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Le democrazie non muoiono, vengono uccise #recensione Adolf Hitler. Biografia di un dittatore @Caroccieditore @C_dellaCultura 

Hans-Ulrich Thamer, Adolf Hitler. Biografia di un dittatore, Roma, Carocci, 2021, pp. 318.

Sono un lettore attento di biografie e di autobiografie, peraltro, due generi letterari fra i quali intercorrono non poche differenze. Apprezzo, in particolare, quelle opere nelle quali gli autori riescono ad illuminare, insieme con la vita del (auto)biografato, anche i suoi tempi e il suo ambiente. Mantengo una certa distanza dalle introspezioni psicologiche anche se, talvolta, non abbastanza spesso, conducono a capirne di più del personaggio. In alcuni casi, però, specialmente quelli che definirò drammatici, le interpretazioni psicologiche hanno la tendenza a spiegare l’intero percorso di vita con la “socializzazione” del biografato e la sua devianza. Preferibili mi paiono le biografie che riescono a inserire il biografato nel suo tempo e nel suo luogo cercando di cogliere le strutture profonde, le influenze e quanto il biografato ne sia dipendente e/o abbia saputo plasmarle fino a, eventi eccezionali, dominarle. Fatta questa, credo, indispensabile, premessa, debbo ricordare che da tempo esistono alcune, buone, anche eccellenti, biografie di Adolf Hitler da quella pionieristica di Alan Bullock (1952) a quella sobria di Joachim Fest (1973) a quella possente in due volumi di Ian Kershaw (1998; 2000). Le ambizioni di Thamer sono più limitate, ma, anticipo, l’obiettivo di fondo, situare l’uomo e il capo politico nel suo tempo per comprenderne l’azione e valutarla, è conseguito più che soddisfacentemente.

   Non è nelle origini familiari relativamente, ma non troppo disagiate, comuni a milioni di persone, neppure nelle vicissitudini scolastiche di uno studente certamente non modello, non motivato, non interessato a qualche materia specifica, infine, non di successo e non “popolare” fra i suoi compagni che si possono trovare gli elementi che costruiranno la leadership di un dittatore. Quanto all’antisemitismo era presente e diffuso in Austria, come in tutta l’Europa orientale, ma non in quantità allora esagerate e, comunque, inizialmente non dominanti nel pensiero e nelle azioni di Hitler. La svolta nella formazione politica avviene, sottolinea Thamer, con la Prima Guerra Mondiale. Hitler vi prende parte molto convintamente. Combatte, viene ferito, condivide l’interpretazione della sconfitta dovuta anche, sostanzialmente, alla “pugnalata alle spalle” inferta dalle sinistre tedesche, comunisti e socialdemocratici, alle Forze Armate tedesche. La sua visione negativa, ma non nichilista, viene rafforzata, quando è costretto a lasciare i ranghi militari e si trova senza lavoro. Forse, però, quello che conta maggiormente è che perde la sua comunità di riferimento. Noto che Thamer non menziona nessuna amicizia fatta da Hitler e non ritiene di esplorare se, quanto e come Hitler si rapportasse al mondo femminile tranne che, in generale, era misogino. Non è questione di poco conto poiché l’asocialità è, probabilmente, un elemento che spiega il disprezzo per la vita degli altri che il Führer manifesterà in tutta la sua vita politica. Spiega anche che non si consultasse con nessuno nelle decisioni importanti, che non chiedesse pareri e consigli. Solipsismo, secondo me, hubris, secondo il titolo che Kershaw dà alla vita di Hitler dalla nascita al 1936.

   In effetti, in tutta la fase che va dal famosissimo tentato putsch nella birreria di Monaco, 9 novembre 1923, alla sua nomina a Cancelliere il 30 gennaio 1933, Hitler fece regolarmente affidamento sulla sua personale valutazione degli avvenimenti, dimostrando di nutrire la convinzione assoluta di non avere bisogno di nessuno nel perseguimento del potere: non solo arroganza, dunque, ma anche, questo mi appare il tratto dominante, fanatismo, non cieco, ma mirato, determinato, senza né tentennamenti né resipiscenze: “in vita mia” dichiarò lui stesso, “ho sempre giocato il tutto per tutto” (p. 223) . Più volte, Thamer sottolinea le grandi, rare e inusitate qualità oratorie e istrioniche di Hitler che dagli ascoltatori e dalle folle traeva energie elettrizzanti. I molti filmati disponibili costituiscono documenti indispensabili quanto inquietanti anche, forse soprattutto, per quello che a Norimberga e altrove ho sempre assimilato a un drammatico orgiastico sabba nazionalistico.

   Il carisma trova conferma nella capacità di fare miracoli. Nel caso di Hitler i miracoli, sociali e economici, forse anche politici, avvennero dopo la conquista con la violenza e la manipolazione del potere politico nazionale. Tuttavia, bisogna interrogarsi sulla sua grande capacità di attrarre seguaci costruendo quella gigantesca macchina da guerra che fu il Partito Nazional-Socialista. Sulle macerie dell’impero tedesco, fra una popolazione disorientata, in un contesto attraversato da conflitti profondi e incomponibili, Hitler riuscì a sollecitare e a (ri)plasmare un’appartenenza nazionale basata su “sangue e territorio” e sull’identificazione del nemico, lo scrivo con qualche esagerazione e semplificazione: il bolscevismo ebraico.

   Una questione sulla quale non sembra esserci accordo fra gli studiosi riguarda quello che chiamerò il progetto politico di Hitler e se questo progetto fosse già iscritto nel Mein Kampf (scritto in prigione e pubblicato nel 1925). Non vale in nessun modo la pena di confrontarsi con coloro che “leggono” Mein Kampf con gli occhi dei critici letterari e dei professori universitari, che fanno le pulci all’analisi e vi trovano errori di ogni tipo, soprattutto storici, come se si trattasse di una tesi di dottorato. Sarebbe bello se costoro leggessero sempre in questo modo i libri e le memorie dei politici, ma il punto è un altro. Da un lato, non è possibile esimersi dal notare che Hitler traeva molte delle sue idee da quanto già esisteva nella cultura tedesca, certo potremmo dire “deteriore”, ma non per questo meno diffusa e influente. Dall’altro, che Mein Kampf era da Hitler inteso, giustamente, come un documento di battaglia, peraltro, non necessariamente vincolante pur contenendo l’indicazione di molti degli obiettivi da perseguire, in particolare i più importanti: la conquista del potere politico e il fare grande la Germania. Se “Make Germany Great Again” richiama alle vostre orecchie e menti, cari lettori/lettrici, qualcosa di conturbantemente contemporaneo, ebbene: sì, proprio così. In corso d’opera, naturalmente sarebbe stato necessario disfarsi degli ebrei, ostacolo e nemici della grandezza che soltanto gli ariani potevano conseguire.

Rimangono tre punti importantissimi anche in chiave comparata per chi voglia capire come si costruisce e che cosa è un regime effettivamente totalitario. Alla luce di tutte le analisi, spesso “chiacchiere” su come muoiono le democrazie, è opportuno sottolineare quanto Thamer sostiene più volte con grande determinazione: senza la connivenza, il contributo, l’ipocrisia, la manipolazione e, buoni ultimi, gli errori delle classi dirigenti tedesche (p. 141), Hitler non avrebbe conquistato e mantenuto il potere. Questa osservazione vale a maggior ragione per Mussolini e per il fascismo. Dunque, non è vero che (tutte) le democrazie muoiono. Piuttosto, vengono uccise. Sempre conosciamo i nomi sia degli assassini sia dei loro complici. Secondo punto, una delle chiavi del successo di Hitler e del nazionalsocialismo fu il ricorso senza scrupoli alla violenza, spesso inaudita, fino al terrore. Domenico Fisichella merita di essere citato al proposito per la sua definizione dei regimi totalitari in base all’esistenza di un “universo concentrazionario” nel quale il terrore è l’asse portante, dominante. I campi di concentramento nazisti furono uno strumento cruciale per il regime, un esito non solo voluto, ma necessitato. Terzo punto: il regime nazista fu compiutamente un caso di totalitarismo realizzato (p. 171). Proprio guardando al nazismo governante coloro che posseggono gli strumenti del metodo comparato possono affermare con sicurezza che il fascismo italiano non riuscì mai a diventare, come tentò e sicuramente avrebbe voluto, totalitario.

   In breve tempo, dopo il 30 gennaio 1933, Hitler privò di qualsiasi potere tutte le altre istituzioni, smantellandole. La strategia detta Gleichschaltung (uniformazione) fu attuata con successo totale. Nella Germania, un tempo ricchissima di associazioni, divenuta nazista, rimase un’unica organizzazione: il Partito nazionalsocialista in simbiosi con Adolf Hitler. “il Führerstaat totalitario, privo di controlli … sopravanzò in velocità con il radicalismo del suo sviluppo totalitario la dittatura fascista” (p. 171). Nell’Italia di Mussolini, persino negli anni che, impropriamente. Renzo De Felice chiamò “del consenso”, ovvero dopo la conquista dell’Impero, 1936, la Monarchia era rimasta viva e vitale, le Forze armate erano sabaude e nient’affatto fascistizzate, la Chiesa manteneva grande autonomia nell’ampio spazio assistenziale e educativo. Alla caduta di Hitler la “Germania anno zero” si presentò come una tabula rasa. Una volta licenziato Mussolini dal re, fu il Gen. Badoglio a guidare la prima transizione, mentre la Chiesa Cattolica si riposizionava senza difficoltà, utilizzando le molte risorse che mai le erano state sottratte. La conclusione di Thamer: “di Hitler non ci libereremo tanto in fretta” (p. 286) non suona affatto sorprendente per chi vive in un paese nel quale davvero il fascismo è “un passato che non passa”.   

Pubblicato il 15 ottobre 2021 su casadellacultura.it

I no Green Pass non sono una nuova marcia su Roma, ma … @formichenews

Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Se siamo oppressi e schiacciati da una dittatura sanitaria voluta congiuntamente da Draghi e da Speranza (nonché da qualche oscuro potere straniero: il Forum di Davos?) e non casualmente imposta dai mezzi affidati al Generale Figliuolo, allora non resta che solidarizzare con gli eroici combattenti (No Vax) No Green Pass. Dalle loro torri d’avorio ( o forse sono trasmettitori televisivi) intellettuali, filosofi, critici d’arte e giornalisti affermano che a essere violata dalle decisioni del Führer Draghi (faccio più fatica a vedere Speranza nel phisique du rôle del dittatore) è la nostra libertà personale che loro, con grande sprezzo del pericolo, si dannano per difendere, anzi, per non sacrificare neppure minimamente. Poi, magari, citano a sproposito e sbagliando la Costituzione, ricorrono a concezioni della libertà più simili a quelle di un anarchismo mal interpretato, si arrampicano in fantasiose analisi comparate.

   Credo che, sempre, le parole abbiano/hanno conseguenze, ma dubito che i facinorosi di Forza Nuova, i loro sostenitori e i dimostranti di ieri a Roma, dell’altro ieri e di domani, si facciano influenzare dai professoroni. Semmai, usano quelle parole come giustificazioni di comportamenti che stanno tutti nelle loro corde. Disordini e distruzioni vanno, comunque, sempre condannati e puniti. Il rispetto delle idee altrui, qualche volta, peraltro, espressione ipocrita che equivale a lavarsi le mani, non ha nulla a che vedere con l’accettazione supina di aggressioni selvagge. Certo, non tutta la violenza politica è automaticamente fascismo. Però, quando è accompagnata da slogan, simboli, gestualità che si richiamano deliberatamente e inequivocabilmente alle modalità praticate dallo squadrismo merita di essere definita quantomeno di stampo fascista.

   Saranno i magistrati, quando, finalmente, investiti della questione, a decidere se Forza Nuova si configura come tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. La apposita Dodicesima Disposizione transitoria e finale è già stata applicata nel novembre 1973 a Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti, con chiusura delle sedi e confisca di beni. Che il fascismo sia eterno oppure no non è un tema che, lo dirò con il verbo spesso usato dai politici, mi appassiona. Vedo che esistono diverse generazioni che si alimentano di fascismo. Che il fascismo in questo paese mantenga propaggini numerose, delle quali è, però, sbagliato esagerare la pericolosità, è evidente. Che si riproduca anche grazie alla connivenza e benevolenza di ambienti politici e economici (che ne finanziano le attività), è un segreto di Arlecchino. Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Scriverò un commento simile fra una decina di mesi?

Pubblicato il 10 ottobre 2021 su formiche.net

Durigon, duro e impuro

Il deputato della Lega Claudio Durigon è Sottosegretario all’Economia nel governo Draghi. Una volta decisa l’assegnazione dei ministeri, i sottosegretari sono nominati dal Consiglio dei Ministri. Le proposte vengono dai partiti che compongono la coalizione di governo. Qualche approfondimento e modifica possono essere richiesti, ma i veti sono rarissimi. Definito l’uomo forte della Lega nel Lazio, Durigon è nato a Latina da famiglia di origini venete. Sta occupando le pagine dei giornali d’agosto con la sua proposta di eliminare i nomi di Falcone e Borsellino dal Parco comunale di Latina sostituendoli con quello di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Alla sua rude maniera Durigon persegue obiettivi personalistici e politici che, però, rivelano qualcosa sul paese reale.

Per quel che riguarda la sua persona, l’obiettivo lo ha già sicuramente conseguito. La visibilità e la risonanza che voleva nel suo ambiente di riferimento: i fascio-leghisti di Latina e del Lazio, sono aumentate. Politicamente, l’obiettivo, condiviso e apprezzato dai suoi superiori, a cominciare da Salvini, è più ambizioso: contenere e frenare l’avanzata impetuosa dei Fratelli d’Italia e, se possibile, ridimensionarla. Il terreno è quello giusto poiché di voti che si travasano a Latina e nel Lazio ce ne sono molti, il momento anche poiché si sta andando verso importanti elezioni amministrative a cominciare da Roma. A ottobre i numeri canteranno. Nel frattempo, però, ha fatto la sua comparsa un problema istituzionale che richiede una riflessione storica, entrambi terreni sui quali Durigon non appare particolarmente preparato.

Può un sottosegretario della Repubblica suggerire abbastanza rozzamente che un fascista è preferibile a due giudici antimafia di enorme e meritato prestigio? Quel sottosegretario si è dimenticato di avere giurato sulla Costituzione italiana che è anche il prodotto dell’antifascismo? Durigon ritiene che la Repubblicana italiana debba onorare i fascisti a preferenza di coloro che combatterono e morirono per debellare il cancro della mafia? Può darsi che Durigon si sbagli e che i nostalgici del fascismo da attrarre con uno specchietto per le allodole, l’intitolazione di un parco, siano molto meno di quelli che lui spera, rimane, però, aperta la riflessione storica.

A più di settant’anni dalla sconfitta del fascismo, una parte almeno degli italiani continua a ritenere che c’era qualcosa di buono e, temo, una parte tutt’altro che marginale di zona grigia rimane disinteressata e indifferente rispetto a qualsiasi manipolazione della storia. La soluzione più elegante sarebbe che Durigon si dimettesse su richiesta, tipo moral suasion, di Salvini. La soluzione più rapida è che Draghi tolga tutte le deleghe a Durigon, sfiduciandolo. Altrimenti non resta che la sfiducia votata in Parlamento magari con un dibattito serio che chiarisca ancora una volta perché con il fascismo, i suoi simboli, i suoi protagonisti, i conti sono chiusi. Purché non ci sia una prossima volta.

Pubblicato AGL il 14 agosto 2021

Un’altra biografia è possibile

Normali e frequenti episodi di razzismo allo stadio di Verona (e altrove) con giustificazioni della società di calcio e del capo di quei tifosi che fanno accapponare la pelle. Al Senato, il centro-destra compatto sta seduto sui suoi scranni (no, non scrivo “poltrone”) e non applaude la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto che ha fortemente voluto una Commissione su intolleranza, razzismo, antisemitismo e odio. In Sicilia, l’assistente di una parlamentare sfruttava il privilegio di entrare nelle carceri per portare avanti e indietro i messaggi dei mafiosi, dichiarando che il suo Primo Ministro è il boss dei boss Matteo Messina Denaro e che Falcone e Borsellino hanno avuto “un incidente sul lavoro”. Sono avvenimenti apparentemente sconnessi, ciascuno con una sua storia e con la sua specificità. Possono essere accomunati senza nessuna forzatura come espressioni di una società, mai sufficientemente civile, e di una politica che si è imbarbarita da qualche anno. Intendo offrirne una chiave interpretativa che sta nella storia d’Italia e che consente non soltanto di capire meglio quel che è successo, ma anche, forse, di provare a predisporne qualche rimedio. Dovendo sinteticamente definire il fascismo, il giovane Piero Gobetti, inflessibile oppositore politico e etico, parlò nel 1922 di “autobiografia della nazione”. Erano le lacune non colmate dell’unificazione italiana, gli errori della classe politica, quegli italiani ai quali, nonostante le preoccupazioni di Massimo D’Azeglio, non era stata insegnata una cultura politica democratica, ad avere aperto lo spazio e la strada al fascismo. Razzismo strisciante, antisemitismo mai combattuto, collusioni e commistioni fra società e criminalità sono tutte pagine dell’autobiografia dell’Italia repubblicana. Non si fecero i conti con il fascismo malamente sconfitto e con coloro che, magari non fascisti, s’erano rifugiati in un’ampia zona persino troppo grigia. Non è mai emerso un grande sforzo nazionale contro la criminalità organizzata, da molti considerata un modo di vita e non una struttura che attacca e erode la convivenza civile. Troppe associazioni si chiudono in se stesse preoccupandosi soprattutto di difendere i loro interessi, i loro aderenti, i loro privilegi. A eccezione di pochi testimoni della loro epoca e di pochi “predicatori” civili, non c’è stato un insegnamento complessivo, diffuso, capillare su cos’è la democrazia, su quali sono i doveri dei cittadini democratici, sui rapporti che intercorrono fra la società e lo Stato con l’intermediazione della legge. Pochi, sporadicamente e isolatamente, hanno il coraggio di cercare di chiudere le pagine del razzismo, dell’antisemitismo, della mafia, sostenendo che non possono esserci né eccezioni né giustificazioni a comportamenti incivili. È ora di cominciare a scrivere un’altra biografia della nazione basata su canoni europei e valori etici. Il punto di partenza sta inequivocabilmente nella Costituzione italiana. Studiarla e praticarla.

Pubblicato AGL il 7 novembre 2019

Non tutto è Fascismo. Ma…

Non tutto è fascismo, neanche quello che viene dall’immodesto epigono Salvini che parla dal balcone di Forlì. Ma il Fascismo è il nostro (di italiani) contributo originale alla storia politica del XX secolo. Nelle biblioteche di tutto il mondo esistono interi scaffali di libri sul fascismo. L’Italia non si è mai davvero “defascistizzata”. Però, esistono una disposizione costituzionale e due leggi (Scelba e Mancino) da usare contro cortei violenti, apologie, associazioni che a vario titolo si chiamano fasciste. Purtroppo, una società che s’imbarbarisce fa a fatica ad attivare politiche antifasciste.

Fascisti non sono e definirli tali non servirà a spostare l’opinione pubblica e a sconfiggerli #GialloVerdi

“Il fascismo è stato un fenomeno serio, vale a dire grave. Guidato da un uomo politico che aveva esperienza e capacità, poi entrato, come capita ai dittatori, in una sua vertigine solipsistica. È troppo onore accusare il governo giallo-verde di essere fascista, meno che mai di resuscitare il fascismo. Hanno punte di autoritarismo alcuni ministri e sottosegretari. Manifestano atteggiamenti razzisti. I loro seguaci fanno del mobbing. Fascisti, però, non sono e definirli tali non servirà a spostare l’opinione pubblica e a sconfiggerli.”

INVITO Totalitarismi (nazismo, fascismi, comunismi) #Rovigo #14settembre

PROGETTO: NOVECENTO – PASSATO PROSSIMO Morti e Resurrezioni E OLTRE

Venerdì 14 Settembre 2018 ore 18
Accademia dei Concordi di Rovigo
Piazza Vittorio Emanuele II

Conferenza

MITI E UTOPIE

Gianfranco Pasquino

Totalitarismi
nazismo, fascismi, comunismi

Siamo di fronte a una situazione pre-fascista?

Il fascismo è stato un fenomeno storico. Irripetibile. È sbagliato criticare tutto quello che non ci piace come se fosse la reviviscenza del fascismo. È ancora più sbagliato lasciare passare sotto silenzio fenomeni di squadrismo, di intolleranza, di razzismo come manifestazioni estemporanee, quasi “zingarate”. Creare una società davvero civile richiede contrastare tutte le dichiarazioni e i comportamenti incivili, violenti, selvaggi riconducendoli al fascismo soltanto quando effettivamente sono tali.

Non sottovalutiamo la marcetta fascista

Per quanto opportuno, è inadeguato limitarsi, facendo sfoggio di cultura, a citare Hegel e Marx secondo i quali la storia si presenta due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La Marcia su Roma prospettata da Forza Nuova per il novantacinquesimo anniversario del 28 ottobre 1922 non è neppure una farsa. È una sceneggiata. Potremmo pensare di “seppellirla con una risata”, magari dopo avere rivisto l’ottimo film di Dino Risi, La marcia su Roma (1962), interpretato da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Invece, no: farsetta o provocazione, la marcia di Forza Nuova ci obbliga a riflettere non soltanto sul nostro passato, ma anche sul presente e su quello che vorremmo fosse il futuro. Naturalmente, li vediamo quelli che, temo con qualche sottovalutazione, chiamiamo “rigurgiti” di fascismo e di nazismo anche in altri paesi europei e nell’America di Trump e dei biechi suprematisti bianchi. Di nuovo, troppo facile sostenere come spiegazione che gli italiani non hanno davvero fatto i conti con il loro passato fascista. È vero, ma bisogna andare oltre prendendo ancora una volta atto che nelle scuole italiane l’insegnamento della storia (che, a mio modo di vedere, dovrebbe sempre accompagnare quello della Costituzione, altrimenti non del tutto comprensibile e apprezzabile) raramente approfondisce il ventennio fascista e quasi mai giunge ai giorni nostri. Non basteranno le assunzioni di migliaia di docenti precari a porre rimedio a una inadeguatezza strutturale.

Farò ancora una citazione colta: “Chi non conosce la storia è destinato a riviverla”. Tuttavia, non credo che ripeteremo la nostra storia, ma dobbiamo confrontarci fin d’ora con due reali problemi. Il primo, che non considero affatto marginale, riguarda la legittimità di manifestazioni come quella progettata da Forza Nuova. Il secondo concerne il tipo di società, prima ancora del sistema politico, nel quale desideriamo vivere. I liberali e i democratici non possono che essere, in linea di principio, contrari a impedire l’espressione di qualsiasi tesi e, persino, di ideologie (che, però, è un complimento troppo grande alle misere elucubrazioni di Forza Nuova) sicuramente non democratiche. D’altronde, l’art. 21 della Costituzione italiana: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (nel quale possono rientrare cortei, sfilate, marce su Roma e dintorni) è chiarissimo e molti Costituenti avevano sperimentato anche sulla propria pelle la repressione sistematica fatta dal fascismo di quella libertà.

Pure prevista come reato da una legge del 1952, l’apologia del fascismo intesa come esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo e delle sue finalità antidemocratiche è considerata dai liberali più intransigenti in contrasto con la libertà di pensiero. Per essere punita dovrebbe tradursi in incitamento ad azioni violente e degenerare nel ricorso della forza. Ovviamente, sono i prefetti e i questori nonché il Ministro degli Interni a decidere se esiste un rischio imminente di questo genere. Certo, il divieto di quella marcia per ragioni di ordine pubblico consentirà agli organizzatori di esibirsi nel vittimismo e di accusare lo Stato, democratico, di mostrare il suo vero volto repressivo. D’altronde, è molto probabile che, proprio come hanno fatto a Charlottesville i suprematisti bianchi e i loro amici del Ku Klux Klan, l’esito ricercato da Forza Nuova sia proprio lo scontro fisico. Allora, è giusto fermarli preventivamente.

Ciò detto, il problema più importante a mio modo di vedere è la crescita e la diffusione di tutti quei grumi che hanno costituito la mentalità fascista in Italia e altrove (dovrebbero fischiare le orecchie a quei governanti dei paesi dell’Europa orientale che, per fare i conti con il comunismo, recuperano e lucidano brandelli dei loro rispettivi nazional-fascismi): risentimenti e rancori, la violenza, in special modo contro le donne, e l’ intolleranza, specialmente contro i diversi, oggi facilmente identificabili dal coloro della pelle, persino una malposta identità nazionale. Allora, dobbiamo chiederci non soltanto se le scuole sanno diffondere l’indispensabile educazione democratica, ma anche qual è la responsabilità della stessa società civile, troppo ripiegata su se stessa e qualche volta addirittura incivile. La marcetta di Forza Nuova è soltanto una brutta escrescenza. Interroghiamoci sulle nostre carenze di conoscenze, di adempimenti, di comportamenti.

Pubblicato 8 settembre 2017

Dialoghi sulla Costituzione: Gianni Molinari intervista Gianfranco Pasquino

Registrazione audio a cura di Radio Radicale del dibattito al Teatro Stabile di Potenza mercoledì 14 settembre 2016.

Nell’ambito di una due giorni organizzata dalla Fondazione Basilicata Futuro intitolata “Dialoghi sulla Costituzione”, il giornalista de “Il Mattino” Gianni Molinari ha intervistato Gianfranco Pasquino, politologo e docente universitario.

Nel corso dell’incontro, introdotto da Giovanni Casaletto(Presidente di Basilicata Futuro), hanno preso la parola per porre domande anche alcuni esponenti delle istituzioni lucane presenti in sala e tra questi il Presidente della Provincia di Potenza Nicola Valluzzi.

La registrazione audio di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 45 minuti

ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486358/iframe

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