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Viva la contesa. Ma si pensi agli elettori perduti @DomaniGiornale

La contendibilità (del governo) sta, in maniera non dissimile dalla bellezza, negli occhi di chi guarda. Vedere che i voti del proprio schieramento sono cresciuti è confortante. Constatare che i concorrenti si sono trovati in un sostanziale stallo è quasi altrettanto incoraggiante. Ma il futuro non è mai la semplice prosecuzione dell’oggi poiché numerosi altri fattori sono destinati a fare la loro comparsa. Votando (o no) nelle elezioni regionali, gli elettori erano ampiamente consapevoli della posta in gioco e anche delle problematiche alle quali i candidati presidenti, i loro partiti e, ancor più, le loro coalizioni avevano formulato le loro risposte programmatiche. In Veneto, in Campania e in Puglia non c’era nessun Presidente ricandidato che potesse trarre vantaggio dalle sue prestazioni di governante mettendole in contrapposizioni con le inevitabilmente meno solide promesse degli sfidanti. Peraltro, qualche vantaggio esiste quasi sempre, in termini di visibilità e di relazioni, per le coalizioni governanti. In tutt’e tre i casi, quei governi regionali potevano vantare una lunga storia, quantomeno decennale. Non ne è venuta nessuna sorpresa, ma soltanto una lezione di cui peraltro politici e commentatori attenti non dovrebbero avere necessità: se le sparse membra del centro-sinistra riescono a (ri)comporsi la loro somma può superare il numero di voti che raggranellati dal centro-destra.
Proiettare gli esiti delle elezioni regionali sulle nient’affatto imminenti elezioni politiche del 2027 (a proposito i partiti di governo ci risparmino il brutto gioco di scegliere la data solo in base alle loro convenienze e comunque decidano con un congruo anticipo), non è operazione facile. Chi la fa come, non da sola, la giustamente soddisfatta segretaria del Partito Democratico, deve essere consapevole che il “suo” campo non potrà permettersi nessuna defezione a livello nazionale, anche la più piccola potendo risultare decisiva. Quello che a livello regionale, gli elettori giustamente trascurano, vale a dire la politica estera, non potrà essere eluso a livello nazionale. Oggi come oggi e probabilmente anche domani, le differenze fra i protagonisti del campo largo, sono notevoli e non facili da spingere sotto il tappeto. Vero che la politica estera non è una priorità per l’elettorato italiano, ma basterebbero due o tre per cento di elettori che, particolarmente preoccupati, facessero mancare i loro voti perché l’ago della bilancia pendesse a destra.
Anche se sarebbe sempre preferibile che le elezioni venissero vinte da chi ha le proposte migliori e offre garanzie credibili di saperle attuare, da tempo i dirigenti dei partiti si dedicano alla manipolazione opportunistica delle leggi elettorali. Sbagliano quasi sempre; sbagliano male, e insistono rivelando di conoscere poco la materia (non sono i giuristi gli esperti dei sistemi elettorali). Qui mi limito a sottolineare che una disposizione europea ha sancito da tempo che le leggi elettorali non debbono essere cambiate nell’anno in cui si tengono le elezioni. Aggiungerei anche che è ora di smetterla con la ricerca spasmodica di stampelle sotto forma di premi in seggi per evitare pareggi immaginari. Negli occhi di chi guarda non dovrebbe trovarsi soltanto la bellezza della contendibilità del governo, fenomeno da valutare sempre in maniera positiva. Dovrebbero trovarsi le tracce anche di quei tanti, ad un certo punto sarò costretto a scrivere troppi, elettori e elettrici che alle urne, per molteplici ragioni, comprensibili, ma da me quasi mai ritenute assolutorie, non ci vanno (più). Allora, una buona contesa per il governo del paese sarà quella che sospinge dirigenti, partiti e candidati a cercare gli astensionisti e a incentivarli a tornare con noi. L’interesse di partito e di coalizione coinciderebbe con l’interesse del sistema per una crescita dei votanti. Apprezzabile effetto della ben tornata contendibilità che sarà sotto gli occhi di tutti.
Pubblicato il 26 novembre 2025 su Domani
«Ma Schlein su Ue e Ucraina non è chiara. Chi le è contro la sfidi invece di criticarla» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, commenta il voto in Toscana e analizza quanto accade nel Pd, con Paolo Gentiloni che negli scorsi giorni ha chiesto a Schlein «un chiarimento» con il M5S. «Penso che Schlein volte prende posizioni che non mi piacciono ma per sfidarla servono posizioni chiare e precise che al momento ha solo una piccola minoranza guidata da Pina Picierno – dice – Dopodiché un partito deve avere una linea molto chiara sulle questioni più spinose come appunto l’Europa e l’Ucraina, cosa che in questo momento non avviene».
Professor Pasquino, in Toscana Giani ha stravinto e il Pd è ampiamente primo partito: segno che Schlein può dormire sonni tranquilli alla guida dei dem?
I toscani, come i calabresi e i marchigiani, votano sulle questioni che riguardano la Regione e scelgono il loro candidato presidente in base alla persona. Tutto il resto, cioè i Pro Pal, l’idea che possa in qualche modo contare la politica internazionale sulle questioni interne e regionali, esiste solo nella bolla mediatica. Detto ciò, Schlein è la segretaria eletta attraverso le primarie e gli sfidanti se vogliono devono chiederne le dimissioni e proporre le primarie come controllo sul suo operato.
Eppure nel fine settimane Paolo Gentiloni ha detto che serve un «chiarimento» con il M5S sull’Europa, sull’Ucraina, insomma sulla politica estera: che ne pensa?
Penso che Schlein volte prende posizioni che non mi piacciono ma per sfidarla servono posizioni chiare e precise che al momento ha solo una piccola minoranza guidata da Pina Picierno. Dopodiché un partito deve avere una linea molto chiara sulle questioni più spinose come appunto l’Europa e l’Ucraina, cosa che in questo momento non avviene.
Il guru dem Goffredo Bettini dice invece che serve un chiarimento interno al partito, più che con il M5S: che ne pensa?
Bettini non voglio commentarlo. Mi chiedo perché debbano rivolgersi a un guru esterno. Un partito, come diceva il compagno Gramsci, è un intellettuale collettivo e sicuramente la linea al Pd non può darla Bettini ma neanche Cacciari o Canfora. E neanche Albanese.
Casa riformista può essere il progetto centrista che manca alla coalizione?
Il centro è un luogo geografico, per diventare un luogo politico dovrebbe avere politiche chiare e specifiche che invece vengono messe in secondo piano dagli ego di Renzi e Calenda ma anche di Lupi, dall’altra parte. Quindi i centristi possono avere qualche voto, ma non sono decisivi. Come sarebbero invece i Cinque Stelle che però perdono voti di qua e di là con Conte che ha preso posizioni estremiste che renderanno difficile un governo con il Pd.
In Campania De Luca dice che il Pd sta buttando al vento tutti i suoi voti regalando la Regione al M5S per sostenere Fico: ha ragione?
No, perché quando si fanno le alleanze bisogna cedere qualcosa. E Fico è il meno grillino possibile, ha poco a che vedere con Conte, ha imparato moltissimo facendo il presidente della Camera e sostanzialmente è un progressista. Non è un grillino imprevedibile con punte di antipolitica. Insomma, Fico ha complessivamente la consapevolezza della complessità della politica e non è un terribile semplificatore come il grillino medio.
Renzi insiste sul fatto che il campo largo può vincere solo con un centro forte, che faccia da contraltare al M5S… Ribadisco: al centro ci si va in maniera politica. Bisogna trovare tematiche attraenti anche per elettori grossomodo moderati di centro ma che devono andare bene anche al Pd. Perché attenzione: il lavoro che il Pd deve fare non è spostarsi al centro ma trovare tematiche giuste per allargare il proprio bacino elettorale. E ci sono due tematiche sulla quali mi pare che non ci siamo.
Cioè?
La prima è quella dell’ordine pubblico, sulla quale sinceramente non mi ritrovo con il Pd di oggi. Spaccare vetrine per sostenere la Palestina è una stronzata, tecnicamente parlando. L’altra è che questo paese ha bisogno di crescere in maniera significativa e quel che conta è l’istruzione. In questo Paese non ci sono investimenti in istruzione ma bisognerebbe sapere come sfruttare tutte le nuove potenzialità a cominciare dall’IA. Non serve assumere insegnanti e basta, ma serve assumere insegnanti specifici e formati. Se non ci sono bisogna prepararli in maniera molto urgente e se ci sono bisogna assumerli, pagarli meglio e farli circolare.
Pubblicato il 14 ottobre 2025 su Il Dubbio
Un’altra sinistra è possibile, ma bisogna scompaginare @DomaniGiornale

Nelle Marche il Presidente uscente, Francesco Acquaroli, ha ottenuto 50 mila voti di più dello sfidante, Matteo Ricci, europarlamentare in carica da un anno per dieci anni visibilissimo sindaco di Pesaro. Nelle Marche ha votato il 50 per cento degli iscritti nelle liste elettorali. Più di 600 mila elettori hanno preferito astenersi. Una parte di loro sicuramente non è stata in grado di andare a votare per ragioni personali, professionali, congiunturali. Una parte ha consapevolmente deciso di non andare a votare. Una parte non è stata né raggiunta né convinta dai candidati e dai loro partiti ad andare a votare. Eppure, la scelta sembrava importante.
Anche se è giusto interrogarsi sul guaio giudiziario che si era aperto intorno a Ricci, altrettanto giusto chiedersi quanto mettere al collo la bandiera della Palestina possa essere stato controproducente, ancora più interessante sapere quanti elettori abbiano deciso di appoggiare il centro-destra marchigiano per evitare contraccolpi sul governo nazionale, la risposta più soddisfacente suggerita dai numeri è che la coalizione del centro-sinistra non ha saputo mobilitare abbastanza elettori.
Tenacemente e testardamente, coerentemente, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato che, comunque, quella del campo largo è la coalizione da perseguire: TINA (There Is No Alternative). Per chi ragiona a bocce ferme è vero: i componenti possibili e necessari sono quelli e non si vedono in giro altri attori portatori di voti. Ma politica è, rimanendo nella mia metafora, sapere giocare con quelle bocce e con i giocatori cercando di creare movimento e entusiasmo. Insomma, facendo sì che una parte almeno degli spettatori decida di dare attivamente il suo contributo, di entrare in campo. Invece, gli elementi poco incoraggianti, se non addirittura scoraggianti sembrano prevalere.
Da un lato, una parte dei Democratici fa fatica a ingoiare la necessità di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma non riesce a proporre qualcosa di diverso. Dall’altro lato, il capo delle 5 Stelle cerca quasi scientificamente di sfruttare tutte le tematiche che siano controverse all’interno del PD, a cominciare da quelle che riguardano le politiche europee, non soltanto la difesa. Tutti, poi, percepiscono che fin troppo spesso Giuseppe Conte lascia trapelare la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Anche se palesemente non sostenuta dai numeri, questa ambizione sicuramente turba non pochi elettori e consente a troppi male intenzionati commentatori di usarla contro Schlein. In qualsiasi contesto democratico, la Germania è da decenni l’esempio migliore, indiscussa è la candidatura a capo del governo del/la leader del partito che ottiene più voti. Altrimenti, si ha ricatto, anche quando non esplicito, che sicuramente inquieterebbe non pochi elettori. Infine, sicuramente fanno problema anche coloro, come spesso Carlo Calenda, che si oppongono a qualsiasi alleanza con i 5 Stelle, ma mancano della capacità di supplire al venir meno di quei voti. Però, è anche vero che è probabile che almeno una parte di elettori pentastellati nel momento della verità voterebbe comunque per una coalizione contro il governo. Peraltro, nelle Marche i numeri indicano che molti elettori già pentastellati hanno scelto di non andare alle urne forse memori del non lontano passato renziano di Matteo Ricci.
È molto probabile che le coalizioni volute da Schlein vinceranno in Toscana, Puglia e Campania, ma il rischio è che di conseguenza gli interrogativi scomodi proprio sulla qualità dei campi larghi vengano fatti sparire. Certo, l’obiettivo grosso è costituito dalle elezioni politiche nazionali del 2027. Bisognerebbe sapere fare, come scrisse e più volte disse quel grande uomo di sinistra che fu Vittorio Foa, la mossa del cavallo. Scompaginare. Uscire da quella che non sempre è una confort zone per andare a battibeccare con gli astensionisti. Meglio cominciare subito.
Pubblicato il 1° ottobre 2025 su Domani
Le elezioni regionali e il compagno trend @DomaniGiornale

Entrare e battersi nella competizione per la visibilità con la Presidente del Consiglio che occupa con la sua immagine “internazionale” tutti gli schermi del reame è operazione impervia. Meglio limitarsi a pochissime critiche mirate e plausibili, ma i dirigenti dell’opposizione italiana raramente si contengono esibendosi in critiche non sempre fondate con il risultato di accrescere la visibilità di Giorgia Meloni. Peraltro, tutti, commentatori e operatori politici, dovrebbero avere imparato e sapere che la politica internazionale non è mai la tematica dominante nelle preoccupazioni degli elettori e che gli elettori, anche quelli italiani, non hanno sempre ragione, ma sanno distinguere la posta in gioco al momento delle elezioni.
Dunque, non sarà l’immagine di Giorgia Meloni seduta compiaciuta al fianco del Presidente Trump a farli scegliere il candidato di Fratelli d’Italia alla Presidenza della Regione Marche. In tre delle sei regioni che in relativamente rapida sequenza andranno al voto fra settembre e dicembre, il Presidente uscente è di centro-sinistra in tre di centro-destra. Le tre regioni di centro-sinistra: Campania, Puglia e Toscana sembrano inespugnabili, con il Veneto di centro-destra che è inespugnabilissimo, mentre nelle Marche e, alquanto meno, in Calabria, il centro-destra rischia, rispettivamente molto e un po’.
Al momento, la grande novità è che il centro-sinistra sembra avere raggiunto l’accordo su tutte le candidature. Anche se rimangono alcuni problemi relativi alle liste a sostegno e a candidature ingombranti e riottose ai Consigli regionali. Qualsiasi riflessione di fondo deve partire da una constatazione elementare quasi una lezione di politica, forse finalmente appresa e condivisa: “correre” separati implica la quasi certezza della sconfitta. Naturalmente e comprensibilmente, ciascuno dei potenziali alleati deve trovare il modo di affermare la sua importanza coalizionale anche per tradurla in voti. Indicare il candidato di vertice o imporre qualche tematica specifica e caratterizzante, qualche priorità nel programma da formulare e presentare è sempre il modo migliore di acquisire visibilità.
Nessuno è così ingenuo da non vedere che nel centro-sinistra, contrariamente al centro-destra, esistono due problemi reali, preliminari e non facilmente risolvibili. Primo, la segretaria del Partito Democratico è costantemente sotto esame all’interno e fuori, anche se nessuno sa, vuole, riesce e proporre un’alternativa. Elly Schlein, la cui leadership richiede più di un approfondimento analitico e politico, ha comunque conseguito obiettivi rilevanti. Secondo, in prospettiva, ma con effetti e ripercussioni frequenti e sicuramente volute, Giuseppe Conte non ha mai (ancora?) abbandonato la ambizione e la speranza di tornare lui a Palazzo Chigi. Dunque, fa stagliare il suo profilo di governante, senza, per quel che conta, trovare il mio gradimento. Qui mi limiterò a dire che il centro-sinistra dovrà comunque chiarire i criteri di selezione dell’antagonista della Meloni dei record, di durata e stabilità.
La pazienza e la insistenza con la quale Schlein continua opportunamente a cercare di costruire un campo il più largo possibile, senza nocive contraddizioni e contrapposizioni, vanno apprezzate poiché sono assolutamente meritorie. Gli esiti delle imminenti elezioni regionali potranno confortarla. Qualche decennio fa i socialdemocratici tedeschi all’opposizione si trovarono a vincere una dopo l’altra quattro, cinque elezioni in alcuni importanti Länder. Scherzosamente, ma non troppo, si riferirono a quella che sembrava (e fu) la tendenza all’aumento cospicuo dei loro voti anche a livello nazionale come al Genosse Trend (compagno trend). Ecco, con l’aggiunta di un po’ di quell’indispensabile impegno sul territorio, talvolta colpevolmente mancato, per parlare con la “gente” (che è fare politica, le sei elezioni regionali prossime venture potrebbero diventare il Genosse Trend del centro-sinistra.
Pubblicato il 20 agosto 2025 su Domani
Non basta allargare il campo e bisogna allungare lo sguardo @DomaniGiornale

Nel valutare l’esito di una qualsiasi elezione bisogna sempre tenere conto di una pluralità di elementi. La natura di quella coalizione è soltanto uno di quegli elementi. In Sardegna esiste il voto disgiunto: per il/la Presidente e per un partito diverso (ha premiato, per molte buone ragioni, Alessandra Todde). In Abruzzo il candidato del centro-destra era il Presidente in carica, l’incumbent. In Sardegna, il centro-destra ha candidato un sindaco non molto apprezzato in sostituzione del Presidente uscente non ritenuto all’altezza. In una competizione bipolare le candidature contano, eccome. Possono essere decisive. Proprio per questo è opportuno curarsi anche delle modalità con cui verranno scelte in Basilicata e in Piemonte. A livello nazionale è (quasi) tutta un’altra storia, ma rimane raccomandabile scegliere bene le candidature parlamentari.
Certo, riuscire a costruire una coalizione “larga”, “giusta” e “coesa” può essere decisivo, magari offrendo agli elettori una spiegazione convincente e trascinante, talvolta coinvolgendoli (che fine hanno fatto le primarie previste nello Statuto del PD?) e, soprattutto, trovando originali priorità programmatiche. Mettere insieme le sparse membra dei progressisti-(non trovo termine migliore, comunque, dovranno essere i “centristi” a decidere dove andare-, è tanto difficile quanto indispensabile se si vuole tornare a vincere. L’Abruzzo non è né la Sardegna né l’Ohio (che ho visitato tre volte e dove non c’è nessuna necessità di fare coalizioni). Non è, con tutto il rispetto, neppure l’Italia. Non c’è una lezione specifica da trarre dall’esito elettorale. Le riflessioni politiche debbono basarsi su un dato strutturale noto e su uno ignoto e su alcuni elementi congiunturali.
Il dato strutturale noto è che il centro-destra è da trent’anni una coalizione più o meno larga e coesa e che i suoi dirigenti conoscono le rispettive ambizioni e preferenze, riuscendo quasi sempre a renderle compatibili. Il dato ignoto è quanto i dirigenti dei progressisti siano disposti a sacrificare delle loro ambizioni personali e politiche per l’obiettivo (mi auguro) comune: sconfiggere il centro-destra. Dalle loro dannose divisioni del passato non sembrano avere ancora imparato abbastanza. Però, esiste più di una probabilità che, facendo di volta in volta coalizioni, costruendo un campo, non mi mancano gli aggettivi, ma preferisco decente, riescano a trovare una pluralità di punti d’accordo e a mettere in secondo piano i punti di disaccordo.
Sembra molto più facile, oggi, procedere sulla strada degli accordi locali che di un grande accordo nazionale. A livello locale, poi, quegli accordi dovrebbero portare anche a ridurre le distanze fra gli elettori cosicché si uscirebbe dalla brutta e dannosa spirale centrifuga: perdere, da una parte, elettori relativamente più moderati, dall’altra parte, elettori più progressisti. Tutto quello che costruisco qui con il mio fidato e affidabile computer va costruito sul campo, senza aggettivi, dai dirigenti, degli attivisti, dai candidati/e. Entrano in gioco i dati che ho definito congiunturali. Il primo, forse il più importante, è quello della legge elettorale con la quale si voterà prossimamente (considero fortemente inadeguata e distorcente la legge attualmente in vigore). Un buon sistema elettorale proporzionale, ad esempio, quello tedesco, non richiede, ma non scoraggia, le coalizioni. Il maggioritario francese a doppio turno le rende indispensabili. Il secondo, imprevedibile, dato congiunturale riguarda quali saranno i temi salienti in occasione delle elezioni politiche. Però, è facile ipotizzare che come stare nell’Unione Europea e come porsi di fronte alle guerre rimarranno temi ineludibili. Non è immaginabile una coalizione che si candidi a governare l’Italia se non ha raggiunto una posizione condivisa su entrambi i temi.
Pubblicato il 13 marzo 2024 su Domani
Campagne elettorali permanenti e triangoli viziosi @formichenews

Anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Le democrazie imparano e con loro anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Quel che sappiamo è che se non si vota liberamente, segretamente, periodicamente non può esistere nessuna democrazia. Naturalmente, da solo il semplice votare non implica l’esistenza di una democrazia; anzi, spesso è semplicemente manipolazione delle preferenze dei votanti e non votanti. Un professore cinese mi comunicò candidamente che in troppe democrazie occidentali si vota troppo spesso. Con rischi per i governi e per le stesse democrazie. Le elezioni regionali in Abruzzo offrono il destro (oops, par condicio, anche il sinistro) per criticare le elezioni troppo frequenti e le campagne elettorali permanenti. Scrivo subito che non condivido né l’una né l’altra critica.
Esistono diversi livelli di governo: comunale, regionale, nazionale ed giusto e opportuno che ciascuno abbia la sua tornata elettorale. “Accorpare” tutte le elezioni comunali e tutte le elezioni regionali? No, è giusto che si voti quando è giunto alla fine del suo mandato qualsiasi governo locale e non procedendo ad accorpamento artificiali. Ed è preferibile che gli elettori possano maturare la loro opzione di voto con riferimento all’organismo per il quale votano. Poi, sicuramente l’elettorato dell’Abruzzo sa perfettamente che il suo voto ha una forte valenza locale, vale a dire, l’elezione del Presidente della Regione, ma verrà anche interpretato come un segnale che l’opposizione ha imboccato la strada giusta dopo la vittoria in Sardegna oppure che quella rondine sarda non fa primavera e che il centro-destra ha subito superato la sua battuta d’arresto. Tutto questo è, comunque, importante e utile al triangolo, non sempre virtuoso, dei protagonisti: elettori, operatori dei media, dirigenti politici.
Qualsiasi elezione produce informazioni politiche e sociali rilevanti, anche informazioni sulle disinformazioni e sui disinformatori. Fissato questo punto, il quesito successivo riguarda la cosiddetta campagna elettorale permanente. La traduco come segue. Quella campagna è intessuta di tutti gli atteggiamenti, tutte le dichiarazioni, tutte le prese di posizione dei dirigenti politici orientate continuativamente a lucrare qualche voto in più, qualche consenso aggiuntivo, qualche spazio di visibilità. Talvolta questa ossessiva ricerca va a scapito del tempo e delle energie che dovrebbero essere assegnate a governare. Talvolta nasconde le difficoltà, forse anche l’incapacità dei governanti e la sterilità degli oppositori. La metafora è quella dell’equilibrista costretto a muoversi più o meno rapidamente sul filo per procedere evitando di cadere. La campagna elettorale permanente esige movimenti permanenti che, senza idee, diventano balletti quasi incomprensibili, ma che danno qualche soddisfazione ai ballerini non in grado di fare altro.
Ciò doverosamente detto, anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Non concluderò che nelle democrazie non fanno la loro comparsa problemi che l’arsenale democratico non possa risolvere, ma ci vado molto vicino. Le democrazie imparano e con loro, grazie a qualche aiutino che provenga da comunicatori preparati, non neutrali, ma imparziali, dotati di indispensabile senso civico, anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente.
Pubblicato il 10 marzo 2024 su Formiche.net
L’alternativa non è più una chimera. Costruire coalizioni è l’arte della politica @DomaniGiornale

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico sotto lo splendido sole della Sardegna. Per conquistare una carica monocratica, la Presidenza della Regione, assegnata in un solo turno elettorale, è decisivo costruire preventivamente una coalizione a sostegno della candidatura prescelta. Ferme restando le loro personali preferenze politiche, gli elettori rispondono valutando l’offerta dei partiti, della coalizione, della candidatura, in parte dei programmi e della capacità di governare. La vittoria di Alessandra Todde in Sardegna è il prodotto virtuoso di questo pacchetto di elementi. La grande soddisfazione di dirigenti e attivisti dello schieramento del centro-sinistra che ha vinto è comprensibile (e da me, per quel che conta, condivisibile). Procedere a generalizzazioni assolutistiche, “la sinistra unita non sarà mai sconfitta” (“il governo Meloni è indebolito”) e proiettare automaticamente la possibilità/probabilità di un esito sardo anche sulle altre elezioni regionali e sulla elezione dell’Europarlamento (che è tutta un’altra storia) è esagerato, sbagliato, rischia di risultare controproducente.
Ciascuna regione, a cominciare dall’Abruzzo, la prima a votare prossimamente, ha le sue peculiarità di storia politico-partitica, di governo, di problematiche socio-economiche. Se la lezione generale è che le coalizioni si costruiscono di volta in volta, saranno i dirigenti politici di quella regione a decidere se, come, con chi, attorno a quale candidatura costruire un’alleanza. La buona notizia, non so quanto importante per l’Abruzzo, è che Calenda ha twittato che l’esito sardo “è una lezione di cui terremo conto”. Traduzione “correre” come polo autonomo è perdente. Aggiungo che rischia sempre di fare perdere il polo più affine (ma qualcuno proprio quelle sconfitte vuole produrre).
Stare insieme in coalizioni elettorali che possono diventare di governo porta ad una più approfondita condivisione di obiettivi, di preferenze, di soluzioni programmatiche. Il discorso sui valori è, naturalmente, molto più complesso. Parte dalla Costituzione e porta all’Europa, tema che riguarda anche i governi regionali. Rimarranno sempre differenze programmatiche e politiche nella schieramento di centro-sinistra. Meglio non esaltarle e neppure seppellirle additando le profonde divisioni esistenti nel centro-destra. Infatti, quei partiti e i loro dirigenti sembrano avere maggiore consapevolezza del fatto che, separati e divisi, perdono e che il potere è un collante gradevolissimo, generosissimo. Inoltre, i loro elettorati sembrano socialmente più omogenei. Alla eterogeneità e diversità, sociale e, forse, più ancora culturale, dei rispettivi elettorati di riferimento, non basta che i dirigenti del centro-sinistra esaltino le differenze come risorse. Debbono ricomporle attorno a obiettivi e a candidature comuni il più rappresentative possibili.
Le elezioni per il Parlamento europeo, poiché si vota con una legge proporzionale con clausola di esclusione del 4 per cento, suggeriscono due comportamenti. Primo, evitare la frammentazione nel e del centro-sinistra. Secondo, poiché i partiti, a cominciare dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, giustamente vogliono misurare il loro consenso correndo separatamente, dovrebbero evitare di scegliersi come bersagli reciproci. La sfida è delineare una visione per l’Unione Europea dei prossimi cinque anni, non criticare la visione dei propri alleati nazionali. La critica va indirizzata agli opportunismi, alle contraddizioni, ai patetici resti di sovranismo provinciale, dello stivale, dei tre partiti del centro-destra. L’obiettivo di fondo non è la mission al momento impossible di fare cadere il governo e sostituirlo, ma di dimostrare che esiste un’alternativa di centro-sinistra all’altezza della sfida. Adelante con juicio.
Pubblicato il 28 febbraio 2024 su Domani
Le elezioni sono una cosa seria. I partiti puntino sul merito @DomaniGiornale

Condotto da più parti, dalla destra in maniera più agguerrita e diversificata, è in corso un attacco ad alcune regole formali e informali, ma anche sostanziali, che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il modo di fare politica in democrazia. Il primo versante dell’attacco riguarda le candidature per le elezioni europee e, in misura minore, per le elezioni regionali. Qualsiasi discorso sulle candidature europee deve sempre cominciare sottolineando, ad avvertimento dei lettori e degli elettori, che esiste incompatibilità fra la carica di parlamentare europeo e quelle di parlamentari e governanti nazionali. Dunque, eletti ed elette dovranno optare per una delle cariche e se optassero per rimanere in Italia l’inganno perpetrato ai danni di chi le ha votate dovrebbe essere subito stigmatizzato. A maggior ragione quando la candidatura europea fosse utilizzata, non solo come test di popolarità, ma come modo per conquistare voti: la tentazione di Meloni. Suggerirei anche di non rivangare candidature europee passate di leader nazionali di vari partiti, poi ovviamente rimasti in Italia. Sono tutti pessimi esempi. L’uso strumentale delle elezioni europee non è destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia, dei suoi europarlamentari e poi del suo Commissario proprio quando i prossimi cinque saranno densissimi di appuntamenti importanti e scelte decisive: riforma dei trattati e allargamento. Per l’appunto, il dibattito politico merita di centrarsi sulle posizioni e sulle proposte dei candidati e sulle loro competenze e capacità relative in special modo a quelle due grandi tematiche.
Anche nel caso delle elezioni regionali, è opportuno, nella misura del possibile, procedere alla valutazione delle prestazioni, il passato, e delle promesse/proposte delle (ri)candidature. Naturalmente, i Presidenti uscenti si presentano con un bilancio più facile da analizzare e da lodare/criticare delle proposte degli sfidanti. Già questa operazione di confronto sarebbe molto utile e offrirebbe agli elettori materiale in grado di consentire un voto meglio fondato e più consapevole. Invece, il discorso dei dirigenti di partito, soprattutto quelli facenti parte della coalizione di governo, sembra orientato verso due elementi. Primo, il riequilibrio che andrebbe a scapito della Lega e a favore di Fratelli d’Italia e, secondo, la ridefinizione del numero dei mandati consentibili.
Sul primo punto, la questione non può non essere affidata ai rapporti di forza, ma risulterebbe molto più convincente e meno particolaristica se, come sopra, fossero utilizzati criteri che privilegiano le capacità di governo che i candidati poi vittoriosi saprebbero mettere all’opera per migliorare la vita degli elettori tutti. Qui entra in campo il criterio del buongoverno che, secondo alcuni, dovrebbe essere anteposto e prevalere sulla regola dei due mandati. Inevitabilmente, il dibattito si sposta sui nomi. In ballo non sembra essere Stefano Bonaccini, il Presidente della Regione Emilia- Romagna, in scadenza, forse pronto ad un fecondo passaggio al Parlamento europeo, quanto Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. La Lega non vuole rinunciare a quella Presidenza. Chiede quindi la possibilità di un terzo mandato per Luca Zaia con la motivazione che ha molto ben governato e che sarebbe un danno per i veneti se fosse costretto a lasciare. In subordine, ma difficile dire quanto, Zaia “rischia” di diventare uno sfidanti di Salvini per la guida della Lega.
La regola del due mandati per le cariche di sindaco e di Presidente di regione (a futura memoria anche per i capi dell’esecutivo nazionale, se eletti direttamente dal “popolo”) mira ad impedire incrostazioni di potere, al formarsi di reti di sostegno intorno all’eletto che lo favoriscano, ma anche che siano in grado di condizionarlo. Del terzo mandato (poi anche del quarto…) se ne potrebbe discutere, ma non in corso d’opera. Come e più che per le elezioni europee, adesso appare preferibile discutere dei contenuti e rimandare la riforma delle regole a bocce ferme. Meno opportunismo più rispetto delle regole vigenti producono una politica migliore.
Pubblicato il 17 gennaio 2024 su Domani