Home » Posts tagged 'Elly Schlein'
Tag Archives: Elly Schlein
Il centrosinistra? Serve il programma ma pensano al leader #intervista #IlSecoloXIX

Intervista raccolta da Pierfrancesco Derobertis
Professor Gianfranco Pasquino, insigne politologo, professore emerito di Scienza della politica (in libreria il suo più recente “Il bello della politica”, editore Il Mulino), dall’alto della sua sapienza ci aiuti a valutare lo stato di salute dell’alleanza di centrosinistra.
«Direi febbricitante, proprio nel proprio senso della parola. Un po’ perché non stanno bene, un po’ perché pensano di poter vincere, però non è affatto sicuro».
Perché lei crede che possano non vincere?
«Non hanno un programma condiviso, almeno finora, e la lotta per la leadership tra Conte e Schlein non promette niente di buono».
Come giudica la prospettiva primarie?
«Le primarie fatte bene sono un grande strumento politico perché attirano l’attenzione sui partiti, ne segnalazione sui partiti, ne segnalano la democraticità, consentono ai leader di presentare la loro persona. Se fatte bene».
Chi vede favorito?
«Conte tra i due non mi non mi pare quello che è meglio piazzato, ma se alla fine vincesse non vedo tutti questi problemi».
Se la segretaria Pd dovesse perdere le primarie sarebbe di fatto obbligata a lasciare la guida del partito?
«Ovviamente dovrebbe dimettersi subito. Significherebbe che non ha la fiducia del suo elettorato».
Lei vede un Pd così compatto sulla segretaria?
«Chi nel Pd non sta con Schlein lo deve dire a voce alta, con chiarezza».
È possibile l’arrivo di un terzo o quarto incomodo?
«Certamente. Chi vuole guidare la coalizione deve semplicemente candidarsi alle primarie. Sento circolare di nomi, e la mia risposta è “ci provino”».
I possibili terzi o quarti incomodi di area Pd non rischiano di avvantaggiare Conte, che invece può contare su un partito tetragono?
«Penso di sì, e anzi, credo che entrino in campo esattamente per quello».
Parliamo un po’ delle regole con le quali potrebbero svolgersi le primarie. Le vede a turno unico o due turni?
«La prima cosa da prevedere è una bella raccolta di firme. Non è che uno si alza e dice “voglio partecipare”. L’ipotetico terzo candidato deve dimostrare che ha un minimo di seguiti iniziali».
Prima regola. Poi?
«Bisogna stabilire chi vota. Votano solo gli iscritti ai Cinque Stelle, al PD e a eventuali altri partiti? Oppure sono primarie aperte a chiunque si reca a votare? Si deve conferire un obolo e dire che si appoggia il programma complessivo del partito?».
Questo comporta che il programma a quel punto sia già stilato.
«Esatto, e qui c’è un lavoro comune da fare. Non banale».
Poi è da capire come determinare il vincitore.
«Sono convinto che bisogna ottenere almeno la maggioranza assoluta, altrimenti si va a ballottaggio. Quindi in due turni».
Lei vede di buon occhio la votazione allargata all’online?
«Sono molto favorevole all’online, certamente».
Anche se molti dicono potrebbe avvantaggiare Conte.
«Non condivido per niente questa idea. L’online avvantaggia l’elettore, il quale può votare da casa e quindi la partecipazione ne gioverebbe».
Si discute molto nel centrosinistra se viene prima il programma o il leader. Lei da che parte si schiera?
«Il recinto con il perimetro programmatico deve esserci, naturalmente. Non è che entrano in campo le persone dicendo io sono più bello, io sono più bravo, io sono più alto. Quindi prima il programma. Poi è chiaro che il programma viene interpretato dalle valorialità segnalate dai singoli candidati. Il leader non è indifferente che sia l’uno sia l’altro».
Che giudizio ha della nuova legge elettorale?
«Mi pare pessima, in generale. Le leggi elettorali sono fatte per eleggere i parlamenti, questi invece vogliono eleggere il governo, che non si vede da nessuna parte al mondo».
Alle condizioni di oggi è possibile che nessuno arrivi al 42 per cento.
«E si torna al proporzionale, cercando in Parlamento il governo migliore».
Come una volta.
«Esattamente così. Alla vecchia maniera, che mi pare non fosse così malvagia la vecchia maniera».
Ma da quel tipo di governi siamo scappati a gambe levate, a furor di popolo, dicendo che i governi non duravano, gli elettori non avevano potere di scelte …
«Tutte le obiezioni corrette, naturalmente. Dopodiché abbiamo fatto peggio e quindi forse torniamo indietro, avendo imparato la lezione, faremo meglio».
Pubblicato il 13 agosto 2026 su Il Secolo XIX
Prima l’Europa, poi il filosofare. La lezione di Pasquino per il campo largo @formichenews

La politica estera e di difesa di un paese è il volto che tutti possono vedere sulla scena internazionale. Giorgia Meloni l’ha capito per tempo lasciando le sue alte grida al Congresso di Vox e passando a sorrisi, ammiccamenti (fin troppi), photo opportunities con i potenti e i meno potenti del mondo. Non è chiaro, invece, se i largocampisti abbiano piena consapevolezza dell’importanza delle cose che dicono, fanno, dovrebbero fare, almeno, soprattutto, in Europa. Un Partito Democratico non può non stare con una democrazia, ancorché con inevitabili problemi, come l’Ucraina. Non dovrebbe avere nessuna remora nel criticare l’aggressore e il suo bellicoso autoritarismo personalistico. Un Partito Democratico non può non cercare di coordinare la sua politica estera e di difesa con il Partito Socialista Europeo, ovvero con tutti gli altri partiti dello schieramento di cui fa parte nel Parlamento Europeo.
Un Partito Democratico che si candida a governare uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea deve evidenziare, non soltanto come omaggio verbale ai suoi europeisti federalisti, a partire da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, senza dimenticare Alcide De Gasperi, che il suo europeismo è una scelta di campo consapevole, totale e irreversibile. Che non è una politica elastica e mutevole, non è un punto programmatico comme les autres, ma costituisce un valore sostanzialmente non negoziabile. La traduzione di quel valore in politiche europee e nazionali può essere discussa, variamente formulata, adattata ai tempi e ai luoghi, concordandola, in patria (sic) con coloro che sono disponibili ad un’alleanza di governo, e a Bruxelles con i referenti politici e parlamentari.
Se, rumorosamente, persino, irritantemente, Giuseppe Conte e il “suo” Movimento affermano che non bisogna più dare armi all’Ucraina e non bisogna dare vita ad una difesa europea comune e se, meno palesemente, ma non meno insistentemente, discorsi simili fanno i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo un problema (che neppure tutti gli ingegneri della Nasa a Houston saprebbero risolvere).
L’europeismo vero e sincero può aprire, quantomeno lo consente e facilita, le porte del “campo” ad altri giocatori europeisti coerenti, come probabilmente già sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma toccherà a loro definire i punti programmatici istituzionali, economici e culturali sui quali fare convergenza con il programma del PD, rimodularlo, arricchirlo. Si può. Primum Europa, deinde philosophari. Fino al governo.
Pubblicato il 11 agosto 2026 su Formiche.net
Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.
Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.
Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.
Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente.
Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani
La sinistra è una Babilonia, ma può vincere @DomaniGiornale

Descrivere e criticare il centro-sinistra alias campo largo come una Babilonia di linguaggi, di posizioni, di preferenze dichiarandole inconciliabili, al limite esplosive, è fin troppo facile, ma anche fin troppo sbagliato. Per avere un quadro più adeguato e convincente, non necessariamente roseo e rassicurante, sarebbe opportuno procedere a individuare anche tutte le tematiche sulle quali i largocampisti hanno posizioni, almeno a parole, simili e condivise, convergono, esprimono alternative praticabili e, quando possibile, le mettono all’opera.
Riequilibrata la prospettiva, non voglio affatto, e mi riuscirebbe male assai, essere rassicurante e sostenere che il centro-sinistra, confortato dai sondaggi, incrociando le dita viaggia a vele, non cazzate (sic), ma spiegate verso Palazzo Chigi. Tutt’altro. Non soltanto alcune differenze di opinione rimangono larghe e alcune preferenze specifiche risultano profonde, ma so e solennemente affermo che i sondaggi fotografano una situazione contingente e che le campagne elettorali possono essere decisive tanto per gli errori che vi si fanno quanto per le innovazioni che vi si producono, ma anche per la loro conduzione: chi e come.
I più importanti frequentatori del campo, che non sappiamo quanto largo riuscirà ad essere (“mi si nota di più se ci sono o se mi chiamo fuori?” copyright Nanni Moretti che di sinistre e sinistri se ne intende, eccome) sembrano interessati proprio al tema, ovviamente molto importante, di chi lo guiderà: Schlein, Conte o tertia datur. Già si prospettano duelli fatali con Giorgia Meloni, forte della sua visibilità che cura con appassionato impegno e che potenzia poiché lei sarà in grado di offrire all’elettorato qualcosa di molto solido: le performance del governo più duraturo della storia d’Italia. Le opposizioni farebbero molto male a giocare di rimessa accettando l’agenda della destra. Critiche puntuali, severe, documentate sono doverose, meglio se formulate da chi è credibile. Ma il catalogo delle promesse, anch’esse credibili, del campo largo deve essere nettamente diverso, a maggior ragione se si rivolge ai ceti trascurati dalle destre.
Un po’ dappertutto nel mondo “libero”, a partire dai Democratici USA e continuare con la gauche plurielle francese, le sinistre sono sociologicamente molto più diversificate delle destre e, spesso, troppo reciprocamente concorrenti e diffidenti. Non aspettatevi da me un apprezzamento ipocrita facente l’elogio della risorsa della diversità che nel recentissimo passato ha dimostrato di essere piuttosto una spada di Damocle abbattutasi su almeno due esperienze di governo (remember Prodi 1998, 2008?) Piuttosto, sottolineerò che un programma di non troppi punti e con alcune poche priorità è il luogo dove i gentiluomini e le gentildonne in politica risolvono, ridefiniscono, ricompongono le loro inevitabili differenze. Meglio non procedere attraverso interviste e dichiarazioni veicolate con un quid di sensazionalismo sui mass media. In una democrazia parlamentare, le opposizioni dovrebbero costantemente utilizzare il Parlamento per chiamare il governo a rispondere del fatto, del non fatto, del misfatto offrendo non un arco ampio di proposte particolaristiche, spesso rese ad arte conflittuali con quelle dei vicini, ma tre-quattro tematiche portanti (sì, anche nella controversa politica estera). In altri tempi si sarebbe giustamente e opportunamente parlato di governo ombra. Oggi la formazione di un organismo di Coordinamento parlamentare delle attività delle opposizioni sarebbe un passo gigantesco. Se, poi, come la buona rappresentanza politica suggerisce fortemente, i parlamentari del campo largo, almeno quelli non troppo paracadutati, andassero a interagire con i loro elettori, spiegando e insegnando, ascoltando e imparando, potremmo rallegrarci. Quella nobile attività che si chiama politica è tornata fra noi. Riconnette il Parlamento con le piazze e viceversa. Rivitalizza le opposizione e sfida il governo a dare risposte migliori. Persino Babilonia può diventare luogo di innovazione e successo.
Pubblicato il 29 luglio 2026 su Domani
«Schlein non tema le primarie. Il vincitore non è scritto…» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomp Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che la segretaria del Pd Elly Schlein non dovrebbe temere le primarie ma «devono essere aperte, non si deve sapere in anticipo chi vince».
Professore Pasquino, come è uscito il governo dalla sconfitta referendaria?
Il governo doveva secondo me bocciare ed estromettere subito il ministro della Giustizia, colpevole di vari errori. Hanno mandato via la capo di gabinetto ma il ministro doveva assumersi tutte le responsabilità e dare le dimissioni. Il governo vaga perché non sa come reagire alla sconfitta. Il referendum è perso, ora deve darsi da fare e prendere le distanze da Trump che continua ad affondare l’Europa e l’Italia.
E le opposizioni?
L’opposizione crede di aver vinto alla grande e invece no. È un risultato sul quale bisogna costruire, ma che non si trasferisce immediatamente sul risultato delle elezioni 2027. Deve trovare tematiche mobilitanti come lo è stato il No al referendum. Basteranno primarie o reddito di cittadinanza?
A proposito di primarie, di cui si fa un gran parlare: che ne pensa?
Io sono notoriamente uno che crede che le primarie siano non soltanto la scelta di un candidato ma un modo per informare gli elettori sulle tematiche sulle quali ci sono differenze di opinione e indicare possibili soluzioni. Le primarie possono svolgere diversi compiti. Penso tuttavia che i partecipanti dovrebbero leggersi qualche libro e ripensare alle primarie del passato, anche se questo da solo non basterà. Bisogna trovare tematiche nuove da tradurre in soluzioni.
Il Pd non sembra troppo convinto però …
Il Pd è molto vacillante e sarebbe ora di ricordare che le primarie sono nel suo statuto e quando qualcuno le chiede il Pd dovrebbe farsene promotore. Se le chiede Conte dovrebbe accettarle perché è uno che potrebbe sottrarre voti al Pd quindi serve un accordo leale in cui chi vince ottiene il favore di tutti quelli che hanno perso. I tempi dipendono dalla data delle elezioni. Le primarie non devono essere né troppo distanti ma neanche troppo vicine, quindi dovrebbero tenersi in autunno. Anche online, perché no.
Sarebbero preferibile primarie a due tra i leader o aperte a più candidati?
Innanzitutto il Pd deve raggiungere quell’elettorato che non è Pd e che preferisce guardare a Conte. Le primarie devono essere aperte, non dobbiamo sapere in partenza chi vince. E non credo che Conte abbia troppe capacità di mobilitazione. Io mi affido all’intelligen za della segretaria. Se pensa che non è in grado di vincere deve individuare un altro candidato tenendo conto che poi quel candidato dovrà sfidare Giorgia Meloni.
C’è anche chi, nel Pd, preferirebbe un candidato diverso da Schlein, per favorire Conte: è possibile?
Può essere benissimo. Bersani, ad esempio, sarebbe un buon candidato ma deve in primo luogo accettare lui, se la segretaria a sua volta accetta la sua candidatura e ritira la propria. In secondo luogo è importante che ci sia un modo per scegliere, deve essere Schlein a farsi da parte. Sarebbe anche possibile organizzare una primaria online tra Schlein e Bersani all’interno degli iscritti del Pd, per capire chi sfiderà Conte.
In generale pensa che il campo largo sia pronto a sfidare il centrodestra alle Politiche?
Se riesce a definire bene il suo perimetro il campo largo è sicuramente competitivo, non c’è alcun dubbio. Ma non deve fare errori come scindersi su tematiche importanti, ad esempio l’Europa o il sostegno all’Ucraina. Non può esserci un candidato non europeista. Su questi temi c’è conflitto ma il conflitto deve venire fuori in maniera chiara ed essere sconfitto nelle primarie. Se uno dei candidati appoggia la Russia deve essere chiaro e gli elettori dovranno decidere anche su questo.
È giusto allargare l’alleanza anche ai partiti centristi?
È giusto e necessario che tutti siano coinvolti, se poi qualcuno non ci sta se ne prende atto. Ma il campo largo deve coinvolgerli attivamente. Con tutte le mie riserve su Renzi, ad esempio, penso che lui sia molto disponibile perché è uno di quelli che capisce che è meglio vincere che perdere.
Ci sono però temi sui qual l’alleanza è unita: occorre puntare su quelli? Certamente l’alleanza deve trovare dei temi che tocchino gli italiani e quindi non c’è dubbio che, ad esempio, il salario minimo e una sanità migliore siano tra questi. Bisogna trovare la bacchetta magica che serve a rilanciare l’economia perché sappiamo che sono tempi molto duri. E bisogna che Schlein abbia un rapporto più stretto con gli industriali e Confindustria.
Pubblicato il 4 aprile 2026 su Il Dubbio
Le primarie? Facciamole presto e bene @DomaniGiornale

Il referendum l’hanno perso la maggioranza parlamentare che aveva approvato la revisione costituzionale e ha avuto la sicumera un tantino plebiscitaria di chiedere il referendum, il ministro della Giustizia Carlo Nordio che porta la responsabilità del testo, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a sua volta responsabile del contesto interno e delle sue vantate (e imbarazzanti) amicizie internazionali. Nessuno ha l’obbligo costituzionale di dimettersi, ma almeno il Ministro Nordio dovrebbe cambiare carriera e la Presidente del consiglio cambiare parte del personale di governo e alcune politiche. Il referendum l’hanno vinto circa 15 milioni di elettori con una del tutto lecita “accozzaglia” di motivazioni: revisione brutta, inutile, pericolosa; governo inadeguato; Meloni arrogante e sfuggente dalle sue responsabilità. Fra le motivazioni c’è certamente anche la richiesta di cestinare subito la pessima proposta di riforma elettorale, di lasciar perdere il premierato e, non da ultimo, preparare un governo diverso costruito su e da coloro che si sono opposti con successo alla revisione costituzionale.
Sappiamo che quei davvero molti milioni di voti non sono automaticamente traducibili in altrettanti e, magari, più voti per il “campo largo” senza defezioni probabili e senza aggiunte auspicabili. Sapevamo già da prima del voto che uno degli elementi che rendevano difficile la costruzione di una coalizione alternativa e coesa riguarda l’attribuzione della leadership della coalizione con Giuseppe Conte da sempre posizionato per contenderla a Elly Schlein.
Sarebbe possibile affidarsi al criterio più classico: il/la leader del partito che ottiene più voti diventa automaticamente la candidata alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente, esiste il grande rischio che ciascuno dei leader dei partiti esalti, per ragioni, più o meno buone, le sue differenze dando all’elettorato l’immagine complessiva di una coalizione Arlecchino poi difficilmente in grado di governare senza frequenti tensioni. L’alternativa vera sono le primarie che, sarà bene ricordarlo, stanno nello Statuto del Partito Democratico. Organizzate con saggezza e effettuate con lealtà, le primarie hanno il grande pregio di potere conseguire una pluralità di obiettivi. Anzitutto, consentono di presentare a milioni di elettori la personalità delle diverse candidature, del loro stile, delle loro competenze, conoscenze, esperienze.
Non sono un concorso di bellezza, ma di simpatia/empatia che, non solo in politica, conta. In secondo luogo, ciascuno/a dei candidati potrà presentare e illustrare i punti principali e le priorità del programma del suo partito e della coalizione. In terzo luogo, le primarie consentono anche di ascoltare davvero le preferenze degli elettori, di imparare qualcosa sulle loro condizioni di vita e su quello che vorrebbero per migliorare. Chi lamenta la distanza che separa i “politici “dai cittadini “comuni” dovrebbe molto apprezzare l’esistenza di questa opportunità d’interazione. Da ultimo le primarie sono risolutive. I numeri sono inconfutabili; designano con chiarezza chi ha vinto e ottenuto la canditura. Il/la vincente avrà poi tutto l’interesse a formulare un programma della coalizione che tenga conto di quanto espresso anche dagli altri candidati. Le primarie non sono un toccasana e non garantiscono la vittoria elettorale, ma offrono due grandi opportunità: ai leader di spiegare ai loro elettori perché bisogna accettare di stare in quella coalizione guidata da quella personalità. Agli elettori di partecipare davvero intensamente quanto desiderano ad una scelta importante, forse la più importante: designare chi potrà governare il paese.
Se i dirigenti delle forze di opposizione concordano sul ricorso alle primarie è auspicabile che le organizzino per tempo: non troppo vicino e non troppo lontano dalle prossime elezioni politiche previste per la primavera dal 2027. Allora, le primarie dovranno tenersi nell’autunno affinché non si disperdano i loro effetti positivi e chi sarà designato/a possa sfruttare al massimo e al meglio la visibilità conquistata e esibire le sue competenze e potenzialità.
Pubblicato il 25 marzo 2026 su Domani
I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.
Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.
Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?
Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.
Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani
«Ma Schlein su Ue e Ucraina non è chiara. Chi le è contro la sfidi invece di criticarla» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, commenta il voto in Toscana e analizza quanto accade nel Pd, con Paolo Gentiloni che negli scorsi giorni ha chiesto a Schlein «un chiarimento» con il M5S. «Penso che Schlein volte prende posizioni che non mi piacciono ma per sfidarla servono posizioni chiare e precise che al momento ha solo una piccola minoranza guidata da Pina Picierno – dice – Dopodiché un partito deve avere una linea molto chiara sulle questioni più spinose come appunto l’Europa e l’Ucraina, cosa che in questo momento non avviene».
Professor Pasquino, in Toscana Giani ha stravinto e il Pd è ampiamente primo partito: segno che Schlein può dormire sonni tranquilli alla guida dei dem?
I toscani, come i calabresi e i marchigiani, votano sulle questioni che riguardano la Regione e scelgono il loro candidato presidente in base alla persona. Tutto il resto, cioè i Pro Pal, l’idea che possa in qualche modo contare la politica internazionale sulle questioni interne e regionali, esiste solo nella bolla mediatica. Detto ciò, Schlein è la segretaria eletta attraverso le primarie e gli sfidanti se vogliono devono chiederne le dimissioni e proporre le primarie come controllo sul suo operato.
Eppure nel fine settimane Paolo Gentiloni ha detto che serve un «chiarimento» con il M5S sull’Europa, sull’Ucraina, insomma sulla politica estera: che ne pensa?
Penso che Schlein volte prende posizioni che non mi piacciono ma per sfidarla servono posizioni chiare e precise che al momento ha solo una piccola minoranza guidata da Pina Picierno. Dopodiché un partito deve avere una linea molto chiara sulle questioni più spinose come appunto l’Europa e l’Ucraina, cosa che in questo momento non avviene.
Il guru dem Goffredo Bettini dice invece che serve un chiarimento interno al partito, più che con il M5S: che ne pensa?
Bettini non voglio commentarlo. Mi chiedo perché debbano rivolgersi a un guru esterno. Un partito, come diceva il compagno Gramsci, è un intellettuale collettivo e sicuramente la linea al Pd non può darla Bettini ma neanche Cacciari o Canfora. E neanche Albanese.
Casa riformista può essere il progetto centrista che manca alla coalizione?
Il centro è un luogo geografico, per diventare un luogo politico dovrebbe avere politiche chiare e specifiche che invece vengono messe in secondo piano dagli ego di Renzi e Calenda ma anche di Lupi, dall’altra parte. Quindi i centristi possono avere qualche voto, ma non sono decisivi. Come sarebbero invece i Cinque Stelle che però perdono voti di qua e di là con Conte che ha preso posizioni estremiste che renderanno difficile un governo con il Pd.
In Campania De Luca dice che il Pd sta buttando al vento tutti i suoi voti regalando la Regione al M5S per sostenere Fico: ha ragione?
No, perché quando si fanno le alleanze bisogna cedere qualcosa. E Fico è il meno grillino possibile, ha poco a che vedere con Conte, ha imparato moltissimo facendo il presidente della Camera e sostanzialmente è un progressista. Non è un grillino imprevedibile con punte di antipolitica. Insomma, Fico ha complessivamente la consapevolezza della complessità della politica e non è un terribile semplificatore come il grillino medio.
Renzi insiste sul fatto che il campo largo può vincere solo con un centro forte, che faccia da contraltare al M5S… Ribadisco: al centro ci si va in maniera politica. Bisogna trovare tematiche attraenti anche per elettori grossomodo moderati di centro ma che devono andare bene anche al Pd. Perché attenzione: il lavoro che il Pd deve fare non è spostarsi al centro ma trovare tematiche giuste per allargare il proprio bacino elettorale. E ci sono due tematiche sulla quali mi pare che non ci siamo.
Cioè?
La prima è quella dell’ordine pubblico, sulla quale sinceramente non mi ritrovo con il Pd di oggi. Spaccare vetrine per sostenere la Palestina è una stronzata, tecnicamente parlando. L’altra è che questo paese ha bisogno di crescere in maniera significativa e quel che conta è l’istruzione. In questo Paese non ci sono investimenti in istruzione ma bisognerebbe sapere come sfruttare tutte le nuove potenzialità a cominciare dall’IA. Non serve assumere insegnanti e basta, ma serve assumere insegnanti specifici e formati. Se non ci sono bisogna prepararli in maniera molto urgente e se ci sono bisogna assumerli, pagarli meglio e farli circolare.
Pubblicato il 14 ottobre 2025 su Il Dubbio
Un’altra sinistra è possibile, ma bisogna scompaginare @DomaniGiornale

Nelle Marche il Presidente uscente, Francesco Acquaroli, ha ottenuto 50 mila voti di più dello sfidante, Matteo Ricci, europarlamentare in carica da un anno per dieci anni visibilissimo sindaco di Pesaro. Nelle Marche ha votato il 50 per cento degli iscritti nelle liste elettorali. Più di 600 mila elettori hanno preferito astenersi. Una parte di loro sicuramente non è stata in grado di andare a votare per ragioni personali, professionali, congiunturali. Una parte ha consapevolmente deciso di non andare a votare. Una parte non è stata né raggiunta né convinta dai candidati e dai loro partiti ad andare a votare. Eppure, la scelta sembrava importante.
Anche se è giusto interrogarsi sul guaio giudiziario che si era aperto intorno a Ricci, altrettanto giusto chiedersi quanto mettere al collo la bandiera della Palestina possa essere stato controproducente, ancora più interessante sapere quanti elettori abbiano deciso di appoggiare il centro-destra marchigiano per evitare contraccolpi sul governo nazionale, la risposta più soddisfacente suggerita dai numeri è che la coalizione del centro-sinistra non ha saputo mobilitare abbastanza elettori.
Tenacemente e testardamente, coerentemente, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato che, comunque, quella del campo largo è la coalizione da perseguire: TINA (There Is No Alternative). Per chi ragiona a bocce ferme è vero: i componenti possibili e necessari sono quelli e non si vedono in giro altri attori portatori di voti. Ma politica è, rimanendo nella mia metafora, sapere giocare con quelle bocce e con i giocatori cercando di creare movimento e entusiasmo. Insomma, facendo sì che una parte almeno degli spettatori decida di dare attivamente il suo contributo, di entrare in campo. Invece, gli elementi poco incoraggianti, se non addirittura scoraggianti sembrano prevalere.
Da un lato, una parte dei Democratici fa fatica a ingoiare la necessità di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma non riesce a proporre qualcosa di diverso. Dall’altro lato, il capo delle 5 Stelle cerca quasi scientificamente di sfruttare tutte le tematiche che siano controverse all’interno del PD, a cominciare da quelle che riguardano le politiche europee, non soltanto la difesa. Tutti, poi, percepiscono che fin troppo spesso Giuseppe Conte lascia trapelare la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Anche se palesemente non sostenuta dai numeri, questa ambizione sicuramente turba non pochi elettori e consente a troppi male intenzionati commentatori di usarla contro Schlein. In qualsiasi contesto democratico, la Germania è da decenni l’esempio migliore, indiscussa è la candidatura a capo del governo del/la leader del partito che ottiene più voti. Altrimenti, si ha ricatto, anche quando non esplicito, che sicuramente inquieterebbe non pochi elettori. Infine, sicuramente fanno problema anche coloro, come spesso Carlo Calenda, che si oppongono a qualsiasi alleanza con i 5 Stelle, ma mancano della capacità di supplire al venir meno di quei voti. Però, è anche vero che è probabile che almeno una parte di elettori pentastellati nel momento della verità voterebbe comunque per una coalizione contro il governo. Peraltro, nelle Marche i numeri indicano che molti elettori già pentastellati hanno scelto di non andare alle urne forse memori del non lontano passato renziano di Matteo Ricci.
È molto probabile che le coalizioni volute da Schlein vinceranno in Toscana, Puglia e Campania, ma il rischio è che di conseguenza gli interrogativi scomodi proprio sulla qualità dei campi larghi vengano fatti sparire. Certo, l’obiettivo grosso è costituito dalle elezioni politiche nazionali del 2027. Bisognerebbe sapere fare, come scrisse e più volte disse quel grande uomo di sinistra che fu Vittorio Foa, la mossa del cavallo. Scompaginare. Uscire da quella che non sempre è una confort zone per andare a battibeccare con gli astensionisti. Meglio cominciare subito.
Pubblicato il 1° ottobre 2025 su Domani
Le fatiche di Sisifo della sinistra multiforme @DomaniGiornale

Da qualche tempo, forse più che nel recente passato, per intenderci ai tempi dei governi guidati da Berlusconi, le opposizioni italiane si (rap)presentano all’elettorato e all’opinione pubblica in maniera frammentata e particolaristica, conflittuale al loro interno, improponibili come governanti. In parte consapevolmente e deliberatamente, in parte anche, va detto, con egoismo e insipienza, sembrano avere deciso che ciascuna di loro rappresenta una sua parte di elettorato, che a ciascuna di loro viene appaltata quasi in esclusiva una tematica importante.
Coerentemente con la sigla prescelta, Alternativa Verdi e Sinistra si definisce con riferimento alle tematiche ambientali, affidate a Bonelli, e alle tematiche sociali più antagoniste (quelle sulle quali il Partito Democratico è più timido) riserva di Fratoianni, sempre televisivamente ripresi insieme (par condicio). Lasciato un po’ (troppo) sullo sfondo il reddito di cittadinanza, le 5 Stelle di Giuseppe Conte, lui più che altri, si caratterizzano come il partito più contrario alla guerra con tutte le ambiguità del caso. Dal canto loro, Renzi e Calenda sono essi stessi tutto un programma personalistico e non esitano a rimarcarlo in maniera più o meno plateale ogniqualvolta possibile, preferendo farlo con prese di distanza rispetto alle posizioni del Partito Democratico.
In quanto vero e proprio, anche se spesso insoddisfacentemente, partito, il PD non può limitarsi a possedere una sola preminente e prominente tematica che lo caratterizzi una volta per tutte. In aggiunta alla sanità e al salario minimo garantito (che non merita di essere lasciato appassire), deve avere una pluralità di offerte e di posizioni programmatiche e deve cercare di fare sintesi con quelle dei potenziali e indispensabili alleati. Al suo interno, e non soltanto perché la segretaria Elly Schlein da quell’interno, che poco si concilia con alcune sue propensioni di movimento, non viene e poco lo conosce, stanno diverse “sensibilità” che cercano di manifestarsi, per l’appunto intorno ad una tematica. Di recente, sono stati i cattolici, sì, lo so, molto più di una semplice tematica, piuttosto un posizionamento (ideale?), a esprimere il loro disagio. La sostanza complessiva è che l’elettorato percepisce una immagine variegata delle opposizioni che, talvolta attrae e talvolta respinge, a seconda dei luoghi e della prevalenza non del tutto casuale di uno o di altro oppositore.
Marciare separati per offrire il massimo di rappresentanza ad una società frammentata e conflittuale, agitata da interessi particolaristici è comprensibile. Può servire e riuscire, ma è una fatica di Sisifo. Richiede determinazione, pazienza e raffinatezza. Si esaurisce di volta in volta. Per stare alle parole della politica, il campo deve essere definito, popolato e allargato costantemente. Per colpire uniti, che è la seconda, decisiva fase, se non ad una unità impossibile, forse neppure desiderabile, da chi crede che il pluralismo è la vera ricchezza, è essenziale non soltanto formulare un programma, non una sommatoria, coerente, ma dimostrare molto più che la semplice condivisione e intenzione di sostenerlo. Invece, nelle aule del Parlamento, nel salotti dei talk televisivi, sui social, nelle piazze, i dirigenti delle opposizioni ricercano la loro visibilità segnalando quanto gli altri siano distanti e, soprattutto, siano in errore, sbaglino. Gli elettori vedono e sentono, alcuni se ne dolgono e se ne vanno (lontano dalle urne). Pochi, non sufficienti, si lasciano attrarre da promesse contrastanti. Altri, lo sappiamo da diverse ricerche, non vogliono un governo attraversato da tensioni che potrebbero essere paralizzanti se non letali.
Sarebbe sbagliato chiedere alle opposizioni di appiattirsi abbandonando temi cari e importanti per l’lettorato, ma se non riescono ad elaborare una credibile prospettiva di governo non all’ultimo minuto, il futuro loro e quel che più conta dei loro elettori sarà triste e gramo.
Pubblicato il 3 settembre 2025 su Domani