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Fatto il governo italiano bisogna fare gli europei

L’Europa si avvia alla Conferenza sul suo futuro, fissata per il 9 maggio 2021, settantunesimo anniversario della dichiarazione di Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, che è considerata la data d’inizio del lungo percorso effettuato. In maniera sicuramente del tutto fortuita si è insediato in questi giorni il governo guidato dall’italiano che, quando era Presidente della Banca Centrale Europea, ha salvato l’Euro e, in sostanza, l’Unione stessa in uno dei momenti più drammatici di una storia complessa, ma sostanzialmente di successo.

   Festeggio il governo Draghi, che, peraltro, deve essere visto all’opera senza fare schizzare le aspettative (come troppi commentatori di giornaloni e giornalini hanno già fatto), suggerendo al Presidente del Consiglio di pensare e poi magari anche dire “fatto il governo in Italia è ora di fare gli europei”. Con le parole di un europeo, non proprio europeista, ma con grande, forse fin troppo, senso dello stato (e dello humour), vale a dire il Gen. de Gaulle, non ho difficoltà a sostenere che sarebbe un davvero vaste programme. Per quanto l’obiettivo sia effettivamente molto ambizioso, il governo Draghi ha a sua disposizione una quantità molto ingente di risorse: 209 miliardi di Euro.

   Sono certo che Draghi e i suoi più stretti collaboratori hanno le idee chiare su come assegnarli lungo le direttive e gli ambiti già indicati dalla Commissione Europea. Non è, naturalmente, soltanto un problema tecnico poiché lungo quelle direttive e all’interno di quegli ambiti molte scelte saranno necessariamente politiche. Non sono altrettanto sicuro che il governo e lo stesso Draghi abbiano fin dall’inizio le competenze politiche per rendere i progetti non soltanto fattibili, finanziabili, attuabili in tempi relativamente brevi e soprattutto in grado di fare diventare gli italiani effettivamente cittadini europei. Non si tratta di discutere se l’inconveniente sia quello costituito dal diminuito e oggi scarso numero di ministri provenienti dal Sud. Se i ministri non sanno acquisire/avere una visione nazionale, allora, semplicemente, sono stati scelti male e dovranno essere orientati dal Consiglio dei Ministri a fare proposte e compiere azioni che giovino a tutto il paese e non alle loro aree di provenienza. Il punto, però, è un altro, molto più importante.

   L’ex-Presidente della Banca Centrale Europea deve intraprendere da subito un compito imprevisto, ma cruciale. Deve diventare il predicatore che combina le esigenze italiane con le richieste europee e che, ogniqualvolta possibile, riesce a mettere in grande evidenza tutto quello che l’Italia si trova in condizione di fare grazie al sostegno dell’Unione Europea, osservandone le regole e praticando i comportamenti che da quelle regole discendono. Diventare “europei” significa, per l’appunto, abbandonare i localismi sotto qualsiasi forma si presentino, anche di rappresentanza politica asfittica. Significa ricorrere alle best practices europee, per esempio, nel ristrutturare insegnamenti e percorsi nella scuola a tutti i livelli. Implica due riforme cruciali: quella della tassazione (lo so che lo diciamo da decenni e, per l’appunto, il vizio/reato dell’evasione fiscale diventa sempre più intollerabile) e dell’amministrazione della giustizia.

   Da Draghi e dai suoi ministri, non soltanto “tecnici”, spesso professionisti di alto livello, ma anche quelli di provenienza partitica, vorrei che le riforme fossero presentate, spiegate e argomentate non con la pudica giustificazione “ce le chiede l’Europa” quanto con la semplicissima, decisiva motivazione “vogliamo conseguire i più elevati standard europei”. NextGenerationEU, europei della generazione che viene.

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su PARADOXAforum

Il “governo della provvidenza” priorità e tempi ancora oscuri @fattoquotidiano

Guardo le agenzie di stampa, seguo tutti (sic) i talk show, leggo i commenti di accalorati giornalisti e affermati studiosi e mi sorgono “spontanee” molte domande. Il governo Draghi che verrà dalle nuove consultazioni potremo finalmente annoverarlo fra quelli scelti dal popolo (che diventerebbe una nuova anomalia italiana: altrove non succede da nessuna parte)? Otterrà presto una legittimazione elettorale di qualche tipo? Almeno il prestigioso capo del governo otterrà quel mandato politico-elettorale che è sempre mancato al Prof. Giuseppe Conte? Oppure, tutta questa discussione va giustamente lasciata alla polemica politica/politicista del pretestuoso passato? La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”). Quella fiducia il governo Conte l’aveva formalmente avuta.

Ho qualche ricordo del passato dei molti governi italiani e delle valutazioni tanto dei politici quanto dei commentatori. Qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è sempre stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Tutti, compresa anche Giorgia Meloni, alla quale, sbagliando, si rimprovera l’autocollocamento all’opposizione, si riempiono la bocca con nobili definizioni: governo di unità nazionale, governo di larghe intese, governo di alto profilo, governo tecnico-politico. Manca soltanto il riferimento al governo della Provvidenza, che pure sarebbe il più appropriato poiché, da molte parti, all’incolpevole Draghi, sul cui volto immagino un leggero sorriso, è stata attribuita la caratterizzazione di uomo della Provvidenza. Non ho mai né pensato né scritto che nelle democrazie non si possano avere accordi fra governi e opposizioni. Non ho mai usato le parole inciucio e ammucchiata. Credo, però, che una riflessione sulle caratteristiche delle componenti di un governo Draghi e delle sue qualità sia più che opportuna, essenziale.

   Ho regolarmente criticato e ironizzato sulla sequenza di totale ipocrisia di coloro che ogniqualvolta è necessario trovare candidature a livello nazionale e locale (attualmente, per molte cariche, non “poltrone”, di sindaco) sentenziano: “prima i programmi poi i nomi”. Come se i nomi, di persone minimamente conosciute, non portassero con loro una biografia professionale e, talvolta, politica. Draghi è proprio uno di quei nomi che portano con sé una storia fatta di successi europei e, in parte, come Governatore della Banca d’Italia, anche nazionale. Ledo la maestà di qualcuno se, ricordati i suoi decisivi meriti nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, affermo che avrei ritenuto preferibile fin dall’inizio che tutti (o quasi) gli esponenti delle delegazioni partitiche consultati dicessero: “Draghi ottima scelta, ma aspettiamo di vedere quali sono i suoi punti programmatici”? I titoli li sappiamo tutti. Ci piacerebbe conoscere le priorità e la tempistica. L’improvvisa conversione di Matteo Salvini mi spinge a pensare che Draghi abbia detto o comunque fatto chiaramente capire che esiste una condizione preliminare discriminante per fare parte del suo governo: l’accettazione piena e convinta della presenza italiana nell’Unione Europea.    Infine, mi rimane una preoccupazione. Premessa, in Italia non è fallita la politica, sempre relativamente debole, ma sono falliti i politici irresponsabili che aprono crisi senza sapere risolverle. Adesso, qualcuno dice che tocca ad un governo tecnico/politico ovvero, interpreto, composto da persone con competenze e da uomini e donne di partito. Altri sostengono che è l’ora del governo dei migliori. Resto in scettica attesa dei requisiti che debbono possedere i migliore e dei criteri con i quali valutarli.

Pubblicato il 9 febbraio 2021 su Il Fatto Quotidiano

Come mai adesso l'”ammucchiata” si chiama governo di unità nazionale? @HuffPostItalia

Caro Huffington,

sinceramente preoccupato dalla sorte del paese in cui nacqui, vorrei avere qualche informazione più precisa per farmi un’idea su quale governo potrebbe formarsi. Enuncerò alcune interrogativi semplici e largamente diffusi dai mass media, te Huffington compreso, e da non pochi politici. Primo, il governo Draghi sarà eletto dal popolo? Avrà una legittimazione dal voto? Almeno il capo del governo otterrà un mandato politico-elettorale? Oppure, tutta questa discussione va lasciata alle illusioni/delusioni di Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, che intitolava melanconicamente la sua rubrica Lettere al Direttore: “Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?” La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”)

Secondo, è vero che molto spesso nel passato qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Oggi, un eventuale governo che includa Cinque Stelle, Partito Democratico, Lega e i numerosi cespugli centristi (chiedo scusa, ma non troppo, e dirò: i volonterosi, responsabili et al.) diventa governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, ma soprattutto ottiene generose valutazioni positive. Terzo, con Draghi siamo, dunque, all’uomo della Provvidenza come fu definito da Papa Ratti, Pio XI il Mussolini che l’11 febbraio 1929 sottoscrisse i Patti lateranensi? Certo, non mi riferisco all’ideologia di Mario Draghi, sicuramente un sincero democratico, ma alle malposte iperboli dei commentatori, uomini e donne, dello stivale. Quarto, i politici e i loro giornalisti di riferimento si sono regolarmente riempiti la bocca con le parole: “prima i programmi poi i nomi”. Non mi pare che questo sia stato il punto di partenza delle varie dichiarazioni di sostegno al Presidente del Consiglio incaricato. Giusto ricordarne i molti meriti e decisivi nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, ma non sarebbe stato opportuno che i capi partiti e partitini dicessero: “Draghi ottima scelta, adesso vediamo i programmi” (o nel loro lessico “andiamo a vedere le carte”)? Ma almeno una carta dovrebbe essere chiara: “dentro l’Italia nell’Europa dentro l’Europa nell’Italia”. Ė lecito interrogarsi se Draghi ha posto questa condizione preliminare? Tu Huffington chiamala pure discriminante.

   Da ultimo, almeno allo stato delle cose, “ricostruire la politica” (con la molto discutibile affermazione che “il sistema è fallito” quale “sistema” “che cosa è il fallimento, come lo si misura”?) è un compito che può essere credibilmente affidato a chi di esperienza politica (che non significa trattare con altri banchieri e con le cancellerie) non ne ha? Però, se davvero Draghi volesse/dovesse ricostruire la politica, non sarebbe lecito fin da subito chiedergli quali sarebbero le linee essenziali di questa ricostruzione? Caro Huffington, mi fermo qui, ma spero, anzi, sono certo che presto, molto presto tu mi chiederai di commentare il governo dei migliori, giusto?

Pubblicato il 6 febbraio 2021 su huffingtonpost.it

Avanti a piccoli passi. Basterà?

In giornata, rigorosamente in collegamento telematico, si riunirà l’Eurogruppo, vale a dire, i 19 ministri economici dei paesi europei della zona dell’Euro. Hanno il molto arduo compito di convergere su misure che, da un lato, consentano di attutire il tremendo impatto del coronavirus un po’ su tutte le economie dell’Unione Europea; dall’altro, di decidere quali interventi adottare per rilanciare la crescita economica il più presto possibile. Nella discussione svoltasi finora sono emerse soprattutto le preoccupazioni, se non addirittura, l’ostilità di alcuni paesi, in particolare l’Olanda, a soccorrere i paesi del Sud Europa, in special modo l’Italia. Per dirla brutalmente, una parte di governi europei, praticamente sempre gli stessi, ad eccezione della Francia, pensano che alcuni governi/paesi/cittadini europei siano inaffidabili, indisciplinati, spreconi (addirittura “peccatori”) e si rifiutano di allargare i cordoni della borsa neanche se quei paesi e i loro capi di governo si “pentono”. Quello che sembra sfuggire ai virtuosi, olandesi in testa, ma anche agli austriaci e, con qualche titubanza, ai tedeschi, è che le conseguenze economiche del coronavirus rischiano di travolgere persino le loro stesse “frugali” economie. Qualcuno pensa che non venire in aiuto dell’Italia (e della Francia e della Spagna) significherebbe travolgere l’Unione Europea. Le soluzioni tecniche praticabili sono numerose, ma, una, quella del ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, appare inaccettabile all’Italia perché potrebbe implicare un controllo esterno stringente e rigoroso, esagerato sull’intera economia italiana, una messa sotto tutela. Invece, quello che una composita coalizione di 9 stati, fra i quali gli italiani e i francesi vorrebbero è l’emissione dei cosiddetti coronabond finanziati da tutti gli Stati-membri e garantiti dalla Banca Centrale Europea. Di fronte all’opposizione dura e intransigente di alcuni stati del Nord Europa, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha formulato una proposta a più ampio raggio definita SURE: Sostegno per mitigare l’Unemployment (la disoccupazione) e i Rischi nella Emergenza, dotato di 100 miliardi di euro più una serie di altri interventi anche per le banche sui quali non sembrano esserci obiezioni. Da ultimo, i Commissari italiano Paolo Gentiloni e francese Thierry Breton hanno proposto la creazione di un Fondo Europeo per l’emissione di obbligazioni a lungo termine. È possibile che anche questa soluzione incontri la contrarietà dell’Olanda, mentre la Germania ha segnalato disponibilità purché quel Fondo sia chiaramente considerato eccezionale. Nella riunione dell’Eurogruppo forse si raggiungerà un compromesso con molti paletti limitativi e si farà qualche piccolo passo avanti. Non è l’ultima occasione per l’Europa, ma è preoccupante che a più di 60 anni dal Trattato di Roma alcuni Stati fondatori non abbiano compreso che la solidarietà è il pilastro sul quale si fonda e dovrebbe funzionare l’Unione.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2020

L’#Europa è il luogo dove potete esercitare la vostra sovranità. Votate! #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Parlamento Europeo. Se votate con il portafoglio pensate che il costo del vostro carrello della spesa è alto non per colpa dell’Euro, ma delle politiche economiche del governo. Con la lira, i vostri stipendi avrebbero ancora meno valore. Votate con il cervello e il cuore. L’Unione è il più grande spazio di libertà, diritti civili e sociali, pace mai esistito al mondo. I sovranisti sono portatori malsani di conflitti. Votate, votate. Votate.

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

Senza guizzi e senza novità il governo Conte sta entrando in attività…

Staremo a vedere. Fin d’ora, però, è possibile criticare la prolissità e la mediocrità del discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la sua concezione della democrazia, del popolo, delle riforme. Non serve andare a cercare le contraddizioni. Utile, invece, per chiunque voglia fare un’opposizione rilevante, è sapere valutare molto serenamente e molto pacatamente le azioni.

Italia y la odisea de un gobierno insólito

La Unión Europea se agarra la cabeza frente a la inexperiencia e ineptitud del flamante gobierno de Giuseppe Conte. La inmigración y la zona euro, en jaque.

 

FOTO El flamante Premier italiano Giuseppe Conte, en los festejos por la “Festa della Repubblica”, en Roma, el 2 de junio pasado (ANSA/Giuseppe Lami).

No puede sorprender la dificultad de formar gobierno en Italia. Desde las elecciones del 4 de marzo no sólo no ha surgido ninguna mayoría parlamentaria sino que las tres alianzas numéricamente posibles demostraron rápidamente ser políticamente muy complicadas. El ex secretario del Partido Democrático declaró muy pronto que su partido, notoriamente derrotado, pasaría a la oposición.

Entonces, tanto una muy eventual coalición centroderecha-PD como una más viable alianza Movimiento Cinco Estrellas-PD se volvieron impracticables. Permanecieron siendo posibles una coalición entre Cinco Estrellas y toda la centroderecha, o sea la Liga de Salvini, Forza Italia de Berlusconi y Hermanos de Italia de Giorgia Meloni, y Cinco Estrellas más la Liga.

Dado que Luigi Di Maio, jefe político del Movimiento Cinco Estrellas, como él mismo se define, estableció desde el principio elveto a cualquier presencia de Berlusconi en un eventual gobierno, se mantuvo en pie de manera excluyente una alianza entre Cinco Estrellas y Salvini.

De hecho, ambos eran en cierto modo los ganadores de las elecciones: Cinco Estrellas, el partido más votado (32,2 por ciento); la Liga, el mayor partido de centroderecha (17,3 por ciento), incluso cuadruplicó sus votos de 2013 a 2018. Cinco Estrellas es el partido predominante en el sur y en las islas; la Liga, un partido muy fuerte en el norte, además con notable penetración en las regiones del centro.

El mayor obstáculo a la formación del gobierno derivaba muy comprensiblemente de las distancias programáticas. Cinco Estrellas quiere introducir el denominado ingreso ciudadano para todos los italianos desocupados o con recursos económicos limitados y no cabe duda de que la propuesta de ese ingreso ha sido un componente importante de su éxito electoral en el sur.

Por su parte, la Liga quiere reducir considerablemente los impuestos incorporando un flat tax con dos niveles, de 15 y 25 por ciento.

Probablemente inconstitucional, dado que la Constitución italiana dice que los gravámenes deben ser progresivos, este flat tax (impuesto de tasa única) ha sido, junto con la promesa de contener el flujo migratorio y garantizar la seguridad de los italianos, uno de los elementos más significativos del consenso de la Liga.

En el transcurso de las prolongadas negociaciones entre Cinco Estrellas y la Liga para acordar el llamado “Contrato de Programa”, que serviría de base para lo que Di Maio definió como Gobierno del Cambio, nunca adquirió particular relevancia Europa, es decir lo referente a permanecer en la Unión Europeay el euro.

Ciertamente, la Liga de Salvini es soberanista, pero nunca enfatizó esta característica suya, mientras que Cinco Estrellas pareció haber aceptado la participación italiana en todos los organismos internacionales y supranacionales, incluidas la OTAN y la Unión Europea. El giro decisivo pareció darse con la designación de un profesor de derecho privado de la Universidad de Firenze relativamente oscuro, Giuseppe Conte, de 54 años, como jefe del Gobierno.

En cierta medida, esta designación era una derrota para Di Maio, que tenía gran interés por ese cargo. Por su parte, Salvini no expresó nunca ninguna ambición específica. El obstáculo aparentemente infranqueable surgió cuando Cinco Estrellas y la Liga designaron a los ministros que, según la Constitución italiana, deben ser “nombrados” por el Presidente de la república, quien puede también rechazarlos.

No son pocos los casos notables en los que diversos presidentes han impuesto cambios y seguramente son muchos los casos en los que ha habido cambios que no se hicieron públicos.

Cuando el presidente designado Conte, como mero ejecutor o mensajero, le presentó la lista de ministros al presidente Mattarella, fue denegado el nombre del elegido para el crucial Ministerio de Economía, el profesor de economía de 81 años y ya ministro en el pasado Paolo Savona, cuyos escritos más recientes apoyan no solamente la posibilidad sino inclusive la conveniencia de la salida de Italia del euro.

A la derecha, Matteo Salvini, polémico ministro del Interior italiano; a su lado, Luigi di Maio, ministro de Trabajo e Industria (AFP/Alberto Pizzoli).

Haciendo uso de sus prerrogativas constitucionales, Mattarella, que ha desempeñado con gran inteligencia y autoridad su rol de garante e intérprete de la Constitución, le pidió a Conte (e indirectamente a Salvini y a Di Maio) que eligiera a otra personalidad para ese cargo.

Salvini se opuso sustancialmente y obligó a que Conte volviera a poner su encargo en manos de Mattarella. Consciente de lo improbable de que se formase un gobierno distinto del hipotético Cinco Estrellas más la Liga, el Presidente de la república anunció su intención de dar lugar a un gobierno que llevara a Italia a elecciones nuevas en un plazo breve.

Temeroso de perder votos, Di Maio reabrió las tratativas afirmando ante el Presidente de la república, pocos días antes criticado, al punto de pedirle el impeachment, su disponibilidad para formar el gobierno con la Liga.

Con la aceptación de Salvini y el desplazamiento de Savona a ministro de asuntos europeos nació un gobierno insólito, no solo para Italia, que ha visto de todo, sino también para Europa, que teme la inexperiencia, la incompetencia y la ineptitud de los nuevos gobernantes. La navegación no será tranquila y quizá ni siquiera larga.

Traducción: Román García Azcárate

* Gianfranco Pasquino​ es profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia

Publicado en Clarín el 5 de junio de 2018

Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]

Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.

Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani

Di Maio, la Storia, la Costituzione e la Terza Repubblica che non c’è…

Sostiene Di Maio che sta scrivendo la Storia, che sta anche costruendo la Terza Repubblica. Purtroppo, per lui, ma è, ahivoi, in non buona, ma ampia compagnia, non ha finora avuto il tempo di studiarla, la storia, altrimenti saprebbe che la Seconda Repubblica non è mai arrivata in Italia e che la Prima con la sua Costituzione detta le regole e le procedure per la formazione del governo. Se Di Maio non le impara non riuscirà a costruire un bel niente.