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Il 25 aprile non è la festa di tutti. Nessun fascista la può festeggiare @DomaniGiornale

Il 25 aprile non è, non è mai stato, neppure deve essere un giorno di festa per tutti. Ognuno decide per sé se quanto come vuole festeggiare la liberazione dell’Italia dalla presenza dei nazisti sul territorio della Nazione e la sconfitta del tentativo fascista della Repubblica di Salò di riconquistare il potere politico. La Liberazione fu conquistata dai partigiani per tutti gli italiani, ma i fascisti che erano gli oppressori sconfitti, anche se egualmente “liberati”, non avevano proprio nulla da festeggiare. Non pochi fascisti si sarebbero, poi, considerati “esuli in patria”, in quella nuova patria che, pure, garantiva loro libertà, anche quella di non festeggiare, partecipazione, opposizione.
Una festa civile è per definizione aperta e inclusiva tanto più quando non ha bisogno di dichiararsi tale. La sua ricorrenza serve a ricordare a tutti le ragioni che stanno a fondamento della sua celebrazione tanto più quando, com’è il caso del 25 aprile, quella festa di liberazione sta a fondamento sia della Repubblica parlamentare democratica sia della Costituzione. Ne è la imprescindibile premessa. Non è, logicamente, affatto casuale che i fascisti abbiano sempre sostenuto il presidenzialismo contro il regime dei partiti, siano stati a lungo esclusi dall’arco costituzionale e fino al 1994 tenuti giustamente fuori dalle coalizioni di governo. Erano avversari del sistema politico democratico. Alcuni lo sono tuttora, in forme e modi più sottili e più subdoli.
Considerare e celebrare il 25 aprile come festa di tutti è stato un errore grave, non da tutti commesso in buona fede. Sappiamo che quell’ecumenismo non ha in nessun modo contribuito alla “pacificazione” nazionale. Peggio, ha impedito che la necessaria discussione sulla storia del fascismo, delle basi del consenso che, più o meno coatto, ci fu, delle radici del mussolinismo e del regime autoritario, delle connivenze giungesse ad acquisizioni culturali e politiche definitive (o quasi, ferma restando la possibilità di revisioni che, pur senza intaccare la sostanza, si rendessero indispensabili).
Non c’è nessuna ragione per la quale gli italiani debbano avere memorie condivise del fascismo, della Resistenza, della traiettoria della storia della Repubblica e dei suoi momenti più gravi nei quali i fascisti svolsero ruoli devastanti. Ciascuno ha la sua propria memoria, nutrita di conoscenze e di pregiudizi, di insegnamenti e di esperienze, di apprendimenti e di preferenze. Quello che le memorie dei singoli contengono è sempre suscettibile di controllo e revisione a confronto con i fatti. Le memorie non vanno obbligatoriamente condivise. Farlo è illusorio quando non è manipolatoria. Le memorie possono essere sfidate e debbono essere messe in competizione anche al fine di trasmetterle, di ridefinirle, di farne fondamento della convivenza civile e politica. Quelle memorie vanno prese sul serio anche perché attraverso di loro si sono costruiti e si reggono alcuni valori portanti: l’amor di patria, la giustizia sociale, la libertà, la partecipazione, forse l’eguaglianza. Deliberatamente non mi dilungo, ma chiaramente non considero l’elenco né esaustivo né stilato in ordine di importanza.
Ribadisco: il 25 aprile è senza ombra di dubbio festa di libertà. Su quella libertà e grazie a lei l’Italia e gli italiani/e hanno goduto per ottanta lunghi dell’opportunità di perseguire altri valori desiderati, opportunità negata dal fascismo a gran parte dei cittadini. Coloro che non ritengono di dover festeggiare il 25 aprile, anzi, si rifiutano graniticamente di farlo, si esprimono indirettamente, spesso con sprezzante cognizione di causa in un contesto divenuto loro molto favorevole, contro la libertà degli altri e i valori che ne conseguono. L’Italia delineata nella Costituzione era e continua a essere, come scrisse
Pubblicato il 24 aprile 2025 su Domani
INVITO Festa della Liberazione 2025 #26aprile a #Cameri #Novara Incontro a partire dai libri “In nome del Popolo Sovrano” e “Fuori di testa
Sabato 26 aprile ore 16.30
Biblioteca di Cameri
via Novara, 20
IN NOME DEL POPOLO SOVRANO
POTERE E AMBIGUITÀ DELLE RIFORME IN DEMOCRAZIA

25 aprile, la festa della patria repubblicana e democratica. Scrive Pasquino @formichenews

II riconoscimento che il 25 aprile continua a meritarsi è duplice: avere fatto rinascere la patria (quella alla quale aveva dato vita il Risorgimento, ampliandola) e avere introdotto la libertà per tutti, anche per gli oppositori. Prendiamo atto che i nemici del 25 aprile combattono più o meno consapevolmente contro la patria repubblicana, libera e democratica. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei
Non mi importa niente delle memorie condivise. A ciascuno la sua, più o meno distorta, memoria, a tutti la lettura di qualche libro di storia, italiana e, per saperne di più, europea. Il 25 aprile fu una doppia liberazione: dai nazisti che furono cacciati dall’Italia e dai fascisti della Repubblica di Salò. Se, come ha scritto un raffinatissimo storico, la patria era morta l’8 settembre, sicuramente risorse il 25 aprile. Tanto è vero che alcuni fascisti si dichiararono “esuli in patria” indirettamente e involontariamente dando un degno riconoscimento all’Italia repubblicana. Non rinunciarono neanche a fare gli esuli nel Parlamento della democrazia italiana!
Ciascuno celebri il 25 aprile come desidera, come gli ditta dentro. La Repubblica democratica glielo consente, ma le divisioni nel “popolo” italiano non sono il prodotto della Resistenza, ma del fascismo. Fu il regime che nacque, si consolidò, produsse e allargò le divisioni, comprese le infami leggi razziali, come instrumentum regni. La Repubblica è stata, direi fin troppo, inclusiva e generosa. Democrazia vuole dire possibilità per tutti di partecipare e questo la Repubblica ha offerto e garantito. Vuol dire anche libertà di pensiero e di espressione, ugualmente sancita dalla Costituzione. Antifascista la Costituzione lo è da molti punti di vista. Non esisterebbe senza la sconfitta del fascismo. Nessuno dei diritti costituzionalmente sanciti e garantiti fu mai tale durante il fascismo. I fascisti non la votarono, non l’accettarono, la volevano (vogliono) cambiare.
Celebrare il 25 aprile può significare molto per il tipo di Paese, patria, che l’Italia è diventata e rimasta. Comunque, è la Repubblica democratica che ha promosso e ha, in misura ampia, ancorché, forse troppo, diseguale, facilitato lo sviluppo economico. Ha offerto opportunità. Ha voluto e saputo scegliere l’Europa, enorme spazio democratico libertà e diritti andando contro quel patriottismo fascista, di ieri e di oggi, che scivola sempre nel nazionalismo, inevitabilmente egoista quando non anche aggressivo.
Rimuovere, cancellare, degradare il 25 aprile è, anzitutto, uno sbrego alla storia italiana che nessun patriota dovrebbe mai permettersi. Non darò nessun colpo al cerchio e alla botte, nessuno dei fascisti potrà mai essere messo sullo stesso piano degli antifascisti, ma certo la riflessione e l’uso politico del 25 aprile continuano a essere controversi anche poiché troppi nei dintorni dell’antifascismo lo hanno ammantato di retorica invece di coglierne e evidenziarne le complessità spesso virtuose. Certamente ci furono vincitori e vinti. Lo spargimento di sangue dei vinti fu, in una comparazione comunque sgradevole, di gran lunga inferiore a quello che il regime aveva impunemente fatto dei suoi oppositori. Poi, nel quadro democratico-repubblicano ognuno ha potuto tessere la sua tela purché rispettasse regole e procedure.
Il riconoscimento che il 25 aprile continua a meritarsi è duplice: avere fatto rinascere la patria (quella alla quale aveva dato vita il Risorgimento, ampliandola) e avere introdotto la libertà per tutti, anche per gli oppositori. Prendiamo atto che i nemici del 25 aprile combattono più o meno consapevolmente contro la patria repubblicana, libera e democratica.
Pubblicato il 25 aprile 2024 su Formiche.net
E la chiamano Liberazione #Libertà #LaLinguaBatte @Radio3tweet #LibertàInutile @UtetLibri
Cristina Faloci intervista Gianfranco Pasquino che ha scritto per UTET libri “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.
RAI RADIO 3 La lingua batte puntata del 25 aprile 2021
E la chiamano Liberazione
Il #25aprile che non passa #FestadellaLiberazione
25 aprile. Punto d’arrivo e punto di inizio di una nuova vicenda. Non dimenticare non basta. Bisogna pensare e sapere ripensare. Senza fastidiosi appelli retorici e spesso ipocriti. Senza deprecabili richiami al superamento del passato. Senza impraticabili e contraddittorie richieste di impossibili memorie condivise.
Resistenza. Nata da subito contro il fascismo. Dipanatasi con alti e bassi in tutta l’Italia. Presente nelle grandi città e nei piccoli villaggi. Repressa, ma incomprimibile. Con le uccisioni periodiche dei suoi leader: Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, Antonio Gramsci. Con i molti assassinati a livello locale, non dimenticati, il cui sangue testimoniava la volontà di opporsi, l’esistenza anche di un’altra Italia. Da quei martiri celebri e dalle loro idee scaturirono le idee e ideologie di un’Italia futura, migliore: la libertà del liberalismo; una società rappacificata del cattolicesimo democratico; la giustizia sociale dell’azionismo; la trasformazione anche rivoluzionaria del socialismo e del comunismo. A distanza di quasi ottant’anni rimangono esemplari e commoventi i documenti e le testimonianze contenuti nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Monumento e memento di come preservare liberi la mente e il cuore anche nei giorni più bui.
Liberazione. Divenuta lotta armata, la Resistenza ebbe due obiettivi: da un lato, liberare l’Italia dall’oppressore fascista rinserratosi nella Repubblichetta di Salò; dall’altro, cacciare l’invasore nazista in preda agli ultimi spasmi della sua ferocia. Quella lotta armata, per quanto militarmente non decisiva, fu anche un modo importante di riconquistare la dignità dell’essere italiani e, attraverso il sacrificio delle vite, di sensibilizzare alla solidarietà numerosi settori sociali. Tuttavia, più o meno riconoscente per il ritorno alla libertà, nel paese continuò a esistere una vasta area grigia di non-impegno, di prevalenza del privato, di ripiegamenti sugli interessi personali e familiari.
Costituzione. Il quadro di riferimento della democrazia repubblicana è comprensibile attingendo, da un lato, agli obiettivi già delineati nelle Carte costituzionali formulate in zone liberate dalla Resistenza. Dall’altro, trova le sue indicazioni più elevate nelle culture politiche liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista che si confrontarono e si espressero in Assemblea Costituente. Fu Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, a dare un giudizio in parte severo in parte positivo della Costituzione: “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”. La promessa è nel corso del tempo molto impallidita. Tuttavia, può essere opportunamente rivivificata dai molti che ritengano che il loro impegno civile e politico consiste proprio nel mantenimento di una promessa fatta anche a coloro che con il consapevole sacrificio della loro vita contribuirono, in Italia e in Europa, a (ri)conquistare la libertà.
Festa della Liberazione e della Libertà #25aprile2020 #BellaCiao
#BellaCiao Liberazione e Resistenza – Vicenza 2020 Il Professor Gianfranco Pasquino, che già in altre occasioni abbiamo avuto l’onore di ospitare, ci invia questo pezzo in cui, con la solita devastante e impareggiabile lucidità intellettuale e il solito nitore morale, ci consegna alcune riflessioni sul 25 aprile:
Credo che il modo migliore per ricordare la Resistenza consista nel leggere le ultime parole di coloro che si erano opposti ai regimi liberticidi, che non furono solo il nazismo e il fascismo, ma anche tutti i paesi collaborazionisti in Europa, dalla Francia di Vichy alla Norvegia di Quisling all’Ungheria.
Costretti a stare nelle vostre case per uno scopo nobile, quello di combattere il coronavirus e bloccare la diffusione del contagio, consapevoli che dovete assolutamente limitare la vostra libertà (di circolazione) per non causare danni agli altri, già godete di tutto il tempo necessario per leggere, per meditare, per imparare davvero che cosa volevano e che cosa perseguirono i partecipanti alla Resistenza. In tutta l’Europa, che Hitler andò ad un passo dal conquistare, i resistenti si posero come compito essenziale quello di riconquistare la libertà. Anzitutto e soprattutto la libertà, personale e politica, come valore e strumento indispensabile per costruire poi società e sistemi politici diversi e migliori di quelli che si erano fatti travolgere dal nazifascismo, alcuni servilmente collaborando.
Questa è la lezione che emerge con straordinaria nettezza, non inquinata da interpretazioni faziose, dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Sono due volumi pubblicati da Einaudi che testimoniano quanto gli uomini e le donne della Resistenza fossero consapevoli dell’eredità che desideravano lasciare. Praticamente tutte quelle lettere esprimono, in maniera diversa, a seconda della sensibilità dei singoli, quanto fossero stati significativi i rapporti familiari, amicali, sociali, politici per intraprendere attività di opposizione nella consapevolezza di rischiare la vita, nella disponibilità a perderla: dare la propria vita per salvare altri, per dare ad altri la possibilità di una vita vissuta in libertà. Non c’è in quelle lettere nessun mal posto nazionalismo, nessun sentimento di superiorità della propria appartenenza nazionale. Però, appare chiarissimo l’amor di patria, di una patria che, riconquistata la libertà, saprà garantirla a tutti i suoi cittadini.
Che siano le lettere degli italiani o dei polacchi, dei francesi o degli ungheresi (che, alla luce della grave erosione della democrazia ad opera di Orbán, dei suoi sostenitori e dei suoi elettori, cito esplicitamente), tutte esprimono sentimenti simili e speranze condivise. Nella lotta armata, prima, nel dolore, poi e, infine, nella morte imminente, in molte di quelle lettere c’è anche la consapevolezza che non solo la pace, ma anche la stessa libertà dovranno essere conquistate e preservate in un quadro più ampio di quello delle singole patrie. Che quelle patrie manterranno un ruolo soltanto se sapranno dare vita ad un’entità sovranazionale chiamata Europa, capace di bandire le guerre, fare fronte alle emergenze, produrre prosperità e redistribuirla con criteri condivisi. È una strada lunga, tortuosa, in salita. Molti di quei condannati a morte sentirebbero di non essere caduti invano guardando le Costituzioni democratiche di alcuni paesi europei e della stessa Unione Europea. Molti ci direbbero senza retorica che dobbiamo andare avanti, che questo è il messaggio più profondo della loro eredità politica e morale.
Il valore della Resistenza ma l’Italia è (ancora) un’altra #Liberazione #25aprile #Resistenza
Anche quest’anno le celebrazioni del 25 aprile, data ufficiale della liberazione del paese dal nazifascismo, sono state precedute da un’intensa attività di rievocazione, analisi, discussione storica e politica del significato di quell’avvenimento. Oramai quasi più nessuno, tranne uno sparuto declinante gruppo di uomini politici, che si giustificano con improbabili impegni alternativi di lavoro, cerca di sfruttare opportunisticamente il giorno della celebrazione per raggiungere quei pochi elettori rimasti a detestare la Resistenza. Nelle scuole il 25 aprile ha trovato una solida collocazione fra gli insegnamenti. Si parte dalla descrizione della natura del regime fascista, poi ne sono discusse le sue leggi, a cominciare dalle leggi razziali contro gli ebrei, infine, a conclusione, è stata criticata la stipulazione di un’alleanza con due regimi totalitari che portò a una devastante entrata in guerra per perseguire obiettivi da grande potenza (non suffragata da effettive risorse e capacità militari). È stata anche studiata e valutata l’attività dell’opposizione con scritti e atti, anche esemplari, al regime da parte di molti cittadini, ma pur certamente una minoranza, sempre seguita dalla repressione e, infine, sfociata nella Resistenza armata. Le reti televisive hanno spesso trasmesso film di vario genere dedicati anche alla rappresentazione della vita quotidiana nei regimi autoritari –alcuni veri capolavori cinematografici, come Una giornata particolare, Il pianista, Adieu les enfants, Schindler’s list, talvolta seguiti da pacati dibattiti fra storici, sociologi e uomini e donne politiche. Tranne poche sguaiate eccezioni, peraltro rappresentative di alcuni settori dell’opinione pubblica, tutti i partecipanti si sono dimostrati in grado di riflettere, anche autocriticamente, sul passato del loro paese, senza manipolazioni e senza esaltazioni. In quasi tutte le scuole, gli studenti hanno avuto modo di leggere documenti esemplari come le pregevoli raccolte di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana e Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Grazie ai loro insegnanti preparati e consapevoli dell’importanza delle imminenti elezioni europee, gli studenti e anche molti dei loro genitori hanno potuto cogliere l’importante nesso fra le Resistenze nazionali e il tentativo-progetto di costruzione di un’Europa unita capace di fare svanire i nazionalismi e di dare sostanza a più di settant’anni di pace e di prosperità nel continente. Le connessioni fra la Resistenza e la Costituzione sono state esplorate in maniera approfondita sottolineando che i Costituenti desiderarono scrivere un documento giuridico-politico in grado, da un lato, di prevenire qualsiasi ritorno del fascismo, dall’altro, indicare le strade proteggendo e promuovendo i diritti e i doveri dei cittadini che vogliono vivere in una Repubblica democratica e migliorare la qualità della politica e della vita. No, no, il paese descritto non è (ancora) l’Italia.
Pubblicato AGL il 25 aprile 2019

