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 Parlamento e governo per me pari non sono @DomaniGiornale

Trarre un’interpretazione generale che illumini la stato della politica italiana da un solo dibattito è, ne sono perfettamente consapevole, un’operazione azzardata e rischiosa. Tuttavia, se il dibattito di ieri in Senato viene collocato nella prospettiva giusta: quel che lo aveva preceduto e come si è concluso, allora qualcosa, forse molto, di utile si può dire. Il prima è rappresentato dalle tensioni nel Movimento 5 Stelle, che forse sfoceranno nella Costituzione di un altro gruppo parlamentare a sostegno del Ministro Di Maio. Sarà anche il caso di fare due conti e smettere di chiamare partito di maggioranza relativa quel che resta dei Cinque Stelle. L’altro elemento del prima, da non dimenticare mai, è che il governo si muove in base ad una risoluzione approvata all’inizio di marzo avente validità fino alla fine di dicembre. Qualcuno fra i “comunicatori” non riesce mai a resistere e bolla tensioni e conflitti, differenze d’opinione e prese di distanza, come “teatrino della politica”. Già, la politica è anche un teatrino, non soltanto in Italia, però, altrove, non dappertutto, con attori meno vanesi dei politici italiani attuali. Dal canto loro, i cittadini non sono soltanto spettatori che guardano poiché agiscono con il voto e il non-voto. Ecco, a troppi parlamentari in carica e a qualche leader extraparlamentare manca la consapevolezza che il giudizio degli elettori è spesso a tutto tondo. Il dopo è rappresentato dall’incidenza che il dibattito, non brillantissimo, e la risoluzione conclusiva hanno sulla libertà d’azione del Presidente del Consiglio.

   Dimostrando di avere imparato moltissimo e che, quindi, i suoi tanti anni parlamentari sono stati messi a buon frutto, il Senatore Pierferdinando Casini ha proposto la stesura più efficace della risoluzione: “Sentite le comunicazioni del Presidente del Consiglio, il Senato approva”. In quanto detto in maniera precisa e sintetica da Draghi c’è tutto il necessario per conoscere come l’Italia si muove nell’Unione Europea anche per giungere ad una soluzione positiva per l’Ucraina. Nell’approvazione del Senato poteva/può stare anche la discrezionalità governativa necessaria per fare fronte a insorgenze e emergenze senza dovere ricorrere a convocazioni frequenti e frettolose. Nella sua acquisita saggezza Casini ha fatto notare che i leader autoritari godono di un vantaggio nella possibilità di prendere decisioni in maniera rapida senza obbligo di consultazioni e di assunzione di responsabilità (in un dibattito accademico farei notare che questa rapidità solitaria è spesso costosa in termini di informazioni disponibili e impatto di decisioni sbagliate). Lungi da me, peraltro, pensare che il governo in una democrazia parlamentare debba sentirsi “commissariato” solo perché è chiamato a rispondere dal Parlamento/in Parlamento di quello che ha fatto, non fatto, fatto male e intende fare. Evitando gli eccessi dovuti alla incultura istituzionale e politica di troppi parlamentari il confronto Parlamento/governo è il sale delle democrazie parlamentari (il question time del Parlamento di Westminster può essere entusiasmante). Quasi altrettanto lungi da me credere che di per sé il Parlamento sia automaticamente in grado di contribuire al buongoverno se e quando, come non solo in questa legislatura, capita che leader ambiziosi e gruppi di sbandati vogliano accarezzare il loro ego e risolvere i loro problemi con esibizioni da tornei di retorica. Allora, virtus non stat in medio, ma nelle mani e nella mente del capo del governo.

Pubblicato il 21 giugno 2022 su Domani

Pasquino: «I partiti? Oggi sono ininfluenti, per fortuna che c’è l’Europa» #intervista @Avantionline

Intervista raccolta da  Giada Fazzalari

Nella storia della Repubblica raramente i partiti sono stati così ininfluenti come in questa stagione e dunque se il sistema-Paese regge, buona parte del merito va ascritto all’Europa. In questa intervista all’”Avanti! della domenica” Gianfranco Pasquino, uno dei grandi maestri della scienza politica del secondo dopoguerra, tratteggia un affresco dell’Italia politica, attardata in una transizione che sembra non voler finire. Classe 1942, torinese, allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna, ha vissuto una vita “tra scienza e politica”, come recita il libro autobiografico appena pubblicato, dove trapelano l’arguzia, l’intelligenza affilata e un tratto deciso: la libertà integrale dell’intellettuale di razza.

Qual è lo stato di salute della politica e dei partiti in Italia?

La politica è qualcosa che si svolge, come diceva Aristotele, nella Polis e ci riguarda tutti, non possiamo chiamarci fuori. Se la politica non gode di uno stato di salute buono, vuol dire che i cittadini non sono inclini a occuparsene e fanno male, perché se i cittadini non si occupano di politica, i politici non si occuperanno di loro e dunque non risolveranno nessuno dei problemi collettivi che incidono sulla qualità della loro vita. I partiti italiani stanno malino. Di solito i politici pensano sia così anche altrove ma non è vero, perché altrove ci sono partiti organizzati, strutture vere e modalità di scelta dei leader e dei candidati che funzionano. Quello che non va bene in questo paese sono esattamente i partiti come strutture che organizzano il consenso e fanno partecipare i cittadini alla vita pubblica.

A proposito di partecipazione: si avvicina il momento in cui i cittadini torneranno a dire la loro. Questa legge elettorale ha dato buona prova di sé? molti a sinistra auspicano un ritorno al sistema proporzionale…

Questa è una pessima legge elettorale, perché i partiti l’hanno concepita perseguendo il loro interesse specifico. Quello che qualcuno chiama governabilità, per i partiti è riuscire a vincere le elezioni e rimanere al potere il più a lungo possibile. La legge Calderoli ha consentito comunque la caduta del governo Berlusconi nel 2011 e la legge Rosato ha permesso tre cambi di governo: non è esattamente indice di stabilità, che è la premessa della governabilità. Come si fa a governare bene se non si hanno dei governi stabili? Le leggi maggioritarie possono funzionare bene, come la legge Mattarella. Esistono inoltre diversi sistemi proporzionali: quello che conta è la rappresentanza che non è mai solo un affare di numeri, ma di capacità dei rappresentanti. A mio modo di vedere il criterio per valutare una buona legge elettorale è quanto potere hanno gli elettori nella scelta dei rappresentanti. Fino ad adesso non ho sentito parlare di questo. Due buone leggi elettorali attualmente utilizzate in Europa sono quella francese, con il doppio turno di collegio, con una soglia di passaggio dal primo al secondo turno e il sistema elettorale tedesco ma come è in Germania. Noi abbiamo fatto molto male cercando di essere originali e potremmo fare molto meglio importando sistemi che funzionano.

Sembra che il Pd stia riconquistando una certa centralità politica. Come vede il futuro del centro-sinistra? Con o senza M5S?

Letta ha stabilizzato una situazione. Non vedo un’avanzata travolgente del Pd e con il 20-22% si può essere centrali in uno schieramento politico ma poi bisogna trovare gli alleati adeguati, leali, competenti. Useremmo questi tre aggettivi per il M5S? certamente no. Eppure è un alleato necessario. Primo perché probabilmente loro stessi non sanno dove andare e poi perché senza quel 15% non si può fare nessun campo largo. Quindi buona fortuna a Letta, perché non vedo altri pezzi di sinistra, alcuni tra questi sono cespugli.

I socialisti portano in dote una grande storia e grandi valori…

Sono assolutamente d’accordo: la cultura politica socialista è stata una cultura importante e ancora oggi si ritrova in alcuni esponenti, però temo che non ci sia sufficiente convinzione nei portatori passati della cultura socialista. Bisogna riprendere la materia culturale senza troppe recriminazioni sul passato ma guardando avanti, guardando all’Europa e ai partiti socialdemocratici. Quindi lo spazio c’è e deve essere colmato con un po’ di innovazione. Lo dico così: bisogna ripensare il socialismo, guardando al futuro e con un progetto. Ricostruire una cultura socialista nel Paese è un’operazione ambiziosa che si può fare, che poi era il tentativo fatto da Gigi Covatta. La cultura socialista è esistente, le altre si sono dissolte.

I referendum sulla giustizia saranno risolutivi sulle questioni sollevate o serve una riforma di sistema in Parlamento?

Il problema della giustizia è un tema anche di reclutamento, preparazione e di criteri di promozione dei magistrati. Inoltre, più di qualsiasi altra attività che si svolge in un sistema politico, la magistratura ha bisogno di persone che abbiano un senso etico, che sappiano che le loro decisioni incidono sulla vita delle persone e complessivamente sul benessere del sistema politico. Su uno dei quesiti sono d’accordo e sarei disposto a votare sì: bisogna assolutamente cambiare il sistema elettorale del CSM e renderlo tale che non possa essere manipolato dalle correnti della magistratura che ne hanno fatte di tutti i colori. Su tutte le altre tematiche credo che la riforma debba essere fatta in parlamento, con calma, conoscenza, in maniera chirurgica.

Lei ha scritto in libro autobiografico che si chiama ‘Tra scienza e politica litica’. Le va di farci un bilancio dei suoi primi 80 anni?

(.. sorride..) L’idea è di raccontare quello che mi è successo, da partecipante attivo e curioso di un sistema politico, che ha imparato molto attraverso la scienza politica, grazie a Norberto Bobbio e a Giovanni Sartori. Il mio bilancio personale è positivo: ho avuto fortuna ma me la sono anche conquistata, ho sempre lavorato molto. Nel libro cito la mia esperienza in Cile, l’insegnamento in alcune università americane e nei college inglesi, esperienze importanti per capire come si pratica la politica altrove. C’è anche un po’ di amarezza per tutte le cose che si potevano fare e non sono state fatte, e perché ho visto troppi errori, manipolazioni, furbizie. Questo è un paese che vive al di sotto delle sue capacità intellettuali e culturali perché troppi pensano esclusivamente al loro destino personale, al loro narcisismo e questo è davvero un peccato sistemico. Quindi il paradosso è che sono molto soddisfatto ma quando mi guardo intorno, mancando la coesione collettiva, vedo molte cose che non vanno bene.

Lei diceva: cose che si potevano fare, non sono state fatte. Ma che si possono fare ancora, anche da chi è al governo?

Certamente. Draghi, che ho conosciuto quando era un giovane dottorando, ha imparato moltissimo e ha secondo me la prospettiva di governo giusta. Però intorno a lui vedo dei profittatori che hanno guadagnato dalla sua presenza in politica e non vedo la loro capacità di contribuire a un progetto collettivo. Quindi si porrà il problema di cosa succederà dopo le elezioni marzo del 2023. Ci sono ancora molte cose che si possono fare e dobbiamo soprattutto essere grati all’Europa: “non dobbiamo mai chiederci che cosa l’Europa debba fare per noi ma cosa noi dovremo fare per l’Europa, in Europa”. Draghi questo lo sa, molti altri no. Il mio augurio di professore e cittadino è che tutti studino e imparino. Presto.

Pubblicato il 4 giugno 2022 su Avanti Settimanale

Qual è lo scopo della guerriglia di Conte e Salvini @DomaniGiornale

Si direbbe che l’impegno di Salvini e di Conte a favore della pace, la loro personale politica intesa come continuazione della guerra con altri mezzi, consista nel fibrillare, intralciare, controproporre senza nessuna possibilità di controllo dei costi e dei benefici, a cominciare dalle concessioni balneari e dalla revisione del catasto. Due interventi che dovrebbero caratterizzare la normale, purché buona, amministrazione e che suscitano molta opposizione da coloro che, chiamiamo le cose con i loro nomi, godono di privilegi quantomeno quarantennali. Ho assistito personalmente in Senato negli anni ottanta alla mobilitazione dei bagnini.

    Diversamente esaltati dal loro incommensurabile e incomprimibile egocentrismo, Berlusconi e Renzi non fanno nessuna fatica a trovare argomenti che li differenzino dalla maggioranza di cui fanno parte, anzi, la maggioranza che, a sentire le loro argomentazioni, è stata da loro voluta con l’aggiunta che, neanche si discute, Draghi Presidente del Consiglio è un loro colpo di genio. Insomma, l’unico che, responsabilmente, porta la croce e che, se proprio non ce la fa a cantare, almeno prova a predicare con grande pazienza, è Enrico Letta, il segretario del Partito Democratico. Però, gli elettori che apprezzano le sue ponderate parole e i suoi sobri comportamenti continuano a rimanere numericamente gli stessi da parecchi mesi. Il Movimento Cinque Stelle ha già forse raggiunto il punto più elevato del suo sfaldamento, e Conte boccheggia. Quel che rimarrà del suo consenso elettorale non basterà al PD per estendere il suo “campo” fino a ricomprendere Palazzo Chigi.

   Più volte ho scritto, e continuo ad attestarmi su quella linea, che spostamenti elettorali anche significativi non sono affatto da escludere. Nella prossima campagna elettorale potrà persino succedere che faccia la sua comparsa qualche candidatura attraente, emerga un tema importante per il quale un solo leader ha una soluzione plausibile, alcuni dirigenti facciano, sono in molti ad averne la capacità, qualche errore clamoroso. Posticiperei, però, tutto questo bel discorso e le sue implicazioni all’inizio dell’anno prossimo. Quello che vedo tristemente adesso è che i guerriglieri politici italiani hanno perso di vista i fondamentali. Soltanto con gli europei e, non prendendo le distanze “opportunistiche, ma cooperando con la Nato, sarà possibile mantenere quel non molto prestigio internazionale di cui, sostanzialmente grazie a Draghi, l’Italia sta tuttora godendo. Soltanto procedendo all’attuazione rapida e esauriente di tutti i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza l’Italia riprenderà slancio (meglio se con quella giustizia sociale e economica che deriva dalla concorrenza “sulle spiagge” e dalla revisione del catasto). E allora? Resettare.

Pubblicato il 25 maggio 2022 su Domani

Interesse nazionale: nella Nato, nella UE, mai con i nemici della democrazia @formichenews

Solo i sovranisti disinvolti e superficiali possono credere, illudendosi, che, andando da soli, meglio e più proteggerebbero l’interesse nazionale, della patria. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Un grande (sic) paese ha, comunque, in maniera lungimirante una sola politica estera condivisa fra governo e opposizione e, naturalmente, soprattutto all’interno del governo. Le più o meno acrobatiche prese di distanza diversamente effettuate da Conte e da Salvini sono deplorevoli. Altrettanto deplorevoli sono le dichiarazioni intrinsecamente pro Putin di Silvio Berlusconi: dal sen sfuggite poi capovolte e, poiché personalmente sono un commentatore sobrio e austero, non mi chiederò cos’altro sta nel sen di Berlusconi. La politica estera di un paese, più o meno grande, deve, come scrisse e argomentò il tedesco Hans Morgenthau (1904-1980, esule negli USA, uno dei maggiori studiosi di sempre di Relazioni internazionali, costantemente ispirarsi all’interesse nazionale. Naturalmente, quell’interesse deve essere definito chiaramente, condiviso politicamente e interpretato ogni volta che entra in contatto con la realtà effettuale (l’aggettivo è di Machiavelli, maestro del realismo in politica).

   Quell’interesse può essere proposto, protetto e promosso attraverso alleanze, come la Nato, e organizzazioni, come l’Unione Europea. Solo i sovranisti disinvolti e superficiali possono credere, illudendosi, che, andando da soli, meglio e più proteggerebbero l’interesse nazionale, della patria. Comprensibilmente, ogniqualvolta scatta la necessità di proteggere l’interesse nazionale all’interno di organizzazioni sovranazionali è possibile che ciascuna delle nazioni che ne fanno parte esprima preferenze relativamente diverse, mai divergenti. Organizzazioni democratiche al loro interno hanno le capacità e sanno come ricomporre una pluralità di interessi a cominciare da quello, nettamente prioritario e sovrastante, della difesa, della sopravvivenza.

   Che questo interesse sia essenziale nell’attuale fase di aggressione russa all’Ucraina è stato prontamente compreso da Finlandia e Svezia che lo hanno tradotto nella richiesta di adesione alla Nato. Pur esercitandosi in qualche, piccolo e sgraziato, ma, presumibilmente, solo estemporaneo, giretto di valzer, anche i Cinque Stelle e la Lega, capiscono che la Nato è l’organizzazione che garantisce la miglior protezione dell’interesse nazionale. Le loro accennate differenze di opinione con il governo “Draghi-Di Maio” sono, però, fastidiose punture di spillo non giustificabili neppure con riferimento a incomprimibili (per Salvini permanenti) pulsioni elettoralistiche.

   In definitiva, credo che tutti coloro che auspicano la fine dell’aggressione russa all’Ucraina e l’autodeterminazione dei popoli, stiano acquisendo due consapevolezze. La prima è che qualsiasi cedimento a Putin non lo incoraggerà ad accettare le trattative. La seconda, ancora più importante, a mio papere decisiva, è che è nell’interesse nazionale dei paesi democratici promuovere, non sulla punta delle baionette e sulle rampe di lancio dei missili (in che modo lo scriverò un’altra volta), la democrazia. Da Immanuel Kant sappiamo che sono le federazioni fra le repubbliche (per Kant il termine che identifica i sistemi politici che operano a favore della res publica, il benessere collettivo) a porre fine ai conflitti, non i regimi autoritari e i loro leader con i quali i democratici possono, perseguendo l’interesse nazionale, trattare, ma per i quali non possono mai sentire “amicizia”.

Pubblicato il 22 maggio 2022 su Formiche.net

Perché tocca all’Ue guidare le trattative tra Mosca e Kiev @DomaniGiornale

Non deve essere Macron e non deve essere Draghi. Non tocca a Boris Johnson e neppure alla pensionata Angela Merkel. Negoziare con la Russia, intermediare fra Putin e Zelensky è compito esclusivo e urgente dell’Unione Europea. Pertanto, le due autorità che hanno l’obbligo politico e etico di attivarsi sono la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell. Condurre ad una tregua immediata e riportare ad una situazione nella quale le armi cedano ai negoziati sarà più probabile, anche se non facile, grazie al fatto importantissimo che l’Unione Europea ha dimostrato non soltanto la sua compattezza politica, ma anche la sua volontà univoca di potenza di pace per la pace.

   Avendo stabilito una pluralità di pesanti sanzioni economiche nei confronti della Russia, del suo leader, degli oligarchi, e potendo, in assenza di accordi, estenderle e inasprirle, l’Unione va al tavolo delle trattative con risorse di cui può fare uso efficace, scambiandole in maniera appropriata. Abbiamo giustamente plaudito alla inaspettata coesione fra gli Stati-membri e alle loro solidarietà in azione. Abbiamo notato che, con pochissime e limitate eccezioni, le opinioni pubbliche europee sostengono le posizioni dei loro governi. Questo significa che l’azione diplomatica dell’Unione può partire con il piede giusto e con il vigore che le democrazie hanno regolarmente saputo dimostrare nelle ore più buie. Avendo già accettato di prendere in considerazione la domanda di adesione dell’Ucraina all’Unione, il Parlamento Europeo ha segnalato al legittimo governo ucraino che gli garantirà tutti i vantaggi, che sono molti, che derivano dal diventare Stato-membro.

   Poiché l’Unione è stata provatamente in grado di produrre e di mantenere la pace al suo interno dal momento della sua formazione ad oggi, la sua credibilità non dovrebbe sfuggire nemmeno a Putin. Nessun europeo pensa che l’Ucraina nella UE possa diventare una testa di ponte per attacchi alla sicurezza della Russia, una spina nel fianco. Questo implica che l’Ucraina rinuncerà a un suo eventuale, ventilato inserimento nella Nato. Non ne avrebbe, comunque, più nessuna necessità dopo un accordo chiaro fra Unione Europea e Russia. Non abbiamo modo di fare cadere i sospetti dell’autocrate russo sui possibili rischi di contagio democratico. Sul tavolo del negoziato, però, von der Leyen e Borrell non dovranno in nessun modo porre le questioni interne al regime russo. Il Parlamento europeo si è già ripetutamente e giustamente espresso a favore dei diritti degli oppositori. Lì si deve fermare. Infine, potremo continuare a auspicare che le opposizioni a Putin non siano né oppresse né represse, ma questa è un’altra storia (per un’altra volta).

Pubblicato il 9 marzo 2022 su Domani

La disfida continua #Elezione #Quirinale2022

L’ostacolo più alto all’elezione del Presidente della Repubblica sembra essere costituito da Salvini che fa di tutto per intestarsi il merito di avere trovato il nome più autorevole e attribuibile al centro-destra. Nella terza votazione, quietamente, ma duramente, Giorgia Meloni lo ha quasi frontalmente sfidato candidando l’ex-deputato Guido Crosetto che ha ottenuto, anche, evidentemente grazie a una diffusa stima personale, più del doppio dei voti dei parlamentari di Fratelli d’Italia. Tra schede inutilmente bianche e la novità del non ritiro della scheda, due operazioni che segnalano le tristissime difficoltà di negoziati cominciati male e tardi, da un lato, crescono i voti per Mattarella, dall’altro, circolano veti, sembra, in particolare, sul nome di Casini. Interpretabili come un meritato attestato di stima nei suoi confronti, i voti per il Presidente che ha saggiamente annunciato di non volere un secondo mandato, sono anche un messaggio a alcuni dirigenti di partito, non solo del Movimento 5 Stelle, di indisponibilità a seguire indicazioni non adeguatamente motivate e convincenti.

   Adesso, dovrebbero tutti smettere di proporre nomi per farseli bocciare e poi chiedere in cambio un qualche diritto di prelazione. Invece, dovrebbero tutti tornare a riflettere sui criteri di una buona scelta: autorevolezza politica e prestigio personale, conoscenza della Costituzione e volontà di difendere le prerogative della Presidenza, presenza e apprezzamento sulla scena europea. “Patriota” è colui/colei che rappresenta credibilmente l’Italia nell’Unione Europea e collabora per il bene del paese e della stessa Unione, il cui futuro è ineluttabilmente il nostro.

   Da tempo si sapeva che la più che apprezzabile candidatura alla Presidenza della Repubblica di Mario Draghi, autodefinitosi “un nonno al servizio delle istituzioni”, , conteneva/contiene notevoli contro-indicazioni. Chi ha le qualità per tenere insieme l’attuale maggioranza? Chi può succedergli, non perché da lui nominato (il governo Draghi è un esempio flagrante di governo del Presidente, voluto e costruito da Mattarella), ma perché espressione dei partiti che giustamente in una democrazia parlamentare rivendicano le cariche di governo?

   Di fronte a questi importanti interrogativi è proprio il ruolo di Draghi che si presenta problematico. Chi vuole Draghi al Colle più alto ha l’obbligo politico di indicarne un successore a Palazzo Chigi che non implichi una crisi di governo. Chi vuole che Draghi continui la sua opera impegnativa di governante ha l’obbligo di individuare un Presidente che voglia e sappia sostenere Draghi e sia a lui gradito. La difficoltà di individuare la candidatura presidenziale più appropriata si incrocia e si scontra con le preferenze politiche di chi desidera la continuazione della legislatura fino al suo compimento naturale e chi preferisce elezioni anticipate. La critica rivolta ai capipartito, a partire da Salvini, Conte, Letta e Renzi,.è legittima, ma non deve sottovalutare le difficilissime condizioni attualmente esistenti

Pubblicato AGL il 28 gennaio 2022

Tra Palazzo Chigi e Quirinale: la flessibilità della democrazia parlamentare @rivistailmulino

Per molte ragioni, buone e cattive, il sistema politico italiano si trova proprio alla soglia di cambiamenti degni della massima attenzione (e preoccupazione). Per questo l’imminente elezione del Capo dello Stato va seguita da vicino

Questo articolo fa parte dello speciale Quirinale 2022

Un sistema istituzionale è tale poiché le sue parti interagiscono e si condizionano in una varietà di modi. Anche quando le istituzioni sono «separate», come negli Stati Uniti, condividono i poteri e sono in competizione per acquisirne e per esercitarli. Nelle democrazie parlamentari, come quella italiana, le relazioni fra le istituzioni sono strette e complesse, flessibili ed elastiche, di grande interesse analitico e di notevole rilievo politico, passibili di cambiamenti significativi, portatori di opportunità e rischi. Per molte ragioni, buone e cattive, il sistema politico italiano si trova proprio alla soglia di cambiamenti degni della massima attenzione (e preoccupazione). A proposito della eventualità dell’elezione di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica, alcune settimane fa, il ministro leghista Giancarlo Giorgetti evocava, non so se con timore o con favore, la comparsa di un semipresidenzialismo di fatto. Sappiamo che nel semipresidenzialismo de iure è il presidente che, quando dispone di una maggioranza parlamentare del suo colore politico, può nominare il primo ministro, producendo una grande concentrazione di potere nell’esecutivo. Altrimenti, quando la maggioranza nell’Assemblea nazionale è opposta al presidente, diventerà primo ministro il capo di quella maggioranza che, nella situazione nota come coabitazione, avrà tutto l’interesse a rimanere coesa per sventare qualsiasi tentazione del presidente di sciogliere il Parlamento. Da molti punti di vista, il semipresidenzialismo si rivela una forma di governo affascinante per gli analisti.

In Italia, non esiste nessun precedente di un capo di governo in carica che sia diventato presidente della Repubblica. Anzi, una condizione non scritta, ma finora sempre rispettata, è che presidente diventi qualcuno che è giunto al termine della sua vita politica attiva, inevitabilmente caratterizzata da divergenze, conflitti, scontri. Nel suo discorso di fine anno Mattarella ha fatto cenno a questo elemento, sostenendo la necessità per i presidenziabili di spogliarsi di ogni precedente appartenenza (politica e, aggiungo per i buoni intenditori, stando molto nel vago, «professionale»). Nella oramai più che sessantennale traiettoria del semipresidenzialismo della Quinta Repubblica francese, praticamente tutti i primi ministri si sono considerati presidenziabili e diversi fra loro si sono candidati alla presidenza. Molto curiosamente nessuno dei primi ministri in carica è mai stato eletto. Il gollista Chirac perse contro Mitterrand nel 1988 quando era primo ministro. Vinse nel 1995 quando, di proposito, non lo era più. Nel caso italiano quattro presidenti – (Segni 1962-64), Leone (1971-78), Cossiga (1985-1992), Ciampi (1999-2006) – avevano in precedenza ricoperto la carica di presidente del Consiglio, ma al momento dell’elezione al Quirinale ne erano oramai lontani temporalmente e, per così dire, politicamente. Purtroppo, per lui, invece, nel 1971 Aldo Moro venne osteggiato, in particolare da Ugo La Malfa, proprio per la sua vicinanza alla politica (e che politica!) attiva.

L’eventuale passaggio di Mario Draghi direttamente senza nessuna soluzione di continuità da Palazzo Chigi al Quirinale sarebbe, come detto, assolutamente senza precedenti e porrebbe non pochi interrogativi costituzionali (come opportunamente rilevato da Federico Furlan). Non so se avremo l’effettiva necessità di rispondervi e diffido di risposte arzigogolate. Ritengo preferibile, seguendo la strada aperta da Giorgetti, esplorare se, rebus sic stantibus (5 gennaio 2022), l’elezione di Draghi al Quirinale comporti più o meno inevitabilmente dei rischi per la democrazia italiana che, non bisogna dimenticarlo, si regge su un sistema di partiti frammentato e non consolidato.

Preliminarmente, mi pare che sussistano alcune variabili impossibili attualmente da mettere e tenere sotto controllo, in particolare da chi, partiti e persone, sarà proposta la candidatura di Draghi e da chi e quanti parlamentari verrà votata. Dopodiché il discorso è inevitabilmente destinato a partire dal momento in cui il Draghi diventato presidente della Repubblica dovrà necessariamente affidare l’incarico per la formazione del nuovo governo (art. 92: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri»). Fermo restando che è possibile, forse addirittura probabile, che qualcuno, Giorgia Meloni lo ha già fatto alcuni mesi fa, chiederà al neo-presidente Draghi lo scioglimento del Parlamento. Noto che sarebbe davvero uno scambio improprio e pericoloso quello fra i voti per l’elezione e lo scioglimento del Parlamento, ma ne esiste un precedente non glorioso: l’elezione di Giovanni Leone nel dicembre 1971 con i voti decisivi del Movimento sociale di Giorgio Almirante e lo scioglimento nel febbraio 1972 per elezioni anticipate come desiderato e richiesto dai neo-fascisti (che quasi raddoppiarono i loro seggi in Parlamento).

Facile immaginare le pressioni su Draghi; ma a questo punto qualsiasi ricognizione sugli eventuali rischi per la democrazia italiana deve spostare il tiro dove li vedono coloro che sono preoccupati da Draghi presidente della Repubblica. Certo, fare filtrare che Draghi avrebbe già un proprio candidato da nominare per la sua sostituzione a Palazzo Chigi nella persona dell’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco conferma le perplessità e le contrarietà di coloro che vedono una pericolosa estensione dei poteri reali di Draghi, presidente della Repubblica e presidente del Consiglio per interposta persona. D’altronde, non si può dubitare che il ministro Franco condivida le linee di politica economica di Draghi e che le applicherebbe. È altresì lecito pensare che Franco, meno esperto e consapevolmente meno prestigioso di Draghi, sarà disponibile a seguire su tutte le altre, molte, materie dell’agenda di governo, le indicazioni che gli verranno da quella che pudicamente chiamerò la moral suasion del presidente della Repubblica. Tuttavia, nulla di quello che ho ipotizzato e scritto è insito in procedimenti rigidi, inevitabili, incontrovertibili. Al contrario.

Qui entra in gioco la democrazia parlamentare, troppo spesso ritenuta debole laddove la sua forza consiste nella flessibilità e nell’adattabilità. Per sostituire il presidente del Consiglio andato al Quirinale, debbono/possono essere i partiti, che intendono sostenere la stessa coalizione di governo o formarne un’altra, a suggerire il nome del loro candidato alla carica di presidente del Consiglio. In via riservata possono anche fare sapere al presidente Draghi che non intendono accettare una nomina, per così dire, dinastica, preannunciando voto contrario al candidato eventualmente loro imposto. Saranno i partiti in entrambi i rami del Parlamento a votare o no la fiducia, sanzionando la loro subordinazione a Draghi oppure rivendicando il loro potere di scelta e infliggendogli una sconfitta tanto più grave poiché avviene all’inizio del mandato e, inevitabilmente, lo condizionerebbe ridimensionandone il prestigio anche agli occhi degli europei. Uno showdown Draghi/Parlamento sulla formazione del governo che vedesse vittoriosi i partiti non significherebbe in nessun modo l’assoggettamento totale e definitivo del presidente ai loro voleri e alle loro scelte. Il presidente della Repubblica continuerebbe ad avere il potere di autorizzare la presentazione dei disegni di legge di origine governativa e di promulgazione dei testi legislativi approvati dal Parlamento. Per rimanere nell’ambito della legislazione, toccherebbe ancora a lui dare il via libera o bloccare i decreti e la loro, spesso ingiustificata, proliferazione su materie per lo più eterogenee.

Sulla scia di Giuliano Amato, ho più volte parlato di poteri presidenziali a fisarmonica. Con partiti forti e coesi, in una solida alleanza di governo, il presidente ha poca discrezionalità nel suonare la fisarmonica ovvero fare valere le sue preferenze di politiche e di persone. Partiti deboli e divisi, in un’alleanza conflittuale, aprono grandi spazi nei quali il presidente suonerà, con la sua personale competenza ed esperienza, la musica che preferisce. La flessibilità della democrazia parlamentare consente entrambi gli esiti con le molte modulazioni intermedie, evidenziando eventuali rischi per il funzionamento della democrazia. Per concludere, sento tuttavia di dover aggiungere che non è quasi mai una buona idea spingere le istituzioni e le relazioni inter-istituzionali ai loro limiti estremi.

Pubblicato il 5 gennaio 2022 su Rivistailmulino.it

I no Green Pass non sono una nuova marcia su Roma, ma … @formichenews

Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Se siamo oppressi e schiacciati da una dittatura sanitaria voluta congiuntamente da Draghi e da Speranza (nonché da qualche oscuro potere straniero: il Forum di Davos?) e non casualmente imposta dai mezzi affidati al Generale Figliuolo, allora non resta che solidarizzare con gli eroici combattenti (No Vax) No Green Pass. Dalle loro torri d’avorio ( o forse sono trasmettitori televisivi) intellettuali, filosofi, critici d’arte e giornalisti affermano che a essere violata dalle decisioni del Führer Draghi (faccio più fatica a vedere Speranza nel phisique du rôle del dittatore) è la nostra libertà personale che loro, con grande sprezzo del pericolo, si dannano per difendere, anzi, per non sacrificare neppure minimamente. Poi, magari, citano a sproposito e sbagliando la Costituzione, ricorrono a concezioni della libertà più simili a quelle di un anarchismo mal interpretato, si arrampicano in fantasiose analisi comparate.

   Credo che, sempre, le parole abbiano/hanno conseguenze, ma dubito che i facinorosi di Forza Nuova, i loro sostenitori e i dimostranti di ieri a Roma, dell’altro ieri e di domani, si facciano influenzare dai professoroni. Semmai, usano quelle parole come giustificazioni di comportamenti che stanno tutti nelle loro corde. Disordini e distruzioni vanno, comunque, sempre condannati e puniti. Il rispetto delle idee altrui, qualche volta, peraltro, espressione ipocrita che equivale a lavarsi le mani, non ha nulla a che vedere con l’accettazione supina di aggressioni selvagge. Certo, non tutta la violenza politica è automaticamente fascismo. Però, quando è accompagnata da slogan, simboli, gestualità che si richiamano deliberatamente e inequivocabilmente alle modalità praticate dallo squadrismo merita di essere definita quantomeno di stampo fascista.

   Saranno i magistrati, quando, finalmente, investiti della questione, a decidere se Forza Nuova si configura come tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. La apposita Dodicesima Disposizione transitoria e finale è già stata applicata nel novembre 1973 a Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti, con chiusura delle sedi e confisca di beni. Che il fascismo sia eterno oppure no non è un tema che, lo dirò con il verbo spesso usato dai politici, mi appassiona. Vedo che esistono diverse generazioni che si alimentano di fascismo. Che il fascismo in questo paese mantenga propaggini numerose, delle quali è, però, sbagliato esagerare la pericolosità, è evidente. Che si riproduca anche grazie alla connivenza e benevolenza di ambienti politici e economici (che ne finanziano le attività), è un segreto di Arlecchino. Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Scriverò un commento simile fra una decina di mesi?

Pubblicato il 10 ottobre 2021 su formiche.net

Pasquino: “Virginio Merola a Bologna: dieci anni da sindaco mediocre” #intervista @Spraynews1

Intervista esclusiva (di Antonello Sette) SprayNews a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

“Virginio Merola a Bologna: dieci anni da Sindaco mediocre”
“Letta? Competente, ma ci vorrebbe la mossa del cavallo e lui non ne è capace”
“Primarie a Bologna? Da Cofferati in poi il Pd ne ha fatte di tutti i colori”

Professor Pasquino, il Pd cerca una sua identità fra tante, come stanno dimostrando le primarie di Bologna con la sfida fra il rappresentante ufficiale del partito Matteo Lepore, sostenuto anche dai Cinquestelle e da Leu, e la renziana, più o meno ex, Isabella Conti, che strizza l’occhio all’ala riformista e moderata del partito…

“Il Pd è un essere abbastanza indefinito. Si colloca in un’area grossomodo di centrosinistra con qualche idea non molto brillante e nessuna elaborazione culturale più ampia. In questo senso potremmo dire che quello che di sbagliato c’è oggi nel Pd risale alla sua origine, a quelle famose culture riformiste, che venivano messe insieme e già all’origine erano deboli e fatiscenti e che ora sono sostanzialmente scomparse”.

E, quindi, che ne sarà di lui?

“Il Pd mantiene quel venti per cento di elettori che vuole una politica seria e di cambiamento, moderato, ma pur sempre di cambiamento. Una politica fatta da uomini e donne che hanno qualche competenza maturata nell’organizzazione e nelle cariche locali. Un venti per cento di consensi che rimarrà, ma non sarà, però, mai sufficiente a dare da solo un governo al Paese”.

Enrico Letta non può, quindi, fare miracoli?

“Il Segretario è un uomo competente, che conosce la storia del partito e in parte l’ha fatta. Ricordo che era candidato alle primarie per l’elezione alla segreteria nel 2007 quando ci fu la cavalcata dirompente di Valter Veltroni. Ha, quindi, una storia molto lunga nel partito e ha anche una storia di governo e spero che abbia imparato da quella esperienza molto dolorosa, ma anche molto importante. Non lo vedo, però, sufficientemente dinamico e in grado di fare delle scelte dirompenti e qui, invece, come dicono tutti, di tanto in tanto sarebbe necessaria la famosa mossa del cavallo. Ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui dice che il Pd al governo cresce. Cresce sì, ma di pochissimo e, se non trova alleati, non va da nessuna parte”.

Nella storica roccaforte di Bologna regna nel frattempo la confusione…

“A Bologna la situazione è più delicata anche perché ci abito ormai da troppi anni. Io, torinese, sono a Bologna dal 1969. Il Pd non è mai riuscito a fare delle primarie competitive. C’è un nucleo del partito che si riproduce e vuole controllare la scelta del candidato sindaco. Ne hanno fatte di tutti i colori. Il Pd ha fatto delle brutte primarie nel 1999 quando poi persero le elezioni contro Guazzaloca. Nel 2004 con Cofferati accettarono il paracadutato di uno che neanche era mai stato in città e che li lasciò con il sedere per terra e loro subito candidarono Flavio Delbono che poi dovette lasciare perché aveva fatto qualcosa di molto scorretto con le finanze regionali. Subirono poi un commissariamento che governò la città rossa per quasi un anno e mezzo. Virginio Merola ha governato Bologna per dieci anni. Era una candidatura accettabile proprio perché non era dirompente. Lui dice che ha fatto dieci anni da mediano. Io dico che ha fatto dieci anni da mediocre. Ora ha preteso di designare il suo successore e, nel momento in cui Isabella Conti ha deciso si sfidarlo, vengono fuori tutte le magagne. Il partito si chiude a riccio e addirittura arriva a minacciare espulsioni. Sono primarie, tanto per cambiare, brutte e Letta, appoggiando Lepore come candidato del Partito, secondo me non ha compiuto un’operazione brillante”.

Mancano solo tre giorni. Domenica finalmente si vota. Chi la spunterà?

“Questa è una domanda da rivolgere agli astrologi. Io sono un politologo. Certo è che, se non vincesse Lepore, saremmo di fronte a un cambiamento molto significativo. Lepore parte avvantaggiato, ma per sostenerlo arrivano a dire delle cose molto contradditorie. Parte avvantaggiato, spiegano, se non votano in tanti. Io, seguendo il loro ragionamento, penso che, se votano in tanti, vuol che dire che la Conti ha avuto un grande potere attrattivo. Questo dei tanti e dei pochi votanti è il paradosso di un partito, che dovrebbe puntare ad ampliare la partecipazione ed è, invece, contento se alle primarie votano in pochi”.

A un politologo del suo prestigio non posso non fare una domanda. Quale è lo stato di salute dell’Italia politica alla soglia dell’estate 2021?

“Prima che le risponda, dobbiamo decidere che cosa è la politica. Se la politica è quelle cose che devono fare i cittadini, parlando fra di loro, incoraggiandosi e vivendo in modo solidale, non va benissimo. Le categorie continuano a essere corporative ed egoiste e i loro comportamenti che non garantiscono una crescita vera. Sociale e civile. Se la politica è, invece, le cose che fa il Governo, sta bene in salute. Mario Draghi ha dimostrato non solo di avere un enorme prestigio internazionale, ben al di sopra di quello che io stesso pensavo avesse, ma anche di possedere la capacità di fare delle scelte precise, di sapere dire con chiarezza a Salvini, ma anche a Letta, di non rincorrere singolarmente determinate tematiche. Draghi ha anche dimostrato di saper comunicare in maniera chiara, senza tralasciare neppure qualche nota di humor. I risultati sono clamorosi. Ha raggiunto percentuali altissime di consenso sia come Governo sia come premier”.

A proposito di politica intesa come cittadini sprovveduti e maldestri, lei ha da poco pubblicato un libro emblematicamente intitolato “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”. Quale è la tesi di fondo?

“E’ il seguito di un libro famoso di Norberto Bobbio. Gli italiani non hanno usato bene la loro libertà. Non l’hanno usata per interessarsi alla politica, per informarsi, per partecipare, per creare associazioni dinamiche, per cercare di cambiare effettivamente il Paese. Nel 1990 avevamo raggiunto il massimo. Eravamo la quinta potenza industriale del mondo. Gli italiani, anziché festeggiare, cominciarono a disperdersi, senza sapere che un sistema è quello che compongono gli abitanti di quel sistema. E siamo al punto in cui siamo perché abbiamo usato male la nostra libertà”.

Tornado, per concludere, alla politica propriamente detta, mi pare di aver capito che per lei è meglio Draghi dei dirigenti bolognesi del Pd…

“Su questo non c’è dubbio alcuno. E’ come se lei mi chiedesse se gioca meglio una squadra che è in Champions o una che è in serie C”.

Pubblicata il 17 giugno 2021 su SprayNews

“L’elezione del presidente della Repubblica è lontana ma …” Così fan tutti #Quirinale 1ª puntata

Se Salvini e Taiani, magari anche per non restare troppo sola, Meloni candideranno Draghi al Quirinale, che cosa faranno i centro-sinistri? Sarà molto imbarazzante per loro dire “no, Draghi, no, non lo vogliamo”. Per fortuna ci sono altre candidature: la Presidente del Senato Elisabetta Casellati, un paio di Dem, di ieri e di oggi, il supercentrista Pierferdy Casini. Ma la domanda vera è potranno Mattarella e Draghi resistere alle pressioni, rispettivamente: “resta ancora un anno e mezzo”, “passa da Palazzo Chigi al Quirinale” (interrompendo l’azione di governo)? A seguire nelle prossime puntate.