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Renzi dice stop, Nardella s’adegua. Per la moschea è tutto da rifare

Intervista raccolta da Paolo Ceccarelli per il Corriere Fiorentino

 

«Sulla moschea Renzi deve aver fiutato qualcosa nell’aria. Forse ha pensato che qualche suo avversario avrebbe potuto usarla come argomento contro di lui in vista delle primarie di domenica…». È un’ipotesi, solo un’ipotesi, ma Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, non sa darsi altra spiegazione delle dichiarazioni a sorpresa dell’ex premier contro l’ipotesi di realizzare la moschea nella vecchia caserma Gonzaga.

Professore Pasquino, quello per la nuova moschea di Firenze sembrava un percorso difficile ma avviato. Renzi ha riportato tutto in alto mare. Lei che idea si è fatto?
«Che Renzi è leggermente più forte di Nardella (ride, ndr) e che quindi il sindaco di Firenze non può non prendere attodi ciò che pensa l’ex premier nonché suo predecessore. Io non so come Nardella sia arrivato a quella proposta sulla moschea, ma se pensava che fosse una scelta utile alla città ha fatto male a tornare indietro».

C’è da dire che l’intervento di Renzi è stato un po’ un’eccezione: un ex sindaco, per giunta ex premier, che entra nelle scelte del suo successore non è cosa comune.
«No, purtroppo non è un’eccezione. Renzi ha una spiccata tendenza a decidere: a volte, negli anni scorsi, ha ecceduto e lo ha riconosciuto lui stesso. E capisco che Nardella debba tenere conto di ciò che dice colui che potrebbe tornare a essere il segretario del Pd. Attenzione, dire che capisco non significa che condivido…».

Ma secondo lei perché Renzi si è spinto fino a bocciare pubblicamente l’idea del sindaco di Firenze?
«Non ho una risposta certa. Evidentemente deve aver sentito nell’aria qualche movimento… Qualcuno avrebbe potuto usare il tema contro di lui nella campagna delle primarie. Una cosa tipo: guarda, l’allievo prediletto di Renzi vuole fare una moschea a Firenze. Renzi forse non ha avuto paura, visto che ci ripete continuamente che lui è per la speranza, ma qualche preoccupazione deve averla avuta».

C’è dunque il timore dell’impopolarità dietro alla retromarcia sulla moschea?
«Proviamo a mettere le cose in ordine. Immagino che per realizzare una moschea serva un atto ufficiale, da presentare in Consiglio comunale. Ed è questo il luogo in cui un sindaco vaglia il consenso intorno a una sua proposta. Se Nardella reputa giusta la sua idea sulla moschea, deve disinteressarsi di cosa dicono fuori dall’aula del Consiglio comunale».

E l’opinione pubblica? A Firenze non tutti sono d’accordo con una nuova moschea…
«Ma le posizioni contrarie saranno rappresentate in Consiglio comunale, no?».

Scusi professore, ma come lei ben sa i consigli comunali oggi sono molto svuotati di funzioni e poteri.
«A voi giornalisti deve piacere questa frase, la dite sempre. Ma mi permetto dire che è sbagliata: i consiglieri comunali sono stati eletti per essere il tramite tra i cittadini e l’amministrazione. Se non riescono a fare bene il loro lavoro, cambino mestiere. E poi, se si ritiene che ci sia una frattura tra un voto a maggioranza nell’assemblea e il sentire di una città, ci sono anche altri strumenti, come i referendum consultivi. Che li utilizzino tutti, questi strumenti. Ma per favore smettiamo di dare la colpa ai regolamenti».

Ma non è che in questa storia della moschea, per Renzi e per Nardella hanno pesato più i commenti negativi sui social network che non il timore di un dibattito nel Salone dei Duecento?
«Io, rispetto all’ipotesi di una moschea a Firenze, non posso fare a meno di pensare a cosa direbbero Giovanni Sartori e Oriana Fallaci, altro che social network. Detto questo, sui social si esprimono opinioni, a volte si pubblicano fake news e altre volte insulti: in ogni caso hanno poco a che fare con la democrazia, che è dialogo tra opinioni motivate».

Un consiglio a Nardella?
«Sulla moschea si confronti con il Consiglio comunale, con i commercianti, con gli imprenditori, con l’Università, insomma con la città. E se sui social qualcuno lo insulta, faccia cancellare l’insulto».

Pubblicato il 26 aprile 2017

 

A chi deve passare la voglia di proporzionale?

Sostiene il sindaco di Firenze, che si candida rumorosamente a diventare sindaco d’Italia, che gliela farà passare lui la voglia di proporzionale a quelli che ne vorrebbero il ritorno. Qualcuno dovrà pur dirgli che l’attribuzione dei seggi nei consigli comunali, anche in quello di Firenze, avviene con un sistema proporzionale e che, comunque, complessivamente, il sistema per eleggere i sindaci delle città al disopra dei quindicimila abitanti è proporzionale con premio per il candidato che vince al ballottaggio. La voglia di proporzionale dovrebbe essere fatta passare anche al Professore plagiatore. Infatti, quello che propone D’Alimonte (e che la Bindi presenta come proposta di legge della sua corrente) è un sistema proporzionale, chiamato doppio turno di coalizione, con premio di maggioranza che in parte ricalca il tanto criticato sistema elettorale vigente, il vispo, vivace e vitalissimo Porcellum. Il Professore plagiatore è addirittura arrivato a teorizzare che esiste una via italiana ai sistemi elettorali. E’ lastricata (l’aggettivo è, ovviamente, tutto mio, in attesa di plagio) da sistemi elettorali proporzionali con premi di maggioranza: legge Acerbo 1924; legge truffa 1953; legge Calderoli et al. 2005. Nessuno di questi sistemi è propriamente qualcosa di cui andare fieri né, peggio, qualcosa da prendere ad esempio, modello da suggerire ad altri.
A coloro che vogliono fare passare agli altri la loro stessa voglia di proporzionale consiglierei comunque di studiarsi un po’ di sistemi elettorali europei. Vedranno allora che, in rigoroso ordine alfabetico, Danimarca, Germania, Norvegia, Spagna e Svezia hanno ottimi sistemi elettorali proporzionali. Sarebbe anche doveroso, dunque, non demonizzare i sistemi proporzionali delle democrazie che funzionano di gran lunga meglio dell’Italia, ma dedicare qualche energia intellettuale a studiarli, capirli, eventualmente imitandoli. Per coloro che non hanno nessuna voglia di proporzionale, nelle sue numerose varianti, soprattutto per coloro che si trovano dentro il Partito Democratico o si trovano a “passare per caso” (o per desiderio di un partito che voglia cambiare le regole), vale un semplicissimo, elementare suggerimento: il doppio turno in collegi uninominali con clausola di passaggio al secondo turno. Per coloro dentro il PD questa è tuttora la proposta ufficiale del partito. In Francia, cinquantacinque anni fa, il doppio turno nei collegi uninominali ha sepolto la proporzionale e potentemente contribuito a ristrutturare il sistema dei partiti. Per coloro che passano per caso nei pressi del PD un accorato invito: provino a disegnare un sistema maggioritario migliore con due vincoli. Primo, imprescindibile necessità di collegi uninominali nei quali candidati ed elettori ci mettano regolarmente la faccia. Secondo, nessun recupero proporzionale di nessun tipo, neppure di quelli mascherati sotto forma di improponibili “diritti di tribuna” (il Parlamento non è una tribuna per retori stentorei e scomposti). Messi da parte i loro slogan, i volonterosi anti-proporzionalisti soddisfino, se hanno sufficienti conoscenze, la nostra voglia di saperne di più e di fare meglio.