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Bobbio e Sartori: il ruolo pubblico dell’intellettuale @Corriere #BobbioESartori @egeaonline

 Di Massimo Rebotti
Corriere della Sera 14/03/2019 pg. 43 ed. Nazionale

«Credo di poter vantare il privilegio unico e irripetibile di essermi laureato con Norberto Bobbio e specializzato con Giovanni Sartori». Inizia così, con un raro riferimento autobiografico, il libro (Bobbio e Sartori, Bocconi editore, pagine 222, € 24) con cui Gianfranco Pasquino si dà il compito di dimostrare come entrambi occupino un posto «di enorme importanza nella cultura politica del XX secolo». L’autore non muove da ragioni, per così dire, personali – dalla stima, finanche dall’affetto, per i suoi «maestri» che pure ovviamente non nasconde – ma da solide argomentazioni basate sull’analisi della loro attività. Ne ripercorre volumi, insegnamenti, prese di posizione, realizzando inevitabilmente, oltre a un tributo, un’ampia riflessione sul ruolo dell’intellettuale nel dibattito pubblico, in un’epoca in cui la parola «intellettuale» viene spesso utilizzata come insulto.

In Politica e cultura (1955) Bobbio scrive: «Il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze». Ed è da uno dei capisaldi del suo pensiero – «lo sviluppo della ragione» contro «gli inganni della propaganda» – che Pasquino prende le mosse per descrivere il «match» che l’intellettuale torinese, il «liberal socialista», ingaggiò con i comunisti. L’esempio di quel «confronto senza cedimenti» è utile, anche perché Bobbio fu accusato dell’esatto contrario, e cioè di essere stato troppo indulgente nei confronti del Pci. La realtà, secondo Pasquino, è che proprio per la natura del compito che si era assegnato – quella del «filosofo militante» che «parla parole di verità» – Bobbio fosse destinato a essere attaccato da una parte e dell’altra, ma anche a diventare, grazie all’attitudine di pensare liberamente, «una coscienza critica» del Paese. Non è un caso, quindi, se la sua autorità morale cresce con la capacità di sollevare, spesso dalle colonne della «Stampa», i temi più rilevanti per ogni epoca politica: un intellettuale «pubblico», si direbbe ora, che detta «l’agenda», si tratti di riflettere sulle «promesse non mantenute» della democrazia, sulla possibilità di una guerra «giusta», sulle differenze tra destra e sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino.

E intellettuale «pubblico» fu anche Sartori. In un modo diverso, più applicato alla «scienza della politica» di cui è uno dei massimi esponenti a livello internazionale, Sartori animò il dibattito, spesso con gli editoriali sul «Corriere». E come per Bobbio, anche per lo studioso fiorentino al centro degli interrogativi c’è la «qualità» della democrazia. Da scienziato della politica, trova le risposte nel funzionamento del sistema: meccanismi di voto, di governo, rappresentanza, equilibrio tra i poteri. Il suo contributo, scrive Pasquino, fu «enorme». Dalle polemiche contro l’indicazione del candidato premier sulla scheda a quelle sui contorti sistemi elettorali italiani, che sbeffeggiava, l’intervento pubblico si sposa con una serie di contributi accademici che ormai sono un classico della scienza politica. E, come per Bobbio, anche rileggendo Sartori il pensiero corre al presente: nella teoria sulla democrazia, per esempio, il populismo non è contemplato, come se, nota Pasquino, il populismo sia sempre «una sfida alla democrazia» che è «pluralista e rappresentativa». Il volume si chiude con il saluto che Sartori scrisse alla morte di Bobbio – «ho avuto la sensazione di perdere una parte di me stesso», «resta il più bravo di tutti noi» – e con quello che Pasquino ha scritto alla morte di Sartori – «molti gli devono essere grati. Io certamente lo sono».

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

 

Bobbio e Sartori, ritrovare la politica

venerdì 22 febbraio 2019

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Pasquino: il loro pensiero più attuale che mai

GIANFRANCO PASQUINO IN UN INCONTRO AD ARONA (FOTO SANDON)

Per decenni hanno incarnato l’espressione del diritto di critica della classe politica in Italia e all’estero: con l’insegnamento e gli scritti Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia, dei partiti come si evince dal bellissimo saggio fresco di stampa Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi editore, 232 pagg.; 24 euro) di Gianfranco Pasquino, allievo di entrambi e professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna (l’autore lo presenterà il 4 maggio a Borgomanero).

«Con i loro editoriali su La Stampa e sul Corriere della Sera, con le frequenti interviste televisive nel caso di Sartori – ricorda il prof. Pasquino con il nostro giornale – sono stati intellettuali pubblici nel senso che hanno forgiato l’opinione pubblica in Italia: Bobbio lo ha fatto da piemontese, con la sua sobrietà austera non priva di uno humour sottile; Sartori da fiorentino, con un sarcasmo irriverente e sferzante che nulla concedeva ai potenti di turno. Entrambi avevano un’idea di “Stato giusto” e hanno cercato di compiere un’opera molto simile: Bobbio voleva ricostruire un certo pensiero di sinistra, da liberal-socialista mirava a ricostruire quell’insieme di idee che possono cercare di ridurre le diseguaglianze, ovvero quello che per lui doveva essere l’obiettivo primario della sinistra; Sartori aveva per obiettivo quello di far funzionare bene la democrazia attraverso il complesso sistema di equilibri e contrappesi tra istituzioni, partiti e correnti, modelli di governo che regola il funzionamento dello Stato».

Il libro nasce come un omaggio da parte di uno studioso che ha avuto il «privilegio unico e irripetibile» di essersi laureato con Bobbio e specializzato con Sartori, in qualche modo assorbendo il nitore del pensiero e la forza di argomentazione di due fra i maggiori politologi del dopoguerra.

L’autore analizza con passione il contributo di Bobbio sui tre grandi filoni del ruolo degli intellettuali (che doveva esser quello, scriveva il filosofo in Politica e cultura nel 1955, «di seminare dubbi e non di raccogliere certezze»); la ricerca di una teoria generale della politica; le riflessioni sulla democrazia.

Di Sartori ricorda come senza di lui la scienza politica non avrebbe fatto la sua (ri)-comparsa in Italia e soprattutto come «la teoria della democrazia, l’analisi dei partiti e, soprattutto, dei sistemi di partiti e l’ingegneria costituzionale comparata si troverebbero sicuramente a uno stadio di avanzamento nettamente inferiore a quello attuale» nel nostro Paese.

«Rappresentavano entrambi l’élite del pensiero, erano certamente minoritari già ai loro tempi e tuttavia – ricorda Pasquino – entrambi traevano vantaggio dalla sfida di voler migliorare la cultura politica dei loro interlocutori, ovvero della classe dirigente, così come quella dei cittadini». Per Sartori, del resto, non solo il pluralismo era un elemento irrinunciabile della democrazia. Per l’autore de Il Sultanato, ricorda, sarebbe stata inconcepibile la polemica odierna del “popolo contro l’élite”: «chi si candida a guidare un paese, diceva, non poteva che avere una solida preparazione».

LEGGI IN PDF Intrervista Settimanale Diocesano

  

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”@egeaonline @RadioRadicale

Claudio Landi ha intervistato Gianfranco Pasquino sul suo nuovo saggio

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”
(Università Bocconi Editore)

Venerdì 15 febbraio 2019

ASCOLTA

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Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader #DeficitDemocratici #Modena 7febbraio @egeaonline

MEETING LIONS CLUB MODENA HOST

giovedì 7 febbraio 2019 ore 19:45
presso Ristorante Vinicio
via Emilia Est n. 126 – Modena

È gradito un cenno di conferma
tel. 3358291912
e-mai ferrai@gajasol.eu
dress code formale

Serata con il Prof. Gianfranco Pasquino

Cosa manca ai sistemi politici, ai leader, ai cittadini; leggi elettorali, rappresentanza e governo: perché gli italiani sbagliano?

presentazione del libro

DEFICIT DEMOCRATICI Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader

Arrestare il declino. Crescere con cultura e politica #LaSpezia #27settembre #DeficitDemocratici @egeaonline

Libertà e Giustizia Circolo della Spezia

giovedì 27 settembre ore 17.30
Mediateca Regionale Ligure
“Sergio Fregoso” ex cinema Odeon
via Firenze, 37 La Spezia

 

Lectio Magistralis di
Gianfranco Pasquino

Arrestare il declino.
Crescere con cultura e politica

seguirà dibattito pubblico

 

DEFICIT DEMOCRATICI COSA MANCA AI SISTEMI POLITICI, ALLE ISTITUZIONI E AI LEADER UBE (Egea 2018)

Le democrazie sono imperfette

Questo testo riprende e rivisita creativamente (sic) parti del mio libro Deficit democratici (Milano, Egea-Università Bocconi Editore, 2018).

 

Alle democrazie manca sempre qualcosa. È giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo. Democratico è quello che deve essere soggetto al controllo del popolo, vale a dire, governanti, rappresentanti, assemblee elettive, leggi, non, però, la burocrazia, le Forze Armate, la magistratura, le istituzioni scolastiche che debbono rispondere a criteri di efficienza e efficacia, di conseguimento degli obiettivi decisi dai rappresentanti e dai governanti. Il popolo deciderà poi se, come, quando fare circolare quei rappresentanti e governanti, cambiarli, meglio non usando il criterio burocratico del limite ai mandati tranne per le cariche elettive di governo che hanno la possibilità di sfruttare il loro potere per influenzare la propria rielezione.

La democrazia riguarda esclusivamente la sfera politica, quella nella quale si affida a qualcuno il potere di decidere “secondo le forme e i limiti della Costituzione”. Naturalmente, è ciascuna Costituzione, anche con riferimento all’assetto istituzionale del sistema politico: vari modelli di parlamentarismo, di presidenzialismo, di semi-presidenzialismo, persino di governi direttoriali-collegiali (come la Svizzera), a stabilire quelle forme e i relativi limiti. Qualcuno deve arbitrare relativamente alle forme e ai limiti. Dalla Costituzione USA in poi quel qualcuno è una Corte Costituzionale, il “giudice delle leggi”, la cui esistenza e la cui attività non vanno affatto a scapito della democrazia tranne quella che viene interpretata in chiave populista dove il popolo deciderebbe tutto con il suo voto, a prescindere dalle forme e dai limiti, finendo spesso nelle braccia di leader populisti e demagoghi e con loro fuoriuscendo dalla democrazia. Certo, ci sono anche casi nei quali è la democrazia che “fuoriesce” dal popolo (e da se stessa) ovvero meglio isola i governanti dal popolo. Succede quando una coalizione di strutture raggiunge accordi di non belligeranza e non interferenza e si irrigidisce dando vita ad autoritarismi centrati sul riconoscimento di reciproche sfere di influenza: la burocrazia statale, le Forze Armate, i grandi gruppi industriali, spesso la Chiesa.

Nella misura in cui la democrazia è pluralismo competitivo, le coalizioni autoritarie nascono raramente, vivono malamente e durano (relativamente) poco. Si trovano nei paesi a noi vicini soprattutto in Russia e in Turchia, ma soltanto qualche commentatore avventato può definire entrambi i paesi “democrazie autoritarie” (che è persino peggio dell’espressione “obblighi flessibili”). Russia e Turchia sono situazioni nelle quali non manca qualcosa alla democrazia. Manca la democrazia. L’obiezione che in entrambe c’è democrazia poiché si vota va completamente fuori bersaglio. Le elezioni democratiche debbono essere libere, competitive e eque. Nulla di tutto questo né in Russia né in Turchia né, naturalmente, in molte altre situazioni, ad esempio, di recente, in Zimbabwe. Laddove i cittadini non godono pienamente dei diritti politici, ad esempio, quello di candidarsi, di dare vita ad organizzazioni (persino, partiti) e di fare campagna elettorale, e, spesso, vedono i loro diritti civili, ad esempio, all’informazione, calpestati, in nessun modo è possibile considerare “democratiche” quelle elezioni. Tuttavia, anche alle elezioni democratiche può mancare qualcosa, ad esempio, gruppi selezionati e discriminati di elettori .

In troppi stati del Sud degli USA le minoranze afro-americane si vedono private, del diritto di voto con vari accorgimenti burocratici: requisiti di residenza, di registrazione nelle liste elettorali, di conoscenza della Costituzione. Altrove, le assemblee statali a maggioranza repubblicana fanno da tempo ricorso quasi scientifico, chirurgico al gerrymandering, alla manipolazione dei collegi elettorali. Quando le leggi elettorali danno scarso potere agli elettori, ad esempio, sottraendo loro qualsiasi possibilità di influenzare la scelta dei parlamentari siamo, ovviamente, di fronte ad un deficit democratico (Rosato, de te fabula narratur). Le democrazie si reggono su un’unica eguaglianza assoluta, quella di fronte alla legge: isonomia. Non è un’eguaglianza che esiste in natura. Deve essere creata e alimentata, mantenuta e riprodotta in continuazione. La democrazia è rule of law, governo della legge. Nessuna democrazia ha mai promesso l’eguaglianza di risultati. Non soltanto impossibile da conseguire, un’eguaglianza di questa specie sarebbe molto pericolosa poiché impedirebbe a ciascuno di noi di soddisfare effettivamente le sue priorità e le sue preferenze. Non desidero più denaro, ma più tempo libero. Mi impegno a lavorare di più per un certo periodo della mia vita per fare il critico d’arte in un altro periodo. Nelle democrazie esiste pluralismo delle scelte, ma, chiaramente, a seconda dei tempi e dei luoghi, nelle democrazie c’è sempre un deficit di risorse per soddisfare tutti i desideri, tutti i bisogni. Saranno, però, i cittadini a decidere quanto risparmiare, quanto spendere, come e quanto ridistribuire. E avranno regolarmente la possibilità di cambiare le loro preferenze nel corso del tempo.

Spesso le democrazie sono deficitarie per quel che riguarda il ruolo e il potere politico delle donne, dell’altra metà del cielo, che si traduce in gravi diseguaglianze sociali e economiche. Le quote rosa non risolvono il problema e possono persino essere anti-costituzionali. Tocca alle donne sfidare il potere politico maschile/ista non limitandosi a salire sulle code dei potenti e a farsi portare là dove si trovano le cariche che, come vengono attribuite/elargite, potranno essere revocate.

Last but not least, nelle democrazie può manifestarsi un deficit di leadership. Fermo restando che, periodicamente, si riscontrano deficit di capacità e qualità nel mondo dell’industria, diciamo meglio, fra i capitalisti, nell’accademia, nel giornalismo, nelle squadre di calcio e nell’atletica, i deficit di leadership politica hanno conseguenze sistemiche molto più gravi. Raramente le democrazie selezionano i “migliori” (qualità di quasi impossibile definizione) , ma in democrazia, costoro sono, per definizione, i vincenti nelle elezioni competitive. Raramente i migliori in un sistema politico dedicano le proprie energie alla politica. Molto diffusi in Italia l’antiparlamentarismo e l’antipolitica danno un grande contributo a tenere i migliori, con pochissime eccezioni, lontani dalla politica. Però, quello che conta è che un regime democratico rimanga sempre competitivo e aperto. La leadership di buona qualità riuscirà a fare la sua comparsa, ad affermarsi. Naturalmente, i migliori dovranno “sporcarsi le mani”, conquistare i voti. Dovranno contare sull’esistenza di molti cittadini interessati alla politica,informati sulla politica, partecipanti, non solo con il loro voto, alla politica.

Le democrazie hanno gravi deficit se questi cittadini sono pochi di numero, poco interessati e poco informati, partecipanti infrequenti e fluttuanti. La democrazia esisterà comunque, ma il suo funzionamento difficilmente sarà soddisfacente e la sua qualità risulterà certamente modesta, ma corrisponderà alla situazione che i suoi cittadini si sono costruita e meritata. Al cittadino non competente e non partecipante, che si irrita e protesta, allora diremo cura te ipsum. Se la democrazia è potere del popolo, il popolo ha il dovere civico di prepararsi per esercitarlo in maniera appropriata riducendo al massimo i suoi deficit cognitivi e partecipativi. Yes, we can.

Pubblicato il 3 settembre 2018

Deficit Democratici #11maggio #Udine #Vicinolontano2018 @vicinolontano @egeaonline

Venerdì 11 Maggio
Ore 18.30 — Libreria Friuli — Ingresso Gratuito

La democrazia appare oggi un percorso lasciato a metà. Questo vale, per esempio, se si guarda alle differenze tra uomini e donne. Vale in Italia così come negli Stati Uniti o nei luoghi che hanno visto rapidamente sfiorire le primavere arabe. Nel generarsi di questi deficit, molto contano, da un lato, le culture politiche (prima di tutto quella liberale); dall’altro, le istituzioni che mirano a consentire la partecipazione del popolo al potere, cercando un equilibrio fra rappresentanza e governo. Se nessuna democrazia è però in grado di evitare momentanei deficit, carenze di rappresentanza e di decisionalità, tutte dispongono di opportunità di (auto)correzione. Nel momento in cui sembra che sia l’anti-politica a farla da padrone, è tempo di scoprire e denunciare questi deficit profondi, compresi quelli che si annidano in molte realtà della società civile.

Deficit democratici
Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Egea 2018)

DEFICIT DEMOCRATICI
COSA MANCA AI SISTEMI POLITICI, ALLE ISTITUZIONI E AI LEADER
UBE (Egea 2018)