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Addio uomini di partito: la destra perde le città @fattoquotidiano

La ricerca da parte del centro-destra di candidature civiche per le cariche di sindaco in alcune importanti città: Napoli, Roma, Milano, Bologna, è stata lunga, faticosa, rivelatrice. Salvini e Meloni, politici di professione, si sono impegnati allo spasimo per individuare candidati/candidate che non avessero mai fatto politica, respingendo le fievoli alternative proposte da Forza Italia, in particolare Maurizio Lupi a Milano. Paradossalmente, da un lato, il capo della Lega e la presidente dei Fratelli d’Italia sostengono di avere una nuova classe dirigente politica, ma, dall’altro, sembra proprio che a livello locale nei loro ranghi uomini e donne politiche di rilievo non ne esistano. Se esistono vengono retrocessi rispetto a persone che possono vantare di non avere mai fatto politica: il ritorno del qualunquismo e dell’antipolitica?

   La prima verità è che il centro-destra non è affatto così coeso e compatto come affermano, forse per autoconvincersi, Salvini, Meloni e Tajani. Al contrario, al suo interno la competizione si accompagna a frequenti tensioni e la scelta di una candidatura di partito sarebbe stata molto complicata e avrebbe incrinato i rapporti. In secondo luogo, la ricerca dei “civici” dice qualcosa sulla debolezza delle strutture di Fratelli d’Italia e della Lega, almeno nelle grandi città. Non esistono uomini e donne di partito con un radicamento cittadino forte, con un curriculum impeccabile, con una rete di conoscenze che travalichi ambiti settoriali e professionali, con acclarate capacità sperimentate almeno nel governo locale. Notevole è che né Salvini né Meloni abbiano dovuto confrontarsi con loro esponenti locali che ambissero ad essere prescelti. Il segnale da cogliere e diffondere è che, proprio nelle città, il centro-destra non dispone di una classe politica a contatto con chi vive in quelle città, ci abita, ci lavora, potrebbe rappresentarne le esigenze e le preferenze. Anche da questa constatazione, consapevolezza, ovviamente non esplicite e non espresse, discende la volontà di pescare nella società. Qui sì è probabile che si trovino professionisti ambiziosi, giornalisti, magistrati, medici, imprenditori (questa volta ci sono stati risparmiati gli attori e gli sportivi), quelli che un tempo venivano definiti “notabili”. A costoro non si chiede che sappiano di politica e di amministrazione. A proposito, essere al vertice di un ospedale, presiedere un ufficio giudiziario, avere una carica in un’associazione industriale non è in nessun modo assimilabile a guidare un comune, governare una città. Forse la popolarità dei candidati sarà una risorsa importante, non necessariamente decisiva, per ottenere la vittoria. Nella campagna elettorale, soprattutto per quel che riguarda le grandi città, c’è sempre anche un fattore nazionale, vale a dire il grado di approvazione dei partiti. Molto raramente la differenza è prodotta dalla personalità del candidato/a, dalle sue qualità, dalla sua esibizione di competenze politiche di cui non dispone.     Il centro-destra non sembra essersi minimamente posto il problema del dopo la eventuale vittoria dei loro candidati civici, vale a dire come governare le città. Nella campagna elettorale che non è ancora cominciata il problema dovrà pure emergere. La sinistra lo affronta nella maniera classica, che non vuole dire ottima, ponendo l’accento sul programma, su come “fabbricarlo”, sulla professionalità, soprattutto politica, dei suoi candidati, su quello che faranno nei primi famigerati cento giorni. Un po’ dappertutto senza fantasia il centro-destra rilancia a livello locale i suoi temi nazionali: sicurezza e immigrazione, accompagnati occasionalmente da critiche ai governi locali precedenti. Quello che mi pare il punto più debole delle candidature dei civici di centro-destra è l’improbabilità che, se vincessero, riuscirebbero a godere di autonomia operativa rispetto ai partiti che li hanno sponsorizzati. In quanto civici avranno ricevuto voti sulla loro persona, ma in consiglio comunale, fatta salva l’eventualità di eletti in liste con il loro nome, dipenderanno dai consiglieri eletti dai partiti del centro-destra che risponderanno ai dirigenti di quei partiti. Se sconfitti, sarà anche stata colpa dei civici stessi; se vittoriosi saranno costretti ad accettare di essere guidati e controllati da chi ha il potere politico: dirigenti e consiglieri dei partiti del centro-destra. Questa è la ragione che sta alla base della selezione di candidature civiche. Non è così che si migliora la rappresentanza e si rigenera la politica. Al contrario, si alimenta l’antipolitica al tempo stesso che si recupera una classica manifestazione della partitocrazia: il partito che controlla e subordina i sindaci i cui elettori saranno costretti a imparare che il civismo è un vero specchietto per le allodole.

Pubblicato il 20 luglio 2021 su Il Fatto Quotidiano

Dietro i civici, le sorprese

Succede un po’ di tutto nella ricerca spasmodica delle candidature alla carica di sindaco nelle maggiori città italiane. C’è Sala, il sindaco uscente di Milano, che incoraggia a suo sostegno la proliferazione di liste e listine, specchietti per le allodole, mentre il centro-destra oscilla tra la ricerca di un civico e la promozione di un politico. Ė davvero curioso come lo schieramento di centro-destra, in ordine casuale: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, che tutti i sondaggi danno oramai da molti messi maggioritario nel paese e destinato a vincere le elezioni e quindi a governare, desideri porre ai vertici delle città personalità non politiche. Sta mandando all’elettorato un messaggio confuso e contraddittorio: “dimenticate i politici, meglio la società civile” che, però, il PD non può sfruttare avendo già scelto un non-politico per Napoli, affidandosi a Beppe Sala a Milano, neppure lui un politico, e dando il peggio di sé a Bologna. Il Partito Democratico ne ha già fatte di tutti i colori, pretendendo il sindaco di imporre il suo successore, esitando il partito a promuovere le primarie quando gli assessori in corsa erano tre, trovandosi sfidato da Isabella Conti, sindaco di successo nel non piccolo comune di San Lazzaro, ma esponente di Italia Viva. Stanno per entrare in campo i probiviri e si preparano, forse, anche gli avvocati.

   A Bologna è questione di potere, quel potere diffuso che il PD non vuole neppure vedere scalfito. Altrove, invece, quel che sta succedendo è un brutto segnale non per vagamente “la politica”, ma per i politici e i loro veicoli che non hanno neppure il coraggio di chiamare partiti. Quei veicoli non sono strutture che reclutino iscritti, li facciano diventare militanti, li selezionino per le cariche elettive, promuovendo i migliori che hanno maturato esperienze e acquisito competenze. Sono mezzi di trasporto per il/la leader. Talvolta il PD deve soddisfare le esigenze di carriera dei suoi dirigenti, come avverrà a Roma e forse anche a Bologna, ma nel centro-destra da Meloni a Salvini evidentemente non si fidano della capacità dei loro esponenti a livello locale. Non saprebbero vincere. Dunque, bisogna andare a scovare il mitico candidato “civico” che porti la sua più o meno grande popolarità acquisita nel suo settore specifico, che abbia visibilità mediatica, che nella campagna elettorale faccia notizia e rumore, magari addirittura con qualche gaffe non micidiale.

   Poi, la situazione sarà più dura se vincesse poiché governare Torino, Milano, Napoli e soprattutto Roma non è mai né una passeggiata né un pic-nic. Qui, però, si colloca il retropensiero dei dirigenti del centro-destra. Il loro candidato civico risultato vittorioso dovrà inevitabilmente fare riferimento ai consiglieri comunali delle liste che l’hanno sostenuto. Lì Fratelli d’Italia, Lega e, in misura minore, Forza Italia hanno piazzato le loro donne e uomini in carriera. Certo, aiuteranno il sindaco/a, ma lo condizioneranno notevolmente. Dietro la candidatura civica stanno i dirigenti politici. Meglio saperlo.

Pubblicato AGL 11 giugno 2021