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L’#Europa è il luogo dove potete esercitare la vostra sovranità. Votate! #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Parlamento Europeo. Se votate con il portafoglio pensate che il costo del vostro carrello della spesa è alto non per colpa dell’Euro, ma delle politiche economiche del governo. Con la lira, i vostri stipendi avrebbero ancora meno valore. Votate con il cervello e il cuore. L’Unione è il più grande spazio di libertà, diritti civili e sociali, pace mai esistito al mondo. I sovranisti sono portatori malsani di conflitti. Votate, votate. Votate.

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

Senza guizzi e senza novità il governo Conte sta entrando in attività…

Staremo a vedere. Fin d’ora, però, è possibile criticare la prolissità e la mediocrità del discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la sua concezione della democrazia, del popolo, delle riforme. Non serve andare a cercare le contraddizioni. Utile, invece, per chiunque voglia fare un’opposizione rilevante, è sapere valutare molto serenamente e molto pacatamente le azioni.

Italia y la odisea de un gobierno insólito

La Unión Europea se agarra la cabeza frente a la inexperiencia e ineptitud del flamante gobierno de Giuseppe Conte. La inmigración y la zona euro, en jaque.

 

FOTO El flamante Premier italiano Giuseppe Conte, en los festejos por la “Festa della Repubblica”, en Roma, el 2 de junio pasado (ANSA/Giuseppe Lami).

No puede sorprender la dificultad de formar gobierno en Italia. Desde las elecciones del 4 de marzo no sólo no ha surgido ninguna mayoría parlamentaria sino que las tres alianzas numéricamente posibles demostraron rápidamente ser políticamente muy complicadas. El ex secretario del Partido Democrático declaró muy pronto que su partido, notoriamente derrotado, pasaría a la oposición.

Entonces, tanto una muy eventual coalición centroderecha-PD como una más viable alianza Movimiento Cinco Estrellas-PD se volvieron impracticables. Permanecieron siendo posibles una coalición entre Cinco Estrellas y toda la centroderecha, o sea la Liga de Salvini, Forza Italia de Berlusconi y Hermanos de Italia de Giorgia Meloni, y Cinco Estrellas más la Liga.

Dado que Luigi Di Maio, jefe político del Movimiento Cinco Estrellas, como él mismo se define, estableció desde el principio elveto a cualquier presencia de Berlusconi en un eventual gobierno, se mantuvo en pie de manera excluyente una alianza entre Cinco Estrellas y Salvini.

De hecho, ambos eran en cierto modo los ganadores de las elecciones: Cinco Estrellas, el partido más votado (32,2 por ciento); la Liga, el mayor partido de centroderecha (17,3 por ciento), incluso cuadruplicó sus votos de 2013 a 2018. Cinco Estrellas es el partido predominante en el sur y en las islas; la Liga, un partido muy fuerte en el norte, además con notable penetración en las regiones del centro.

El mayor obstáculo a la formación del gobierno derivaba muy comprensiblemente de las distancias programáticas. Cinco Estrellas quiere introducir el denominado ingreso ciudadano para todos los italianos desocupados o con recursos económicos limitados y no cabe duda de que la propuesta de ese ingreso ha sido un componente importante de su éxito electoral en el sur.

Por su parte, la Liga quiere reducir considerablemente los impuestos incorporando un flat tax con dos niveles, de 15 y 25 por ciento.

Probablemente inconstitucional, dado que la Constitución italiana dice que los gravámenes deben ser progresivos, este flat tax (impuesto de tasa única) ha sido, junto con la promesa de contener el flujo migratorio y garantizar la seguridad de los italianos, uno de los elementos más significativos del consenso de la Liga.

En el transcurso de las prolongadas negociaciones entre Cinco Estrellas y la Liga para acordar el llamado “Contrato de Programa”, que serviría de base para lo que Di Maio definió como Gobierno del Cambio, nunca adquirió particular relevancia Europa, es decir lo referente a permanecer en la Unión Europeay el euro.

Ciertamente, la Liga de Salvini es soberanista, pero nunca enfatizó esta característica suya, mientras que Cinco Estrellas pareció haber aceptado la participación italiana en todos los organismos internacionales y supranacionales, incluidas la OTAN y la Unión Europea. El giro decisivo pareció darse con la designación de un profesor de derecho privado de la Universidad de Firenze relativamente oscuro, Giuseppe Conte, de 54 años, como jefe del Gobierno.

En cierta medida, esta designación era una derrota para Di Maio, que tenía gran interés por ese cargo. Por su parte, Salvini no expresó nunca ninguna ambición específica. El obstáculo aparentemente infranqueable surgió cuando Cinco Estrellas y la Liga designaron a los ministros que, según la Constitución italiana, deben ser “nombrados” por el Presidente de la república, quien puede también rechazarlos.

No son pocos los casos notables en los que diversos presidentes han impuesto cambios y seguramente son muchos los casos en los que ha habido cambios que no se hicieron públicos.

Cuando el presidente designado Conte, como mero ejecutor o mensajero, le presentó la lista de ministros al presidente Mattarella, fue denegado el nombre del elegido para el crucial Ministerio de Economía, el profesor de economía de 81 años y ya ministro en el pasado Paolo Savona, cuyos escritos más recientes apoyan no solamente la posibilidad sino inclusive la conveniencia de la salida de Italia del euro.

A la derecha, Matteo Salvini, polémico ministro del Interior italiano; a su lado, Luigi di Maio, ministro de Trabajo e Industria (AFP/Alberto Pizzoli).

Haciendo uso de sus prerrogativas constitucionales, Mattarella, que ha desempeñado con gran inteligencia y autoridad su rol de garante e intérprete de la Constitución, le pidió a Conte (e indirectamente a Salvini y a Di Maio) que eligiera a otra personalidad para ese cargo.

Salvini se opuso sustancialmente y obligó a que Conte volviera a poner su encargo en manos de Mattarella. Consciente de lo improbable de que se formase un gobierno distinto del hipotético Cinco Estrellas más la Liga, el Presidente de la república anunció su intención de dar lugar a un gobierno que llevara a Italia a elecciones nuevas en un plazo breve.

Temeroso de perder votos, Di Maio reabrió las tratativas afirmando ante el Presidente de la república, pocos días antes criticado, al punto de pedirle el impeachment, su disponibilidad para formar el gobierno con la Liga.

Con la aceptación de Salvini y el desplazamiento de Savona a ministro de asuntos europeos nació un gobierno insólito, no solo para Italia, que ha visto de todo, sino también para Europa, que teme la inexperiencia, la incompetencia y la ineptitud de los nuevos gobernantes. La navegación no será tranquila y quizá ni siquiera larga.

Traducción: Román García Azcárate

* Gianfranco Pasquino​ es profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia

Publicado en Clarín el 5 de junio de 2018

Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]

Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.

Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani

Di Maio, la Storia, la Costituzione e la Terza Repubblica che non c’è…

Sostiene Di Maio che sta scrivendo la Storia, che sta anche costruendo la Terza Repubblica. Purtroppo, per lui, ma è, ahivoi, in non buona, ma ampia compagnia, non ha finora avuto il tempo di studiarla, la storia, altrimenti saprebbe che la Seconda Repubblica non è mai arrivata in Italia e che la Prima con la sua Costituzione detta le regole e le procedure per la formazione del governo. Se Di Maio non le impara non riuscirà a costruire un bel niente.

M5s, strategia a corto raggio

Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.

Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.

Pubblicato AGL 21 dicembre 2017

Il braccio di ferro della Merkel

Premesso che le Grandi Coalizioni non sono il male assoluto, ma una modalità di formazione dei governi nelle democrazie parlamentari, CDU e SPD hanno perso voti non perché protagonisti della Grande Coalizione 2013-2017, ma per le politiche che hanno attuato/sostenuto, in materia d’immigrazione e di politica economica e sociale nell’Unione Europea. Immediatamente ripudiata dal molto sconfitto Martin Schulz, candidato della SPD, la Grande Coalizione è tuttora numericamente possibile. Potrà persino diventare politicamente praticabile. Su un punto, però, Schulz ha ragione da vendere: non si può lasciare il ruolo di opposizione parlamentare (e sociale) ad Alternative für Deutschland. Sbagliano la maggioranza dei commentatori quando molto sbrigativamente etichettano l’AfD come movimento/partito populista. No, primo, non tutto quello che non piace ai democratici sinceri e progressisti è populismo, brutto, cattivo e irrecuperabile. Secondo, la piattaforma programmatica di AfD comprende almeno tre tematiche: i) la difesa dei tedeschi, quelli che parlano il tedesco, hanno precisato alcuni dirigenti del partito, contro l’immigrazione eccessiva e incontrollata accettata/incoraggiata dalla cancelliera Merkel; ii) una posizione più dura in Europa contro gli Stati-membri che sgarrano, ma anche minore disponibilità ad andare a soluzioni quasi federaliste; iii) qualche, talvolta eccessiva, pulsione che non accetta tutta la responsabilità del passato nazista e che, talvolta, ne tenta un (odioso, l’aggettivo è tutto mio) recupero.

Facendo leva solo sulle “pulsioni”, nel passato, partiti di stampo neo-nazista erano riusciti ad arrivare nei pressi della soglia del 5 per cento, rimanendo esclusi dal Bundestag. Insomma, almeno l’8 per cento degli elettori dell’Afd, che ha ottenuto quasi il 13 per cento dei voti, è contro l’Unione Europea com’è e i migranti. Questa posizione è condivisa dai quattro di Visegrad, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Poiché due terzi dei voti di AfD provengono dai Länder della Germania orientale è lecito dedurne che non è stato fatto abbastanza per superare democraticamente culture nazionaliste e xenofobe che i regimi comunisti avevano superficialmente mascherato. Non si cancelleranno quegli infausti retaggi colpevolizzando gli elettori di AfD quanto, piuttosto, premendo sulle contraddizioni interne al movimento/partito. Con ogni probabilità, Angela Merkel farà una coalizione con i Verdi, affidabilmente europeisti, e con i Liberali, blandamente europeisti, direi europeisti à la carte, inclini a sfruttare tutti i vantaggi di cui la Germania già gode pagando il prezzo più contenuto possibile. Qui, rientra in campo, la Cancelliera con il suo potere istituzionale, con il suo appena intaccato prestigio politico, con la sua ambizione personale mai sbandierata a entrare nella storia.

Il lascito del suo mentore, Helmut Kohl, cancelliere per 16 lunghissimi e importantissimi anni 1982-1998, è consistito sia nel successo della quasi fulminea riunificazione sia nella sua infaticabile azione europeista della quale il Trattato di Maastricht e l’Euro sono i due più luminosi risultati. Vorrà la Cancelliera uscire a testa alta dal suo lungo periodo di governo avendo operato per spingere l’Unione Europea ancora più avanti in termini economici e sociali, se non anche politici? L’asse franco-tedesco non può in nessun modo essere messo in discussione. Allora, l’interrogativo è se, consumata la Brexit, Italia e Spagna sapranno cogliere l’opportunità di inserirsi costruttivamente nei rapporti fra la Germania della Merkel e la Francia di Macron. La consapevolezza che nessuno dei grandi problemi, economici e sociali, può essere risolto dagli Stati nazionali e dai “sovranisti” più o meno populisti potrà costituire l’elemento comune per inaugurare le politiche europee necessarie. È un compito per il quale la Merkel, politicamente indebolita, ma oramai liberata dall’esigenza di prossime campagna elettorali, è in grado di attrezzarsi e di svolgere.

Pubblicato AGL il 26 settembre 2017

Ha ragione Bersani: Il M5S è un partito di centro sinistra

Intervista raccolta da Rocco Vazzana per Il Dubbio

«Meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni». È questa, per Gianfranco Pasquino, la strada che il Movimento 5 Stelle deve imboccare se vuole conquistare Palazzo Chigi.

Professore, dopo Ivrea Beppe Grillo ha scritto sul Blog: «Non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro». È iniziata la fase 2 del M5S?

Che si stiano preparando a governare il Paese lo do per scontato, sarebbe sbagliato se non lo facessero. Dopo l’esperienza di Roma dovrebbero aver imparato che è meglio arrivare preparati invece di fare i dilettanti, o le dilettanti, allo sbaraglio. Anzi, mi auguro che si impegnino di più su questo terreno: meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni. Ma non basta organizzare convegni ben frequentati, un partito con ambizioni di governo deve anche essere presente in piazza, Grillo lo sa benissimo. Il Movimento ha bisogno dell’elemento spettacolare.

E come convinceranno la parte “mite” del Paese a votare Movimento 5 Stelle?

Dovranno trovare alcune persone di cui non si possa dire “uno vale uno” ma che valgano molto più degli altri. Servono personalità che conoscano come funziona l’economia di un Paese, il sistema scolastico, il mercato del lavoro, che non propongano soluzioni sbagliate e che abbiano una biografia professionale che parli per loro. Devono trovare almeno quattro o cinque persone per vincere. Credo sia un’operazione fattibile.

Lo scouting è iniziato a Ivrea?

Ivrea secondo me è stato un inizio, ma bisognerà andare avanti.

Per governare serve anche una legge elettorale che consenta di farlo. I 5 Stelle vorrebbero di estendere l’Italicum corretto dalla Consulta al Senato, dove però il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. Come si aggira l’ostacolo?

È possibile fare tutto. Il Parlamento è sovrano. Le leggi elettorali deve scriverle il Parlamento, non il governo con voto di fiducia o la Corte costituzionale. Ma secondo me, la proposta dei 5 Stelle è sbagliata. L’Italicum deve essere buttato nel cestino della spazzatura e le Camere devono riflettere a fondo guardando a due modelli che funzionano: il sistema tedesco, se si preferisce il proporzionale, il Mattarellum o il sistema francese, se si preferisce il maggioritario. Tutte le altre proposte sono operazioni propagandistiche.

Pd e 5 Stelle fanno solo propaganda?

Entrambi vogliono dire: “è colpa loro se abbiamo questa brutta legge elettorale”. Giocano a fare lo scaricabarile per non rimanere ultimi col cerino in mano. Ma quando si parla di riforma elettorale non è un problema di cerino ma di libri, di analisi comparata. Bisogna rendersi conto che una democrazia vera quando sceglie un sistema elettorale lo utilizza per molto tempo.

Dunque, discorso rimandato alla prossima legislatura?

La mia intelligenza istituzionale mi dice che lei ha ragione, non ce la faranno a cambiare legge elettorale adesso, la mia volontà gramsciana dice che debbono farcela se vogliono avere una democrazia decente.

Esiste la possibilità che i 5 stelle si alleino con altre forze politiche?

La storia politica italiana prevede anche la formazione di governi di minoranza appoggiati dall’esterno. Quindi, se il Movimento dà una grandissima prova di sé da un punto di vista elettorale, trova un personaggio adeguato per fare il presidente del Consiglio e si presenta dal Capo dello Stato esplicitando anche i punti programmatici, il Presidente della Repubblica potrebbe anche acconsentire al tentativo di formazione di un governo nella speranza di individuare alleati esterni. Oppure, al contrario, il Movimento potrebbe sostenere un governo a guida Pd a patto che i democratici accettino una parte delle proposte politiche dei pentastellati.

Non sarebbe più naturale cercare un’intesa con la Lega dopo il voto?

La troverei molto complicata e non so neanche se numericamente sufficiente. Ma poi su cosa riuscirebbero a trovare un’intesa? Sul fatto che sono entrambi sovranisti? Sul no all’Euro e all’Unione europea? Ma si può fare un governo basandosi su dei no?

Lei ha sempre contrastato chi sostiene la fine della distinzione destra/ sinistra perché i cittadini alla fine sanno sempre riconoscere le forze politiche e catalogarle in base a questo schema. Dove colloca allora il Movimento 5 Stelle? Destra o sinistra?

Grosso modo dove si trovano adesso: in parte seduti a sinistra del Pd, in parte sopra e in parte verso il centro. Non vanno sui banchi della destra. Certo, al loro interno ci sono anche esponenti di destra. Come definire altrimenti Virginia Raggi? Però, credo che il Movimento 5 Stelle sia votato soprattutto da colo i quali sono insoddisfatti del Pd. Aveva ragione Bersani a provare di fare scouting. Ma non tra gli eletti, tra gli elettori.

In definitiva, elettori a parte, per lei il M5S è di destra o di sinistra?

Io lo definirei un partito di centro sinistra, sta da quelle parti lì. E i suoi elettori stanno da quelle parti lì. Per intenderci, credo che Salvini non prenda neanche un voto dagli elettori insoddisfatti dal Movimento 5 Stelle.

Però il Movimento 5 Stelle vuole prendere i voti di Salvini. Su sicurezza, immigrazione ed Europa, ad esempio, Grillo strizza molto l’occhio all’elettorato della Lega.

Questo è possibile. Se qualcuno riesce a rubare i voti alla Lega va bene, poi bisogna vedere come declinano il tema della sicurezza.

E come si declina il tema del lavoro. Pochi giorni fa sul Blog è iniziata la discussione sul programma di governo in cui i 5 Stelle si invocano un ridimensionamento dei sindacati. In questo Grillo insegue la destra o Renzi?

Credo che scimmiotti Renzi, ma non ha capito che l’idea non funziona. Perché comunque il sindacato mantiene una sua forza e una sua presenza. Se uno vuole costruire un percorso di sinistra riformista può solo ispirarsi all’esperienza socialdemocratica. Ma lo si fa soltanto col consenso dei sindacati. Magari sfidandoli, portandoli su posizioni riformiste.

Pubblicato il 14 aprile 2017

Renzi e M5S: sfida fra futuristi

Da Ivrea, la sfilata dei potenziali ministri del Movimento 5 Stelle, a Roma, l’incontro/incoronamento dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico (ma Emiliano, infortunato, era in video-conferenza da Bari) giunge l’annuncio della sfida. Da un lato, quello delle Cinque Stelle, sta il nuovo che avanza e che annuncia che bisogna “Capire il futuro”. Dall’altra, colui che, con molta probabilità, tornerà ad essere il segretario del Partito Democratico non si stanca di ripetere che bisogna guardare al futuro, mai al passato. Sfida fra futuristi, dunque, o fra futuribili? E’ una “sfida totale” annuncia Renzi, ma nessuno ancora sa quali saranno le regole, elettorali, della sfida. Qualcuno, però, intravede una sfida fra due modelli di partito: pigliatutti, quello delle Cinque Stelle orientate fondamentalmente a raccogliere tutti i cittadini scontenti, che sono molti, diffusi, granitici, contro la politica e politici; e pigliatutto, quello del Partito Democratico di Renzi, fin dall’inizio orientato a conquistare tutte le posizioni di potere e, dopo la sconfitta nel referendum, desideroso di rifarsi con gli interessi. Non ci saranno prigionieri se Renzi vince e tutte le cariche disponibili saranno attribuite ai renziani in una graduatoria che premierà la vicinanza e la fedeltà. Poi, naturalmente, sia le Cinque Stelle sia il PD dovranno trovarsi gli alleati poiché, probabilmente e, aggiungo io, sperabilmente -sarebbe tremenda la concentrazione di potere in ciascuno dei due, da solo-non avranno abbastanza seggi in Parlamento per formare da soli il governo.

A Roma, campeggiava la scritta “La democrazia è qui”, messaggio mandato ai pentastellati che credono che la democrazia sia soltanto quella diretta da Grillo e Casaleggio, chiedo scusa, quella che si trasmette sulla rete, grazie alla piattaforma chiamata Rousseau. Il PD replica con la ventilata creazione di una piattaforma definita Bob. Mentre capisco e conosco Rousseau, anche se gli studiosi del pensatore ginevrino sostengono che lui non sarebbe affatto andato a Ivrea e non si riconosce in quella piattaforma, mi sfugge perché il PD abbia scelto il nome di Bob che sembra qualcosa che persino Alberto Sordi avrebbe definito un’americanata. Non farò il pedante, ma la democrazia continua a essere in tutti paesi del mondo che democratici sono una “conversazione” fra persone che la tecnica/tecnologia può aiutare e supportare, mai rimpiazzare, e che, insomma, sulla rete debbono correre contenuti e non intimazioni, espulsioni e altre sgradevolezze con il rischio di chiamare, come a Genova, i magistrati a decidere, nella fattispecie, al momento, dando torto a Grillo.

Per essere totale la sfida PD/5Stelle non dovrebbe riguardare le loro rispettive “narrazioni” sul da dove vengono, dove intendono andare, dove vorrebbero portare gli italiani, ma soprattutto il come e che cosa fare con riguardo alle condizioni date. L’Europa, che è il luogo dove, comunque, rimanga l’Italia dentro Euro e Unione Europea oppure, traumaticamente, esca fuori da entrambi, dovremo confrontarci, non ha neppure fatto capolino nelle due kermesse. Anzi, per rimanere nelle parole francesi (in attesa delle “epocali” elezioni presidenziali della Quinta Repubblica), mi è parso di vedere entrambi gli sfidanti in surplace. Sta arrivando il tempo del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria e poi della manovra d’autunno. Sembra che il (governo del) PD non vorrà fare nulla o quasi per non provocare le reazioni elettorali degli elettori-contribuenti. Dal canto loro, le Cinque Stelle nulla dicono del bilancio dello Stato e della montagna del debito pubblico che, pure, impedirebbe/impedirà qualsiasi attuazione del “loro” reddito di cittadinanza. No, né il PD né il Movimento Cinque Stelle guardano, al futuro e meno che mai cercano di costruirlo. Il futuro è altrove.

Pubblicato AGL il 14 aprile 2017