Home » Posts tagged 'elezione diretta presidente del consiglio'
Tag Archives: elezione diretta presidente del consiglio
La propaganda anti migranti serve a celare 4 anni di nulla @DomaniGiornale

In attesa della, meritata, Festa, il 4 settembre, per avere guidato il governo più lungo nella storia della Repubblica, c’è più di qualcosa che stona a Palazzo Chigi e dintorni. Quello sarà un giorno di bilanci non solo per la durata del governo poiché la durata ha un senso quasi esclusivamente se è la indispensabile premessa della sua produttività e vi si accompagna. Quei bilanci saranno, a loro volta, l’inizio di una, non sappiamo quanto, lunga campagna elettorale. Dunque, l’argomento prescelto detta il tono, rivela quale punto di forza Giorgia Meloni ritiene di potere sfruttare al meglio. L’immigrazione?
Se la Presidente del Consiglio si butta sull’emergenza immigrazione, con un assist paradossalmente offertole dal socialista Pedro Sanchez, e lo fa con durezza, ribadendo soluzioni non proprio di successo, come lo hub costosamente costruito in Albania, e facendo riferimento ad Piano Mattei, molto sbandierato, ma neppure iniziato, è logico dedurre che pensa di trarne copiosi frutti elettorali. Forse c’è di più, vale a dire il tentativo di rintuzzare la sfida che viene dal generale Vannacci con la parola d’ordine remigrazione. Certo, comunque, che affidarsi a questa problematica significa credere che qualsiasi altra politica formulata e attuata dal suo quadriennale governo abbia minore importanza per i cittadini elettori.
E allora cominciano i conti e i rimpianti. I conti riguardano soprattutto il lavoro e le bollette. I dati sull’occupazione si prestano a interpretazioni divergenti tali da non renderne possibile un uso trionfalistico, ma qualche corifea di FdI ci prova. Tremendo, invece, è il dato sul salario dei lavoratori che è addirittura declinato negli ultimi dieci anni e che pone l’Italia all’ultimo posto o quasi fra ventisette stati-membri dell’Unione Europea [se il direttore Fittipaldi me la lascia passare aggiungerei: Qualche riflessione autocritica sulle loro iniziative e sulle loro forme di lotta dovrebbe, forse, venire dai sindacati che potrebbero di conseguenza appoggiare la proposta di Elly Schlein di salario minimo garantito]. Inevitabilmente, questo dato si riflette su quello che per molti è il problema strutturale italiano: la bassissima crescita dell’economia nel suo complesso che non creando lavori di qualità incentiva e accompagna l’esodo dei giovani istruiti e ambiziosi.
Sul terreno istituzionale, le cose non sono andate affatto bene. Evitando il discorso sulla pessima legge elettorale, il cui difetto principale certo non è rappresentato dalle pure importanti modalità con le quali gli elettori riuscirebbero a votare la candidatura preferita, ma dal perseguimento ostinato di un obiettivo: la (impossibile) elezione di un governo stabile, che l’esperienza Meloni ha già conseguito, vi sono una sconfitta bruciante e un abbandono doloroso.
La sconfitta è quella referendaria quando il popolo sovrano è stato chiamato ad esprimersi e ha sonoramente bocciato la separazione delle carriere dei magistrati. L’abbandono doloroso, praticamente già certificato, è quello del disegno di legge sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Vantato dalla stessa Meloni come la madre di tutte le riforme è finito nei cassetti dei parlamentari anche se ne viene tentata una resurrezione sotto forma dell’inserimento del nome del/la candidato/a quella carica che i partiti dovrebbero indicare sulla scheda elettorale. Con tutte le riserve del caso, che sono molte e già diffusamente espresse, saremmo nella situazione esemplare nella quale la montagna del premierato forte partorirebbe un topolino, debolino, e niente più.
Si capisce che per sfuggire al poco, niente, fatto male, Giorgia Meloni e il suo governo siano costretti a fare la faccia ferocissima sull’immigrazione e, in subordine, sulla sicurezza degli italiani. Come bilancio di un governo di legislatura mi pare piuttosto insoddisfacente. Non sono un cerchiobottista, ma finora rovistando nel campo largo ho trovato critiche che spesso condivido, ma non (ancora?) proposte alternative convincenti, scintillanti e trascinanti. Presumo, con una certa conoscenza di causa, che primarie fatte bene, si può, darebbero un notevole impulso programmatico.
Pubblicato il 12 agosto 2026 su Domani
Meglio il diavolo che conosci: perché Meloni è ancora forte @DomaniGiornale

Appena superato per durata il governo Craxi, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si avvia a raggiungere i due governi più longevi della Repubblica guidati da Silvio Berlusconi, il II 1287 giorni e il IV 1412 giorni, e a centrare l’obiettivo più ambizioso. Infatti, il governo Meloni I ha notevolissime probabilità di diventare il primo e unico dei finora 68 governi italiani a completare l’intera legislatura 2022-2027. Così facendo, lo scrivo e lo sottolineo, farebbe cadere il presupposto fondante del suo disegno di legge costituzionale che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio “per il rafforzamento della stabilità del Governo”. Da tempo sappiamo che, da un lato, la stabilità dei governi è effettivamente un problema nelle democrazie parlamentari; dall’altro, che non dipende affatto dalla sua elezione diretta e popolare, che non esiste da nessuna parte. La stabilità dei governi parlamentari dalla Svezia alla Norvegia, dalla Germania alla Spagna dipende dalla coesione politica delle coalizioni e dalla loro condivisione programmatica, con il contributo essenziale, ma variabile, del capo del governo.
Nel caso italiano, sicuramente la leadership governativa di Giorgia Meloni ha fatto la sua parte che i sondaggi rilevano positivamente. Invece, le prestazioni del governo non sono certamente mirabolanti tantomeno se paragonate con gli obiettivi programmatici. In altri paesi esistono istituti che eseguono l’opera meritoria di valutare nella maniera più scientifica possibile il fatto, il non fatto, il malfatto. Qui lascerò da parte le mie preferenze politiche e programmatiche personali e enucleerò sommariamente solo alcune tematiche. L’immigrazione non è stata posta sotto controllo e il tanto vantato centro in Albania per lo più ospita meno di una ventina di persone al costo di parecchie migliaia di euro. Il tasso di crescita economica dell’Italia non è soltanto molto basso, è anche inferiore alla media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Vero è che il governo ha riportato il deficit sotto il 3 per cento e, forse, eviteremo la procedura di infrazione, ma il debito pubblico rimane altissimo, 135 per cento del Prodotto Interno Lordo. Il livello medio dei salari italiani è al penultimo posto nell’UE. Il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà è cresciuto.
Mai una priorità nelle preoccupazioni politiche degli italiani, la politica estera ha, comunque, offerto alla Presidente del consiglio grandi opportunità di mostrare che è una governante tenuta in considerazione, per lo più valutata affidabile e, talvolta, persino, nonostante qualche contraddizione, nient’affatto “cortigiana”, ma con una vicinanza a Trump che la rende relativamente influente. Poiché quel che conta è il parere dell’elettorato non sembra dubbio che nell’insieme Giorgia Meloni ha (re)suscitato una buona dose di orgoglio nazionale (un tempo prerogativa della squadra di calcio quando vinceva i mondiali. Il 12 luglio del 1982 ricordo di avere festeggiato con un gelato tricolore. Più o meno significativamente anche questo si riflette in maniera positiva sul governo. E poi si vede un’alternativa?
Nelle democrazie parlamentari con governi stabili le opposizioni contrastano sul merito i disegni di legge del governo, argomentando e proponendo, in piena consapevolezza che quel governo non cadrà anzitempo. Invece, le opposizioni italiane danno all’elettorato l’impressione che una “spallata” sia spesso possibile e praticabile in parte illudendolo in parte allarmandolo. Quella parte di elettorato –singoli e associazioni dei più vari tipi- non ampia, spesso decisiva, che gradisce la stabilità, ma sarebbe disponibile al cambio, vede le divisioni e le distanze politiche, le ambizioni e le gelosie, i personalismi delle e nelle opposizioni italiane che renderebbero un loro potenziale governo tutto meno che stabile. E, allora, ragionatamente, better the devil we know, si tiene più meno rassegnatamente, il governo Meloni I. Almeno fino a che le opposizioni, anche stimolate da commentatori e commentatrici non zelanti, ma capaci di criticarle per i loro molti errori, riescano a elaborare posizioni comuni lealmente sostenute e praticate. Domani potrebbe essere un altro giorno.
Pubblicato il 22 ottobre 2025 su Domani