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INVITO L’Europa in trenta lezioni #5maggio Orta San Giulio #Novara #Europa30Lezioni @UtetLibri

Palazzo Comunale – Orta San Giulio (Novara)
sabato 5 maggio, ore 17.30

Lectio magistralis
L’Europa in trenta lezioni
Interviene Giannino Piana

Gianfranco Pasquino, L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017

La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia* #KarlMarx #Marx200 #Marx2018

*La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia, in A. Carioti (a cura di), Karl Marx. Vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo, Milano, Solferino, pp. 175-185
Presentazione 3 maggo 2018 ore 18 Fondazione Corriere, Sala Buzzati via Balzan 3 Milano

 

Il pensiero e gli scritti di Karl Marx, la sua analisi del capitalismo, dello sfruttamento e dell’alienazione dei lavoratori, la prospettiva del superamento dello stadio nel quale la borghesia era/è stata la classe dominante fino alla situazione nella quale non sarebbe più esistito il governo degli uomini sugli uomini in quanto sostituito dall’amministrazione delle cose hanno costituito il patrimonio iniziale di tutti, o quasi, i partiti che si definivano socialdemocratici. Tuttavia, fin dall’inizio delle esperienze socialdemocratiche, già ai tempi di Marx e Engels, si sono prodotti contrasti di non poco conto sulle modalità con le quali fare transitare la teoria di Marx all’azione nella concretezza della lotta politica per conseguire obiettivi che non tutti i socialdemocratici condividevano a cominciare dall’alternativa, a lungo protrattasi, fra riforme e rivoluzione. Se le riforme “di struttura” portassero ad esiti rivoluzionari oppure addirittura rafforzassero il capitalismo in sostanza rimandando e impedendo l’emergere della società socialista è un dilemma che ha attraversato i socialdemocratici in tutti i luoghi fino a tempi relativamente recenti. La rottura più profonda e duratura nel mondo delle socialdemocrazie avvenne quando nel Secondo Congresso della Terza Internazionale Lenin impose ai partiti socialdemocratici e socialisti di accettare 21 condizioni che li avrebbero trasformati in comunisti. Da allora il marxismo fu per molti decenni l’ideologia al tempo stesso sia del maggior numero dei partiti socialdemocratici sia di tutti i partiti comunisti dell’Occidente. Le loro strade si divaricavano, ma per lungo tempo il riferimento a Marx non venne meno né, faccio due soli esempi, per i socialisti italiani guidati da Turati né per i cosiddetti austromarxisti. Nella pure tragica contrapposizione durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) fra i socialdemocratici e i comunisti, il marxismo come ideologia e teoria non fu messo in discussione dai primi pure tacciati dai comunisti staliniani di essere diventati socialfascisti.

Ieri. L’abbandono del marxismo da parte dei socialdemocratici tedeschi fu effettuato più di un decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nel Congresso di Bad Godesberg nel 1959. Quella decisione ebbe un impatto enorme. Aprì la strada ad una molteplicità di richieste, talvolta intimazioni, indirizzate soprattutto ai comunisti, in particolare quelli italiani, di “andare a Bad Godesberg” (ridente cittadina termale) e procedere ad un lavacro di tipo revisionista. Sette anni dopo i socialdemocratici tedeschi arrivarono al governo della allora Germania Ovest, la Repubblica Federale Tedesca, in una Grande Coalizione, per rimanervi poi con i Liberali fino al 1982. Per l’importanza della Germania e della SPD stessa e per le conseguenze politiche irreversibili che Bad Godesberg ebbe, l’avvenimento ha segnato uno spartiacque nella storia delle socialdemocrazie. Tuttavia, i percorsi dei vari partiti socialdemocratici e socialisti europei, dopo Marx, dopo la rivoluzione bolscevica, dopo il fascismo e il nazismo erano già stati molto differenziati. Oserei applicare a tutti quei partiti una famosa frase di Marx sostituendo la parola uomini appunto con partiti, come segue: “i partiti fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”. Anche se già nel 1951 fu fondata l’Internazionale Socialista, che oggi conta circa 150 partiti aderenti, soltanto i pure molto importanti principi generali sono condivisi. Non solo le tattiche politiche contingenti, ma le strategie di lungo periodo dei diversi partiti sono fortemente condizionate dallo stato dei paesi e delle società in cui operano, dalle loro tradizioni e dal contesto partitico stesso.

Per cominciare con il caso in qualche modo ai margini delle socialdemocrazie continentali, più che alla lunga operosa presenza di Marx a Londra, città nella quale morì (nel 1883) ed è sepolto, la storia del laburismo inglese è debitrice di fatti e tradizioni specifiche della Gran Bretagna, della forza del pur variegato e frammentato movimento sindacale, dell’eredità del pensiero illuminista scozzese e liberale, degli intellettuali della Fabian Society e della dinamica complessiva del sistema politico a cominciare dall’estensione graduale, ma significativa, del diritto di voto. Tutto questo plasmò un partito laburista nel quale i marxisti furono sempre una piccola e non influente minoranza, e nel quale la cifra dell’azione politica fu regolarmente il riformismo senza nessuna ambizione rivoluzionaria. Sicuramente i Laburisti britannici debbono essere considerati parte integrante delle socialdemocrazie europee, ma le loro specificità hanno continuato a contare nel corso del tempo e nelle numerose esperienze di governo. Sono state trasferite ovvero recepite e nutrite anche in alcuni paesi della diaspora anglosassone come Australia e Nuova Zelanda dove i partiti laburisti hanno spesso governato dando rappresentanza e potere alle classi popolari.

Sul continente è possibile rilevare tre, forse quattro varianti di socialismi. Le prime due varianti sono relativamente facili da individuare e definire. Sono, rispettivamente, quelle dei partiti – laburisti, socialisti, dei lavoratori – dei paesi nordici e quelle dell’Europa meridionale, più precisamente, della Francia e dell’Italia. Nei paesi nordici i socialisti non hanno dovuto, con l’eccezione parziale della Finlandia, affrontare la sfida di un forte partito comunista alla loro sinistra. Hanno a lungo goduto dell’appoggio ovvero di una relazione stretta e fondamentalmente collaborativa con un forte sindacato unitario. Giunsero al governo del loro paese, in special modo, il Partito Socialista dei Lavoratori svedese, già all’inizio degli anni trenta. Hanno plasmato in maniera indelebile, “nelle circostanze che trova(ro)no immediatamente davanti a sé”, la vita politica, sociale e economica come non è stato possibile in nessun altro sistema politico. Lo hanno fatto procedendo alla virtuosa combinazione fra una politica economica all’insegna del keynesismo e una politica sociale improntata al welfare. Hanno formulato e spesso attuato accordi e addirittura assetti definiti neo-corporativismo basati sulla solida relazione tripartitica fra un governo di sinistra (sorretto dal partito socialdemocratico), il sindacato unitario e le organizzazioni imprenditoriali, sorretta dalla fiducia reciproca che gli impegni presi saranno mantenuti e attuati. Non può suscitare nessuna sorpresa che, come direbbero gli inglesi, at the end of the day, tutte le classifiche internazionali, a cominciare da quella autorevole dell’Indice dello Sviluppo Umano (reddito, livello di istruzione, stato di salute) vedano regolarmente ai primi posti Norvegia e Svezia, Danimarca e Finlandia.

Le esperienze socialdemocratiche di governo nei paesi nordici sono spesso state giudicate in maniera molto severa, comunque considerate non meritevoli di imitazione nei due maggiori paesi latini, vale a dire Francia e Italia. Sia i politici socialisti e, con maggiore acrimonia, comunisti sia i loro intellettuali di riferimento hanno rimproverato a quei socialdemocratici di non avere saputo cambiare, sconfiggere, superare il capitalismo quanto, piuttosto, di averlo “salvato”, rendendolo persino più efficiente e più forte. In seguito, quei politici e quegli intellettuali hanno sostenuto che le esperienze socialdemocratiche si erano logorate ed erano entrate in crisi. Dunque, non valeva la pena né studiarle né, tantomeno, imitarle. Certamente non entrarono in crisi le esperienze socialdemocratiche in Francia e in Italia poiché in Francia non ebbero mai modo di prodursi tranne che, in parte, con la prima presidenza di François Mitterrand (1981-1988), in Italia sostanzialmente mai anche se, forzando un po’ la valutazione e gli esiti, il primo centro-sinistra italiano (1962-1964) costituì una fase di significativo riformismo. La debolezza dei partiti socialisti francese e, soprattutto, italiano a fronte della solidità dei corrispondenti partiti comunisti e della loro rappresentatività della classe operaia costituì l’ostacolo maggiore, ancorché non l’unico (vi si deve aggiungere quantomeno la divisione della rappresentanza sindacale), alla conquista del governo in un paese occidentale nel periodo della Guerra Fredda. La divisione a sinistra e il conflitto socialisti/comunisti hanno finito per rendere impossibile qualsiasi costruzione di un attore partitico unitario in grado di proporre politiche riformiste di stampo socialdemocratico. In nessuno dei due paesi, praticamente scomparsi i partiti che potrebbero richiamarsi alla socialdemocrazia, è ragionevolmente possibile ipotizzare una qualche ripresa di politiche riformiste, rese per di più ancora più difficile dalla dinamica complessiva della globalizzazione e dallo spirito del tempo.

Nei paesi più propriamente mediterranei come Grecia, Portogallo, Spagna, dopo il crollo dei rispettivi autoritarismi, il compito dei partiti socialisti è consistito soprattutto nel creare e mantenere le condizioni di un regime democratico dando rappresentanza ai ceti popolari e guidando lo sviluppo dell’economia ed è stato coronato da sostanziale successo. La democrazia si è consolidata. Non era da quei partiti e da quei paesi che ci si potessero aspettare innovazioni di rilievo nelle politiche socialiste. L’abbandono del marxismo come ideologia e come guida alla prassi fu logica conseguenza dei tempi e, tranne che brevemente per il Partito Socialista Operaio Spagnolo, non implicò nessuna difficoltà né, tantomeno, traumi. Più complessa la situazione prodottasi nei sistemi politici dell’Europa centro-orientale dopo il 1989. Ridotto il marxismo a mero rituale, a ideologia imbalsamata, a catechismo per gli aspiranti a far parte della nomenclatura, il fallimento dei regimi comunisti ha svelato il vuoto di cultura politica. Non poteva che essere bassa o nulla la credibilità dei partiti comunisti che trasformavano il loro nome in socialisti e i cui ceti politici traslocavano armi e bagagli nella neppur troppo nuova botte socialista che avevano in passato largamente screditato. La reazione profonda e di entità inattesa contro il comunismo “realizzato” ha chiuso ogni spazio a eventuali apparizioni di compagini socialiste che, infatti, tuttora, quasi vent’anni dopo la transizione, non esistono, con conseguenze gravi sullo spirito civico e sulla qualità della democrazia di ciascun paese. Non erano, forse, solo i partiti comunisti dominanti l’impedimento alla formulazione e attuazione di politiche riformiste neppure quelle vagamente di stampo socialdemocratico.

La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 cambiò ancora una volta “le circostanze” nelle quali si trovavano ad operare i partiti (e i governi) socialdemocratici. In verità, nell’Europa occidentale quelle circostanze erano già cambiate molto significativamente grazie alla prosperità economica diffusasi nel dopoguerra e soprattutto a mutamenti culturali più irreversibili di qualsiasi benessere economico. Quei vantaggi economici, di lavoro e di guadagno, che l’azione organizzata in partiti e in sindacati aveva consentito di conseguire a milioni di cittadini e che i partiti e i governi socialdemocratici avevano cercato di distribuire in maniera equa, semmai più favorevole ai ceti popolari, potevano oramai, almeno così sembrò ai figli e alle figlie di quei lavoratori, essere conseguiti individualmente, di persona attraverso il perseguimento dell’autorealizzazione (Inglehart 1977). I valori post-materialisti e i loro (giovani) portatori fecero irruzione sulla scena politica scompaginando in particolare la sinistra, le variegate organizzazioni socialdemocratiche nelle quali convivevano padri “materialisti” e figli e figlie che, proprio grazie ai loro genitori, potevano permettersi di avere e applicare valori post-materialisti. Naturalmente, alcuni paesi erano più avanzati sulla scala del post-materialismo e in questi paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma anche i paesi nordici, l’onda del post-materialismo colpì in misura considerevole le socialdemocrazie esistenti e governanti.

Oggi. Curiosamente, nello stesso anno, 1994, in cui Bobbio insisteva sulle ragioni della persistenza di ben distinte posizioni di destra e di sinistra, il sociologo inglese Anthony Giddens argomentava e spiegava perché fosse indispensabile andare Oltre la destra e la sinistra. I tumultuosi anni di governo dei conservatori, Thatcher (1979-1990) e Major (1990-1997), favoriti dalla scissione dei socialdemocratici nel 1981, avevano imposto ai laburisti un agonizing reappraisal (dolorosissima rivalutazione) della loro strategia, della loro stessa visione della Gran Bretagna. Più di altri Giddens contribuì alla formulazione della Terza Via (il sottotitolo inglese del libro omonimo pubblicato nel 1998 è The Renewal of Social Democracy) che divenne la formula con la quale il New Labour di Tony Blair approdò al governo nel 1997. Tra il liberismo estremo dei conservatori e il laburismo obsoleto, Blair e Brown si aprirono una Terza Via che doveva riformare il partito, le modalità di governo, le politiche, la stessa società britannica. È una Via nella quale neppure credono più la maggioranza dei dirigenti laburisti e i loro elettori che premiano il più tradizionale, classico, forse effettivamente socialdemocratico Jeremy Corbyn.

Non credo si possa collocare nella Terza Via l’Ulivo fortunosamente vittorioso alle urne nell’aprile 1996 anche se, indubbiamente, fra le motivazioni di alcuni protagonisti si trovava quella del superamento della socialdemocrazia classica (peraltro, mai concretamente comparsa nel contesto italiano). Con qualche forzatura fu inserita nella Terza Via l’esperienza del governo presidenziale del democratico Bill Clinton (1992-2000). Molto più appropriato è il riconoscimento che quanto volle fare il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder (1998-2005), ovvero plasmare e ridefinire un nuovo centro (Die Neue Mitte), rappresentò effettivamente la Terza Via secondo modalità tedesche. Tuttavia, da allora è cominciato un significativo e persistente declino elettorale della SPD che, peraltro, è rimasta politicamente la migliore alleata di governo della Democrazia Cristiana tedesca (2005-2009; 2013-2017; ????-????). Infine, l’esperimento iniziato in Italia nel 2007 con la formazione del Partito Democratico è, comunque lo si valuti, la fuoriuscita da qualsiasi possibilità di recupero, di rilancio, di rielaborazione di un esperimento socialdemocratico. Nella vicina Francia, la clamorosa vittoria presidenziale (2017) di Emmanuel Macron ha con tutta probabilità posto fine a quel poco che era rimasto di socialdemocrazia francese trascendendo Parti Socialiste e Rèpublicains gollisti con lo slogan sia destra sia sinistra e relegandoli in un passato che non potrà tornare. Solo nei sistemi politici scandinavi le socialdemocrazie hanno lasciato tracce tanto profonde quanto positive, ma i duri dati elettorali dicono che, sì, potranno, nella logica delle democrazie dell’alternanza, tornare al governo, ma all’orizzonte non si vede nessun rilancio di un’età d’oro socialdemocratica.

Bilancio per il domani. Abbiamo appreso dai bolscevichi la dura lezione della storia che il socialismo in un solo paese non può essere costruito. Non è possibile dimenticare che uno dei cardini del pensiero di Marx era l’internazionalismo sotto forma di solidarietà del proletariato di tutti i paesi: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Invece, ciascuno e tutti i partiti socialdemocratici hanno a partire dagli anni Trenta, ma ancor più nel secondo dopoguerra intrapreso e percorso, con maggiore o minore successo, le loro vie nazionali. Dappertutto c’è da qualche tempo ormai la consapevolezza che nessuna di quelle vie nazionali porta ai traguardi/esiti di mantenimento della prosperità e di riduzione delle diseguaglianze che le socialdemocrazie continuano a ritenere degni di essere perseguiti. Anzi, almeno per quel che riguarda la prosperità la sfida della globalizzazione può essere meglio affrontata in chiave sovranazionale nel quadro offerto dall’Unione Europea. Che le sfide della globalizzazione, del governo dell’economia, delle migrazioni possano essere vinte dai governi nazionali che operino senza accordi reciproci e senza cooperazione è l’illusione dei sovranisti. Che possa riaprirsi quella che, brillantemente analizzando le esperienze scandinave, Esping Andersen (1985) definì La via socialdemocratica al potere caratterizzata dalla capacità della politica di contrapporsi vittoriosamente ai mercati appare piuttosto improbabile.

I primi due punti di quello che circa centocinquant’anni fa era il Programma socialdemocratico minimo: 1. Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del capitalismo; 2. Ampliare le libertà borghesi, democrazia e diritti civili, soprattutto il suffragio, sono stati conseguiti. Il punto 3. Accrescere il ruolo del proletariato industriale di fabbrica deve essere ridefinito con riferimento al ruolo dei lavoratori in un mercato del lavoro caratterizzato da enormi variazioni e squilibri. Il punto 4. Lottare contro i bastioni internazionali della reazione (la Russia zarista) mantiene la sua validità, ma i bastioni della reazione non si trovano all’interno di un solo Stato. Anche se l’Unione Europea non è in alcun modo definibile come socialdemocratica, la lotta contro la reazione non può che partire dalle sue istituzioni che delimitano il più grande spazio di libertà e diritti mai conosciuto. Quest’ultima affermazione mi consente di ricordare le parole di Bobbio che qualche decennio fa (per la precisione nel 1976) concludeva la sua splendidamente sintetica voce Marxismo del Dizionario di politica UTET sottolineando che la socialdemocrazia “ritiene che compito del movimento operaio sia quello di conquistare lo Stato (borghese) dall’interno”, mentre il marxismo afferma la necessità della distruzione dello Stato borghese affinché lo Stato stesso si estingua. Le esperienze dei comunismi realizzati hanno contraddetto l’imperativo marxista riguardante l’estinzione dello Stato potenziandolo e rendendolo totalitario. Le socialdemocrazie hanno di tanto in tanto conquistato non lo Stato, ma il governo di numerosi paesi trasformando in meglio il funzionamento e il rendimento complessivo dei sistemi politici nei quali hanno avuto ruoli importanti. All'”amministrazione delle cose” profetizzata da Marx le socialdemocrazie non sono pervenute, ma, è opinione diffusa che i loro governi hanno avuto successo. Eppure, è il paradosso, sono diventati meno probabili e meno frequenti. In Europa non si aggira lo spettro della socialdemocrazia.

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Riferimenti bibliografici
Bartolini, S. (2000) The Political Mobilization of the European Left, 1860-1980: The Class Cleavage, Cambridge: Cambridge University Press
Bobbio, N. (2016) Marxismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Novara, De Agostini, pp. 556-562.
De Waele, J.-M., Escalona, F., Vieira, M. (a cura di) (2013) The Palgrave Handbook of Social Democracy in the European Union, New York, Palgrave-Macmillan.
Esping-Andersen, G. (1985) Politics against Markets. The Social Democratic Road to Power, Princeton, Princeton University Press.
Giddens, A. (1994) Oltre la destra e la sinistra, Bologna, Il Mulino.
Giddens, A. (2001) La terza via, Milano, Il Saggiatore.
Inglehart, R. (1977) The Silent Revolution. Changing Values and Political Styles among Western Publics, Princeton, Princeton University Press.

Sostiene Veltroni…

Sostiene Veltroni che il PD è quello che è e non si cambia. Però, il PD non è quello che doveva essere e, in sostanza, non è mai stato: il luogo dove si incontravano e si “contaminavano” le migliori culture riformiste dell’Italia (forse sarebbe stato meglio guardare anche fuori dai sacri confini, all’Europa). No, se il PD non cambia, profondamente, non diventerà mai il Partito Democratico che molti dei fondatori volevano, ma che non sono riusciti a costruire.

Europa: dove soffia il vento? #Piacenza #5aprile Le Politiche in un mondo in movimento

Giovedì 5 aprile 2018 ore 18.15
Università Cattolica di Piacenza
via Emilia Parmense 84

Laboratorio di mondialità consapevole

Gianfranco Pasquino
Europa: dove soffia il vento?

 

Chi fa i conti senza l’oste

“Fare i conti senza l’oste”. Dirigenti di partito, commentatori italiani e straneri, sondaggisti vari sono coloro che fanno i conti. Nel frattempo, l’oste, vale a dire l’elettorato italiano, è in tutt’altre faccende affaccendato: lavora o cerca un lavoro, studia, si occupa dei figli e, magari, dei genitori a carico. Ha poco tempo per pensare alla politica e ancora meno tempo per leggere indiscrezioni, gossip, retroscena. Si sta comunque facendo un’opinione di massima che il 4 marzo tradurrà in un voto oppure in un’astensione motivata e spesso irritata. Solo molto tangenzialmente pensa a quale maggioranza di governo uscirà dalle urne. Fra le cose che sa, qualche volta più di quelle che i politici credono, c’è che il governo dovrà avere una maggioranza e scaturirà da un accordo fra i partiti. Sa anche che ci sono partiti e dirigenti che non vorrebbe proprio vedere al governo del paese e teme che ancora una volta ci saranno parlamentari trasformisti pronti a trasferirsi in partiti e gruppi accoglienti e generosi nella consapevolezza che non ci sarà nessuna punizione elettorale né con la legge Rosato né con quella prossima ventura (che nessuno conosce, ma “l’oste” teme che non sarà congegnata per dargli potere effettivo).

I conti dovranno essere fatti in Parlamento, pensa l’oste, quindi tutti i voti conteranno per dare forza anche a raggruppamenti e partiti pur non grandi, dall’appeal attualmente non conoscibile. Non gli è facile, all’oste, immaginare come il suo voto, quello dei suoi famigliari e amici, dei suoi collaboratori e dei suoi clienti, sarà utilizzato. Vorrebbe che servisse a costruire una maggioranza governativa non troppo eterogenea, sufficientemente stabile, capace di dare rappresentanza politica effettiva agli elettori e di tradurre almeno in parte, meglio se in gran parte, le promesse elettorali in materia di lavoro, di istruzione, di governo dell’immigrazione. Gli piacerebbe ascoltare qualcosa di più sui rapporti con l’Europa e di cogliere maggiore impegno di tutti nella lotta alla corruzione. L’oste pensa anche che le persone contano in politica, con la loro carriera, il loro bilancio di cose fatte e non fatte, anche fatte male, con la loro biografia personale, forse con la loro coerenza politica. Terrà conto anche di questi fattori.

Poi, l’oste getta un’occhiata meno distratta del solito ad alcuni quotidiani e nota che è già cominciato quello che editorialisti e commentatori non particolarmente originali definiscono “totogoverno”. Con grande sussiego gli raccontano che nessuno dei tre schieramenti principali avrà, da solo, la maggioranza assoluta dei seggi né al Senato né alla Camera. Legge tanto pesanti quanto tardive critiche alla legge elettorale Rosato, anche da parte di chi in Parlamento l’ha scritta e approvata, pardon, imposta con voti di fiducia. Peraltro, lui aveva capito da subito che quella legge era stata elaborata non per migliorare le modalità di formazione del governo, ma per consentire a capipartito e capicorrente di “nominare” parlamentari i seguaci più fedeli e ossequienti ovunque candidabili, anche in più circoscrizioni. Non essendo interessato alle lacrime dei coccodrilli, che pure la loro abbuffata di collegi sicuri se la sono fatta, l’oste pensa che la settimana precedente le elezioni cercherà di saperne di più. Sente che la (grande?) coalizione adombrata fra i due protagonisti, Renzi e Berlusconi, del Patto nel Nazareno, che portò a brutte riforme costituzionali poi bocciate da un cospicuo numero di elettori, non riuscirà neanche a raggiungere la maggioranza assoluta di seggi in Parlamento. Quindi, è un’invenzione mediatica, comunque indigeribile. L’oste conclude che il conto glielo servirà lui ai partiti e che, alla fine, come sta scritto nella Costituzione, sarà il Presidente della Repubblica a decidere chi e come trarrà vantaggio da quel conto o dovrà pagarlo completamente. Tutto il resto dovrebbe essere, l’oste concorda con Amleto, silenzio e non manipolazione.

Pubblicato AGL 8 febbraio 2018

Europa: non basta discutere del 3%, conta il circuito decisionale

Non sono sicuro che, come hanno profetizzato Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene, la distinzione destra/ sinistra sia già stata sostituita da quello pro-Europa/contro l’Europa, o, in termini attuali Europeisti/Sovranisti. In Francia, grazie a Macron, è stato così, molto più che altrove. In Italia, soltanto una reale, non opportunistica, virata del PD potrebbe aprire, anche sulla spinta dei radicali, la strada che resta lunga e accidentata dovendo anche scalare la montagna del debito pubblico.

Perché Prodi ha commesso un errore

Fino a qualche mese fa, Romano Prodi dichiarava di avere “piantato” la sua tenda fuori dal Partito Democratico. Poi, partecipò al velleitario tentativo dell’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia, di costruire un Campo Progressista e lo sostenne, seppur non molto intensamente. In generale, non fece mai mistero di essere distante da non poche politiche e dallo stile di Matteo Renzi. Improvvisamente, l’altro ieri ha dichiarato che voterà Partito Democratico, proprio quando il PD, con la formazione delle liste per il Parlamento, è definitivamente diventato il Partito di Renzi, addirittura, pronto, è opinione diffusa, a fare un governo con Berlusconi, l’avversario storico di Romano Prodi. Potrebbe, in effetti, essere stata proprio la formazione delle liste a dare la spinta, certamente richiesta dai dirigenti del PD, affinché Prodi si pronunciasse ufficialmente. Infatti, nelle liste sono collocati tre collaboratori di lungo corso di Prodi, fra i quali la sua loquacissima portavoce, che, altrimenti, difficilmente avrebbero trovato spazio nell’epurazione renziana.

Prodi avrebbero forse potuto risparmiarsi l’attacco a LiberieUguali i quali non sarebbero, secondo lui, a favore della “coalizione” e dell’unità, dimenticando che, per quello che riguarda Bersani, suo “antico” e bravissimo ministro, è stato Renzi a spingerlo fuori dal PD. Quanto alla coalizione, non saranno i sei o sette strapuntini parlamentari offerti a Insieme (dove stanno i prodiani) e a +Europa (dove ci sono i radicali di Emma Bonino) a fare del PD di Renzi una sinistra plurale. Né Prodi può pensare che il pluralismo della sinistra verrà agevolato dall’elezione di Beatrice Lorenzin e di Pierferdinando Casini quest’ultimo come senatore del PD proprio nel collegio in cui Prodi andrà a votare. Nel passato, le dichiarazioni di Prodi a sostegno di candidati e di tematiche non sono proprio stati brillantissimi. Nella campagna per sindaco di Bologna nel 2009 Prodi scese in campo a sostegno del candidato del PD Flavio Delbono che fu, prima costretto ad andare al ballottaggio, poi sette mesi dopo l’elezione, dovette rassegnare le dimissioni e, accusato di peculato, truffa aggravata e abuso d’ufficio, patteggiò due volte per evitare la possibile condanna. Più di recente, dopo mesi di riflessioni e di critiche, pochi giorni prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Prodi annunciò il suo sofferto “sì” che, evidentemente, non deve avere spostato moltissimi voti. Adesso, comunque, che sposti voti oppure no, quel che è in discussione riguarda più che il sostegno dato al PD, i cui dirigenti leggono giorno dopo giorno sondaggi molto preoccupanti, la sua critica a LiberieUguali, che contiene un tentativo di sostanziale delegittimazione.

Qualcuno potrebbe pensare, personalmente non lo escludo, che Prodi stia ancora consumando la sua vendetta nei confronti di D’Alema accusato di avere seppellito l’Ulivo e di essergli subentrato come capo del governo nel 1998 e poi, forse, di avergli sbarrato la strada al Quirinale nel 2013, ma non si è mai trovato chi aveva la pistola fumante in mano. Ad ogni buon conto, chi vuole (ricostruire) l’unità delle sinistre non può pensare che la faciliterà e otterrà accusando esclusivamente una delle componenti, vale a dire LiberieUguali. Né può pensare che il recupero di una manciata di voti che potrebbero non andare a quello schieramento, ma, con qualche dubbio, al PD, servirebbe a convincere Renzi che deve aprire le porte del suo partito accettando e, talvolta, valorizzando il dissenso. Tecnicamente, salvo fatti nuovi e imprevedibili, Prodi ha rilasciato un endorsement irresponsabile, vale a dire senza tenere in considerazione le sue probabili conseguenze, nessuna delle quali appare al momento positiva. La coalizione si forma quando si trova un terreno d’accordo, non con la subordinazione a una maggioranza pigliatutto. L’endorsement di Prodi non porterà vantaggi al PD di Renzi e non farà avanzare nessuna sinistra plurale. Non è affatto detto che questo sia l’obiettivo principale dell’ex-leader di un Ulivo che fu.

Pubblicato AGL 1 febbraio 2018

Il falso problema delle firme. Troppo “Rosato” fa male

È molto fastidioso e del tutto sbagliato sentire dire, anche da autorevoli commentatori, che la Legge elettorale Rosato è brutta perché (forse) impedirà la presentazione della lista +Europa e quindi il ritorno in Parlamento di Emma Bonino. Firme richieste molte (non ne sono affatto sicuro) tempi brevi (anche questo è discutibile): questa sarebbe la tenaglia che schiaccia i radicali Bonino, Della Vedova, Magi. In verità, potrebbe schiacciare molti altri, incapaci di raccogliere le firme che, lo sottolineo, sono previste da sempre per impedire la comparsa di liste folcloristiche, avventuriere, frammentatrici. Fare, però, di questa clausoletta il capro espiatorio di una legge che ha molti altri e molto più gravi difetti è davvero troppo radicale, ooops, chiedo scusa, troppo fuori luogo.

Il problema, come molti hanno detto, non proprio ad alta voce, in corso d’opera, è che la legge Rosato non è fatta per dare potere agli elettori, ma per consentire ai partiti, ai loro capi e ai capi delle correnti (non perdete di vista Franceschini, ma neanche, purtroppo per lui, in misura minore, Orlando) di nominare parlamentari i più ossequiosi, (oso?: i più provatamente servili) dei candidati. Il casting di Berlusconi serve anche a questo test. Lascio a chi, non sono pochi, nulla sa dei sistemi elettorali delle democrazie parlamentari di argomentare che succede così anche negli altri sistemi politici. Ricordo che non solo chi ha proposto e votato la legge Rosato ha respinto la possibilità di voto disgiunto uninominale/proporzionale (come in Germania, dove ha costantemente offerto buona prova di sé), ma ha addirittura imposto per la terza volta (prima legge Calderoli-Porcellum; poi legge Italicum-porcellinum perché rivista al ribasso; adesso Rosato, l’aggiunta la mettano i lettori) la possibilità di pluricandidature. È un altro sicuro obbrobrio certamente più criticabile dell’esigenza delle firme. Infatti, le candidature multiple nullificheranno qualsiasi effetto positivo che potrebbe/potesse derivare dalla competizione nei collegi uninominali.

Chi rischia di perdere nel collegio uninominale, se è abbastanza forte nel partito, nella corrente, nel salotto di Arcore, si farà candidare anche nel listino proporzionale. No, i nomi dei pluricandidati, par condicio: anche donne, sui quali, pure, sono disposto a scommettere, non li rivelo ancora. Alla fine, chi sa, a Renzi potrebbe fare più gioco mettere in collegi uninominali e in qualche listino proporzionale Emma Bonino e persino Benedetto della Vedova, adducendo come scusa che le firme non è riuscito a raccoglierle neanche il volenteroso ambasciatore Fassino. Tre-cinque seggi a Bonino e ai suoi radicali potrebbero essere meno di quelli che una Lista +Europa, presentatasi con il suo corredo di firme, potrebbe esigere. Già, nessuno finora ha scritto o cercato di capire qual è lo scambio “+Europa=quanti seggi sicuri”. Propongo che gli sguardi apprensivi dei commentatori equanimi abbandonino la ricerca delle firme per i radicali e si posino sulle priorità di Emma Bonino e sull’accettazione esplicita, non generica, di quelle priorità da parte del PD di Renzi. Come le idee, anche le priorità camminano sulle gambe degli uomini e delle donne. Gli ostacoli non sono rappresentati da qualche migliaio di firmette, ma dall’effettivo spostamento del cuore e del cervello della politica italiana da Roma (per non dire Rignano-Laterina) a Bruxelles.

Pubblicato il 4 dicembre 2018 su huffingtonpost

A cosa serve l’Europa? @BOOKCITYMILANO 19novembre #BCM17

19 novembre 2017 ore 12
ISPI – Palazzo Clerici

Sala della Corte
Via Clerici 5, Milano

A cosa serve l’Europa?
Gianfranco Pasquino e Valerio Onida

A cosa serve l’Europa?
E’ un’occasione per fare il punto sull’Europa che abbiamo costruito fin qua, nel momento in cui più forti soffiano i venti contrari del populismo e del nazionalismo più ottuso. Un modo per capire cosa rischiamo di perdere e cosa potremmo invece riconquistare, recuperando i valori di libertà, di pace, di prosperità da cui, nelle ore più buie del secolo scorso, è nata l’idea di Europa unita.

PROGRAMMA BOOKCITY MILANO

 

L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017)

Gianfranco Pasquino, L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017

Europeisti contro sovranisti #23ottobre #Bologna #AssociazioneOrlando @UniboMagazine

Nell’ambito del Corso Transdisciplinare di Genere a.a. 2017/2018
Etica e Politica nella prospettiva degli studi di genere 2017/18
La questione Europa. Scenari geopolitici e biopolitici.
Corpi, spazi, conflitti e invenzioni

Lunedì 23 ore 17-19
Ex convento di Santa Cristina, Aula 2
Piazzetta Giorgio Morandi 2, Bologna

Gianfranco Pasquino
Europeisti contro sovranisti