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La storia di B. racconta ciò che è: un tipo “unfit” @fattoquotidiano

 “Berlusconi può essere molto generoso” mi disse venticinque anni fa senza aggiungere nessun commento un deputato di sinistra. Qualche anno dopo il sen. De Gregorio, trovato colpevole di avere ricevuto 3 milioni di Euro per cambiare voto e casacca, costituì la prova definitiva della generosità di Berlusconi. Ho cercato in molti testi, Costituzione italiana compresa, se la generosità rientri fra i criteri ritenuti importanti, praticati e da praticare, per essere considerati presidenziabili. Pare proprio di no. Poiché la Presidenza della Repubblica è sicuramente una “funzione pubblica” i suoi compiti dovrebbero essere adempiuti, come sancisce l’art. 54 della Costituzione “con disciplina e onore”. I precedenti di Berlusconi al governo e la sua condanna definitiva per frode fiscale non sembrano rassicuranti. Molti ricordano anche che, allora Presidente del Consiglio, Berlusconi affermò che se le tasse sono molte e alte è un dovere morale non pagarle. Fra le qualità che ne giustificano la candidatura, Berlusconi i suoi sostenitori, ad eccezione di Giorgia Meloni che quelle qualità non ha e non le può proprio apprezzare, da qualche tempo recitano, attribuendole anche a Forza Italia: liberale, cattolico, garantista, europeista. Non intendo discutere del cattolicesimo di Berlusconi, qualità irrilevante per ascendere al Quirinale e oramai poco importante anche per ottenere i voti degli elettori. Mi stupisce, però, che nei mass media le qualità berlusconiane non siano mai discusse e valutate. Il garantismo, non soltanto berlusconiano, sembra consistere in Italia nell’attaccare regolarmente i magistrati, specie quelli che indagano sui comportamenti dei politici. Nel passato, alcuni “garantisti” hanno anche garantito mazzette di denaro a giudici impegnati in processi che li riguardavano.

   Credo che le qualifiche europeista e liberale meritino la massima attenzione poiché riguardano in maniera molto significativa sia il funzionamento della democrazia italiana sia il ruolo e i compiti del Presidente della Repubblica. L’unica prova a sostegno del suo europeismo è costituita dall’essere Forza Italia una componente del Partito Popolare Europeo. Chi trovasse affermazioni di Berlusconi che contengano una visione europeista, indicazioni intese a procedere nell’unificazione politica dell’Europa, prese di posizione su tematiche importanti farebbe un vero scoop. Molti ricordano ad un meeting dei capi di governo dell’Unione Europea Berlusconi al telefonino fare segno a Angela Merkel di aspettare e allontanarsi. Altri hanno negli occhi la foto di rito di un vertice nel quale Berlusconi fa il gesto delle corna come uno scolaretto impertinente. L’europeismo folkloristico non è appropriato ad un Presidente della Repubblica italiana. Va assolutamente a scapito della credibilità e affidabilità dell’Italia.

   La carriera politica di Berlusconi, che secondo i suoi sostenitori merita di essere premiata con la più alta carica istituzionale, si è svolta con un altissimo tasso di conflittualità tanto da rendere Berlusconi un candidato sicuramente divisivo, chiaramente inadeguato a rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Gli stessi aedi del bipolarismo come modalità preferibile di competizione politica non possono negare che, anche a causa dell’interpretazione che ne dava Berlusconi, quel bipolarismo veniva spesso definito feroce. Nelle parole di Cesare Previti, ascoltato avvocato e amico, non bisognava “fare prigionieri”, l’avversario doveva essere eliminato. Sono anni che più o meno prestigiosi commentatori lamentano che Berlusconi non è riuscito a portare a compimento la rivoluzione liberale che aveva promesso scendendo in campo (e facendo diventare parlamentari cinque professori “liberali”). Quanto al rispetto per il Parlamento luogo centrale di una politica che voglia essere liberale, come da tempo ha insegnato Westminster, la madre di tutti i Parlamenti, per Berlusconi la rappresentanza politica e la governabilità sarebbero (state) meglio garantite se votano i soli capigruppo, ciascuno contando per tutti i parlamentari del suo gruppo.

Di tanto tanto ingenuamente mi chiedo come qualcuno abbia potuto credere anche per un solo momento che il duopolista televisivo, immobiliarista e proprietario di cliniche, società di assicurazioni, case editrici e quant’altro, fosse interessato a lanciare una qualsivoglia rivoluzione liberale. D’altronde, non ha mai avuto la minima intenzione di risolvere il suo monumentale conflitto di interessi che tutti i liberali riterrebbero inevitabilmente un ostacolo insormontabile per l’ascesa ad una carica pubblica. Credo sia giunto il momento di dire alto e forte che Silvio Berlusconi è del tutto inadatto (unfit con il memorabile aggettivo usato dall’Economist per Berlusconi capo del governo) a ricoprire la carica di Presidente della Repubblica italiana.

Pubblicato il 18 dicembre 2021 su Il Fatto Quotidiano

I commenti e la “farina” dei giudizi

Faccio molta fatica a vedere dove sta lo scandalo se un commentatore del “Financial Times” scrive che le riforme costituzionali di Renzi sono “un ponte verso il nulla”. Faccio molto meno fatica, ma provo parecchio fastidio, quando la stampa italiana, i suoi commentatori, i guru televisivi riportano con grande rispetto ed esagerato provincialismo qualsiasi affermazione delle banche d’affari USA, delle agenzie di rating, di qualche ambasciatore, di alcuni professori di storia (ma non di geografia) non particolarmente noti per essere esperti della complicata politica italiana. Nessuno che si chieda mai da dove traggono le loro opinioni i diversi commentatori della politica italiana, compresi, sia chiaro, i corrispondenti delle varie testate estere? Possibile che nessuno sappia e dica alto e forte che molto dipende dalle fonti alle quali attingono i giornalisti che, spesso, in questa come in troppe altre occasioni, fanno affidamento su qualche battuta scambiata al telefono con uno, lo dirò proprio così, di noi, incontrato per caso, sembrato simpatico e persino autorevole, ma i cui giudizi dovrebbero pur sempre, non tanto essere accompagnati da giudizi contrapposti, ma da un minimo di controllo sulla loro corrispondenza alla realtà?

È plausibile che faccia male io a sostenere che tanto il “Wall Street Journal” e la banca d’affari JP Morgan quanto l’Ambasciatore USA e l’agenzia di rating Fitch hanno sostanzialmente utilizzato poche affermazioni raccogliticce piuttosto che ricorrere a informazioni e dati che nel loro paese verrebbero accuratamente controllate? No, sono i giornalisti italiani che sbagliano a riportare queste opinioni senza chiedere, basterebbe anche una semplice telefonata, grazie a quale fonte: persona, libro, ricerca, sondaggio, Facebook e Twitter, sono state elaborate quelle interpretazioni e, nel caso del referendum, le valutazioni sia delle riforme costituzionali sia, non soltanto qualora risultasse vittorioso il NO, delle conseguenze.

Naturalmente, alcuni degli studiosi italiani di politica e di economia sono noti all’estero. Vengono più o meno spesso intervistati. Scrivono articoli e pubblicano libri, in inglese, il che accresce le loro probabilità di essere letti. Tuttavia, per ottenere il doppio esito di influenzare le opinioni altrui ed essere citati è indispensabile che le loro opinioni e le loro ricerche siano affidabili e, in misura, più o meno grande, comunque sempre variabile, appaiano convincenti, dotate di potere esplicativo. Nel pieno della crisi 1992-1994, il famoso, abitualmente definito “autorevole”, settimanale inglese “Economist” mi intervistò, si appropriò della mia valutazione: “La crisi è creativa”, e la utilizzò, senza citarmi. Molti, in Italia, invece, citarono l’Economist per lo più in maniera approvativa. Se, adesso, il “Financial Times” indirettamente utilizza come fonte un lungo commento, di cui sono stato autore unitamente a Andrea Capussela, pubblicato e visibile sul sito della London School of Economics, non posso che esserne lieto. Condivido quasi tutte le valutazioni che l’autore dell’articolo del FT dà delle riforme costituzionali di Renzi, ma non sono un’eminenza grigia e neppure un suggeritore. L’articolo è e rimane (apprezzabile) farina del sacco dell’autore inglese. Chi non condivide produca altra, controllabile e migliore farina!

Pubblicato AGL 7 ottobre 2016

Non basta andare di corsa

Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.

Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.

L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014

#economiststaisereno L’Italia si salverà

FQCi saremmo aspettati più fantasia e più humour dal settimanale che per tutti noi è l’autorevole “Economist”. Si è accorto, ma non ci voleva molto, che l’Italia è un paese troppo grande per lasciarlo fallire. Le onde alte, un vero tsunami, che conseguirebbero allo sprofondamento dell’Italia nel Mediterraneo arriverebbero con esiti disastrosi non soltanto alle bianche scogliere di Dover, ma nel bel mezzo della City. Lì non sono pochi gli operatori economici italiani che trafficano allegramente e il colpo sarebbe duro, ma salutare. Prima gli inglesi si accorgono che parte della loro prosperità dipende proprio dai soldi che gli Europei al di qua della Manica investono e scambiano nelle contrattazioni nella swinging London, meglio sarà. Debbono fare molta attenzione i giornalisti dell’Economist perché, da un momento all’altro capiterà loro fra capo e collo il columnist dello Evening Courier (qui, nello stivale, lo chiamiamo “Corriere della Sera”) che lancerà l’operazione Truth. All the Truth. Nothing but the Truth. Allora dalla City saranno obbligati a raccontarcene delle belle, magari la verità anche sulle loro banche.

Ancorché autorevole, l’Economist si sottovaluta ovvero, meglio, sottovaluta l’Unione Europea e persino il giovane e dinamico Premier italiano. Sostiene il settimanale inglese che l’Italia è un paese “troppo grosso per salvarlo”. Molti di noi, pure anglofili, riteniamo che l’Italia sia un paese di medie dimensioni sotto lo stellone che sovrintende ai nostri destini. Pensiamo, non egoisticamente, di non essere l’unico paese da salvare, dentro e fuori la zona Euro. Crediamo che, per esempio, occorra salvare il Regno Unito dal referendum secessionista della Scozia, dall’UKIP di Farage, dalla politica, non della sedia vuota, ma del vuoto di idee del suo Primo Ministro Cameron. Lui ha già perso nella sua opposizione a testa bassa contro Juncker. Noi saremo, perhaps, più attenti nell’appoggiare una candidatura giovane, inesperta, di non accertata competenza. Il punto, però, è che noi, cioè, gli italiani, quando riusciamo a stare fermi, cerchiamo di fare i compiti a casa. Li facciamo in fretta prima di tornare a guardare Peppa Pig. Gli errori lasciamo che ce li correggano il Commissario all’Economia e, spesso, in via informale, il Presidente Napolitano (che, in quanto migliorista, ha molta esperienza nella correzione di rotte e di compiti).

Rassicuriamo, infine, l’Economist. Salvarci ci salveremo, ma il problema non è quello. Il problema italiano è che, soltanto il Premier corre, da solo, nessuno lo insegue. Il resto del paese galleggia galleggia galleggia “con le pinne il fucile e gli occhiali”. Nella mente di qualcuno di noi qualche volta sorge l’inquietante dubbio se galleggiare possa essere sufficiente. Attendiamo la risposta, caro “Economist”, dal vostro prossimo pensoso e pungente editoriale.

*Autorevole costituzionalista, Walter Bagehot fu il fondatore e a lungo il direttore dell’Economist. La rubrica del settimanale che tratta temi istituzionali è tuttora firmata, collettivamente,con il suo cognome.

Pubblicato il 24 luglio 2014 su Futuroquotidiano.it