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Dopo, non basterà l’autorevolezza di un uomo solo

Ad una gravissima emergenza spesso la risposta politica consiste nella richiesta e nell’imposizione di comportamenti consoni: disciplina, sobrietà, altruismo. Consiste anche nell’accentramento del potere decisionale in poche mani, addirittura una sola. La visibilità e il potere si accompagnano alla responsabilità. In democrazia chi ha acquisito il potere di decidere verrà chiamato a rispondere delle decisioni da lui prese. Può succedere anche in regimi non-democratici che ai decisori venga chiesto conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. Non credo che Xi Jinping possa stare del tutto tranquillo. È sperabile che le indecisioni e qualche smargiassata di Donald Trump e Boris Johnson finiscano per pesare sul loro consenso politico.

Un’emergenza di lunga durata accompagnata dalla costante presenza di un solo decisore politico che, per carità di patria, non viene sottoposto a nessun controllo parlamentare e di un’opinione pubblica dispersa, potrebbe costituire un pericolo per la democrazia? Cittadini-elettori abituati al fatidico “uomo solo al comando” potrebbero affidarvisi anche una volta che l’emergenza sia terminata, soprattutto se grazie alle decisioni prese da quell’uomo? Non esistono situazioni comparabili a quanto succede oggi se non, oserei affermare, la rielezione (con procedure assolutamente democratiche) di Franklin D. Roosevelt in tempo di guerra, mentre Churchill, che pure aveva guidato la Gran Bretagna a una vittoria clamorosa, perse le prime elezioni di pace.

Non è, comunque, della caduta della democrazia che stiamo parlando come conseguenza dell’accentramento del potere e dell’accresciuta visibilità del governante. Piuttosto pare giusto interrogarsi se l’opinione pubblica, una volta superata l’emergenza nel silenzio della politica, dei leader di partito, dei rappresentanti, del Parlamento, non diventi disponibile a credere che, per l’appunto, leader di partito, rappresentanti e Parlamento siano non solo inadeguati, ma anche inutili, se non addirittura controproducenti. Un uomo al vertice, non ostacolato da oppositori motivati dalla ricerca di vantaggi per i propri partiti e le proprie personali carriere, non rallentato da dibattiti parlamentari roboanti ma non apportatori di elementi concreti, non ingabbiato da lacci e lacciuoli burocratici, non obbligato a tenere conto di mass media spesso malamente politicizzati, farebbe funzionare il sistema politico meglio delle modalità democratiche finora esperite? Corrono alcune democrazie questo rischio? Lo corre la democrazia italiana?

Fino ad ora non è in questione la probabilità di scomparsa della democrazia. La preoccupazione, soprattutto in un regime democratico mai particolarmente brillante nel dibattito pubblico di idee e proposte, raramente capace di informare l’opinione pubblica e di valorizzare i pareri divergenti, riguarda proprio l’erosione degli spazi, la limitazione delle alternative, la propensione a seguire e accettare poche voci. Ipse dixit. Terminata l’emergenza e sconfitto il coronavirus ci saranno molte scelte difficili da fare. Si dovrà stilare una scala di priorità. Risorse scarse dovranno essere motivatamente assegnate a attività da privilegiare. Non basterà l’autorevolezza di un uomo solo. Soltanto una società che abbia mantenuto l’attenzione alle regole, alle procedure, alla necessità di un confronto potrà agire in maniera soddisfacentemente democratica. Meglio riflettervi già adesso.

Pubblicato il 18 marzo 2020 su huffingtonpost.it

 

Ora ci servono eroi anche nel quotidiano

“Nelle emergenze”, è affermazione frequente e ricorrente, “gli italiani danno il meglio di sé”. Peccato (o per fortuna) che le emergenze sono abbastanza rare, che durano relativamente poco, che coinvolgono sempre una piccolissima minoranza di italiani e che ci sono anche italiani che in quelle emergenze danno il peggio di sé. Alcuni, infatti, si danno allo sciacallaggio, materiale, ma anche morale (coloro che lucrano nel descrivere infelicità e nel dare addosso a presunti responsabili). Altri, poi, raramente quelli direttamente colpiti dalla sciagura, cercheranno di sfruttare al massimo la grande occasione. Superata la fase della retorica del “non vi lasceremo soli” e delle accuse allo Stato che non c’è, si tornerà alla quotidianità nella quale, com’è noto e come deriva logicamente dalla fine dell’emergenza, gli italiani danno il peggio di sé ovvero, meglio, non riescono, so che la generalizzazione è eccessiva, a comportarsi in maniera decente. Infatti, degli italiani che si comportano continuativamente, non soltanto in situazioni emergenziali, in maniera decente si dice che sono “eroi della quotidianità”. Difficile dire quanti siano questi eroi. Per fortuna debbono essere molti dal momento che il paese si regge ancora. Più facile sapere che, molto curiosamente, fra coloro nei quali gli italiani dichiarano di avere maggiore fiducia si trovano nelle posizioni di testa proprio i servitori dello Stato carabinieri, forze armate, persino i magistrati. Insomma, per molti italiani lo Stato c’è. Però, la maggioranza degli italiani confondono il governo, da criticare, spesso con molte buone ragioni, magari anche il “governo” più vicino a loro, sindaci e giunte regionali, con le strutture dello Stato (ad eccezione, negativa, della burocrazia).

Finita l’emergenza senza la quale la retorica trova meno spazio e meno lettori, ricomincia la quotidianità con i suoi non molti eroi. Questa quotidianità, nel caso delle conseguenze di un terremoto, di inondazioni, di incendi devastanti, di incidenti ferroviari, merita di essere seguita, descritta, analizzata e, quando è necessario, criticata. Purtroppo, fa meno notizia, vende meno copie, attrae meno telespettatori anche perché gli operatori dell’informazione non sono affatto preparati a raccontarla. Richiede una strumentazione che quegli operatori non hanno poiché non è stata offerta (insegnata) loro e non viene richiesta sui loro posti di lavoro. Non sarebbe neanche premiata. Non si diventa grandi “firme” raccontando perché e come i cittadini di un paese, di una comunità, di una zona geografica si organizzano, senza aspettare lo Stato, per ricostruire il tessuto sociale. In alcune zone, quel tessuto sociale era esile, le associazioni deboli o inesistenti, la comunità neppure si sentiva tale. Non c’erano, ad esempio, leader d’opinione e d’azione.

Spente, inevitabilmente, le luci della ribalta chi era solo, isolato, non organizzato, tale è destinato a rimanere. Al massimo, meglio di niente, ma certo non una soluzione, troverà la forza di protestare contro le autorità, mentre sarebbe di gran lunga preferibile che si rimboccasse le maniche, si organizzasse, cercasse di mobilitare i suoi concittadini, a cominciare da parenti e amici, mirasse alla costituzione di un comitato permanente non di sola protesta, ma di proposta e di monitoraggio. Conosco le obiezioni la più importante delle quali è che in molte zone d’Italia la tradizione associativa non esiste; non ha mai fatto la sua comparsa. Allora, richiamo in causa gli eroi della quotidianità. Nella misura del possibile, che, naturalmente, può essere diversa da zona a zona, da gruppi sociali e da coorti generazionali, ciascuno cominci con il tornare alla sua occupazione magari tenendo conto che persino quello che lui/lei fa sarebbe più produttivo se coinvolgesse altri e che tutti gli altri tornerebbero a stare meglio se ognuno di loro pensasse anche agli interessi della comunità. Spirito civico, senso etico, dovere morale? di tutto questo un po’ e, se fosse possibile riscontrarlo e raccontarlo senza retorica, ma con precisione, monitorarlo nel suo svolgimento, ma anche criticarlo nelle sue inevitabili inadeguatezze, il contributo alla (ri)costruzione di un paese migliore sarebbe notevole, tutt’altro che inestimabile, addirittura emulabile. Così si esce dall’emergenza e si entra nella quotidianità dove una maggioranza di cosiddetti “eroi” potrebbe riuscire a dare vita ad una comunità coesa, solidale, civica.

Pubblicato AGL il 29 agosto 2016