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Parlamentari a lezione dai francesi

Guardare con invidia ai risultati elettorali francesi e sostenere che in Italia tutto questo sarebbe stato conseguibile con le riforme renzian-boschiane e l’Italicum significa non sapere e non capire nulla né delle forme di governo né delle leggi elettorali. Il semi-presidenzialismo francese si fonda sull’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Poiché è assolutamente improbabile che un candidato ottenga la maggioranza assoluta al primo turno si va al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti. Il ballottaggio che, inevitabilmente, bipolarizza la competizione, non dà premi in seggi, ma attribuisce la carica. Il grande merito di Macron è stato quello di avere fatto campagna elettorale su una tematica fortemente bipolarizzante: “Europa Sì/No”, conquistando voti dai gollisti, dai centristi, dai socialisti. Nelle elezioni legislative, l’effetto di trascinamento della sua vittoria presidenziale è stato meno grande delle previsioni, ma sufficiente a consegnare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale ai parlamentari eletti del suo schieramento: La République en Marche.

Il 75 per cento dei deputati non hanno fatto parte dell’Assemblea eletta nel 2012. Quindi c’è stato un enorme rinnovamento favorito dal sistema elettorale a doppio turno nei collegi uninominali. Gli elettori che sono andati alle urne (l’unico neo della vittoria de La Rèpublique en Marche è il tasso di astensionismo giunto addirittura al 57 per cento) sono riusciti a dare al Presidente una maggioranza assoluta, 308 seggi su 577, ma non hanno, come si temeva, fatto scomparire l’opposizione. Il doppio turno nei collegi uninominali consente agli elettori non soltanto di valutate la personalità del candidato/a, le sue qualità, eventualmente, la sua capacità di rappresentanza, ma anche al secondo turno di votare in maniera strategica, vale a dire di scegliere candidature che operino come contrappeso al Presidente e alla sua maggioranza. È un fenomeno verificatosi più volte nella storia della Quinta Repubblica, in maniera più evidente in occasione della vittoria presidenziale di Sarkozy nel 2007. Insomma, il semipresidenzialismo francese è riuscito fino ad oggi a consentire la formazione di maggioranze di governo, talvolta coalizioni, dando significativo potere agli elettori (incidentalmente, due voti “liberi”, debbo proprio scriverlo, sono più efficaci di uno), rendendo possibile l’alternanza, ma anche favorendo la ristrutturazione del sistema dei partiti.

Il Presidente socialista François Hollande non si è ricandidato nella consapevolezza, corroborata dai sondaggi, che sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta, poi subita dai candidati del suo partito. Ecco, il semi-presidenzialismo francese e la legge elettorale a doppio turno nei collegi uninominali consentono una chiara attribuzione di responsabilità ai detentori delle cariche con gli elettori messi in condizione di premiarli/punirli proprio a seconda delle loro “prestazioni”. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile con le riforme italiane sconfitte dal referendum e con la legge elettorale dichiarata in più punti incostituzionale. Ridicoli sono, pertanto, le sommarie e semplicistiche comparazioni che proliferano sulla rete e nelle dichiarazioni dei parlamentari italiani ai quali è lecito chiedere di imparare qualcosa. Cambiare forma di governo è, naturalmente, un’operazione difficilissima, ma non impossibile. Però, la legge elettorale che il Parlamento deve, comunque, formulare potrebbe ispirarsi al doppio turno francese: più potere agli elettori, rappresentanza politica assicurata nei collegi, spinta alla formazione di coalizioni che daranno vita a governi. Questi sono gli elementi caratterizzanti la dinamica politica francese che è giusto invidiare, che è possibile imitare. Fuori dal chiacchiericcio su occasioni sprecate, che mai furono tali, e proposte che mai sono state fatte. Macron mette in cammino la Francia, mentre i capi dei partiti italiani e i loro parlamentari rimangono in stallo.

Pubblicato AGL il 20 giugno 2017

Sovranista senza maggioranza

Marine Le Pen ha una storia politica più lunga di Trump, ma un futuro meno radioso. Non è una populista, ma una sovranista conseguentemente anti-europea. Non vincerà la presidenza, ma anche se le riuscisse, l’assetto istituzionale del semipresidenzialismo francese la obbligherebbe alla coabitazione con una maggioranza parlamentare non sua. Seppur con molti conflitti, a governare sarà il Primo ministro di un altro partito.