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Il signor quaranta per cento

Da “Treccani. Il Libro dell’anno 2014”, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2014, pp. 342-343.

Treccani. Il libro dell'anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Treccani. Il libro dell’anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Il renzismo è tutto meno che una teoria o una ideologia politica. E’ una pratica, audace, ambiziosa e spesso spregiudicata, non dettata, ma ispirata dalle circostanze e in grado di sfruttarle con prontezza. Il renzismo non ha una visione di lungo periodo della politica italiana e neppure del governo del paese. Tenendo la barra sui desiderata del suo leader, il renzismo dà una linea e la persegue con tutti gli adattamenti del caso, ogni volta asserendone categoricamente la giustezza e l’opportunità. La persona del leader è quello che fa la differenza, con la sua dichiarazione di metterci la faccia per cambiare verso alle cose. Il renzismo è un prodotto, nient’affatto inevitabile, della politica italiana impregnata dal ventennio berlusconiano. E’ uno dei prodotti possibili, reso più significativo e più efficace dal suo inserimento nel mancato rinnovamento del centro-sinistra, ma anche dall’unica apprezzabile novità della politica del Partito Democratico: le primarie (e l’elezione del segretario del partito ad opera dei simpatizzanti e dei potenziali elettori). Il renzismo ha una componente di antipolitica e di anticasta curiosa poiché proviene da colui, Mattei Renzi, che è, a tutti gli effetti un politico di professione fin dalla sua giovane età. Presidente lottizzato, in quanto margheritino, della provincia di Firenze(agli ex-comunisti andava attribuita la carica di sindaco della città), poi, attraverso e grazie alle primarie, a sua volta sindaco di Firenze, Renzi ha goduto di una forte popolarità annunciando la necessità della rottamazione per il ceto politico al vertice del Partito Democratico. Facendo seguito alle sue parole, con audacia superiore all’incoscienza, ma anche avvantaggiato dai tempi che sembravano propizi, nel novembre-dicembre 2011 ( 2012 e precisamente: 1ºturno 25 novembre, 2ºturno 2 dicembre 2012) ha sfidato il segretario del PD Pierluigi Bersani per la candidatura alla Presidenza del Consiglio. La sua sconfitta con un’altissima percentuale di voti (quasi il 40) che segnalò il grande scontento dell’elettorato “democratico” nei confronti della leadership del PD. La pessima campagna elettorale di Bersani nell’inverno 2012-2013 e l’altrettanto deplorevole gestione della non-vittoria del PD aprirono nuovi spazi a Matteo Renzi che, dal canto suo, si era tenuto lontano da entrambi gli sviluppi. La nuova opportunità (la “fortuna” offertagli dalle circostanze) successiva alle inevitabili dimissioni di Bersani, hanno permesso a Renzi di conquistare la segreteria del partito con una percentuale di voti (68) inusuale nella quale si coagulava tutta l’insoddisfazione dei sostenitori del PD con la speranza di un cambiamento da tempo dovuto. Facendo leva proprio sulla necessità del cambiamento, il segretario Renzi, da un lato, proseguiva nell’esaltazione delle sue qualità personali, anatema per tutti coloro che continuavano, in parte, per convinzione politica e ideologica, in parte, probabilmente maggiore, per ragioni di carriera personale, a porre l’accento sulla “ditta”, sull’appartenenza a un progetto collettivo, per quanto obsoleto e sbiadito; dall’altro, si lanciava in un’operazione ugualmente iconoclastica: il ridisegno della Costituzione italiana a partire dalla legge elettorale e dalla trasformazione del Senato. Strada facendo, il renzismo si è definito non soltanto come innovazione, ma anche come modalità di comunicazione, secca, scarna e didascalica attraverso i tweet cari al suo adolescenziale protagonista. Inutile e fuorviante il paragone con Silvio Berlusconi, homo novus della politica italiana nel 1994, in relazione alle capacità di Renzi di sfruttare lo spazio politico spalancato dalla crisi della “ditta” e di soddisfare le attese di cambiamento a lungo represse in parte, peraltro, già confluite nell’enorme consenso elettorale ottenuto dal Movimento Cinque Stelle. All’insegna del pungolo ad un governo, quello guidato dal compagno di partito Enrico Letta, prima rassicurato #Enricostaisereno, poi disarcionato, la battaglia di Renzi per un cambio di passo trovava un’accelerazione insperata e inaspettata con le dimissioni di Letta. Pur senza avere mai nascosto le sue ambizioni di giungere a Palazzo Chigi, sebbene soltanto in seguito ad un passaggio di legittimazione elettorale, Renzi ha costruito, sfruttando le circostanze, la sua ascesa a capo del governo, succedendo a Letta il 22 febbraio 2014. La transizione dal renzismo di lotta al renzismo di governo è stata, come nelle intenzioni del leader, fulminea e diretta ad aggredire le radici dei problemi italiani. Tanto veloci quanto semplificatrici sono state le riforme elettorali e istituzionali proposte, delle quali tuttora sembra contare di più la loro approvazione a prescindere rispetto a qualsiasi valutazione della loro appropriatezza e qualità. Il renzismo non è una pratica orientata ad ascoltare e valorizzare il dissenso. Al contrario, l’esistenza di oppositori — professoroni, intellettuali, burocrati, variamente collocati in un calderone popolato da gufi e rosiconi– consente al leader di ergersi come paladino dell’ottimismo e dell’azione in confronto a coloro che si sarebbero limitati per trent’anni a parlare di riforme senza (sapere/volere) farle. Il renzismo ha nemici da sconfiggere anche nell’Unione Europea le cui regole rigorose critica con spirito garibaldino che, però, la maggioranza degli europei, passato il momento della sorpresa di fronte alla giovinezza/gioventù del Primo Ministro italiano, non ritiene adeguata allo sforzo riformatore (“i compiti a casa”) richiesto all’Italia. Se il riformismo si definisce con riferimento ad un programma relativamente organico di cambiamenti proiettati nel tempo, il renzismo non è riformismo, ma opportunismo occasionale, ovvero valutazione contingente di vantaggi da trarre da politiche che quei vantaggi (come gli 80 Euro in busta paga a partire dal maggio 2014) li producano in tempi brevi. Il tanto elevato (40,8%) quanto inaspettato successo alle elezioni europee del PD di Renzi –le ricerche indicano che il contributo personale del leader è stato pari all’incirca al 5% dei voti ottenuti– suggerisce che il renzismo pragmatico può, almeno nell’immediato, avere conseguenze positive. Costretto a correre dalle sue promesse, per reggere il renzismo ha bisogno di punteggiare e puntellare la sua corsa con riforme, una al mese, evidentemente non conseguibili. Persino troppo rapidamente conquistato il partito, anche grazie ai molti saltatori sul carro del vincitore, il renzismo è consapevole che il fattore personale non deve schiacciare il fattore organizzativo né può farne a meno. La sua attività di governo continua ad essere intessuta di riforme disorganiche alle quali è dato un orizzonte di mille giorni da raggiungere prudenzialmente “passo dopo passo”.L’istituzionalizzazione del renzismo, anche a fronte dei troppi elogiatori interessati e acritici, appare tutto meno che scontata.

Il Partito democratico: #Renzistasereno (di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi)

da L’Italia e l’Europa al bivio delle riforme. Le elezioni europee e amministrative del 25 maggio 2014, a cura di Marco Valbruzzi e Rinaldo Vignati, il primo e-book dell’Istituto Cattaneo scaricabile liberamente QUI

Il Partito democratico: #Renzistasereno
di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi
(pag 115/126)

Premessa
Partiti e dirigenti politici italiani hanno regolarmente considerato le elezioni per il Parlamento europeo un modo per valutare anche il loro consenso nazionale. Trattandosi di elezioni che si svolgono in tutto il territorio italiano è sicuramente un modo legittimo e appropriato. Pur consapevoli della valenza europea del loro voto, è molto probabile che gli elettori lo utilizzino anche per esprimere il loro consenso o dissenso nei confronti delle politiche del governo, il loro apprezzamento o no per i diversi partiti, la loro valutazione dei dirigenti politici e delle loro proposte (che troppo spesso riguardano più le politiche nazionali che quelle europee). È assolutamente probabile che tutti questi elementi abbiano variamente pesato nelle votazioni del 25 maggio. Nel caso del Partito democratico e del suo segretario diventato presidente del Consiglio, le elezioni per il Parlamento europeo assumevano una rilevanza davvero particolare. Infatti, data l’ampiezza dell’elettorato, hanno costituito il primo test significativo non soltanto per ottenere informazioni sugli umori e sui malumori degli italiani, ma anche per acquisire indicazioni sul loro modo di vedere e di valutare gli importanti avvenimenti trascorsi dal dicembre 2013 (elezione alquanto trionfale di Matteo Renzi alla segreteria del Pd) al 23 febbraio (nomina a capo del governo del segretario del Pd) e ai mesi successivi1, densi di proposte di riforme incisive e impegnative, ma anche controverse.

Una campagna elettorale itinerante
Com’è noto, pesavano su Renzi sia le sue parole: «arrivare a Palazzo Chigi soltanto dopo un passaggio elettorale»; sia i suoi comportamenti: il benservito dato senza complimenti al compagno di partito Enrico Letta e la sua immediata sostituzione con l’approvazione della Direzione del Partito democratico, nella quale Renzi gode di una fin troppo ampia maggioranza non ostacolata dai due concorrenti sconfitti nella corsa alla segreteria, cioè, né da Gianni Cuperlo né da Giuseppe Civati. Quel che più conta, la nomina alla Presidenza del Consiglio era stata immediatamente e, in maniera inusuale, senza nessun commento, effettuata/ratificata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Non è il caso di prendere in considerazione malposte e fuorvianti critiche relative al «non essere stato eletto» rivolte a Renzi.
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Ecco primi errori e primi successi di Renzi secondo il politologo Pasquino

Intervista di Francesco De Palo su Formiche.net 03 – 03 – 2014

formiche

pasq

Staffetta a Palazzo Chigi? Un’operazione condotta con “freddezza e cattiveria”. Bene l’ingresso del Pd nel Pse, quella tradizione è “un aggancio, non una destabilizzazione”, osserva uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino. Ma se da un lato si è vicini a un vero partito socialdemocratico in Europa, dall’altro il professore di European studies alla Johns Hopkins University si augura che “qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno”.

Quella di Renzi è una vera rivoluzione o, come sostiene Luca Ricolfi, è solo nello stile e nel linguaggio?
Se è una rivoluzione nello stile e nel linguaggio, beh devo dire che è abbastanza limitata: un mucchio di gente parla così male e si mette le mani in tasca di fronte alle autorità. Di riforme non ne ho ancora viste, quella in agenda sull’Italicum mi pare orribile.

Quali aspetti non condivide?
Sono tutti aspetti negativi, posso dire che ce ne sarebbe solo uno di positivo ma che non compare. I sistemi elettorali si valutano sulla base del potere che danno agli elettori, questa legge non ne assicura alcuno, se non in via eventuale, ed è qui che sta l’elemento positivo se si arrivasse al ballottaggio tra le due coalizioni più votate. In caso contrario l’elettore avrebbe dato una delega in bianco. In secondo luogo non è permesso di scegliere i parlamentari che invece vengono scelti da Berlusconi e Renzi: aspetto che rende i due leader accomunabili. Infine non ha alcuna influenza complessiva su quello che verrà fuori dalla bozza che, prima la si cestina, meglio è per tutti.

Il Pd è un soggetto destabilizzato e destabilizzatore? L’ingresso nel Pse avrà qualche riverbero…
Non lo credo, con l’eccezione di Fioroni ce ne faremo una ragione. Dopo di che, quello è un passaggio positivo: se vorremo esercitare un minimo di influenza in Europa, allora dovremo far parte di uno dei grandi partiti europei. Quella tradizione del Pse è un aggancio, non una destabilizzazione. Finalmente stiamo per avere un vero partito socialdemocratico in Europa per cui mi auguro che qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno.

La staffetta Letta-Renzi è ascrivibile a un’operazione di Palazzo?
Assolutamente no, fuori dal Palazzo. E’ stata un’operazione condotta con freddezza e anche con cattiveria da un extraparlamentare che ha attaccato un dirigente del suo partito impegnato a fare il capo del governo, costringendolo alle dimissioni. Quel dirigente, avendo forse a cuore sia le sorti del suo partito che quelle della legislatura, non ha voluto chiedere un voto di fiducia parlamentare. E il Presidente della Repubblica gli ha probabilmente suggerito di non farlo.

Perché il governo del premier, e quindi non più del Presidente, dovrebbe riuscire dove il suo predecessore ha fallito?
Non c’è nessuna buona ragione perché riesca e siamo in attesa. Ma con ipocrisia o con un minimo di attenzione verso questo sventurato Paese, noi italiani ci auguriamo che il governo riesca, in caso contrario sarebbero sì problemi. Ma tra il riuscire e il non riuscire c’è la terra di mezzo in cui Renzi si adagerà prossimamente.

Ovvero?
Avere qualche successo e qualche insuccesso: sarà questo il ritornello del prossimo anno e mezzo.

“Troppe promesse”, ha osservato sulla Stampa Raffaele Bonanni leader della Cisl: quale potrà essere il ruolo dei sindacati anche alla luce del Jobs act?
Se i sindacati imputano a Renzi le troppe promesse, allora dovrebbero provare anche loro a fare qualche realizzazione, lo stesso vale per il presidente di Confindustria che è uno di quegli elementi extra Palazzo che hanno destabilizzato Enrico Letta. Per il resto credo che il sindacato dovrebbe sapere come contribuire a creare impiego, ma un loro sforzo io non l’ho visto.

Approvata la legge elettorale crede che il Capo dello Stato lascerà?
Innanzitutto spero che la legge elettorale così com’è non venga approvata, quindi vorrei prolungare anche la permanenza del Presidente della Repubblica. In secondo luogo mi piacerebbe che Napolitano dicesse qualcosa di preciso sull’Italicum non può lasciarla passare perché non risolve i due profili di incostituzionalità sollevati dalla Corte. Le liste corte continuano ad essere bloccate, al pari del premio di maggioranza che ci sarà ancora, regalando novanta parlamentari a chi vince: mi pare molto. Aggiungo che trovo ridicole le tre soglie di sbarramento, improvvisamente Roberto D’Alimonte rinsavisce e come osserva il Corriere della Sera “bacchetta”. Poteva fare certamente a meno di suggerire un’opzione simile.

twitter@FDepalo

Dopo il voto, il rapporto di fiducia

Voto di fiducia, sì; rapporto di fiducia, mah?: questo è l’esito del doppio intervento del nuovo Presidente del Consiglio Renzi di fronte al Parlamento bicamerale italiano. Annunciatene la obsolescenza e la prossima estinzione, Renzi non poteva sperare di riscuotere grande successo di fronte ai Senatori. Molti non ne hanno apprezzato lo stile in parte deliberato in parte naturale, comunque poco consono a un capo di governo. Colto da pochi, il problema vero non era, però, di stile quanto di contenuti e, soprattutto, della molto carente sensibilità istituzionale da parte di Renzi. Contrariamente a troppe affermazioni errate, comprese la sua e quelle di alcuni suoi ministri, i governi parlamentari entrano in carica anche senza passaggi elettorali. Di recente, nel 2007, nella patria delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna, Gordon Brown succedette al (non più) potentissimo Tony Blair senza che nessuno chiedesse a gran voce elezioni anticipate. Il Cancelliere tedesco che ha il record di durata in carica fra i governanti europei del dopoguerra, Helmut Kohl (1982-1998), subentrò al socialdemocratico Helmut Schmidt grazie ad un voto di sfiducia costruttivo. Entrambi furono debitori della loro carica ai rispettivi Parlamenti. Entrambi stabilirono un rapporto di fiducia, rispettivamente, con la House of Commons e con il Bundestag poiché con il Parlamento intendevano lavorare.
I pochi applausi per Renzi al Senato sono stati cancellati dai molti applausi, come si dice con lessico parlamentare “da tutti i banchi”, ricevuti alla Camera dal rientrante Pierluigi Bersani e dal Presidente del Consiglio uscente Enrico Letta, fino a quella che è parsa quasi una prolungata ovazione quando i due dirigenti politici sconfitti da Renzi si sono abbracciati. Certamente, i voti che hanno poi confermato la fiducia al capo del governo contano, eccome, ma gli applausi per Bersani e Letta meritano di essere interpretati. Sono stati un omaggio alla serietà di due dirigenti politici, di due ex-ministri, di un Presidente del Consiglio che non hanno mai sminuito il ruolo del Parlamento, che hanno, al contrario, dimostrato di tenerlo in grande conto, che hanno costruito e mantenuto un rapporto di fiducia con i colleghi parlamentari e con l’istituzione parlamento. Fin dall’inizio, è sembrato, invece, che Renzi parlasse e, se posso permettermi, gesticolasse, non per informare e convincere i senatori e i deputati, ma per stupire con la novità, rappresentata, più che dal suo governo metà rosa, da lui stesso (il coniglio che si era tirato fuori dal cappello quasi da solo, come ha scritto spiritosamente, ma cogliendo un punto politico rilevante, il Direttore Landò, che cito senza piaggeria, ma con convinzione), i telespettatori. Volesse mandare sostanzialmente solo a loro il messaggio che proprio coloro che erano davanti alla televisione contano di più dei parlamentari. Sì, en passant, la televisione distorce i discorsi e i comportamenti parlamentari persino più dello streaming.
Invece, no: i parlamentari contano di più dei telespettatori proprio perché sono stati eletti da molti di quegli stessi telespettatori per rappresentare le loro preferenze e i loro interessi; per dare vita a governi stabili e operativi (e il lavoro comincia in Parlamento, non un noioso ostacolo cui sbarazzarsi, e lì ritorna); per controllare quello che i governi fanno, non fanno e fanno male; infine, per rendere conto di quello che loro stessi hanno fatto. Da cittadini sono stati eletti parlamentari per svolgere compiti importanti, spesso essenziali per il buongoverno (che non è mai il governo di una persona sola) e, se svolti con dedizione, gravosi. Allora, il rapporto di fiducia che deve intercorrere fra governo e parlamento non soltanto si esprime più negli applausi (calorosi) che segnalano stima, che nei voti, anche se, ovviamente, i freddi numeri debbono contare e valere, ma nel riconoscimento del ruolo delle istituzioni.
Renzi avrà più o meno successo dei suoi molti diversi predecessori. Parte del suo successo e di quello dei suoi ministri, donne e uomini, dipenderà dalla loro consapevolezza che le istituzioni sono importanti; meritano rispetto (espresso, per esempio, con almeno una citazione per il Presidente della Repubblica che ha facilitato la formazione del nuovo governo); svolgono il compito ineludibile di interlocutore per tutta l’attività del governo. Nella misura in cui ne sono capaci, e molti di loro sicuramente hanno le competenze necessarie, i parlamentari contribuiscono dalle file della maggioranza e dai banchi dell’opposizione (quella dialogante non insultante) a migliorare i provvedimenti del governo. La condizione è che si sia instaurato, nelle commissioni e in Aula, e venga preservato un rapporto di fiducia.

L’Unità 27 febbraio 2014

Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula

Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.

Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta  dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.

La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.

Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.

Una bella giornata per noi (e per Enrico Letta)

“Berlusconi”, ha detto memorabilmente il grande politologo Giovanni Sartori, “viene dal varietà”. E’ molto probabile che ci debba ritornare presto. Nel frattempo, però, ha tentato quello che lui, che notoriamente canta in francese, chiamerebbe un coup de théâtre: un colpo di scena. Preso atto che una parte non piccola, almeno venti, forse trenta, senatori di quel che fu il Popolo della Libertà, avrebbero comunque votato la fiducia al governo Letta, con una dichiarazione, imprevista, ma dimessa, senza cattiverie e senza sorrisi, Berlusconi ha annunciato anche il suo voto favorevole sventando così la conta pubblica e imbarazzante di coloro che lo avevano già sostanzialmente lasciato: i “traditori” nel lessico molto sobrio de “Il Giornale”. Spera, forse, di indebolire il Presidente del Consiglio e la sua azione e di rendere breve la vita del governo, ma i dati oggettivi suggeriscono che la mossa di Berlusconi è, anzitutto, il segnale di un’inequivocabile sconfitta che il capo del Popolo della Libertà ha cercato di impedire che diventasse numericamente lampante e insostenibile. Per Letta, invece, la dichiarazione di Berlusconi, che lo aveva fino alla notte prima malamente e duramente criticato e che voleva mandarlo a casa, è un ottimo viatico che si aggiunge a molti altri elementi positivi.
La maggioranza a sostegno di Letta al Senato è diventata, con l’apporto di coloro che non si sentono più parte del Popolo della Libertà, decisamente e, quel che più conta, limpidamente, autosufficiente. Non ci sono senatori comprati; ci sono senatori che, sfidando l’ira di Berlusconi (e di Sallusti) e le sue eventuali rappresaglie, hanno deciso di mantenere la fiducia in Letta. A favore dell’appoggio a Letta, della stabilità politica e della continuità dell’azione di governo, si era già espressa una parte sicuramente maggioritaria della società italiana: tutt’e tre i sindacati e la Confindustria, molte associazioni professionali e la Chiesa. Inoltre, tutti i sondaggi hanno rilevato che, a prescindere dalla loro collocazione politica, la grande maggioranza degli italiani ha fiducia in Letta e desidera che il suo governo rimanga in carica. Persino l’Europa, in diverse forme, dalla telefonata di Angela Merkel e dagli auguri del Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ai mercati e allo spread ha espresso il suo voto a favore di Letta. Per la prima volta è possibile affermare che si è manifestata in Italia una società civile non inquadrata dai partiti e non mobilitata e “mediata” da loro, e neppure dai senatori delle Cinque Stelle diventati tutti irrilevanti.
Letta può andare molto fiero di avere suscitato tanto inaspettato consenso. Certamente, è anche consapevole che deve rispondervi con adeguate politiche economiche e sociali, non più sabotabili da Berlusconi, che rimettano in moto la produzione industriale e che creino occupazione. Lasciando da parte le considerazioni futuribili secondo le quali starebbe facendo la sua ricomparsa la Democrazia cristiana si può, al contrario, intravedere, dietro la sconfitta di Berlusconi (che, fra qualche settimana, sarà privato del seggio senatoriale), la possibile nascita di un partito di centro-destra effettivamente moderato. Letta non ha nessun interesse ad aderire a quel partito e non ne trarrebbe vantaggi politici e istituzionali. Dopo la fiducia, ma soprattutto grazie alla sua determinazione, non a scapito della coerenza, e all’impegno con il quale ha, in pratica, reso più solido e autonomo il suo governo, Letta è anche diventato molto più forte nel suo stesso partito. A dicembre verrà eletto il nuovo (ennesimo) segretario del Partito Democratico. Forse sarà Matteo Renzi. Sicuramente, se gli venisse mai in mente di destabilizzare il governo guidato da un esponente del PD, il nervosetto neo-segretario non otterrà il sostegno di nessuno dei Democratici. E’ stata davvero una bella giornata per Enrico Letta: fiduciato e confermato come Presidente del Consiglio e diventato quasi inattaccabile nel Partito Democratico. E’ una bella giornata anche per chi crede che la stabilità politica è la condizione irrinunciabile per qualsiasi azione di governo lungimirante.