conservatori, alcuni reazionari, che, con le loro sentenze, incideranno non soltanto sulla società, per esempio, consentendo l’abolizione dell’Obamacare e rendendo quasi impossibili le interruzioni di gravidanza, ma anche sulla politica, per esempio, non intervenendo sui vari sotterfugi usati per “sopprimere il voto” (voter suppression). Non mi riferisco esclusivamente alla pratica, troppo spesso condonata, del gerrymandering (tracciare/disegnare i collegi elettorale per favorire/sfavorire determinati candidati), ma alle numerose modalità che riescono a rendere difficilissimo al limite dell’impossibile lo stesso esercizio del diritto di voto a cominciare dalla indispensabile registrazione nelle liste elettorali.

Nel frattempo, in almeno quattro stati USA gli elettori hanno già la possibilità di votare e lo stanno facendo per una pluralità di ragioni, compresa ovviamente quella di evitare eventuali assembramenti ai seggi ai tempi del Covid (che ha colpito duramente gli Stati Uniti). In altri stati si annuncia un massiccio ricorso al voto postale che Trump ha deciso di contrastare in tre modi: 1. dichiarando che si presta a frodi ordite dai democratici; 2. chiedendo che venga concesso soltanto a chi dimostra di non essere in condizioni fisiche che gli/le consentano di andare al seggio (negli Stati governati dai repubblicani il numero di seggi è stato considerevolmente ridotto: taglio non proprio “lineare”); 3. negando i fondi allo US Postal Service al cui vertice qualche tempo fa nominò un suo ricco finanziatore. Naturalmente, va subito sottolineato che, da un lato, in caso di ricorsi le eventuali frodi potrebbero giungere alla Corte Suprema, dall’altro, che addirittura l’esito complessivo del voto e quindi l’elezione del Presidente finirebbero proprio nelle mani della Corte come avvenne nel 2000 quando i cinque giudici nominati dai Repubblicani decisero che il repubblicano George W. Bush aveva sconfitto il democratico Al Gore a favore del quale si erano schierati i quattro giudici nominati dai democratici.

Tutti i mass media USA riportano quotidianamente non soltanto i dati dei sondaggi, ma i molti episodi che riguardano ostacoli frapposti agli elettori. Non mi spingo fino a dire che negli USA è in corso una crisi costituzionale e istituzionale senza precedenti. Prendo atto della acuta preoccupazione di molti commentatori, la maggioranza dei quali sono, comprensibilmente, democratici. Segnalo, però, che, da un lato la separazione dei poteri scricchiola e vacilla. Il Presidente repubblicano può imporre alla sua maggioranza di senatori repubblicani di confermare la donna giudice da lui prescelta portando ad una granitica maggioranza nelle sede più alta e decisiva del potere giudiziario. Dall’altro, prendo atto che persino il fondamento della democrazia, le elezioni, rischiano di non essere free and fair, ma di venire manipolate, sovvertite. Sullo sfondo stanno le proteste dei partecipanti al movimento “Black Lives Matter” contro il razzismo strisciante e il suprematismo bianco. Nessuno stupore che gli USA occupino il 23esimo posto nella classifica di Freedom House.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su PARADOXAforum

Le gambe corte dei sovranisti dello stivale @EURACTIVItalia

Il sovranismo è poca dottrina e molta pratica deludente. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sostengono che l’Italia ha colpevolmente ceduto parte della sua sovranità oppure che, altrettanto colpevolmente, se n’è fatta espropriare dai burocrati e dagli eurocrati di Bruxelles. Su queste affermazioni senza fondamento hanno conquistato voti, ma non sono in grado di elaborare una dottrina. “Prima gli italiani” è affermazione vaga e propagandistica. Contiene di tutto un po’ tranne che un progetto. Nella pratica va subito a cozzare con “Prima gli Ungheresi”, “Prima i Polacchi” e, naturalmente, “America, first”. Però, l’America è lontana, molto più lontana della Russia di Putin, amico e, forse, in qualche modo, finanziatore della Lega. Invece, ungheresi e polacchi, i “veri” finlandesi, i “democratici” svedesi, i “fortunosi” olandesi e via via tutti i sovranpopulisti dell’Europa contemporanea non sono amici. Inevitabilmente, costitutivamente, i sovranisti non possono trovare alleati a livello sovranazionale se non in chiave negativa: contro, per l’appunto, coloro che perseguono politiche di coordinamento e collaborazione che tentano di combinare interessi e preferenze, valori e obiettivi in partenza “nazionalmente” diversi.

Salvini e Meloni queste modalità di accordi con le loro controparti sovraniste non le hanno trovate, e non soltanto per loro personale incapacità. Con la sua Forza Italia, Berlusconi si era trovato regolarmente in contrasto con i Popolari Europei, del cui gruppo nel Parlamento europeo pure faceva parte (grazie ai suoi molti “numeri”, ma mi concedo di non essere più preciso…). Nei suoi non luminosissimi anni di governo, Berlusconi si era spessissimo trovato in contrasto con la Commissione Europea, in chiara minoranza nel Consiglio Europeo, critico delle scelte che venivano fatte fino ad attribuire la sua fuoruscita dal governo nel 2011 ad un complotto metà “europeo” metà ordito dal Presidente francese Nicholas Sarkozy e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Da qualche tempo, non saprei con quale credibilità, Berlusconi sembra essere diventato l’anima europeista del centro-destra italiano. In una certa misura questa (ri)conversione è dovuta ad Antonio Tajani. Infatti, come potrebbe l’ex-Presidente del Parlamento europeo manifestare atteggiamenti anti-europeisti? Con quale coerenza politica e personale potrebbe schierarsi contro scelte e politiche che i Popolari europei (a cominciare dalla democristiana Ursula von der Leyen) formulano, appoggiano e approvano, contribuiscono ad attuare? Berlusconi deve anche avere pensato che con la sua posizione di europeista può attirare voti di elettori italiani conservatori, ma non anti-europei. Anche a Forza Italia manca, però, una qualsiasi elaborazione culturale relativa all’Europa che vogliono.

Ciò detto, è la dura lezione dei fatti che si è abbattuta, attraverso il Coronavirus, sulla Lega e su Fratelli d’Italia nonché, naturalmente e giustamente, anche sugli altri sovranisti del continente. Da solo, nessun paese si risolleverà facilmente, meno che mai, anche perché più pesantemente colpita, l’Italia. Salvini e Meloni hanno un bel dire che l’Unione Europea deve fare di più, dare di più, impegnarsi di più, ma il fatto rimane che l’Unione Europea sta facendo qualcosa che nessuno Stato-membro riuscirebbe a fare da solo. Sta concedendo fondi non nella disponibilità di qualsiasi singolo Stato. Sta proiettandosi anche nel futuro con impegni che nessun sovranista può assumere e il cui adempimento non sarebbe comunque in grado di garantire. In ultima istanza, il sovranismo è “bellum omnium contra omnes” sul campo di battaglia europeo (e poi, Trump volendo, mondiale: distruzione di quel che rimaneva dell’ordine internazionale liberale). L’Unione Europea è condivisione, collaborazione, trasformazione. Allora, i sovranisti del nostro stivale debbono alzare la voce per coprire il silenzio delle loro non-proposte e le loro contraddizioni. Continueranno a farlo fino all’afonia.

Pubblicato il 4 giugno 2020 su euractiv.it

Coronavirus en el mundo Gianfranco Pasquino. No culpes a la globalización (de propagar la peste) @clarincom

Encerrado en su casa, el notable politólogo analiza la geopolítica del virus que azota Italia, se desparrama por Estados Unidos y está en nuestro país. El sistema global no es el culpable directo, sostiene el profesor.

La globalización no es la causa del coronavirus. En el peor de los casos, la globalización puede ser considerada un factor facilitador en la propagación del virus. A la espera de una respuesta satisfactoria por parte de los académicos, la responsabilidad de la aparición del virus recae en un conjunto de elementos que denomino “condiciones de vida, de trabajo y del medio ambiente”. Aunque el coronavirus no pueda ser definido, como lo hace brutalmente el presidente Trump, como el “virus chino”, tampoco se puede negar que en muchos lugares de China hay condiciones demasiado favorables para la aparición de enfermedades epidémicas. Quizás nunca lo sabremos, y esto ya es un gran inconveniente, pero la existencia del virus parece haber sido reportada al menos un mes antes de que las autoridades políticas chinas lo dieran a conocer. La información fue suprimida, el fenómeno negado. Esto es lo que hacen, lo que pueden hacer, los regímenes totalitarios. Ya hace décadas que el economista indio Amartya Sen señaló que donde no hay libertad de información, la respuesta –ante ante una hambruna, por ejemplo–, es más difícil, fragmentada, lenta y sobre todo evita que se tomen las medidas adecuadas. El resto, por supuesto, tiene que ver con la calidad del liderazgo político, con su credibilidad, la disposición a aceptar las recomendaciones de los expertos, en este caso, médicos e investigadores, e implementarlas. ¿Podría argumentarse, entonces, que en la fase de implementación el poder totalitario es más efectivo que el poder democrático para resolver la crisis? Puede ser. En China el virus ha sido prácticamente derrotado, como afirman las autoridades, pero nadie puede asegurarlo ni verificar la información de las autoridades. Nadie tiene los números necesarios para evaluar cuáles han sido los costos en vidas humanas de las dramáticas demoras iniciales, y los absolutos. Hoy China trata de recuperar credibilidad al otorgar una enorme ayuda a Italia, que, al menos en Occidente, es el país más afectado.

Gianfranco Pasquino en Buenos Aires, 27 de septiembre de 2019. Foto: Juano Tesone

¿Por qué exactamente Italia? La respuesta más simple gira en torno a dos elementos. En primer lugar Italia tiene relaciones intensas con China, especialmente económicas. En segundo lugar, los portadores del virus que se contagiaron en China regresaron a zonas altamente pobladas y económicamente avanzadas de Italia (Lombardía sobre todo, luego Véneto y Emilia-Romaña), por lo que la propagación y el contagio se ha desarrollado muy rápidamente. Las autoridades políticas regionales y nacionales respondieron en la medida de lo posible y conocible. No hay evidencia de que hayan minimizado el peligro ni de que hayan suprimido la información que, en verdad, ha circulado ampliamente y libremente (en todo caso, las críticas deben dirigirse a los periódicos y periodistas de derecha que negaron la emergencia), y nunca han caído en exceso del alarmismo. Sin embargo, empezando por las fluctuaciones y manipulaciones reprobables de Trump y la subestimación cínica del primer ministro Boris Johnson –comportamientos criticados por los medios masivos–, la respuesta de las autoridades ha sido sin duda inadecuada. También se habló de inadecuación en la respuesta de la Unión Europea. La acusación contiene solo una parte de verdad. Desde lo económico, la UE está interviniendo para apoyar a los países afectados por el coronavirus, incluso anticipando cambios importantes en lo que concierne a toda su política económica. Por otro lado, los poderes en materia sanitaria no están en manos de la Comisión Europea, sino de los Estados miembro que, tal vez, aprenderán para el futuro, pero que ahora son responsables de no haber elaborado una respuesta compartida.

Nuevamente el problema de quién decide y cómo. La lección es: una autoridad política supranacional responde más efectivamente frente a una pandemia. Y es correcto preguntarnos sobre la democracia, hoy y mañana. Hasta ahora, los jefes de gobierno, con mayor o menor celeridad, han tomado sus decisiones sin ser “obstaculizados” por sus respectivos parlamentos y ni siquiera por las oposiciones, ninguna de las cuales ha podido ofrecer soluciones técnicas y políticas diferentes y potencialmente mejores que las de sus respectivos gobiernos. Noté una gran disponibilidad y receptividad de los gobiernos a las opiniones de técnicos, expertos y científicos. Sin embargo, no creo que haya surgido el riesgo de un futuro gobierno de tecnócratas. Me preocupan, en cambio, algunas medidas tomadas por los gobiernos, en particular las relacionadas con la restricción de la libertad personal: la invitación a quedarse en casa y las sanciones para quienes no cumplan esta invitación sin razones válidas. Aprenderemos, tal vez, y no solo por lo que concierne a la salud, que la libertad de cada uno de nosotros encuentra, o más bien debe encontrar (y aceptar) como límite insuperable el de la libertad y la salud de los demás. ¿Aprenderemos también que en emergencias, pero quizás en muchas otras circunstancias, la confianza interpersonal es un recurso crucial para la democracia y para una vida mejor?

Después del coronavirus no vamos a ser necesariamente mejores que ahora, si no aprendemos otra lección clara: todos estamos en el mismo barco de la globalización y nuestra vida depende, en un sentido amplio, de la calidad del medio ambiente y las modalidades (debería decir modalidades capitalistas, pero no quiero excluir a China, régimen totalitario de capitalismo de estado) del desarrollo. Al golpear a todos indiscriminadamente, una pandemia también puede reducir las desigualdades, como argumentó Walter Scheidel en un gran libro: El gran nivelador. La violencia y la historia de la desigualdad desde la era de Piedra hasta el siglo XXI. Si este es el caso, no sé en qué medida la satisfacción del resultado nos hará olvidar el dolor del precio que pagamos.

27/03/2020 Clarín.com  Revista Ñ  Ideas

Traducción: Andrés Kusminsky. ©Gianfranco Pasquino, autor del libro Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política (2019), próximamente traducido por Eudeba.

Dopo, non basterà l’autorevolezza di un uomo solo

Ad una gravissima emergenza spesso la risposta politica consiste nella richiesta e nell’imposizione di comportamenti consoni: disciplina, sobrietà, altruismo. Consiste anche nell’accentramento del potere decisionale in poche mani, addirittura una sola. La visibilità e il potere si accompagnano alla responsabilità. In democrazia chi ha acquisito il potere di decidere verrà chiamato a rispondere delle decisioni da lui prese. Può succedere anche in regimi non-democratici che ai decisori venga chiesto conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. Non credo che Xi Jinping possa stare del tutto tranquillo. È sperabile che le indecisioni e qualche smargiassata di Donald Trump e Boris Johnson finiscano per pesare sul loro consenso politico.

Un’emergenza di lunga durata accompagnata dalla costante presenza di un solo decisore politico che, per carità di patria, non viene sottoposto a nessun controllo parlamentare e di un’opinione pubblica dispersa, potrebbe costituire un pericolo per la democrazia? Cittadini-elettori abituati al fatidico “uomo solo al comando” potrebbero affidarvisi anche una volta che l’emergenza sia terminata, soprattutto se grazie alle decisioni prese da quell’uomo? Non esistono situazioni comparabili a quanto succede oggi se non, oserei affermare, la rielezione (con procedure assolutamente democratiche) di Franklin D. Roosevelt in tempo di guerra, mentre Churchill, che pure aveva guidato la Gran Bretagna a una vittoria clamorosa, perse le prime elezioni di pace.

Non è, comunque, della caduta della democrazia che stiamo parlando come conseguenza dell’accentramento del potere e dell’accresciuta visibilità del governante. Piuttosto pare giusto interrogarsi se l’opinione pubblica, una volta superata l’emergenza nel silenzio della politica, dei leader di partito, dei rappresentanti, del Parlamento, non diventi disponibile a credere che, per l’appunto, leader di partito, rappresentanti e Parlamento siano non solo inadeguati, ma anche inutili, se non addirittura controproducenti. Un uomo al vertice, non ostacolato da oppositori motivati dalla ricerca di vantaggi per i propri partiti e le proprie personali carriere, non rallentato da dibattiti parlamentari roboanti ma non apportatori di elementi concreti, non ingabbiato da lacci e lacciuoli burocratici, non obbligato a tenere conto di mass media spesso malamente politicizzati, farebbe funzionare il sistema politico meglio delle modalità democratiche finora esperite? Corrono alcune democrazie questo rischio? Lo corre la democrazia italiana?

Fino ad ora non è in questione la probabilità di scomparsa della democrazia. La preoccupazione, soprattutto in un regime democratico mai particolarmente brillante nel dibattito pubblico di idee e proposte, raramente capace di informare l’opinione pubblica e di valorizzare i pareri divergenti, riguarda proprio l’erosione degli spazi, la limitazione delle alternative, la propensione a seguire e accettare poche voci. Ipse dixit. Terminata l’emergenza e sconfitto il coronavirus ci saranno molte scelte difficili da fare. Si dovrà stilare una scala di priorità. Risorse scarse dovranno essere motivatamente assegnate a attività da privilegiare. Non basterà l’autorevolezza di un uomo solo. Soltanto una società che abbia mantenuto l’attenzione alle regole, alle procedure, alla necessità di un confronto potrà agire in maniera soddisfacentemente democratica. Meglio riflettervi già adesso.

Pubblicato il 18 marzo 2020 su huffingtonpost.it

 

Dalla parte di Nancy Pelosi @SpeakerPelosi #USA2020

Sto dalla parte di Nancy Pelosi, e così spero anche voi. La speaker della Camera ha stracciato la copia cartacea del discorso del Presidente USA perché, nelle sue parole, Trump aveva stracciato la verità. Ben detto ben fatto. Il resto dovranno farlo le primarie dei Democratici scegliendo un candidato/a, ahiloro, in grado di rappresentare, oltre l’ampio arco delle minoranze di tutti i colori, anche una parte di quegli uomini bianchi, senza istruzione universitaria, che si sentono culturalmente minacciati. Non facile.

Coerenza, vo cercando ch’è sì cara…

Dove sta la linea divisoria fra coerenza e opportunismo? Ho sempre pensato che i due grandi paesi anglosassoni, capostipiti, rispettivamente delle Repubbliche presidenziali e delle democrazie parlamentari, offrissero gli esempi migliori della coerenza in politica, di politici coerenti che maturano una posizione, la mantengono nelle avversità, ne accettano la totale responsabilità. Di recente, ho visto queste qualità in Robert Kennedy e in John McCain, ma anche, pur ritenendo le sue politiche sbagliate, in Margaret Thatcher (troppo facile citare Winston Churchill). Poi, brutto segno dei tempi, sulla scena politica USA ha fatto irruzione Donald Trump e, più di recente, sulla scena londinese si è affermato Boris Johnson. Entrambi esemplari di opportunismo, che non definirò mai “puro”, per i quali l’unica coerenza è la ricerca del potere, la soddisfazione del narcisismo, lo sberleffo.

La politica, l’ho imparato da tempo, è l’arte di costruire le condizioni del possibile, pongo l’enfasi sul verbo costruire, quindi di afferrare le opportunità, di utilizzarle, piegarle, indirizzarle. Chi si chiama fuori è perduto. Chi è senza una bussola di valori ondeggia, oscilla, diventa preda di altri. C’è un solo modo, weberiano, di chiamarsi fuori rimanendo coerenti: accettare la sconfitta e ricominciare da capo. Senza sostenere di avere comunque avuto ragione e che i tempi non erano maturi. Sono sempre stato in disaccordo con l’affermazione che si meritano la sconfitta coloro che hanno ragione in anticipo sui tempi, troppo presto sostengono gli opportunisti. Non ritengo affatto geniali i comportamenti di coloro che contraddicono platealmente quanto hanno affermato poco tempo prima senza neppure curarsi di offrire una spiegazione. Neppure l’affermazione che solo le persone stupide non adattano i loro comportamenti alle mutate situazioni mi ha mai convinto pienamente. Certo, cambiare i comportamenti è possibile e spesso auspicabile, ma lo si deve fare riconoscendo gli errori insiti nei comportamenti precedenti, magari chiarendo le motivazioni dei comportamenti sbagliati e quelle dei nuovi comportamenti.

Non sono in grado di valutare le ragioni (non può essere quella da lui addotta “sterilizzare l’aumento dell’IVA”, sarebbe banale e preoccupante per povertà di visione) che hanno spinto Matteo Renzi a chiedere quel governo con le Cinque Stelle che lui aveva fermamente rigettato dopo la sua pesante sconfitta elettorale del marzo 2018. Qui, non scenderò in nessun particolare poiché in quanto a coerenza anche il gruppo dirigente delle Cinque Stelle ha molto su cui riflettere. Invece, il Presidente del Consiglio Conte, attraverso errori e ripensamenti e soprattutto apprendimenti accelerati, sembra essere riuscito a capire e a fare capire come sono maturate le sue posizioni che ne giustificano la permanenza a Palazzo Chigi seppure con una compagine governativa molto diversa, oppure proprio per questo.

Adesso, il discorso sulla coerenza si sposta sulle politiche del governo e soprattutto sui rapporti con l’Unione Europea. Coerenza è mantenere gli impegni presi dall’Italia, molti dei quali si trovano nei Trattati, in particolare in quello di Lisbona. Coerenza è credibilità delle posizioni che i Ministri italiani prenderanno e delle responsabilità che si assumeranno. Coerenza, infine, è spiegare agli italiani che il problema non è riacquisire quella sovranità che condividiamo con gli altri stati-membri dell’Unione, ma procedere e approfondire affinché diventi presto possibile sentirsi e essere al tempo stesso concretamente italiani e europei-europei perché italiani. Allora coerenza è insegnare l’educazione civica in chiave di patriottismo europeo e praticarla nella speranza che gli operatori dei massa media sappiano (e vogliano) “narrarla” senza stravolgimenti. Amen.

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