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Triste realismo

Lo so. Dovrei scrivere parole di orgoglio e di speranza. L’orgoglio: “stiamo affrontando con coraggio, con stoicismo, con senso civico, un’epidemia di dimensioni e di impatto devastanti. Ci stiamo riuscendo senza proteste, senza disordini, dimostrando un notevole livello di maturità e di disciplina”. Peccato che gli stranieri, non solo gli europei, non se ne rendano conto appieno e non apprezzino, come pure dovrebbero. La speranza: “questa fase difficile passerà, supereremo tutto, andremo avanti come abbiamo sempre saputo fare, nelle emergenze notoriamente gli italiani danno il meglio di se stessi”. So, anzi, sono convinto che ciascuna di queste frasi contiene elementi di verità, verificabili con il fact checking, ma vedo anche tentativi di autoconvincimento di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri, come se, ripetendocelo, riuscissimo a farlo diventare vero.

Purtroppo, non solo a causa dell’isolamento sostanziale a cui, come molti, sono costretto, sto maturando opinioni diverse, credenze non del tutto prive di collegamenti con la realtà. Quello che comincia a preoccuparmi di più è che, certo con tutte le buone intenzioni di questo mondo, le “autorità” stanno illudendoci sul futuro che non mi pare proprio prossimo. Ascolto alcune frasi, troppo spesso ripetute, con fastidio crescente. Primo, no, non saremo mai più come prima. Il Coronavirus ci avrà più o meno sottilmente cambiati. Rimarranno timori e preoccupazioni, dovremo vivere con conseguenze che ancora non siamo in grado di prevedere e valutare, ma che è molto improbabile che cambino la nostra vita per il meglio. No, non torneremo più forti di prima. Al contrario, ci vorrà molto, moltissimo tempo soltanto per tornare faticosamente, dolorosamente al livello di prima. Avremo tanto da ricostruire, dal punto di vista materiale e da quello dei rapporti sociali. No, non abbiamo nessun elemento per sostenere che diventeremo tutti migliori. Non conosco ricerche che abbiano rilevato che, superati disastri come inondazioni (tsunami), terremoti, epidemie, le persone sono diventate migliori: in che cosa rispetto a quali parametri?

Infine, no, è molto improbabile che alla fine del Coronavirus riprenderemo a correre come affermano soprattutto i milanesi. Ne usciremo stremati, fisicamente e psicologicamente. Non avremo abbastanza energie per correre. Forse ci interrogheremo se “correre” significa effettivamente riprender(si) la vita; se quello che desideriamo è una vita di corsa piuttosto che di riflessione e di più accurata individuazione e selezione delle nostre preferenze. Alle riflessioni molti arriveranno lentamente trovando alimento in se stessi. Per altri, sarebbe bello che il percorso fosse loro indicato da un “predicatore” (ne servirebbe più di uno) capace di argomentare con parole opportune, senza retorica, come si costruisce una società giusta, non conformista, in grado di offrire eguaglianze di opportunità. No, quel predicatore non lo vedo (ma non voglio escludere che sia già fra noi).

Pubblicato AGL il 9 marzo 2020