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Giorgia Meloni disprezza l’autonomia del Quirinale @DomaniGiornale

Nel sistema politico italiano la Presidenza della Repubblica è una istituzione importante, dotata di poteri significativi a lungo sottovalutati. Quei poteri hanno cominciato a manifestarsi, non casualmente, con la Presidenza di Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), contemporaneamente con la sfaldarsi del sistema di partiti. Parlamentare di lunghissimo corso e convinto sostenitore del ruolo centrale del Parlamento italiano, Scalfaro si trovò quasi costretto a esercitare appieno i poteri di nomina del Presidente del Consiglio e di (non)scioglimento del Parlamento, dando alla Presidenza un importante compito di stabilizzazione e di riequilibrio.

Sulla scia di Giuliano Amato, formulai allora e precisai in seguito la metafora della “fisarmonica dei poteri del presidente”. Quando i partiti sono deboli, i Presidenti possono suonare la fisarmonica a loro piacimento avendo come limite soltanto la Costituzione. Se i partiti sono forti, ad esempio, in grado di dare vita a solide coalizioni di governo e di convergere sulla scelta del capo di governo, allora il Presidente terrà chiusa la sua fisarmonica. Scalfaro, Napolitano (2006-2013, 2013-2015), Mattarella (2015-2022) sono stati ripetutamente chiamati a suonare la fisarmonica, facendolo in maniera più che apprezzabile, anche supplendo alle inadeguatezze dei partiti e dei loro gruppi dirigenti. Il mandato di Ciampi (1999-2006) si è svolto in presenza di una coalizione guidata da Berlusconi e dotata di una ampia maggioranza parlamentare che non richiese nessun intervento.

Complessivamente, è valutazione diffusa che sia opportuno che il Presidente abbia la possibilità di esercitare pienamente i poteri attribuitigli dalla Costituzione. Non molto indirettamente, la proposta, difficile dire quanto estemporanea, di Giorgia Meloni, suscita molte perplessità. Cito: “siamo pronti a votare Draghi al Quirinale a patto che subito dopo si vada alle elezioni”. Il dato più evidente è che la proposta di Meloni è di stampo platealmente partitocratico: i partiti che riprendono il sopravvento sulle istituzioni, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica. La condizione che viene posta a Letta, il quale, peraltro, ha già espresso la sua preferenza per la continuità dell’azione del governo guidato da Draghi fino alla conclusione naturale della legislatura (marzo 2023), mi pare irricevibile. Anzitutto, implica il trattare Draghi come un burattino ambizioso che, pur di diventare Presidente della Repubblica, è disposto a rinunciare non soltanto a portare a compimento la sua opera di ripresa e rilancio dell’Italia, ma addirittura alla sua autonomia decisionale. In secondo luogo, appena eletto il Presidente dovrebbe sentirsi obbligato, come primo atto della sua Presidenza, a sciogliere il Parlamento e a indire nuove anticipate elezioni.

Da sempre, sappiamo che nessun Presidente della Repubblica è “autorizzato” a sciogliere un Parlamento nel quale esista/e una maggioranza che sostiene un governo. Il Presidente può essere giustificato allo scioglimento se il governo appare fragile, ad esempio, venendo sconfitto in una o più votazioni su disegni di leggi significativi, e se la sua maggioranza risulta molto indisciplinata, non più operativa. Tuttavia, la valutazione e la decisione spettano al Presidente e lo scioglimento non gli può essere imposto meno che mai come adempimento di un accordo che menomi significativamente l’autonomia dell’istituzione presidenziale. Infine, quale credibilità, quale affidabilità, quale onorabilità avrebbe un Presidente eletto sulla base di un patto scellerato fra i partiti?

La fuga in avanti di Meloni è segno di nervosismo politico. Godere della rendita di opposizione non le basta più. Rischia di risultare irrilevante nella imminente elezione presidenziale e ancor più in tutte le scelte di un governo che sta all’opposto del sovranismo di Fratelli d’Italia. Ma la sua proposta rivela inconsapevolmente grave disprezzo per l’autonomia della Presidenza della Repubblica, e non solo.

Pubblicato il 6 ottobre 2021 su Domani

L’alleanza tra PD  5 Stelle è inevitabile ma non basta @DomaniGiornale

Da soli né il Movimento 5 Stelle né il Partito Democratico riusciranno a fare molta strada. A seconda della legge elettorale potranno sopravvivere, in maniera più o meno soddisfacente, ma sicuramente non sconfiggeranno le destre. Dunque, una qualche forma di collaborazione, estesa e flessibile, oppure stringente, una vera propria alleanza appaiono indispensabili anche se, come stanno le cose, cioè le intenzioni di voto dell’elettorato italiano, nient’affatto sufficienti. Pur se necessarie, le alleanze elettorali e politiche non vanno presentate come inevitabili, senza alternative. Vanno costruite intorno a programmi e persone, anche viceversa, a politiche da attuare e, nel migliore dei casi, improntate a una visione di società e di Europa. Forse, proprio l’europeismo, se convintamente elaborato, tanto da Letta, che ci crede, quanto da Conte che dovrebbe crederci, potrebbe costituire la base di un’alleanza solida fra i due partiti, soprattutto se messa in contrapposizione al sovranismo duro di Meloni e a quello venato di opportunismo di Salvini. Una alleanza elettorale va costruita a partire dal centro, ma, se la legge Rosato non verrà rivista, tradotta in pratica nei collegi uninominali intorno a candidature che quei collegi rappresentino al meglio (dunque, non da paracadutati/e).

   Letta sembra avere acquisito adeguato controllo del suo partito, ma a livello locale le correnti del PD hanno una presenza e una presa con le quali il segretario dovrà fare i conti. Da Conte stesso sappiamo che guidare quel che resta (che non è affatto poco) del Movimento è “una faticaccia” (lo sarebbe ancor di più guidare l’alleanza). La faticaccia deve essere orientata alla selezione e valorizzazione di coloro che, svanito l’obiettivo annunciato da Grillo del 100 per 100, credono alla necessità e all’utilità di un rapporto stretto con il Partito Democratico. Parlarne per tempo, senza farne una specie di toccasana che risolverebbe tutti i problemi del PD e del Movimento, è raccomandabile. I due potenziali contraenti hanno già perso una buona occasione di verificare quanto a livello locale i militanti e gli elettori abbiano consapevolezza della difficoltà del compito da svolgere e delle opportunità che una loro alleanza può offrire. Le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre diranno molto sull’esistenza di un elettorato disposto a premiare gli accordi fra democratici e pentastellati.

   Sicuramente Letta probabilmente Conte sanno che neppure una alleanza stretta e buona, ma limitata a loro due, può bastare. Anzi, sarebbe/sarà sicuramente perdente a meno che entrambi, ciascuno ricorrendo al meglio del catalogo delle loro proposte, riescano, non tanto a strappare voti ai vicini, quanto a raggiungere e conquistare quel 30 per cento di elettorato che è insoddisfatto dall’attuale offerta politica e che decide chi premiare nell’ultima settimana. Andare alleati a chiedere il voto è sicuramente preliminare a qualsiasi altra attività, ma, in assenza di originalità nelle proposte politiche, la sconfitta, per quanto dignitosa, rimane dietro l’angolo.

Pubblicato il 14 settembre 2021 su Domani

Quale coalizione tradirebbe Letta con il simbolo del Pd a Siena? @DomaniGiornale

Sostiene Letta che la sua scelta di “correre” per il collegio uninominale di Siena senza il simbolo del Partito Democratico è dettata dalla volontà di “privilegiare lo spirito di coalizione”. Non sono in grado di giudicare se e quanto quello spirito aleggi e volteggi su Siena e sulla coalizione, ma vedo alcuni inconvenienti di quella scelta. Certamente, Letta non si vergogna, come sostengono giornali e commentatori di destra, del suo partito in quanto tale, ma in qualche misura vuole segnare una distanza fra il PD e la faccenda brutta del Monte dei Paschi. Però, non è questa la fase, anche se lo volesse fare, in cui può permettersi di criticare i dirigenti, i candidati, gli ideologi (sic) del PD. Tuttavia, credo che qualche cenno critico mirato sarebbe utile. Ad esempio, a Bologna ne hanno già fatte di tutti i colori, in occasione delle primarie e nella scelta delle candidature al Consiglio comunale. Non essendoci rischi per la vittoria del candidato del partito, qualche parola critica relativamente alle carenze di democrazia e democraticità di un partito che si definisce “democratico” non sarebbe soltanto doverosa, ma anche utile.

   Tornando al punto, prendo sul serio l’affermazione di Letta sullo spirito di coalizione, ma vedo in giro molte interpretazioni diverse di questo spirito. Le traduzioni concrete sembrano ispirate non ad una meditata visione di fondo e di lungo periodo, ad una vera strategia politica, ma all’opportunismo di vantaggi immediati: un pugno di voti in più. Di qui la moltiplicazione di liste dei più vari tipi per le elezioni amministrative con l’obiettivo di “pescare” qualche elettore/trice in aree che il Partito Democratico con le sue proposte non raggiungerebbe mai. Spesso, ed è grave, neanche tenta di raggiungere. Quelle variegate liste non costituiscono affatto un modo positivo e efficace di alimentare lo spirito di coalizione. Al contrario, accettano e registrano la frammentazione delle ambizioni particolaristiche, non tanto della società “civile” quanto di molti spezzoni del ceto politico che cerca di stare a galla senza produrre idee e senza rinnovarsi. In questo modo, nessun rinnovamento può essere conseguito neppure dal PD.

   È augurabile che a Siena il segretario del PD spieghi con dovizia di particolari quale sarà la coalizione da costruire nel periodo che ci separa dalle prossime elezioni politiche. In prospettiva sistemica, però, dovrebbe preoccuparsi soprattutto di rafforzare, trasformandolo significativamente, il suo Partito Democratico. Per ragioni oggettive, vale a dire, l’essere un partito e il potere contare su una relativamente buona percentuale di voti, toccherà proprio al PD di svolgere il compito impegnativo di coalition-maker. Finora non ho visto nessuna indicazione che né il segretario né i suoi collaboratori né i capicorrente abbiano iniziato a interrogarsi su come costruire una coalizione progressista e europeista. Persino l’ineluttabilità di un rapporto serio e solido con il Movimento 5 Stelle non è ancora stata declinata nei suoi lati positivi e in quelli negativi, che pure esistono. Mi pare che sia tuttora assente la necessaria riflessione sulla ristrutturazione del sistema dei partiti che molti avevano annunciato come uno degli effettivi positivi della “sospensione”, non della politica, ma della competizione fra partiti, derivante dal governo Draghi.

Infine, non resta che chiedersi se lo “spirito della coalizione” si manifesterà in occasione del passaggio più importante, forse addirittura conclusivo, di questa legislatura: l’elezione del Presidente della Repubblica. Immagino che Letta stia già invocandolo poiché l’esito di quella elezione segnerà anche la prossima legislatura. O no?

Pubblicato il 1° settembre 2021 su Domani

Passettini, posizionamenti, e Presidenza. Riusciranno Conte e Letta a intestarsi qualche merito? @formichenews

L’elezione del Capo dello Stato e la gestione dei primi fondi europei saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei

Giustamente, nella sua intervista a Formiche.net, il mio amico di lunga data Giuliano Urbani critica le mosse dei dirigenti dei partiti del centrodestra. Sicuramente, il declino di Berlusconi e di Forza Italia suggerisce che non saranno i moderati/centristi a dettare tempi e modi della coalizione di centrodestra. Di tanto in tanto, quasi come in un gioco dei quattro cantoni, un editorialista del Corriere della Sera, talvolta persino il direttore, lamentano la mancanza di un centro, meglio di un partito di centro, nel variegato sistema dei partiti italiani. Non sempre i vagheggiatori hanno consapevolezza del fatto inesorabile che un partito di centro che avesse qualche successo elettorale renderebbe impraticabile qualsiasi competizione bipolare e manderebbe in soffitta la famigerata democrazia compiuta, dell’alternanza.

Sul versante che non chiamerò del centrosinistra, ma più propriamente del Partito democratico e delle 5 Stelle, l’unica opzione praticabile sembra essere quella di un’alleanza che da mesi tutti i sondaggi danno minoritaria e perdente nelle intenzioni di voto degli italiani. L’attesa, adesso che ha ottenuto il mandato che desiderava, è tutta su Conte e sulla sua strategia: spostare il baricentro del Movimento verso il Nord. Da quel che le analisi elettorali hanno scoperto da tempo, non è affatto probabile che nel Nord esista un ampio bacino di elettori orientabili verso le 5 Stelle. Continuo a pensare, ma i dati mi confortano, che parte tutt’altro che piccola dell’elettorato pentastellato sia stata mobilitata dalla protesta e dall’insoddisfazione nei confronti della politica e del funzionamento del sistema politico. Nel Nord protesta e insoddisfazione sono, da un lato, meno diffusi che nel Sud, dall’altro, hanno storicamente trovato accoglienza nei ranghi della Lega. Le ambiguità di Salvini rappresentano adeguatamente buona parte di questo elettorato.

Lasciando Conte alla sua difficile ricerca, continua a non essermi chiaro che cosa effettivamente ricerchi il Partito democratico di Letta. I segnali sul terreno, per me importante, dei diritti: legge Zan e cittadinanza ius soli o ius culturae, sono più che apprezzabili, ma chi li apprezza è già da tempo un’elettrice/tore del Pd. Forse verranno corroboranti vittorie democratiche nelle elezioni amministrative e probabilmente sventolerà il vessillo di Enrico Letta nel collegio uninominale di Siena. Nulla di questo, però, fa prevedere uno “sfondamento” elettorale prossimo venturo. Non intravedo indicazioni e mosse che riescano a mobilitare parti della società civile abitualmente in posizioni “wait and see” né innovazioni specifiche in materia, ad esempio, di lavoro e diseguaglianze.

Forse hanno ragione quelli che si concentrano sugli obiettivi ineludibili: una buona elezione del Presidente della Repubblica e un’efficace utilizzazione della prima, già considerevole, tranche dei prestiti e dei sussidi dell’Unione europea. Saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Sapremo l’ardua risposta molto prima dei posteri.

Pubblicato il 14 agosto 2021 su formiche.net

Conte ora detta la linea politica ma Grillo mantiene un suo ruolo #intervista @CdT_Online

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Il Movimento 5 Stelle (M5S) si è da poco dato un nuovo statuto e ha eletto il suo primo presidente, l’ex premier Giuseppe Conte. Il futuro dei pentastellati resta però incerto a causa del calo nei sondaggi e della litigiosità interna. Abbiamo sentito le valutazioni del professor Gianfranco Pasquino sullo stato di salute di questa formazione politica.

Conte ha parlato di ampissima partecipazione degli iscritti alla sua elezione via Internet. In realtà ha votato per lui il 58% degli aventi diritto che sono poco più di 115.000. La democrazia diretta di cui i vertici del M5S vanno fieri marcia sul posto?

I pentastellati hanno troppo vantato questo loro strumento di partecipazione politica della base. All’inizio la democrazia diretta nel Movimento era utile e forse anche funzionante, poi però non sono stati in grado di far crescere il numero dei partecipanti. Su circa 120.000 attivisti, per Conte hanno votato poco più della metà. Quindi c’è un problema che secondo me Conte dovrebbe affrontare, cercando di recuperare tutti coloro che si erano iscritti, in quanto per votare occorre iscriversi al Movimento, e ampliare il numero degli attivisti, approfittando della nuova piattaforma di cui il Movimento si è dotato.

 A Conte viene rimproverato di non aver avuto un’investitura popolare. Pensa che il nuovo leader dei pentastellati dovrebbe seguire l’esempio di Letta che si è candidato come parlamentare di Siena per rimettersi in gioco?

Questa è una questione marginale, in quanto neanche Draghi ha avuto un’investitura popolare. Ci sono modi diversi per essere scelti a capo di un movimento o a capo di un Governo. Ad ogni modo se si presenterà l’occasione di un seggio parlamentare da conquistare, credo che Conte farebbe bene a candidarsi. Non solo per avere un’investitura popolare, ma anche per poter diffondere informazioni e per poterne acquisire. Scendere in campo, per usare una terminologia sportiva, è utile per i giocatori ma anche per l’allenatore, se vogliamo chiamare Conte allenatore.

Le divisioni interne sono uno dei motivi che hanno causato la progressiva perdita di consensi nel M5S. Divisioni emerse anche nel confronto tra Grillo e Conte. Con quali conseguenze sulla tenuta del Movimento?

Credo che oggi non ci siano delle conseguenze serie in quanto ora è Conte a dare la linea politica. D’altronde è chiaro che Grillo abbia un ruolo, e senza di lui il Movimento non esisterebbe. Si spera che Grillo abbia imparato a riequilibrare e non a scassare, perché la sua forza continua ad essere notevole e quindi deve prendere atto che a questo punto è Conte quello che guida e lui potrebbe trasformarsi in un suggeritore, o forse qualche volta in un propagandista, visto che continua ad essere molto efficace e ha carisma, mentre Conte di carisma proprio non ne ha.

 Finora abbiamo visto parlamentari grillini espulsi in quanto non seguivano la linea data dalla direzione del Movimento. Non è una logica autodistruttiva?

Sì, il Movimento non ha trovato il modo di riuscire ad avere un vero dibattito, ed è per questo che avvengono le espulsioni. La linea dei gruppi parlamentari non viene dalla discussione all’interno dei gruppi ma in qualche modo viene calata dall’alto. Il M5S deve dunque trovare delle modalità per confrontarsi e soprattutto deve smetterla con la pratica delle espulsioni che non sono mai una buona scelta, per nessuno. Bisogna sempre riuscire a convincere.

Il premier Draghi negli scorsi giorni ha detto di non voler affossare il reddito di cittadinanza. Crede che lo ha fatto per il quieto vivere di una maggioranza eterogenea o perché crede in questo strumento di sostegno all’occupazione?

Credo che sia al 75 per cento perché crede che questo strumento sia utile e al 25 per cento perché non voleva dare subito un dispiacere a Conte. Ma soprattutto perché ci crede. Draghi non ha la lingua biforcuta e quindi ci crede, anche se tra coloro che ci credono, molti ritengono che bisogna introdurre delle modifiche nel reddito di cittadinanza perché tale strumento potrebbe essere usato molto meglio, in particolare per l’avviamento al lavoro che è il punto debole di questa legge.

Pubblicato il 10 agosto 2021 sul Corriere del Ticino

Le fragilità dei tre leader alla prova del semestre bianco @DomaniGiornale

Lasciamo che i commentatori italiani si rincorrano l’un altro a prevedere disastri di un qualche tipo durante il semestre bianco e che superficialmente alcuni professori(oni) ne chiedano l’inutile abolizione. Quel che si intravede in questa fase non sono i partiti che approfittano dell’impossibilità di scioglimento del Parlamento per rendere la vita difficile (e perché poi? E con quali obiettivi?) al governo quanto piuttosto qualche scricchiolio delle leadership dei partiti di governo.

Non scricchiola la leadership di Giorgia Meloni, ma la sua solidità si accompagna alla sua limitata rilevanza anche perché il numero dei parlamentari di Fratelli d’Italia deriva dai voti del marzo 2018 poco più del 4 per cento a fronte delle intenzioni di voto oggi intorno al 18 per cento. Ė Salvini a sentire il fiato dei Fratelli d’Italia sul suo pur robusto collo, ma c’è di più. Anche a causa di ambiguità, probabilmente strutturali, la linea che esprime nelle sue numerosissime apparizioni televisive, interviste, dichiarazioni non sembra largamente condivisa. In particolare, sulle due tematiche più importanti adesso e nel futuro prossimo: Covid e, in senso lato, Europa, nella Lega vi sono posizioni non coincidenti con quelle che Salvini ha dentro. Il Presidente della Regione Veneto Zaia, non da solo, argomenta una linea rigorista sul Covid compreso il green pass e il ritorno a scuola. Sull’Europa e sul sostegno al governo Draghi, alta, forte e chiara è la linea che Giorgetti, avendola elaborata, continua a sostenere. Salvini incassa e guarda avanti, ma sembra avere perso baldanza.

Sicuramente baldanzoso Giuseppe Conte non lo è stato mai, ma non è mai stato riluttante a esibire una non piccola fiducia nelle sue qualità personali e, in qualche modo, anche politiche. Adesso il problema, che sarebbe di difficile soluzione per chiunque, è come acquisire e affermare la sua leadership sul Movimento 5 Stelle di ieri, vale a dire recuperando coloro che se ne sono andati o sono stati frettolosamente espulsi, e di domani a cominciare da quel 15 per cento di elettori scivolati via. All’interno del Movimento non ci sono sfidanti e forse neppure alternative, ma fatte salve poche eccezioni, non si sente neppure grande entusiasmo, piuttosto attendismo: “vediamo che cosa riesce a fare colui che voleva essere l’avvocato del popolo”.

Enrico Letta è il segretario di un partito nel quale i capi corrente hanno notevole potere. Guerini, Franceschini e Orlando sono comodamente sistemati nei loro uffici ministeriali che implicano non poche responsabilità, ma danno anche notevole visibilità (in questi giorni soprattutto per Franceschini che se la gode tutta, e non è finita). Con alcune proposte, voto ai sedicenni, patrimoniale (stoppata, mio modo di vedere, malamente, da Draghi) Letta ha voluto mostrare capacità di incidere sull’agenda politica, ma non può vantare successi e si trincera dietro il fatto inconfutabile dell’essere il PD il più sincero e leale sostenitore di Draghi e del suo governo. Un qualche rafforzamento della sua leadership potrebbe venire sia dalle vittorie possibili in numerose elezioni amministrative a ottobre sia da un suo chiaro e netto successo nell’elezione suppletiva a Siena. Apparentemente Letta è il meno “sfidato” dei tre leader di cui sto discutendo, ma la storia del PD, nel quale restano acquattati molti renziani/e, è anche fatta di repentine cadute e improvvise sostituzioni. La mia interpretazione è che nel semestre bianco, i partiti dovrebbero sentire il compito di rafforzare i loro profili politici al tempo stesso che si segnalano per capacità propositive. Vedo al contrario tensioni, non distruttive, ma che implicherebbero qualche ridefinizione di linee politiche. Non basterà un colpo d’ala nell’elezione rapida del successore(a) di Mattarella.

Pubblicato il 4 agosto 2021 su Domani

Quel doppio passo di Draghi per dribblare i partiti. Scrive Pasquino @formichenews

Draghi non è un mago, sono gli altri che gli stanno un passo indietro. Da Letta a Meloni, non c’è una proposta che odori di politica nuova, capacità propositiva zero. Ora il premier ha un ultimo doppio passo da fare per dribblare i partiti, ecco quale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Gli amici al bar del Giambellino dicevan ch’era un Draghi (chiedo scusa, un mago).” Eh, no, replicò da Roma, l’avversaria Giorgia Meloni, è un seminatore di terrore. Altri amici/nemici scalpitavano un giorno sì e l’altro anche, ma qualsiasi terreno di scontro scegliessero andavano a sbattere. Il Draghi li rintuzzava, più o meno severamente, e tirava innanzi. Sembrava che il politico di doti inaspettate fosse lui, ma a qualcuno veniva il sospetto che quello che Salvini e Meloni enunciavano fosse una politica vecchia e stantia e quello che Letta pronunciava fosse sempre un passo indietro, al massimo di fianco al Draghi, rispetto ai problemi da affrontare.

Draghi era partito, seppure leggermente preoccupato dal peso dell’incarico, con un paio di vantaggi: quel che aveva fatto Conte, quel che sapeva bisognava fare. Adesso gode di alcuni meriti: avere sempre affrontato (e superato) gli ostacoli, essere percepito, soprattutto in Europa, come l’unico che può spingere l’Italia nella direzione giusta e obbligarla a seguire quella direzione. Appare insostituibile. Il semplice esercizio mentale di immaginare Salvini o, addirittura (proprio questa parola ho scelto), Meloni a capo del governo italiano, appare quasi terrorizzante (anche questa parola è davvero appropriata).

   Le capacità propositive dei leader dei partiti che sostengono Draghi appaiono vicinissime allo zero. L’agenda la dettano i fatti e il Presidente del Consiglio. Le politiche sono formulate dal Presidente del Consiglio che, per lo più, non sembra tenere affatto conto delle critiche, spesso di bandiera, e di alternative, praticamente mai esplicitate. Non appartengo alla schiera di coloro che pensano che debba necessariamente esserci sempre una vigorosa e aspra dialettica, ma certamente la mancanza di idee e di proposte dei partiti mi pare un pessimo segnale per il futuro che spero non prossimo. So di chiedere molto, ma non troppo, al Presidente Draghi, ma cerchi lui di introdurre due cambiamenti sostanziali e sostanziosi destinati a rimanere. Un governo che si confronta nel procelloso mare parlamentare degli emendamenti, a cominciare con quelli sulla riforma della giustizia, senza ricorrere ad un maxiemendamento con voto di fiducia. Un governo che non scrive più decreti omnibus la cui urgenza e necessità sono giustificabili solo dai suoi stessi ritardi. Nelle parole critiche di Mattarella su queste deleterie prassi avrei voluto cogliere anche uno spicchio di autocritica quirinalizia. Ciò detto, comunque, mi unisco al coro degli amici del bar del Giambellino e anche di quello di Rue de la Loi (sede della Commissione Europea): Mario è davvero un Draghi, ma mai abbassare il tiro della critica. Semaforo verde non per tutti.

Pubblicato il 25 luglio 2021 su Formiche.net

Poi arriverà il tempo della campagna elettorale, ma i partititi saranno “come prima, più di prima”…

Non hanno neanche iniziato a migliorarsi i partiti italiani. Eppure tanti scrissero che il governo Draghi, liberandoli da incombenze che non sapevano affrontare, avrebbe offerto loro l’opportunità di ristrutturarsi. Invece, il PD si è acquattato all’ombra di Draghi; Salvini fa il tiramolla: un po’ con/un po’ contro; Forza Italia dice che Draghi è il governo che ha sempre voluto; Meloni gongola e gode della sua rendita d’opposizione. Quando arriverà il tempo della campagna elettorale tutti saranno come prima di Draghi, forse persino peggiorati agli occhi degli italiani. Un’opportunità sciupata.

Salvini è un equilibrista dimezzato semi-governante semi-oppositore @DomaniGiornale

Comodamente collocata in una solida poltrona d’opposizione (mi concedo al lessico suo e dei suoi Fratelli d’Italia), Giorgia Meloni riceve omaggi e new entries, come il da lungo tempo sen. di Forza Italia Lucio Malan, e osserva il suo competitor Matteo Salvini che si dimena. Nel governo Draghi Salvini c’è capitato non soltanto in mancanza di meglio, ma perché nella Lega, a partire dal suo collaboratore Giorgetti, molti hanno pensato che assumere atteggiamenti anti-europei sarebbe un pessimo biglietto da visita per costruire il governo del dopo Draghi. Con la testa Salvini è, dunque, un semi-governante costretto ad approvare con non celata riluttanza quello che Draghi e i suoi ministri fanno (e non fanno). Con la pancia, però, Salvini è un semi-oppositore alla ricerca di tematiche, proposte, soluzioni che lo differenzino da quello che il governo fa e che non lo distanzino troppo da quello che dice senza peli sulla lingua la sua concorrente interna Giorgia Meloni.

Ė un ruolo piuttosto complicato quello che Salvini deve necessariamente svolgere. Si vede anche che lo svolge con un po’ di tristezza mentre le intenzioni di voto degli italiani premiano Giorgia Meloni e non pochi parlamentari ambiziosi si riposizionano. Infatti, con la riduzione del numero dei parlamentari, soltanto Fratelli d’Italia potrà ricandidare tutti gli attuali e offrire posti a destra, ma certo non a manca. Allora praticamente di fronte ad ogni decisione del governo Draghi e dei suoi ministri, Salvini prende le distanze. Qualche volta vorrebbe di più: aperture dei locali fino ad almeno un’ora o due dopo il limite indicato dal Ministro della Sanità. Qualche volta vorrebbe di meno, ad esempio, che il green pass non fosse indispensabile per i locali pubblici. Poi, quando cambiano, perché peggiorano, i dati dei contagiati, quando crescono i rischi, Salvini si riposiziona sempre cercando di differenziarsi dal governo, ma non sempre riuscendo a nascondere che le sue posizioni sono fluttuanti mentre quelle di Giorgia Meloni sembrano più coerenti. In realtà, spesso i Fratelli d’Italia si fanno beffe dei dati e le sparano grosse anche in termini di libertà. Ma non è il Salvini equilibrista che può permettersi di criticare le preferenze e le scelte sempre perentoriamente annunciate da Meloni.

L’esito, almeno in questa non breve fase, è che la protesta di alcune categorie sociali, dei No Vax, dei “differenziatori” per principio, che, una volta poteva avere come sbocco sia la Lega sia il Movimento 5 Stelle, scivola quasi inesorabilmente nei ranghi accoglienti di Fratelli d’Italia. In parte Salvini dovrebbe essere grato a Letta che lo identifica come il “principale esponente dello schieramento avverso”, dandogli una (im)meritata patente e qualche visibilità. In parte, ha deciso silenziosamente di non concedere più nulla alla Meloni di opposizione: nessuna rappresentanza nel Consiglio d’Amministrazione della Rai, non la presidenza, per prassi, ma anche con più di una motivazione democratica, affidata all’opposizione, della Commissione parlamentare di Vigilanza. Quanto potrà durare il difficile equilibrismo di Salvini e quanto lo stia logorando lo si saprà meglio con il passare del tempo. Sicuro, invece, è che Fratelli d’Italia sta lentamente ridimensionando la Lega che, a sua volta, non sa più che pesci prendere, ovvero su quali tematiche circoscrivere il suo elettorato e cercare di conquistarne altro. Se uno degli effetti anticipati e auspicati del governo Draghi è quello di ristrutturare il sistema dei partiti, questi effetti stanno manifestandosi più platealmente, oltre che nel Movimento 5 Stelle, proprio nella Lega di Salvini.

Pubblicato il 21 luglio 2021 su Domani

Vi svelo i candidati papabili per la presidenza della Repubblica #intervista @Diariodelweb

Il professor Gianfranco Pasquino, al DiariodelWeb.it, fa il punto sul panorama politico italiano, tra governo Draghi, parlamento e corsa al Quirinale

Intervista raccolta da Fabrizio Corgnati

A cinque mesi dalla nomina del governo Draghi e quando ne mancano sei alle elezioni del prossimo presidente della Repubblica, il quadro politico in Italia appare frammentato e magmatico. Il DiariodelWeb.it ha provato a fare chiarezza sulle prospettive del governo, del parlamento e del Quirinale, chiedendo lumi a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, il cui ultimo libro si intitola «Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana».

Professor Gianfranco Pasquino, lei conosce Mario Draghi dal 1975, quando giocava a calcetto con lui a Belmont, in Massachusetts.
Il Draghi che ho conosciuto, francamente, era poco interessato alla politica e molto alla politica economica. Era un uomo studioso, riflessivo, in un certo senso simpatico, con un sottile senso dell’umorismo che è riemerso anche adesso.

Che effetto le fa vederlo oggi a capo del governo?
Evidentemente è un uomo che ha maturato un impegno politico vero, significativo, robusto. Che ha imparato moltissimo nei lunghi anni alla Banca centrale europea. Che riesce a tenere a bada dei politici spesso mediocri e arruffoni e a guidarli in una direzione che credo sia quella giusta.

E che effetto sta provocando, invece, sul sistema dei partiti?
I partiti continuano a litigare, tra di loro e al loro interno. Potrebbero ristrutturarsi, ma stanno dimostrando di non averne le capacità. Questo è il problema importante. Draghi riesce a tenersi distante da tutto questo, ma rappresenta una cartina di tornasole. Lui è il prodotto di una politica debole e pasticciona, ma non può essere lui a cambiarla. Quando finirà la sua opera, i partiti saranno come prima: purtroppo non vedo nessun salto in avanti di intelligenza, capacità organizzativa, ideali.

L’ennesimo governo tecnico, dopo Ciampi, Dini e Monti, che lascerà in eredità una situazione politica esattamente identica alla precedente.
Avrei qualche perplessità a definire questo un governo tecnico. Semmai è un governo con dei tecnici, gli altri ministeri sono nelle mani dei partiti. I suoi predecessori non hanno fatto bene: Monti ha sciupato delle grandi occasioni ed è stato molto mediocre, Ciampi se l’è cavata ma il suo governo era pieno di uomini di partito migliori di quelli attuali. Dopo Draghi il gioco si riaprirà, ma al momento ho aspettative molto molto basse.

Parliamo allora dei partiti. Il M5s ha ancora la maggioranza relativa in parlamento ma sembra il più in crisi di tutti, dilaniato dallo scontro interno tra Conte e Grillo.
Contrariamente alla maggior parte dei commentatori, penso che questo dualismo non si debba sciogliere. Grillo e Conte devono avere due compiti diversi e svolgerli in maniera diversa. Il primo leader carismatico, «l’Elevato», come dice lui, con qualche colpo ad effetto, ma soprattutto con l’autorevolezza che continua ad avere nei confronti dei suoi parlamentari e forse anche degli elettori. Il secondo deve imparare come si struttura un partito, come si mobilitano le energie, come si tiene insieme un Movimento molto composito.

Dove andranno a finire i grillini?
In una prima fase c’era la protesta, poi è stato necessario il governo, ora serve preparare un’offerta politica per le prossime elezioni. Mantenere l’elemento dell’insoddisfazione, che nell’elettorato italiano c’è, ma anche proporre delle soluzioni, soprattutto sul terreno socio-economico sul quale sono molto deboli. Altrimenti scenderanno sotto il 15% e diventeranno irrilevanti. Mi stupisce che non rivendichino i successi che hanno ottenuto: il reddito di cittadinanza, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione dei vitalizi.

C’è un certo dualismo anche nel centrodestra, dove la Lega rischia di essere sorpassata da Fratelli d’Italia.
Se vincono le elezioni, il leader del primo partito diventa presidente del Consiglio. Entrambi hanno davanti agli occhi il premio più elevato della politica. Salvini rimane indispensabile per il centrodestra, ma la Meloni sta approfittando di una sorta di luna di miele: gode di quella che chiamo una rendita di opposizione. Gli insoddisfatti, i nemici, gli ostili al governo Draghi scelgono Fdi. Questo è il vantaggio di essere stata coerente, incisiva, una donna politica vera.

Il Pd in che posizione si colloca?
La solita: intorno al 20%, non si schioda di lì. A meno che non trovi una tematica davvero importante, che non è certamente il Ddl Zan. Devono fare i conti con una realtà che ancora adesso non capiscono fino in fondo. Non è un partito di movimento, non è rassicurante per una parte degli elettori, non è trascinante. Letta è certamente competente, ma non è un leader carismatico. E dentro il partito non ce ne sono: ci sono più che altro persone che hanno aspettative di carriera. Dunque non fanno andare la barca troppo veloce, per evitare che si capovolga.

E Renzi che gioco sta facendo? La sua strategia sembra incomprensibile da anni.
Un gioco sporco. Gioca sulle contraddizioni altrui, che ci sono, sul breve periodo. Fa affermazioni roboanti, come se il governo Draghi l’avesse creato lui: che, naturalmente, non è vero. Non ha nessuna visione, cerca solo di sopravvivere in modo spregiudicato, attraverso il potere di ricatto dei suoi parlamentari, che al Senato sono decisivi. Alle prossime elezioni sarà durissima, anche se sono sicuro che contratterà spudoratamente con il Pd un certo numero di seggi sicuri.

Alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica manca ancora parecchio tempo, ma se ne inizia a parlare. Come si presenta, ad oggi, la griglia di partenza?
I papabili sono almeno sette od otto. Alcuni sono evidenti ed ineliminabili: come la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Casellati, per di più donna e certamente un’ottima candidata. Così come un ottimo candidato è sicuramente Draghi, perché lo dicono tutti. Credo che non abbia mai smesso di pensare al Quirinale Romano Prodi, il quale probabilmente ritiene anche di avere diritto ad un risarcimento. Letta è un suo amico, quindi è una candidatura plausibile, ma va costruita. Sono sicuro che si considera un candidato anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini: non ha mai fatto male a nessuno, quindi non è controverso, ma dovrei dire anche che non ha mai fatto nulla. Sento che Tajani è disposto a candidare Berlusconi: se il centrodestra è compatto, parte con un numero di voti molto consistente. Poi ci sono altri speranzosi: ad esempio Franceschini. Ma tutto dipende da come si comincerà a votare: alcuni candidati verranno eliminati dopo i primi scrutini, perché funzionano male, e altri possono emergere.

Alla fine l’Italia avrà il presidente della Repubblica che si merita?
Io mi chiamo fuori: alcuni dei nomi che ho fatto posso anche meritarmeli, altri no. Ma l’Italia avrà il presidente della Repubblica che i parlamentari considereranno il meno pericoloso. Cioè quello che produrrà meno danni per loro. C’è poco da vincere: una volta che è eletto, rimane in carica per sette anni, è completamente autonomo e non deve più rispondere a nessuno. Dopodiché, se il parlamento si incarterà, probabilmente tornerà quella richiesta dell’elezione popolare diretta. Certamente sostenuta dalla destra italiana, ma di cui il centrosinistra ha paura.

Pubblicato il 15 luglio 2021 su DiariodelWeb