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Renzi, molto ambizioso ma poco responsabile

LINKIESTA

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA

«Renzi è rimasto in carica più di mille giorni, credo che possa ritenersi soddisfatto». Mentre il presidente del Consiglio si prepara a lasciare Palazzo Chigi, il noto politologo Gianfranco Pasquino non sembra avere grandi rimpianti. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, già senatore della sinistra indipendente e dei progressisti, Pasquino ricorda errori e contraddizioni dell’ex rottamatore appena sconfitto al referendum costituzionale: dall’eccessivo protagonismo all’incapacità di selezionare una classe dirigente adeguata. Il giudizio di Pasquino, che in questa campagna ha sostenuto con forza le regioni del No, è a tratti impietoso: «Berlusconi aveva carisma, per Renzi parlerei piuttosto di fortuna». Sullo sfondo, resta il futuro incerto del segretario del Pd. «Ma alla fine – continua il politologo – non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica».

Professor Pasquino, non siamo ancora ai titoli di coda del renzismo. Forse il presidente del Consiglio dimissionario rimarrà sulla scena e avrà il tempo di trovare la sua rivincita. Eppure la clamorosa sconfitta al referendum chiude in maniera evidente una fase politica.

Sì, credo che si possa dire così. Se Matteo Renzi pensava di cambiare la politica italiana a colpi d’accetta e con grande velocità, l’operazione non gli è riuscita. Forse gli è mancata un po’ di saggezza.

Resta un’esperienza politica significativa, destinata a lasciare il segno. Eppure velocissima. Dall’ascesa di Renzi alla sua sconfitta sono passati solo tre anni.

Sono cambiati i tempi della società, del mondo globale. E inevitabilmente sono cambiati anche quelli della politica italiana. Renzi ha bruciato i tempi. In ogni caso è rimasto in carica per poco più di mille giorni, credo che possa essere soddisfatto. Il suo è uno dei cinque governi più longevi della storia repubblicana. Una nota a piè di pagina sui libri di storia se l’è guadagnata anche lui.

Il renzismo come fenomeno politico. Tra gli aspetti caratteristici c’è l’idea di un uomo solo al comando. Anche nell’ultima campagna elettorale Renzi ha giocato la partita da unico protagonista. È d’accordo?

Questa è stata una sua scelta. Uno stile personalistico che Renzi ha sempre avuto, fin da quando era presidente della provincia di Firenze. Lui non ha mai voluto contare fino in fondo sul partito. Lo ha conquistato, ma ne è rimasto sempre fuori. Ha sempre pensato di poter fare a meno del Partito democratico. Lo teneva da parte, non ne ha mai tenuto conto. E in questo è stato confortato dal successo alle Europee del 2014, che effettivamente è stato un suo successo personale. In quell’occasione il Pd era al 30-31 per cento, ma lui è stato in grado di portarlo fino al 40 per cento.

Forse uno degli errori di Renzi è stato proprio questo? La personalizzazione e l’assenza di un gruppo dirigente all’altezza?

Il gruppo dirigente all’altezza lo avrebbe anche trovato, se solo lo avesse cercato. Invece ha preferito circondarsi di debuttanti, personalità prive di esperienza politica. Penso a Maria Elena Boschi, a Lorenzo Guerini. Anche a Luca Lotti, che dicono essere il suo potentissimo braccio destro. Si è affidato a una classe dirigente di neofiti.

C’è un tema che ritorna nella carriera politica di Renzi. Se la sua ascesa politica si è caratterizzata per gli slogan sulla rottamazione, la sua ultima campagna elettorale si è incentrata sulla lotta alla Casta.

Ed è stata un’operazione poco credibile. Se si vogliono elencare i sostenitori della riforma, al primo posto troviamo proprio Giorgio Napolitano, eletto in Parlamento nel lontano 1953. Poi c’è Luciano Violante, entrato a Montecitorio nel 1979. Seguono i due ex presidenti di Camera e Senato Pierferdinando Casini e Marcello Pera. Ci metterei dentro anche Fabrizio Cicchitto, anche lui un grande sostenitore della riforma, un altro parlamentare di lungo corso. Vede, in questa strategia della rottamazione c’è una grande contraddizione: al referendum sono stati gli elettori sopra i sessant’anni a votare con più convinzione per il Sì. Mentre i giovani sotto i trent’anni hanno votato in prevalenza per il No.

Eppure Renzi ha portato un gran cambiamento nella politica italiana, non è d’accordo? Un premier giovane, tra slide e tweet, in grado di prendere le distanze dai rituali ingessati di Palazzo.

Naturalmente la rappresentazione mediatica era un suo obiettivo. In ogni caso credo che si possa fare qualche tweet e al tempo stesso svolgere la politica con una certa dignità, offrendo un’immagine di serietà. Ma in Renzi questo si è visto poco, contava di più la spettacolarizzazione.

Il presidente del Consiglio ha sempre sofferto l’assenza di una legittimazione elettorale. E alla fine l’affannosa ricerca del voto popolare gli è costata la poltrona.

Dal punto di vista formale la legittimazione di un presidente del Consiglio passa dal voto di fiducia. E in questi anni le occasioni non sono mancate. Tutte le volte che Renzi ha chiesto un voto di fiducia in Parlamento, e sono state anche troppe, l’ha ottenuto. Se voleva così tanto una legittimazione popolare forse aveva la coda di paglia.

In questi anni Matteo Renzi ha dimostrato un’ambizione rara. In politica non è una dote importante?

L’ambizione in politica è molto importante. Prima di me lo diceva James Madison, uno dei principali autori della costituzione americana. Ma dovrebbe sempre fare i conti con la necessità di essere responsabili. Renzi, invece, ha cercato di sfuggire a questa responsabilizzazione. Pensando alla sua esperienza è interessante notare un dato: non c’è mai stata una vera riflessione, il presidente del Consiglio si è sempre occupato di rilanciare. E invece in politica, di tanto in tanto, è importante anche qualche pausa per riflettere.

Recentemente Silvio Berlusconi ha parlato di Renzi come dell’unico leader politico presente in Italia. Lei gli riconosce lo stesso carisma?

Io questo carisma non lo vedo. Non per come lo intendeva Max Weber, che ha introdotto il termine in politica. Lo vedevo in Silvio Berlusconi, semmai. Un uomo che irrompe nella scena mentre il Paese vive una fase di ansia collettiva, i partiti sono crollati e nel centrodestra c’è un enorme vuoto. Crea dal nulla una forza politica, Forza Italia, e vince le elezioni. Renzi non ha fatto nulla di simile. Lui il partito lo ha trovato, è riuscito a conquistarlo grazie alla generosità di Pierluigi Bersani. Per il resto sappiamo come è andata. Parlerei più di fortuna, meno di carisma.

Ammetterà almeno che nel primo discorso dopo il referendum Renzi ha riconosciuto la sconfitta con grande onestà. Una dote rara in politica…

E ci mancherebbe altro. Con il No in vantaggio di venti punti cos’altro avrebbe potuto dire?

Dopo questa sconfitta crede che Renzi cambierà mestiere o proverà a tornare a Palazzo Chigi?

Non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica. Renzi ha ancora un certo appeal, la capacità di stare sulla scena non gli manca, ha saputo spettacolarizzare un confronto politico altrimenti noioso. Vedremo. Sarà lui a decidere se rimanere o preferirà ritirarsi e cominciare a scrivere libri di successo…

Pubblicato il 6 dicembre 2016 su LINKIESTA

Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula

Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.

Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta  dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.

La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.

Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.