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Questa è Democrazia. Non sono giorni persi

Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.

Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.

Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.

Pubblicato AGL il 19 marzo 2018

C’è ancora poca Europa, troppo tiepido Juncker

Ha suscitato una fiammata di dibattito la preoccupazione espressa dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker che dopo il voto del 4 marzo l’Italia non sia/sarà in grado di darsi un governo “operativo”. Grande levata di scudi da tutti i protagonisti della campagna elettorale i quali, invece, di alleviare la preoccupazione di Juncker e dire a quale governo operativo daranno vita, hanno preferito gridare con toni e enfasi diverse all’interferenza dell’Europa nelle elezioni italiane. Juncker ha poi fatto una piccola marcia indietro, ma è immaginabile che lui, gli altri governi degli Stati-membri dell’Unione e, naturalmente, molti italiani siano davvero preoccupati dalla prospettiva di un non-governo dopo il voto, se non, peggio, di un governo non più europeista. Sarebbe sorprendente il contrario ovvero che Juncker dichiarasse che non gliene importa un bel niente di quel che succede in un paese che è uno dei sei Stati fondatori, che è la seconda economia manifatturiera dell’Unione Europea e che, nel bene, che c’è, eccome, e nel male, che pure fa capolino, sostiene una visione europeista federalista.

Occuparsi e preoccuparsi anche della politica negli Stati-membri sta nei doveri costitutivi della Commissione europea. Forse, guardando a quello che è successo e continua a succedere in Ungheria, Polonia e Slovacchia, la Commissione dovrebbe persino essere più intrusiva. Giustamente non è stata criticata quando ha espresso la sua critica alla Brexit e ai suoi protagonisti. Non lo è stata quando ha espresso il suo apprezzamento per la vittoria di Emmanuel Macron in Francia. È stata criticata per non avere più rapidamente e più incisivamente deprecato i tentativi secessionisti dei catalani che incidono anche sull’Unione Europea come la conosciamo e come vorremmo che diventasse, più “stretta”, più solida, più determinata.

È nell’interesse di tutti i cittadini degli Stati-membri che l’Unione Europea funzioni in maniera migliore e che, quindi, i governi di ciascuno Stato siano non soltanto stabili, ma per l’appunto operativi e che soddisfino fino in fondo i criteri della democraticità. Mi spingo più in là sottolineando che l’Unione Europea, la Commissione e il suo Presidente devono continuare a essere fortemente interessati agli sviluppi politici in ciascun paese anche perché sono troppo spesso accusati, soprattutto dai cosiddetti sovranisti di avere costruito strutture burocratiche e oligarchiche. Se vogliamo più politica e crediamo che il conflitto politico, ovviamente dentro le regole e le procedure, anche quelle elettorali, costituisca il sale delle democrazie, il parere e gli auspici di Juncker hanno un significato, contano, sono da prendere in seria considerazione.

All’insegna della non-interferenza, tutti i politici italiani e la grande maggioranza dei commentatori ne hanno approfittato per evadere la domanda implicita, ma chiarissima, di Juncker: “avrà l’Italia un governo operativo?” e, personalmente, aggiungo di quale caratura: europeista o sovranista? Nonostante i bene intenzionati sforzi di Emma Bonino, l’Europa non è nei primi posti dei punti programmatici e delle battaglie elettorali in corso. Senza esagerare in retorica, non sempre da disprezzare, sarebbe opportuno che i capipartito dicessero con grande limpidezza agli elettori che l’Europa è il destino dell’Italia e che starne fuori significa sprofondare nel Mediterraneo. Se vogliamo migliorare l’Italia dobbiamo cercare di essere più credibili come Stato-membro dell’UE grazie ad un governo in grado di assumere impegni e rispettarli ottenendo in cambio l’aiuto necessario all’economia e a problemi come, soprattutto l’immigrazione.

Stare fuori dall’Unione significa credere che l’Italia da sola saprà risolvere problemi che sono già difficili per l’Unione: pura, ma pericolosissima illusione. Insomma, Juncker ha peccato per difetto. Sarebbe stato molto preferibile che, candidamente, dicesse: “senza Europa voi italiani non andrete da nessuna parte e senza un governo operativo renderete difficile anche le importantissime attività dell’Unione”.

Pubblicato AGL il 25 febbraio 2018

Non sarà l’Italia a scassare l’Unione

Al Commissario europeo all’Economia, il socialista francese, già Ministro delle Finanze nel suo paese, Pierre Moscovici, che paventa un “rischio-Italia” post-elettorale nell’Unione Europea, non bisogna rimproverare l’ingerenza, non bisogna criticare la gamba tesa, ma la banalità delle sue affermazioni. Quando si preoccupa per i razzisti, anti-immigranti e anti-semiti, nel nostro paese, bisogna chiedergli un minimo di approfondimento comparato, con la Francia, ma anche con, purtroppo, molti, Stati membri dell’Unione: dall’Ungheria alla Polonia e, in misura chiaramente inferiore, dalla Germania all’Olanda. Almeno sulle discriminazioni e sulle frasi dal sen fuggite (comunque molto rivelatrici), gli italiani non sono peggio della maggior parte degli europei. Anche se deprecabili, ignoranti della storia, patria ed europea, stupidamente intimoriti dai migranti, che riceviamo e accogliamo in numero superiore a quello di tutti gli altri paesi dell’Unione tranne la Germania, noi italiani siamo, su questo punto, non troppo criticabili.

Sfortunatamente, Moscovici, che conosce l’italiano, ha probabilmente letto troppi quotidiani del Bel Paese. È da mesi, soprattutto dopo l’approvazione della legge elettorale Rosato, che tutti gli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani insieme persino a coloro che curano la rubrica delle Lettere, annunciano, denunciano, prospettano l’ingovernabilità del dopo 4 marzo. Editorialisti e commentatori non hanno trovato abbastanza vigore per criticare la legge elettorale Rosato che costituisce gran parte del problema. Dopo trentacinque anni di dibattito sulle leggi elettorali, dovremmo avere tutti, persino coloro che le scrivono, avere imparato che quelle leggi definiscono il campo di gioco, stabiliscono che cosa possono fare o no i giocatori -partiti, candidati, elettori-, e producono conseguenze sull’esito del gioco: chi può vincere e quanto, ma anche sulla struttura e sulla disciplina dei partiti e dei loro gruppi parlamentari.

Forse Moscovici, lo scrivo scherzosamente, avrebbe dovuto intervenire a gamba tesa nel dibattito sulla legge elettorale: “Italiens, imparate finalmente qualcosa dalla Francia della grandeur: il sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali!” Dopo l’impresa straordinaria di Macron e la sua campagna elettorale condotta all’insegna dell’Europa, Moscovici avrebbe anche potuto suggerire, altra entrata a gamba tesa, di passare a una Repubblica semi-presidenziale, la migliore innovazione nelle forme di governo contemporanee. Invece, no. Appiattito sull’attualità, ma troppo condizionato dal dibattito italico (sì, c’è malizia in questo aggettivo), Moscovici si trova d’accordo con quanto gli editorialisti di Corriere, Repubblica, Stampa e così via scrivono incessantemente, lamentevolmente e, non posso resistere, stucchevolmente. Come minimo, adesso, quegli editorialisti gli debbono manifestare tutta la loro solidarietà. Anzi, gli debbono esprimere gratitudine poiché, caro Moscovici, lei sta dando, a mio parere, inopportunamente e intempestivamente, ragione agli allarmisti.

Non so come finiranno le elezioni italiane dal punto di vista della distribuzione dei voti e dell’assegnazione dei seggi. So che ci sono ancora cinquanta giorni di campagna elettorale. Che c’è la possibilità di individuare le tematiche giuste e di fare errori clamorosi. So che i meccanismi della Legge Rosato hanno drasticamente ridotto il potere di scelta degli elettori. Però, a differenza della maggior parte dei commentatori italiani, so anche che il grande pregio dei modelli parlamentari di governo è la loro flessibilità, ma non posso pretendere che lo sappia Moscovici che ha vissuto tutta la sua vita politica nel semi-presidenzialismo. La flessibilità è all’opera in Germania. Non sarà da meno in Italia. Ci saranno negoziati e compromessi. Si formerà una coalizione di governo. L’Italia non scasserà l’Unione Europea. Bon, alors.

Pubblicato AGL il 19 gennaio 2018

Grosse Koalition a Londra #vivalaLettura #Corriere

Un gioco istruttivo: immaginare gli effetti di leggi elettorali diverse nei maggiori Paesi europei. In Germania il maggioritario esalterebbe la centralità della Cdu. Con il proporzionale in Francia Macron sarebbe più debole e Le Pen più forte, mentre in Gran Bretagna i liberali diventerebbero decisivi a meno di un’intesa tra conservatori e laburisti.

 

Le leggi elettorali sono fatte di regole, meccanismi, clausole e procedure che non soltanto stabiliscono come i voti vengono tradotti in seggi, ma che influenzano gli stessi comportamenti degli elettori. Troppo spesso, sondaggisti e commentatori sottovalutano, quando non, addirittura, dimenticano, che gli elettori valutano le opzioni e scelgono anche sulla base delle conseguenze che sono in grado di prevedere. Da tempo sappiamo che se la legge elettorale è proporzionale l’elettore si trova nelle condizioni migliori per esprimere un voto “sincero”, vale a dire, scegliere il partito che preferisce. Invece, laddove esistono collegi uninominali nei quali la vittoria arride al candidato/a che ottiene più voti, l’elettore potrà rinunciare a sostenere il suo candidato preferito che non abbia possibilità di vittoria scegliendo il voto “strategico”, vale a dire votando chi abbia maggiori probabilità di sconfiggere il candidato a lui/lei più sgradito. Questo tipo di voto è alquanto frequente, come abbiamo visto e imparato in molte tornate elettorali, qualora la legge elettorale contempli due turni, ad esempio, nell’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia, poiché il votante gode anche della possibilità di valutare tutto quello che succede, “scomparsa” del candidato da lui/lei votato al primo turno, desistenze di candidati e accordi fra dirigenti di partiti, fra il primo e il secondo turno.

Sulla base di queste semplici, ma essenziali, considerazioni, possiamo chiederci, non soltanto a scopo di divertissement, ma di apprendimento, che cosa succederebbe se nelle tre grandi democrazie europee: Germania, Francia e Gran Bretagna cambiassero le leggi elettorali finora utilizzate. Di quanto e come sarebbero influenzati i comportamenti degli elettorati e quali effetti avrebbero sulla composizione dei Parlamenti e sulla formazione dei governi? Fortunatamente, è possibile muoversi su un terreno politico almeno in parte già dissodato, per quanto in maniera diversa, in tutt’e tre i paesi. Per esempio, l’avvento in Germania di una legge tutta maggioritaria di tipo inglese, incidentalmente, proprio come avrebbero voluto alcuni grandi politologi tedeschi costretti all’esilio in USA, fra i quali il più combattivo fu Ferdinand Hermens, sarebbe soltanto parzialmente una novità poiché già la metà (dopo le elezioni del 24 settembre, con i molti “mandati aggiuntivi”, persino, un po’ di più) dei parlamentari tedeschi sono eletti in collegi uninominali. Quasi sicuramente, una legge elettorale di tipo inglese ridurrebbe considerevolmente il numero di seggi conquistabili dai partiti, Liberali, Verdi e Die Linke, che si situano intorno al 10 per cento dei voti, ad esclusione, forse di Alternative für Deutschland che ha una forte presenza concentrata nei Länder della Germania orientale e, sembra, anche in Baviera, dove, quindi, i suoi candidati potrebbero vincere in diversi collegi uninominali. Da una legge elettorale maggioritaria la CDU di Angela Merkel (e del suo successore) trarrebbe qualche vantaggio, ma probabilmente non conquisterebbe la maggioranza assoluta di seggi nel Bundestag cosicché sarebbe ancora costretta a scegliersi, pur in condizioni di maggiore forza, almeno un alleato di governo. I socialdemocratici uscirebbero appena rafforzati da una legge maggioritaria con i collegi uninominali che metterebbero loro e la loro costola, Die Linke, di fronte alla necessità di una convergenza con il voto “strategico” sulle candidature reciprocamente più gradite e potenzialmente vincenti. In definitiva, la CDU, grande partito di centro, risulterebbe ancora di più il perno e il motore della democrazia tedesca.

Neppure per la Francia il passaggio da una legge elettorale maggioritaria a una legge proporzionale costituirebbe una sorpresa. Dal 1946 al 1958 i francesi andarono al voto proprio con una legge proporzionale che incoraggiava e premiava gli apparentamenti, ma che non impediva affatto la sopravvivenza e la rappresentanza di piccoli gruppi. Fu per volontà del Generale de Gaulle che si passò al sistema maggioritario a doppio turno, simile, peraltro, a quello che era stato utilizzato nella seconda fase della Terza Repubblica (1871-1940). Con un’operazione del tutto pro domo sua il Presidente socialista François Mitterrand, politico quant’altri mai della Quarta Repubblica, resuscitò una legge proporzionale con l’obiettivo esplicito di impedire un’annunciata vittoria dei gollisti nel 1986 oppure, quantomeno, per contenerne le proporzioni. I gollisti guidati da Chirac, alleati con i repubblicani dell’ex-Presidente Valéry Giscard d’Estaing, vinsero comunque e procedettero subito al ripristino della legge maggioritaria. Da allora, però, la Francia “soffre” le conseguenze di lungo periodo di quella decisione di Mitterrand. Infatti, nel 1986, proprio l’utilizzo della legge proporzionale consentì al Front National guidato da Jean-Marie Le Pen di ottenere con il 9, 86 per cento dei voti 35 seggi in parlamento, subito spariti con il rapido ritorno nel 1988 alla legge maggioritaria a doppio turno e mai più riconquistati. Nel 2017 con il 13,20 per cento dei voti, Marine Le Pen ha vinto appena 8 seggi. Dunque, non potrebbe che essere felice se tornasse la proporzionale poiché il numero dei seggi del Front National balzerebbe fino all’incirca a 60. Ça va sans dire che la re-introduzione della proporzionale non soltanto renderebbe quasi impossibile a La France en marche di Emmanuel Macron di conquistare la maggioranza assoluta di cui, frutto anche di numerosissimi voti strategici, gode attualmente all’Assemblea Nazionale, avendo conseguito meno del 33 per cento dei voti, ma non porrebbe nessun ostacolo alla gioiosa frammentazione delle liste di sinistra (sì, i dirigenti francesi della gauche hanno già dimostrato nel 2002 di sapere fare anche peggio, quanto alle divisioni particolaristiche, delle sinistre italiane). Peraltro, il semipresidenzialismo funziona anche se il governo sarà/fosse di coalizione.

Qualche esperienza con una legge elettorale proporzionale i britannici l’hanno già avuta, e non l’hanno gradita. Sono stati costretti a votare per eleggere i loro eurodeputati con un sistema proporzionale. Molti di loro hanno preferito starsene a casa. Nel 2014 per il Parlamento europeo ha votato soltanto il 35.6 per cento (Italia 57,22 per cento) agevolando il successo in termini di seggi per chi si opponeva all’Unione Europea nel cui Parlamento voleva, però, entrare, e vi riuscì a vele spiegate: lo United Kingdom Independence Party, antesignano della Brexit, che con il 27,6 per cento di voti ottenne 24 seggi. Già sono otto i partiti rappresentati a Westminster e, comunque, sono sempre stati più di tre (attualmente, oltre ai tre maggiori, si trovano, nell’ordine: Nazionalisti scozzesi; Unionisti dell’Ulster; Gallesi; Sinn Fein, Verdi), ma due soli si sono alternati al governo del Regno Unito nel secondo dopoguerra fino alla coalizione Conservatori-Liberali dal 2010 al 2015. Quindi, la proporzionale non farebbe crescere il numero dei partiti rappresentati alla Camera dei Comuni, ma aumenterebbe i seggi, per esempio, dei Liberaldemocratici, il partito nazionale molto svantaggiato dalla legge maggioritaria, e dei Verdi, svantaggiatissimi. Sicuramente, diminuirebbero i seggi dei due principali partiti: i Conservatori e i Laburisti. Nelle condizioni date non è neppure da escludere che una parte di Conservatori facciano una miniscissione motivata da una Brexit che ritengano troppo svantaggiosa per il reame. Con tutta probabilità, qualsiasi governo finirebbe per nascere intorno ad un’alleanza a due con i Liberali che potrebbero diventare il partito pivot per evitare una Grande Coalizione (s’è visto mai che i britannici imitino i tedeschi?).

Nessuno di questi esiti, in termini di numero dei partiti che ottengono, o no, rappresentanza parlamentare, e di assegnazione dei seggi fra i partiti, con la sicura sovrappresentanza dei partiti grandi qualora si utilizzi una legge maggioritaria, stupirebbe gli studiosi dei sistemi elettorali. Tutti richiamerebbero l’attenzione sulle clausole relative alle leggi proporzionali, quali, soprattutto, la soglia di accesso al Parlamento e la dimensione delle circoscrizioni misurata con riferimento al numero di parlamentari da eleggere in ciascuna di loro. Però, con circoscrizioni piccole nelle quali siano da eleggere meno di dieci parlamentari la potenziale frammentazione del sistema dei partiti sarebbe notevolmente contenuta. Infine, nessuno degli analisti sosterrebbe che le leggi maggioritarie danno governabilità e che le leggi proporzionali garantiscono rappresentanza. Le leggi maggioritarie premiano i partiti già grandi, ma la capacità di governare dovrà essere dimostrata dai loro dirigenti. Per il solo fatto che consentono l’ingresso in Parlamento a molti partiti, non è affatto detto che le leggi proporzionali diano migliore e maggiore rappresentanza. Al contrario, potrebbero essere responsabili della frammentazione partitica e parlamentare. Qualora, poi, analisti elettorali e cittadini s’interroghino sulla qualità della rappresentanza parlamentare, è probabile che convergerebbero su almeno un’importante conclusione: buone e preferibili sono quelle leggi elettorali che, poiché sono imperniate su collegi uninominali o prevedono le preferenze, danno a chi vota il potere di influire in maniera significativa sull’elezione dei rappresentanti. Saranno poi quei parlamentari a offrire rappresentanza e garantire governabilità, non i premi altrove inesistenti. De Italia fabula narratur.

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Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Europe today

Intervista a cura di a Francesco Paolo Sgarlata per Stand Up For Europe

Gianfranco Pasquino, autore di “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017) recensito poco tempo fa da Stand Up for Europe, è un esperto di grande spessore di politica nazionale e internazionale. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Gianfranco Pasquino, autore di “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017) recensito poco tempo fa da Stand Up for Europe, è un esperto di grande spessore di politica nazionale e internazionale. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. E’ inoltre autore di numerosi volumi, tra i quali: Le parole della politica, Lettura della Costituzione italiana, La Costituzione in trenta lezioni, e molti altri.Ma veniamo a lui, e gli poniamo subito la prima domanda.

Prof Pasquino, in conclusione del suo libro “L’Europa in trenta lezioni” (UTET 2017), Lei parla dell’Europa che vorrebbe, un’Europa destinata non alla “sopravvivenza o al declino” come diceva Delors, ma una realtà che riuscirà a progredire nel tempo. C’è l’Europa federale in fondo al nostro cammino?

Sarà un cammino lungo e faticoso, molto accidentato, con ostacoli frapposti da politici di mediocre qualità che pensano di trarre vantaggio dall’appartenenza all’Unione Europea senza contribuirvi, ma al fondo si troverà un’Europa federale. Non sarà la “fine della Storia” perché poi la faremo funzionare, la riformeremo, la perfezioneremo. Le premesse esistono già tutte. Forse sarà la crescita di un’opinione pubblica europea a fare compiere il salto decisivo. Forse appariranno sulla scena politici e intellettuali che metteranno il loro prestigio e le loro idee al servizio di un compito, più che storico, epocale.

Quando il suo libro è stato scritto, Emmanuel Macron non era ancora stato eletto. Abbiamo finalmente trovato un leader carismatico e di spessore, in grado di dare nuovo impulso al processo di integrazione con una visione europeistica di ampio respiro?

Macron ha dimostrato di sapere sfruttare una congiuntura favorevole, le elezioni presidenziali, che esaltano la leadership, in un momento di ripiegamento, forse declino, dei due grandi partiti, gollista e socialista. Ha grandi potenzialità e, lo dico, seriamente, una grande maggioranza parlamentare. Lo aspettiamo alla prova dell’immigrazione, sulla quale i suoi primi segnali non sono stati buoni, della politica economica, della cultura.

Il referendum su Trattati internazionali – non possibile comunque in Italia – è strumento di democrazia oppure arma a disposizione di chi sa manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento?

I referendum, se correttamente organizzati, sono uno strumento irrinunciabile del repertorio democratico. Qualcuno vuole brandirlo contro l’Europa? Ne ha facoltà laddove le regole e le Costituzioni nazionali glielo consentono. La Brexit non è stata l’esito inevitabile di quel referendum, ma la conclusione quasi logica dell’ambiguità, della reticenza, dell’inadeguatezza dei Conservatori inglesi, ma anche di un decennio di critiche britanniche all’Unione Europea non sufficientemente contrastate dagli europeisti nel Regno Unito e dalle istituzioni europee. Impareranno gli orgogliosi abitanti di quelle isole che lo “splendido isolamento” di cui si sono vantati per secoli non è affatto splendido e sarà molto costoso, anche in termini di impoverimento culturale.

Con la Brexit l’Europa ci guadagna o ci perde?

La risposta giusta, politicamente corretta, la so, la so: ci perdiamo tutti. Chi vuole un’Europa più liberale e meno appesantita da regole forse ci perde di più di chi si accontenta dell’ordoliberalismo (con una pesante bardatura di regole) della Germania e dei suoi molti, troppi alleati che non sanno svincolarsi. Poi, certo, anche in termini economici e finanziari un’Europa senza la Gran Bretagna è inevitabilmente meno forte.

I partiti politici nazionali sono un freno allo sviluppo europeo o secondo lei ci vorrebbero dei veri e propri partiti sovranazionali?

Quel che rimane dei partiti, in molti paesi qualcosa di più che in Italia, non è ancora riuscito a trovare il modo per combinare e coordinare la sua indispensabile attività nazionale con un suo accresciuto ruolo sulla scena europea. Mi piacerebbe che nelle prossime elezioni del Parlamento Europeo i partiti, tutti i partiti, decidessero di mettere nelle loro liste metà candidati nazionali e metà candidati provenienti da paesi europei ai quali attribuire l’opportunità di fare una campagna elettorale davvero europea e europeistica. Sarebbe un segnale importantissimo.

Lei è a favore di un legame più stretto tra Unione Europea e cittadini europei. Come potrebbe concretizzarsi?

Anche in questo caso so qual è la risposta politicamente corretta: migliorare la comunicazione politica. Ovviamente, dovrebbero essere, anzitutto, le istituzioni europee a trovare modi e forme di questa comunicazione, ma il compito dovrebbe essere svolto anche dai parlamentari europei e dai loro assistenti. Infine, che bello sarebbe se i giornalisti e i commentatori riportassero con precisione, non i gossip e le veline dei loro governi/ministri nazionali, ma tutto quello, ed è moltissimo, che avviene nel Parlamento, nella Commissione, nelle riunioni dei capi di Stato e di governo.

Nel Suo libro lei parla dei processi decisionali dell’Unione Europea che spesso sono lenti e farraginosi. Quali funzionamenti bisognerebbe rivedere?

Nella misura del possibile, che credo sia ampia, bisognerebbe rendere i processi decisionali più snelli, riducendo drasticamente il sistema dei comitati e l’accesso di lobby e lobbisti, e accrescendo la trasparenza. Anche in questo caso, il compito dei mass media e di operatori preparati è assolutamente decisivo.

Pubblicato il 21 luglio 2017

Le sinistre. Con la socialdemocrazia per andare oltre

Mi ricordo di avere letto un breve, ma intenso scritto (che si trova in un suo libro adesso a Nova Spes) [NdR il prof. Pasquino ha donato alla biblioteca della Fondazione Nova Spes circa 4.000 volumi di scienza politica] del grande sociologo tedesco-poi-britannico Ralf Dahrendorf, nel quale sosteneva, con apprezzamento, quasi ammirazione, che il XX secolo era stato il secolo socialdemocratico. Dahrendorf ha esagerato. Nel migliore dei casi, il cosiddetto secolo socialdemocratico è durato dal 1932, anno in cui i Socialdemocratici svedesi vinsero le elezioni conquistando la maggioranza assoluta di seggi (e poi governarono ininterrottamente fino al 1976), fino al 1997, la prima vittoria dei Laburisti di Tony Blair, che si era già addentrato nella Terza Via, chiaramente e deliberatamente non più socialdemocratica. Sono, comunque, stati sessantacinque anni che le sinistre italiane, avendo passato troppo tempo a criticare le socialdemocrazie che: a) non superavano il capitalismo, ma lo mantenevano vivo e vegeto; b) si erano logorate senza produrre grandi trasformazioni nelle loro società; c) erano “superate” (non ho mai capito da chi e da cosa), quando il PCI si trasformò dolorosamente e malamente nel 1989-1991, non seppero trovare il bandolo della matassa della cultura e delle politiche socialdemocratiche o, comunque, progressiste. Infine, il Partito Democratico ha posto la pietra tombale su qualsiasi prospettiva socialdemocratica, e male gliene sta incogliendo.

Quasi sicuramente non è più possibile resuscitare le esperienze socialdemocratiche, ma bisogna riconoscere che la loro premessa (la politica scrive le regole per il mercato) e i due cardini della loro cultura e della loro opera di governo hanno cambiato, in meglio, la politica e la vita di qualche centinaio di milioni di cittadini. Dove saremmo (basterebbe chiederlo ai cittadini USA che rischiano di perdere l’assicurazione sanitaria) senza il welfare, praticato e perfezionato da tutti i socialdemocratici e dove sarebbe l’economia senza il keynesismo? Conquiste importantissime che il liberismo non ha travolto, ma stravolto elaborando pratiche che hanno prodotto incertezze, lacerazioni, diseguaglianze economiche e sociali enormi. Poiché siamo certi che non è più possibile il “keynesismo in un solo paese” e che anche il welfare necessita di un quadro sovranazionale, è giunto il tempo, preconizzato da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene (1941), di una politica federalista europea. Dalla contrapposizione nettissima fra Europa politica federata/sovranismo statalista che ha favorito la vittoria di Emmanuel Macron e posto le premesse di una ridefinizione dello schieramento partitico francese, può scaturire la rivitalizzazione anche della sinistra italiana.

Stiamo assistendo, in quello che, con ottimismo malposto e mal giustificato/bile, Giuliano Pisapia ha chiamato “campo progressista”, a riposizionamenti di vario genere per fini di sopravvivenza, non di reale trasformazione. Che Renzi venga vissuto dalla “ditta” degli ex-comunisti come un usurpatore è del tutto irrilevante. Quello che conta è che non persegue la ricostruzione della sinistra per la quale, comunque, non avrebbe i requisiti culturali minimi. I rimanenti esponenti della ditta, a cominciare da Bersani, hanno finora combattuto una legittima lotta per la sopravvivenza dalla quale non si è sprigionata nessuna riflessione e nessuna energia per andare oltre alcuni principi di buon governo. Le altre componenti della sinistra italiana, in parte fuoruscite da Rifondazione, che a lungo ha creduto che l’orizzonte del comunismo si trovasse di fronte a noi, non alle nostre spalle [il 7 novembre andrò a Cavriago, sulla cui piazza si trova il busto di Lenin, regalo dei compagni bolscevici, a riflettere ad alta voce sul centesimo anniversario della rivoluzione russa], in parte spezzoni di vecchie e di nuove sinistre, non hanno più nessuna cultura politica condivisa alla quale fare riferimento. Il loro mantra è il programma, il programma, il programma. Ed è proprio sui punti programmatici che celebreranno puntigliosamente le loro distinzioni, spesso di lana caprina, invece di mettersi sulla scia di Spinelli e di Rossi dicendo all’unisono: Hic Europa hic salta.

Fatta la scelta europea, potranno operare insieme agli altri partiti socialdemocratici e di sinistra, ai movimenti e alle associazioni progressiste affinché proprio i due cardini delle socialdemocrazie realizzate ritornino centrali. Il welfare può essere credibilmente ridefinito e rilanciato soltanto su scala europea. Le politiche economiche keynesiane possono essere attuate esclusivamente attraverso la cooperazione e il coordinamento praticabili nell’ambito dell’Unione Europea. A quel che rimane della cultura politica socialdemocratica, le sinistre debbono aggiungere la cultura politica federalista. Su queste basi, le molte differenziazioni personalistiche che attraversano, in maniera tutt’altro che feconda, le sinistre italiane potranno essere poste sotto controllo. Il resto, per chi ha studiato le esperienze socialdemocratiche, potrebbe farlo un duro e leale confronto fra gli intellettuali progressisti, se ce ne sono, e i politici disposti a studiare e a riformare anche se stessi. Preferisco non fare previsioni.

Pubblicato il 24 luglio su PARADOXAforum

Coalizioni e programmi non sono divergenti

Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.

Pubblicato AGL il 10 luglio 2017

L’astensionismo è diventato un modo di fare politica

Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

Il politologo: elettori disorientati dai leader Non ha perso il M5S: ha perso Beppe Grillo

 

Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, direttore della rivista Il Mulino, già parlamentare di sinistra per tre legislature negli Anni Ottanta e Novanta, reduce da una intensa campagna per il No al referendum che lo ha posto apertamente su un versante antirenziano, aveva intitolato un suo ultimo libro “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”. E non è meravigliato che gli italiani votino sempre meno.

Professore, perché c’era da aspettarsi tutto questo astensionismo?
“Intanto perché anche l’astensionismo è un modo di votare. Sono quelli che mandano a dire ai politici: non ci piacete, nessuno di voi ci convince. Sono quelli che pensano che, votando, comunque legittimerebbero questa politica. Ci sono poi quelli che sono sfiduciati, si sentono tagliati fuori da tutto, anziani, isolati, periferici, nulla più suscita il loro interesse. Infine ci sono quelli che, all’opposto, sono attivissimi: i giovani che studiano all’estero, pensiamo alla generazione Erasmus, oppure gli imprenditori che stanno delocalizzando fuori dai confini nazionali, o quelli hanno trovato lavoro fuori d’Italia, o ancora chi aveva fissato per tempo le vacanze in mete esotiche. Nell’Italia d’oggi rappresentano una fascia del 5 o forse il 10% dell’elettorato”.

Fin qui, un discorso generale. Eppure ci sono casi clamorosi. A Genova ha votato meno della metà degli elettori.
“Caso molto interessante, non c’è dubbio. A Genova evidentemente c’è stato un doppio astensionismo: gente di sinistra che aveva votato il sindaco Doria, ha rimpianto quel tipo di sindaco e non si è riconosciuta nella nuova proposta del Pd. Non se la sono sentita di fare il salto della quaglia, votando a destra. Si sono rifugiati nel non-voto. E poi c’è la gente del M5S che non ha accettato i pasticci di Beppe Grillo sulla candidata Cassimatis, che è stata defenestrata nonostante avesse avuto il via libera dalla consultazione via Internet”.

Molti sostengono che l’astensionismo del 2017 suoni come campana a morte per i grillini. Sono fuori da tutti i ballottaggi e stavolta non hanno intercettato il voto di protesta.
“Andiamoci cauti con queste conclusioni. Detto dei pasticci di Genova, è vero che a Parma c’era un ex come Pizzarotti che ha dragato i voti di quell’area, oppure che hanno perso il Comune di Mira ma solo perché il sindaco di lì ha preferito saltare un giro perché altrimenti non si sarebbe potuto candidare alle prossime politiche, o che non possono considerare loro Comacchio dove si è imposto un altro sindaco eretico che è stato abbandonato al suo destino perché è un cervello indipendente, ma lo zoccolo duro del M5S è l’antipolitica. E quel sentimento è sempre lì, vivo e vegeto, pronto a ritornare fuori. Come diciamo noi politologi, c’è stato un problema di offerta. Grillo si è dimostrato brillante nel 2013 ad intercettare quel voto; vedremo che cosa farà in futuro. Quindi non condivido affatto l’opinione di chi dice “è stato sconfitto il populismo”. No, è stato sconfitto Grillo”.

Le prime analisi sui flussi del voto segnalano anche forti perdite del centrosinistra.
“Beh, con quel leader del Pd che un giorno dice “Mai coalizioni con gli scissionisti!” e poi fa coalizioni con Mdp quasi in tutti i Comuni, solo per dirne una, non c’è da sorprendersi che ci sia un certo disorientamento del suo elettorato…”.

Anche in Francia l’astensionismo non scherza, ha visto?
“Lì c’è stato un ciclone che si chiama Macron che ha letteralmente frantumato il partito socialista e ha aspirato anche molti voti gollisti. In effetti, in Francia come in Italia, il tramonto dei partiti storici, la scomparsa delle famiglie politiche, e la fine delle ideologie, sta allontanando tanti elettori dalla politica e quindi dal voto. Da noi peraltro credo che l’ultimo chiacchiericcio nazionale sulla legge elettorale, abbia disorientato tanti italiani un po’ di tutti i partiti. Penso in particolare all’area dei grillini dove nessuno ha capito che cosa vuole Grillo e c’è un po’ di delusione e anche di depressione nel loro elettorato. Ma il ragionamento vale anche per l’area del Pd. E alla fine l’elettore-tipo dice: sapete che c’è, ho una vita da vivere piuttosto che impazzirvi dietro…”.

In occasione di elezioni amministrative, però, specie in tante realtà medie e piccole, il voto ha sempre richiamato un gran numeri di votanti. Non stavolta. Come mai, professor Pasquino?
“Molti devono avere pensato che vinca questo o vinca quello, alla fine non fa una grande differenza. E torniamo alla morte delle famiglie politiche e alla crisi dei partiti tradizionali…”.

Pubblicato il 13 giugno 2017

 

Premiato chi ha giocato in nome dell’Europa

Prima di buttarsi a capofitto nei paragoni sbagliati Francia-Italia, che denotano un misto di ignoranza e malafede, è opportuno mettere in evidenza gli insegnamenti importanti dell’elezione presidenziale francese. Al ballottaggio ha vinto il candidato che ha fatto dell’Europa, così com’è, ma anche come vorrebbe che fosse, il cuore della sua campagna elettorale e del suo messaggio politico. In maniera persino commovente il suo discorso della vittoria di fronte al Louvres è stato accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia della Nona Sinfonia di Beethoven che è anche l’Inno ufficiale dell’Europa. Il 66 per cento dei francesi hanno segnalato con il voto che credono che il loro futuro migliore si costruirà dentro l’Unione Europea e che Emmanuel Macron è l’uomo più credibile per rappresentare le loro preferenze, i loro interessi e i loro ideali a Bruxelles. Fino ad ora, sulla scena politico-elettorale europea non s’era visto nulla di tanto esplicitamente e coerentemente europeista. Anzi, i candidati a cariche elettive usa(va)no abitualmente l’Europa come capro espiatorio di quello che non va nel loro paese oppure come alibi delle riforme che dovrebbero fare se rispettassero gli impegni presi a Bruxelles. Altrove, ad esempio, in Italia, l’Europa è identificata con gli Eurocrati, i Burocrati e i Tecnocrati che applicano regole senza pietà e non conoscono le condizioni di vita degli europei. Quasi tutti quegli Eurocrati, se parliamo dei Commissari, sono stati capi di governo e ministri dei loro paesi, avendo vinto e governato. Con loro e con gli altri capi di governo, il Presidente Macron sarà in grado di utilizzare la carta del grande consenso elettorale ottenuto e della sua personale credibilità, diversamente da chi, criticando e non adempiendo agli impegni presi, si aliena qualsiasi potenziale alleato.

Il ballottaggio francese, che non ha nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’ormai defunto Italicum, è servito, non a dare un cospicuo premio in seggi a un partito, ma a eleggere il Presidente. In quel ballottaggio, a sostegno dei due candidati si sono schierati anche i partiti i cui candidati erano stati sconfitti al primo turno, mentre le coalizioni erano/sono vietate nell’Italicum. È molto probabile che quelle coalizioni si riproducano nei collegi uninominali per le elezioni legislative. Non ci saranno pluricandidature e, naturalmente, neppure candidati privilegiati. Ciascuno e tutti dovranno conquistarsi i voti offrendo sia rappresentanza al collegio sia sostegno alla maggioranza di governo o all’opposizione. Il sistema maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali garantisce competizione politica e avvicina la politica agli elettori e viceversa. Chi non vuole un sistema elettorale proporzionale (e l’Italicum è proporzionale, peggiorato dal premio di maggioranza) sa dove guardare.

Il Presidente Macron non può fare affidamento su un partito, ma su migliaia di entusiasti sostenitori e su molti parlamentari uscenti, specialmente del Parti Socialiste, che potranno essere ottimi candidati nei collegi uninominali. D’altronde, neanche in Francia mancano coloro che, come scrisse memorabilmente Ennio Flaiano, corrono in soccorso del vincitore. È un bene che sia così poiché al vincitore toccherà anche l’arduo compito di operare per la ristrutturazione del sistema dei partiti francesi. No, la destra e la sinistra non sono scomparse. Marine Le Pen non è principalmente una populista. Rappresenta la destra nazionalista francese che ha una lunga, non sempre onorevole, storia. I gollisti debbono la loro crisi, non mortale, alla cattiva selezione del candidato Fillon e alla sua mediocrissima campagna elettorale. È la sinistra francese il luogo della divisione e della conseguente debolezza politica. Forse sul territorio, nei collegi uninominali si formeranno utili alleanze di centro-sinistra. Dall’Eliseo Macron avrà modo di inviare consigli e aiuti. Nel frattempo, che tutti imparino che la politica in Francia ha dimostrato che né la Brexit né il trumpismo possono fermare chi predica e agisce in nome della libertà e dell’Europa.

Pubblicato AGL il 9 maggio 2017