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L’ideologia democratica dell’UE alla prova più dura @DomaniGiornale 

 “Senza ideologie che strutturano le opinioni i populisti trovano spazio”. Questa affermazione di François Hollande, socialista, Presidente della Quinta Repubblica francese (2012-2017), coglie in pieno la situazione nella quale si trovano molti Stati-membri dell’Unione Europea e, in una certa misura, la stessa Unione. Nel caso italiano, se fosse rimasto qualcosa delle vecchie ideologie non vi sarebbero tanti elettori che si astengono dall’andare alle urne, che cambiano voto da un’elezione all’altra (più del 30 per cento), che decidono uno o due giorni prima del voto, se non la mattina stessa. I populisti si sono fatti largo quasi dappertutto in Europa, ma di più proprio dove non è più possibile parlare di “ideologie” che organizzano le opinioni. Per ovvie motivazioni legate all’Unione Europea, in Ungheria prima e di più, ma oggi molto anche in Polonia, si sono affermati leader, partiti e comportamenti populisti. In parte per opportunismo (Orbán contribuiva con i suoi voti e seggi alla vittoria dei Popolari Europei), in parte per malposta accondiscendenza nei confronti dei polacchi, troppo a lungo i capi degli altri Stati-membri e la stessa Commissione hanno tollerato violazioni più o meno palesi degli impegni che tutti gli Stati hanno assunto proprio per fare parte dell’Europa e per godere dei vantaggi, non solo economici, della loro appartenenza.

   A fondamento del Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli pose la sua convinzione, che era anche un ambizioso progetto politico, condivisa da Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, che i partiti europei non si sarebbero più distinti in destra e sinistra, ma fra quelli favorevoli all’unificazione politica dell’Europa e quelli che vi si sarebbero opposti. In una certa misura, l’europeismo è un insieme di idee, politiche e sociali, che potremmo assimilare ad una ideologia. Al sovranismo al momento è difficile, forse anche prematuro, attribuire la stessa qualifica. Però, esiste un punto che ha acquisito crescente rilievo. Quel complesso di idee europeiste posto a fondamento dell’Unione e dei suoi Trattati è sicuramente caratterizzato dalla piena accettazione dei principi democratici. L’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Le sue istituzioni, compresa la Corte Europea di Giustizia, proteggono e promuovono i diritti dei cittadini anche contro i rispettivi Stati nazionali. La violazione dei diritti dei cittadini in qualsiasi Stato nazionale ferisce l’Unione.

   Porre il diritto nazionale al di sopra del diritto dell’Unione fa cadere uno dei cardini dell’europeismo. L’Unione Europea ha una ideologia democratica, che, applicando le parole di Hollande, struttura (o dovrebbe strutturare) le opinioni e i comportamenti dei governanti, dei rappresentanti, dei cittadini. Quanto i governanti ungheresi e polacchi hanno fatto nei confronti dei mass media, delle università, del sistema giudiziario, delle opposizioni colpisce i principi democratici fondamentali sui quali l’Unione è stata costruita e che l’Unione ha promosso e ampliato. Più volte, il Parlamento europeo ha ribadito la centralità di quei principi e dell’ideologia democratica a loro sottostante. In gioco nello scontro fra Commissione e Polonia non c’è un pugno di Euro, anche se i populisti sono spesso molto sensibili al valore del denaro e dei benefici economici. Quello che l’Unione deve difendere e imporre richiedendo il rispetto delle leggi e degli accordi è “semplicemente” l’ideologica democratica. Quanto più la Commissione metterà in evidenza che la posta in gioco sono i valori democratici tanto più riuscirà a restringere lo spazio dei populisti.

Pubblicato il 2 novembre 2021 su Domani

Premio, risarcimento, roulette: la presidenza della Repubblica #Quirinale @DomaniGiornale

La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio da attribuire ad una più o meno prestigiosa carriera politica (né tecnocratica) fermo restando che bisognerebbe esplicitarne i criteri di valutazione. Non può essere intesa neppure come un risarcimento per torti (quali?) subiti che verrebbero raddrizzati con l’ascesa al Quirinale. Non deve essere proposta sulla base di aspettative contingenti, ad esempio, eleggere chi scioglierà più o meno immediatamente il Parlamento oppure chi vuole che la legislatura continui fino alla sua scadenza naturale. Nessuno/a dei Costituenti accetterebbe mai una qualsiasi di queste motivazioni. Tutti si riconoscerebbero nei principi messi a fondamento della Presidenza, del suo ruolo, dei suoi poteri. Nessuno prescinderebbe dalla richiesta che chi ha funzioni pubbliche deve “adempierle con disciplina e onore” (art. 54) che vale tanto per il futuro quanto per il passato.

   Fuori dai retroscena che troppo spesso inquinano il dibattito politico e vengono usati per manipolare l’opinione pubblica, la domanda giusta è chi, nella classe politica, ma eventualmente anche fuori, possa essere ritenuto capace di svolgere gli impegnativi compiti che la Costituzione attribuisce al Presidente. Alla carica politica e istituzionale più elevata la Costituzione chiede, anzitutto, di rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Questa unità deve ispirare e informare l’esercizio di tutti gli importanti poteri istituzionali e politici a sua disposizione. Il Presidente non scioglierà il Parlamento a richiesta di nessun gruppo nel perseguimento di qualche opportunità politica. Tuttavia, non rifiuterà lo scioglimento se la maggioranza in quel Parlamento traballa, traccheggia e visibilmente ha perso qualsiasi operatività. Il Presidente non nominerà capo del governo colui/colei il cui partito ha ottenuto il maggior numero di voti a meno che la richiesta gli sia sottoposta dai leader dei partiti che assicurano la formazione di una coalizione di governo in grado di durare combinando stabilità politica e efficacia decisionale.

   Il Presidente, va ricordato ai grandi elettori e ai più o meno grandi commentatori, è colui che opera complessivamente avendo di mira, vera stella polare, l’equilibrio del sistema politico e la sua trasformazione secondo i desiderata della maggioranza parlamentare, dei rappresentanti che sono gli unici ad avere ricevuto un mandato popolare. Non da oggi, a questi compiti abbiamo imparato che se ne deve aggiungere un altro particolarmente significativo: mantenere un legame con l’Unione Europea trasmettendo il messaggio essenziale e potente che l’Italia è uno stato-membro che adempie ai suoi compiti e agisce per rafforzare e democratizzare le istituzioni dell’Unione e i suoi spesso complessi e confusi processi decisionali. Non credo di essere troppo esigente se suggerisco e chiedo che la discussione su chi abbia i titoli per aspirare alla Presidenza della Repubblica tenga in massimo conto la Costituzione italiana e i rapporti con l’Europa. Nessuna roulette produrrà una scelta soddisfacente.

Pubblicato il 27 ottobre 2021 su Domani

VIDEO “Derecha, Izquierda y “Soberanismo” en Europa”

Centro de Estudios Comparados Fac. de Ciencia Política y RR.II. – U.N.R.


El CEC un espacio especializado en el marco de las ciencias sociales y políticas comparadas, de carácter plural e interdisciplinario, donde compartir experiencias de investigación, debatir sobre las herramientas teóricas y metodológicas que se emplean en el trabajo académico e intercambiar opiniones sobre cómo mejorar la calidad de la enseñanza y de la investigación sobre estos temas. Asimismo, se instituye como una plataforma para generar redes, favorecer el intercambio entre colegas de diferentes instituciones, estimular el desarrollo de proyectos de investigación comparados, fomentar la organización de encuentros, reuniones y actividades, así como estimular la creación de bases de datos, contribuir en la difusión de información relevante y servir como espacio donde se puedan encontrar múltiples recursos con el objeto de generar conocimiento socialmente relevante.El CEC está radicado en el Instituto de Investigaciones de la Facultad de Ciencia Política y RR.II UNR

Le fragilità dei tre leader alla prova del semestre bianco @DomaniGiornale

Lasciamo che i commentatori italiani si rincorrano l’un altro a prevedere disastri di un qualche tipo durante il semestre bianco e che superficialmente alcuni professori(oni) ne chiedano l’inutile abolizione. Quel che si intravede in questa fase non sono i partiti che approfittano dell’impossibilità di scioglimento del Parlamento per rendere la vita difficile (e perché poi? E con quali obiettivi?) al governo quanto piuttosto qualche scricchiolio delle leadership dei partiti di governo.

Non scricchiola la leadership di Giorgia Meloni, ma la sua solidità si accompagna alla sua limitata rilevanza anche perché il numero dei parlamentari di Fratelli d’Italia deriva dai voti del marzo 2018 poco più del 4 per cento a fronte delle intenzioni di voto oggi intorno al 18 per cento. Ė Salvini a sentire il fiato dei Fratelli d’Italia sul suo pur robusto collo, ma c’è di più. Anche a causa di ambiguità, probabilmente strutturali, la linea che esprime nelle sue numerosissime apparizioni televisive, interviste, dichiarazioni non sembra largamente condivisa. In particolare, sulle due tematiche più importanti adesso e nel futuro prossimo: Covid e, in senso lato, Europa, nella Lega vi sono posizioni non coincidenti con quelle che Salvini ha dentro. Il Presidente della Regione Veneto Zaia, non da solo, argomenta una linea rigorista sul Covid compreso il green pass e il ritorno a scuola. Sull’Europa e sul sostegno al governo Draghi, alta, forte e chiara è la linea che Giorgetti, avendola elaborata, continua a sostenere. Salvini incassa e guarda avanti, ma sembra avere perso baldanza.

Sicuramente baldanzoso Giuseppe Conte non lo è stato mai, ma non è mai stato riluttante a esibire una non piccola fiducia nelle sue qualità personali e, in qualche modo, anche politiche. Adesso il problema, che sarebbe di difficile soluzione per chiunque, è come acquisire e affermare la sua leadership sul Movimento 5 Stelle di ieri, vale a dire recuperando coloro che se ne sono andati o sono stati frettolosamente espulsi, e di domani a cominciare da quel 15 per cento di elettori scivolati via. All’interno del Movimento non ci sono sfidanti e forse neppure alternative, ma fatte salve poche eccezioni, non si sente neppure grande entusiasmo, piuttosto attendismo: “vediamo che cosa riesce a fare colui che voleva essere l’avvocato del popolo”.

Enrico Letta è il segretario di un partito nel quale i capi corrente hanno notevole potere. Guerini, Franceschini e Orlando sono comodamente sistemati nei loro uffici ministeriali che implicano non poche responsabilità, ma danno anche notevole visibilità (in questi giorni soprattutto per Franceschini che se la gode tutta, e non è finita). Con alcune proposte, voto ai sedicenni, patrimoniale (stoppata, mio modo di vedere, malamente, da Draghi) Letta ha voluto mostrare capacità di incidere sull’agenda politica, ma non può vantare successi e si trincera dietro il fatto inconfutabile dell’essere il PD il più sincero e leale sostenitore di Draghi e del suo governo. Un qualche rafforzamento della sua leadership potrebbe venire sia dalle vittorie possibili in numerose elezioni amministrative a ottobre sia da un suo chiaro e netto successo nell’elezione suppletiva a Siena. Apparentemente Letta è il meno “sfidato” dei tre leader di cui sto discutendo, ma la storia del PD, nel quale restano acquattati molti renziani/e, è anche fatta di repentine cadute e improvvise sostituzioni. La mia interpretazione è che nel semestre bianco, i partiti dovrebbero sentire il compito di rafforzare i loro profili politici al tempo stesso che si segnalano per capacità propositive. Vedo al contrario tensioni, non distruttive, ma che implicherebbero qualche ridefinizione di linee politiche. Non basterà un colpo d’ala nell’elezione rapida del successore(a) di Mattarella.

Pubblicato il 4 agosto 2021 su Domani

Joe Biden ha preso le redini degli Stati Uniti e sa cosa fare @POTUS

Un uomo di età certa e avanzata, il Presidente Biden, ha già cambiato alcune delle pessime politiche del suo predecessore Trump. Il senatore di lungo corso, otto anni vicepresidente di Obama, sa dove andare e come. Ha subito ri-conosciuto l’Unione Europea come interlocutore importante da favorire anche come partner commerciale, ma soprattutto come entità che condivide i valori democratici. L’ingente pacchetto di stimoli economici rilancerà gli USA, ma avrà effetti positivi per l’Unione Europe. La replica dei repubblicani, a partire dalla Georgia, consiste nel rendere più difficile l’esercizio del voto. Bruttissima storia che finirà alla Corte Suprema dove i giudici nominati dai repubblicani sono 6 contro 3. Tempi ancora bui e duri.

Letta segretario dem? Certo, è serio, ma chi glielo fa fare? #intervista @ildubbionews

Parla Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza Politica a Bologna

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Secondo Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza Politica a Bologna, Enrico Letta «dovrebbe usare il Pd per riportare in quell’alveo tutti coloro che credono nella sua leadership, da Leu a Italia Viva», ma accettando la candidatura alla segreteria «forse si caccerebbe in un vicolo tremendo».

Professor Pasquino, l’ex presidente del Consiglio è l’uomo giusto per una nuova stagione del Pd?

Certamente Letta è una personalità di rilievo, autorevole, competente e soprattutto decente. Ma non so che tipo di partito voglia costruire. Non so se ha pensato al partito che desidera, se ha cercato di indovinare cosa dovrà essere da ora in poi il Pd nel panorama politico italiano. Spero che il tempo che si è preso gli serva per riflettere su questo e non per fare accordi con le correnti, altrimenti sarebbe già spacciato.

Tuttavia in un partito forte e radicato sul territorio come il Pd pluralismo e correnti ci sono sempre state. Come si può fare a meno di cercare un compromesso?

Innanzitutto occorre dire che non è l’unico partito radicato sul territorio, basti pensare a Fratelli d’Italia, che ha ereditato la grande radicalizzazione del Movimento sociale italiano e questo dà grande forza a Giorgia Meloni. Tuttavia Letta deve sconvolgere le correnti, deve distruggerle. Deve chiedere al partito la possibilità di farsi governare davvero e gli ex correntisti devono tornare a essere uomini e donne liberi e libere a cui Letta di volta in volta farà delle proposte sull’organizzazione del partito in quanto struttura, non in quanto governo. Se non chiederà il potere di ristrutturare il partito, il suo interludio sarà soltanto un sogno.

Pensa che, rispetto alla linea zingarettiana dell’alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, Letta possa riuscire a ricucire con i partiti di centro, Italia Viva in primis?

Credo che, prima delle alleanze, Letta dovrebbe usare il partito per riuscire a riportare in quell’alveo tutti coloro che credono alla sua leadership, certamente Leu e Italia viva. A meno che non siano vassalli e vassalle di Renzi, i parlamentari di Italia Viva non possono non sentire la vicinanza politica a Letta. Ma se non la sentono affari loro.

Dopo gli attriti del passato pensa sia impossibile una ricucitura tra i due ex presidenti del Consiglio?

Immagino che Renzi vorrà fare il vicesegretario di Letta quasi sicuramente … o forse potrebbe fare l’emissario nei paesi arabi, compito che ha dimostrato di saper svolger efficacemente. Tornando seri, Letta dovrebbe avere molto riserbo nell’aprire a Renzi. Prima si pensa al partito, poi alle alleanze.

La minoranza del partito continua a spingere per un congresso in breve tempo, ma questo vorrebbe dire eleggere un reggente soltanto per qualche mese. Potrebbe essere lo stesso Letta?

Questa è una condizione essenziale: Letta non deve in nessun modo accettare di fare il reggente per qualche mese. Deve governare il partito davvero essendone il segretario fino alla scadenza del mandato nel 2023.

C’è il rischio che possa essere “sfruttato” dalle correnti e finire nel tritacarne come già accaduto in passato ad altri segretari?

Il rischio c’è ma deve essere lui a valutarlo chiedendo un voto personale e non per acclamazione. D’altronde non si può andare dal notaio ma lui non deve parlare con i capi corrente. Deve chiedere platealmente all’assemblea che ciascuno di loro voti per coscienza dandogli la propria fiducia.

Molti lo giudicano un “papa straniero” chiamato a salvare il partito, un po’ come fosse il Draghi del Pd. È d’accordo?

Questo paragone mi pare abbastanza azzardato. Letta è stato e continuerà a essere un politico di professione, mentre Draghi non lo diventerà mai. Inoltre Letta ha un radicamento nella politica Italiana che Draghi non avrà mai. Draghi è un papa nero, Letta è uno di loro, ma un po’ meglio di ognuno di loro. Mentre Draghi è un po’ meglio di tutti quelli che stanno al governo con lui. Un Pd a guida Letta si approccerebbe in maniera diversa al governo dell’ex presidente della Banca centrale europea?Credo che non cambi nulla. Letta non avrebbe un mandato per cambiare la posizione del partito e credo che diventando segretario potrebbe cercare di imporre alcune priorità, ad esempio influendo attraverso i suoi ministri.

In definitiva, crede che accetterà il compito di guidare i dem?

Letta deve accettare soltanto se tutti i capi corrente sono d’accordo sulla ristrutturazione del partito, nazionale e locale. Servono sezioni di partito più dinamiche e flessibili. Ma se non avesse questa forza autonoma, il rischio di fallire sarebbe altissimo.

Mi perdoni professore, ma il superamento del sistema correntizio risale addirittura allo statuto di fondazione del partito, nel 2007. Sono passati quattordici anni e mi pare non sia cambiato nulla.

In effetti forse se Letta accettasse si caccerebbe in un vicolo tremendo.

Cos’ha spinto Zingaretti a dire “basta”?

Credo che sia stata una sequela di episodi. Uno stillicidio di critiche cattive non fatte nelle sedi di partito. Poi certamente c’erano posizioni differenti rispetto all’alleanza coi Cinque Stelle ma dovevano venire fuori in assemblea o in direzione. E invece non è accaduto, tranne qualche battuta di Orfini. Forse c’entra anche la politica del Pd romano, oltre che nazionale.

In ogni caso, crede che la chiamata di Letta sia un sintomo dell’evoluzione del sistema politico provocata dal governo Draghi?

La vera evoluzione del sistema politico avverrà quando la destra diventerà capace di proiettare un’immagine non solo di alternativa dura al centrosinistra ma di coalizione in grado di governare il Paese senza creare conflitti con richiami al passato, come fanno Lega e Fd’I, e senza conflitti di interesse, come ha Forza Italia.

Beh, la Lega qualche passo avanti sembra averlo fatto, non crede?

Nella Lega questo percorso è iniziato ma non so quanto Giorgetti riesca a resistere alle punzecchiature di Salvini. Mentre Fd’I vive di rendita come opposizione in Italia e come elemento critico in Europa. Ne sono convinti e continueranno così.

Pubblicata il 12 marzo 2021 su Il Dubbio

Nostalgia (del futuro da costruire) #prefazione di “Due grandi tradizioni politiche”

Tratto da Tarcisio Cellini, Due grandi tradizioni politiche. La vanagloria distruttiva di un piccolo uomo. Un serio cammino di resilienza, Bosia (CN), @ A.C. “R.E.T.I.” 

Nostalgia (del futuro da costruire)

Ho avuto spesso buoni rapporti con gli uomini della sinistra democristiana, anche quando erano troppo conservatori istituzionali e troppo critici di Bettino Craxi. Mi piacciono i resoconti di coloro che hanno dato tempo e energie alla politica attiva e ne sono usciti dolorosamente delusi. Però, nel libro di Tarcisio Cellini, per il quale scrivo con gusto questa presentazione, c’è qualcosa di più della delusione. Ci sono indignazione e riprovazione per la ribalderia del Renzi, il mancato statista di Rignano. Il fatto è che quel Renzi era il prodotto quasi inevitabile delle trasformazioni della DC e del PCI che l’autore segue con grande attenzione e significativa partecipazione, anche emotiva. Non voglio dire che la strada alla pur resistibile ascesa del fiorentino l’abbiano preparata Moro e Berlinguer, nell’ordine, i due politici, unitamente a Benigno Zaccagnini, preferiti e ammirati dall’autore. Certamente, quella strada era stata lastricata dalle, non so quanto buone, intenzioni di Fassino e Rutelli, di Prodi e Veltroni. Mi rimane la convinzione che neppure adesso si siano resi conto delle loro enormi responsabilità. Fra l’altro, Fassino, Prodi e Veltroni dichiararono il loro voto favorevole al referendum (plebiscito, meglio) costituzionale del 4 dicembre 2016 con il quale l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi mirava soprattutto ad aumentare e consolidare il suo potere politico personale.

Cellini inizia il suo libro facendo riferimento alle grandi culture politiche italiane del passato, ma ne individua soltanto due: cattolicesimo democratico e “socialismo (ex PCI)”. Obietto fortemente. Primo, la cultura politica del PCI non era “socialismo”. Era “marxismo più (o meno) gramscismo”, peraltro il pensiero di Gramsci era ancora poco approfondito in tutte le sue implicazioni. Secondo, in Assemblea costituente ci furono almeno altre tre culture politiche importanti: il socialismo di Lelio Basso più che di Pietro Nenni; il liberalismo di Benedetto Croce e soprattutto di Luigi Einaudi; e l’azionismo rappresentato da personalità autorevolissime da Emilio Lussu a Ugo La Malfa a Riccardo Lombardi fra le quali primeggiò per impegno indefesso e per conoscenze costituzionali Piero Calamandrei. Forse non deliberatamente, ma inconsapevolmente, senza, però, la mia disponibilità a transigere, Cellini finisce per dire che la storia successiva fu in maniera quasi esclusiva confronto/scontro fra DC e PCI. Se fosse stato così, non si capirebbero molte cose a cominciare dal centro-sinistra l’importante fase dell’Italia repubblicana nella quale, grazie in particolar modo ai socialisti e alla loro cultura riformista, si ebbe la unica vera impennata di modernità e di espansione di opportunità per gli italiani.

   L’ammirazione per Moro e Berlinguer può essere anche condivisa, ma da me solo in parte. Infatti, pur riconoscendo ad entrambi la capacità di leggere il corso degli avvenimenti e di elaborare strategie, alla fine il loro bilancio politico non posso considerarlo positivo. No, Moro non avrebbe aperto ad un rapporto di collaborazione con il PCI che sfociasse in una democrazia “compiuta”. No, Berlinguer si dimostrò incapace di trovare una credibile alternativa al fallimento della sua proposta con qualche venatura non propriamente da democrazia avanzata (e compiuta: nessuna alternanza) di compromesso storico. Ė certo che Moro si sarebbe ritratto a fronte delle reazioni della maggioranza della DC. Sono consapevole dei rischi ai quali Berlinguer avrebbe esposto il Partito comunista se si fosse distaccato bruscamente dall’Unione Sovietica, ma i suoi piccoli passi lasciarono il partito in mezzo al guado. Il PCI fu travolto dallo smantellamento del Muro di Berlino che lo svelò privo di una cultura politica effettivamente riformatrice. Dal canto suo, la sinistra democristiana fu sconfitta dalla sua ostinata volontà di mantenere unito un partito nel quale oramai di pensiero innovativo non si trovava nessuna traccia e i conflitti riguardavano solo il potere di governo e le cariche. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la manovre di Andreotti avevano avuto successo anche se al (non troppo) divino Giulio non riuscì di ottenere la carica più alta della Repubblica.

   Non so se e quando avverrà la riscossa dei riformisti. So che allora gli elettori italiani preferirono sperimentare dando il potere di governo ad un impresario televisivo e consentendogli di prosperare nel suo enorme conflitto di interessi, nutrendo l’antipolitica e il populismo. Se il Partito Democratico doveva essere la riscossa non possiamo essere soddisfatti. Gli errori politici sono stati molti, e continuano. La classe dirigente è mediocre e nient’affatto in via di miglioramento che, comunque, non può venire da elezioni primarie mal fatte e spesso manipolate. Di cultura politica non se ne vede neppure un brandello. Eppure, il PD era stato vantato dai fondatori proprio per la sua volontà di mettere insieme le migliori culture politiche del paese, nel 2007 già esauste e scomparse. Nessuno che guardasse alla produzione di cultura politica in Germania, negli USA, in Gran Bretagna, nei paesi scandinavi. Troppi che si beavano della “anomalia” italiana. Pochi che volessero diventare europei consapevoli e attivi. Nella non grande misura in cui Moro si interessò dell’Europa, fu europeista by default, in mancanza di meglio. La gatta da pelare di Berlinguer, l’URSS, era davvero grossa, unghiuta e aggressiva, oggettivamente e logicamente nemica del processo di costruzione di un’Europa politica. Certo, il segretario comunista preferiva stare da questa parte della cortina di ferro (arrugginito), ma, nonostante l’entusiasmo europeista dell’ex-comunista Altiero Spinelli, grande federalista, il PCI rimase un attore irrilevante sui temi europei fino agli anni novanta.

Anche per questo, forse, l’Europa occupa nel resoconto di Cellini spazio limitato. Concludo queste mie considerazioni, da un lato, affermando extra Europam nulla salus. Dall’altro, invitando alla lettura di questo snello e efficace libro. Fa riflettere e imparare, con qualche nostalgia per un futuro migliore.

Gianfranco Pasquino

Bologna, 10 dicembre 2020

Governare il paese stando in Europa

Un chiaro, sobrio, limpido appello ai senatori e ai loro partiti a sostenere “il governo del paese”: questo è il contenuto centrale, importante, decisivo del discorso del Presidente del Consiglio Draghi. Per governare il paese Draghi pone come asse strategico internazionale la combinazione di europeismo e atlantismo (quindi, ne deduco, nessun flirt con la Cina). Draghi dichiara e sottolinea che il suo compito si svolgerà nel quadro dell’Unione Europea fuori della quale non c’è nessun recupero di sovranità nazionale, ma solitudine (triste e rischiosa, aggiungo io). Tre sono le priorità dettate dai fatti: pandemia, economia e futuro. Per costruire un futuro decente, di nuovo l’aggettivo è mio, bisogna affrontare con rigore e impegno continuativo la pandemia, curare e salvare vite. Per reggere economicamente e rilanciare il paese, bisogna non soltanto formulare i programmi indispensabili a ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione dell’Italia dall’Unione Europea, ma utilizzarli al meglio in tempi stretti. Le aree dell’utilizzazione si trovano già nelle direttive del NextGenerationEU. Dentro quell’ambito il Presidente del Consiglio ha segnalato quali riforme ritiene essenziali: quelle della burocrazia e del funzionamento del sistema giudiziario. Cruciale e ripetutamente sottolineata è l’esigenza di dare pari opportunità alle donne e ai giovani affinché le migliori energie del paese trovino sbocchi in Italia e nessuno sia costretto ad emigrare. Pertanto anche la scuola deve essere profondamente riformata.

Con stile, il Presidente del Consiglio Draghi ha reso omaggio al suo predecessore Giuseppe Conte convintamente applaudito dalla maggioranza che lo aveva espresso e sostenuto, e in larga misura il suo programma si situa inevitabilmente e proficuamente nel solco tracciato da Conte. Inevitabilmente, poiché i problemi non sono cambiati; proficuamente, poiché ne consegue una ripartenza da posizioni già avanzate. Le correzioni a quanto fatto da Conte sono, al momento, visibili soprattutto come sottolineature tranne su una tematica molto rilevante, quella della riforma del sistema fiscale che Draghi ha preannunciato non con una legge in più o in meno, ma come una nuova visione complessiva.

In conclusione, due sono le più significative novità del “governo del paese” a guida Draghi. La prima è una maggioranza molto ampia, ancorché composita, nella quale inevitabilmente si avranno tensioni e conflitti, ma che Draghi chiama ad una assunzione piena di responsabilità. La seconda è la composizione del governo, alla quale Draghi non ha fatto nessun riferimento, che combina tecnici di provate capacità con uomini e donne di partito, ma la cui forza sta in special modo in Draghi stesso, nella sua personalità, nelle sue competenze, nella sua convinzione e ambizione di lavorare avendo come stella polare il futuro. Molto, quindi, dipenderà dalla capacità, fondamentalmente politica e finora non ancora messa alla prova, di Draghi nel guidare con polso fermo l’inusitato “governo del paese”. 

Pubblicato AGL il 18 febbraio 2021

Le sfide della Presidenza Biden. Gli Stati Uniti, l’Europa, il mondo #webinar #27gennaio ore 21


introduce Francesco Ruscelli
interventi:
Marina Sereni
Gianfranco Pasquino
L’incontro si terrà in conference call sulla piattaforma LIFESIZE

Proposta per un Senato non più delle Regioni ma delle politiche Ue @HuffPostItalia

Continuo a chiedere ai magnifici e progressisti riformatori costituzionali perché mai dovrebbe essere riformato il bicameralismo italiano se da loro stessi viene definito perfetto. Insisto nel sottolineare che se il problema è, invece, che il nostro bicameralismo è paritario nelle funzioni e nei poteri, renderlo paritario anche nell’età che dovrebbero avere elettori e eletti, non mi pare la strada giusta per approdare alla differenziazione. Ovvio, almeno per coloro che conoscono più di un sistema politico e sanno comparare, che la differenziazione debba riguardare i poteri rispettivi delle due Camere. Banale, però, è suggerire che la seconda Camera debba rappresentare specificamente e forse esclusivamente le Regioni. A prescindere dalla oramai evidente necessità di rivedere le competenze delle Regioni, i loro Presidenti dovrebbero avere imparato e sapere come fare a rappresentare gli interessi delle regioni che governano e a influenzare direttamente i procedimenti legislativi che le/li riguardano.

    Mi pare, piuttosto che sia venuto il tempo di innovare significativamente con riferimento alla nuova stagione. Che sia il caso di passare ad una seconda Camera non per dare rappresentanza alle regioni, ma che si caratterizzi come specializzata in quello che è oramai un ambito decisivo, vale a dire le politiche europee? Certo che sì! Non sottovaluto l’obiezione che è molto complicato decidere sia in generale sia di volta in volta quale debba essere il tasso di contenuto “europeo” che renda un provvedimento, una legge, un avvenimento di competenza del Senato riformato. Le migliori menti giuridiche del paese, sono molte, si ingegneranno alla ricerca della soluzione/attribuzione più precisa al tempo stesso che indicheranno come dirimere gli inevitabili conflitti.

Da ultimo, non so quando ripartirà l’entusiasmante gioco di società (dei partiti e dei loro consulenti) chiamato “la bella legge elettorale”. Una cosa so per certo, anzi, due. Primo che non esiste “la” proporzionale, ma che esistono numerose varianti di leggi elettorali proporzionali, alcune non particolarmente buone, altre sicuramente migliori. Secondo, che di leggi elettorali maggioritarie ne esistono due varianti: quella inglese e quella francese che, entrambe, si applicano in collegi uninominali. Nessun premio di maggioranza innestato sulla distribuzione proporzionale dei seggi autorizza a definire quella legge “maggioritaria”. Chi lo fa manipola l’opinione pubblica anche grazie ai commentatori che, non disponendo delle conoscenze minime sui sistemi elettorali, non riescono a imporre chiarezza e precisione terminologica e sostanziale. Dixi et salvavi animam meam, ma non sono contento.

Pubblicato il 14 novembre 2020 su Huffingtonpost