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Venghino, venghino alla sagra delle proporzionali @formichenews

Chi conosce le proporzionali sa che ce ne sono almeno due che funzionano ottimamente: la proporzionale “personalizzata” tedesca e il Voto Singolo Trasferibile irlandese. Il professore emerito di Scienza Politica e accademico dei Lincei risponde a un articolo del prof. Celotto sulla legge proporzionale

Formiche mi consente di entrare in dialogo con i suoi collaboratori, e ne sono lieto. Questa volta il mio interlocutore è il Prof Alfonso Celotto. Il tema è, in estrema sintesi, la legge elettorale, più precisamente come vanno definite le leggi proporzionali. Dal mio plurale già si capisce, che è esattamente un punto importante, che esistono numerose varianti di leggi proporzionali. Non mi è chiaro, però, che cosa Celotto abbia in mente quando scrive proporzionale “semplice”. Altri, molto peggio, si sono variamente e ripetutamente esibiti con aggettivi come secca (dry, come il Martini), pura (come l’acqua Levissima). Sul Corriere della Sera di parecchio tempo fa, Francesco Verderami giunse alla vetta delle precisazioni scrivendo “proporzionale a turno unico”: una specie di animale fantastico.
Nessuna proporzionale è “semplice”. Il criterio di attribuzione dei seggi può essere semplice, tot voti tot seggi, ma, primo, molto dipende dalla formula adottata, quella del matematico belga d’Hondt elaborata nelle seconda metà dell’Ottocento, è molto diffusa. In secondo luogo, la proporzionalità può essere “complicata” dalla dimensione delle circoscrizioni e dall’esistenza o meno di soglie d’accesso al Parlamento: almeno il 3, il 4, il 5 per cento dei voti su scala nazionale. “La” proporzionale italiana (1946-1992) richiedeva almeno 300 mila voti più l’elezione di un deputato in una delle circoscrizioni, vale a dire 50-60 mila elettori concentrati. Ai radicali è andata spesso bene. Allo Psiup nel 1972, 645 mila voti, ma nessun deputato eletto direttamente, andò malissimo: scomparve.
Comunque e dunque, la proporzionale italiana non fu né secca né pura, ma sicuramente e felicemente a turno unico. Consentiva addirittura, per contrastare il potere dei capi corrente, di esprimere tre/quattro voti di preferenza che, no, non erano controllati da mafia e camorra, ma espressi e indirizzati da una pluralità di associazioni, cattoliche e laiche, e persino, in parte, dai sindacati. Sia chiaro: sempre meglio della designazione ad opera dei capicorrente come è avvenuto con la legge Calderoli (Porcellum) e con la legge Rosato e come era insito nell’Italicum renziano.
Non con la legge Mattarella (1994, 1996, 2001) che era tre quarti maggioritaria in collegi uninominali con un recupero proporzionale su lista apposita per la Camera dei deputati (Celotto ha erroneamente scritto due terzi maggioritari e un terzo proporzionale). La legge Calderoli era proporzionale con ingente premio di maggioranza. L’Italicum era quasi peggio, ma a base comunque proporzionale. La legge Rosato è anch’essa a ampia, due terzi, base proporzionale cosicché è molto sbagliato affermare ad ogni piè sospinto, quasi con orrore, che opportunamente abbandonandola stiamo “tornando” dal maggioritario alla proporzionale. Chi conosce le proporzionali sa che ce ne sono almeno due che funzionano ottimamente: la proporzionale “personalizzata” tedesca e il Voto Singolo Trasferibile irlandese. Studiare e importare senza furbastrerie si può. Nel frattempo si evitino gli aggettivi che sono solo sintomo di ignoranza e superficialità e confondono le già torbide acque elettorali.
Pubblicato il 12 luglio 2022 su Formiche.net
Il professor Pasquino dà i compiti, anzi solo uno, a Di Maio @formichenews

L’inadeguatezza di Conte, la tenuta del sistema parlamentare e l’elemento umano. Tre fattori dietro alla fuoriuscita di Di Maio. Che ora, secondo il professor Pasquino, ha un compito. Per non aggravare la già eccessiva frammentazione italiana

La fuoruscita di Di Maio e dei suoi sostenitori dai gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle certifica in maniera lampante tre elementi. Non in ordine di importanza, ma di visibilità, il primo elemento è l’inadeguatezza di Giuseppe Conte come leader politico, inadeguatezza bollata fin dall’inizio con le durissime valutazioni di Beppe Grillo. Ma, lo abbiamo imparato, Conte ha un’autostima smisurata dalla quale non riesce in nessun modo a riaversi. Il secondo elemento è che le tanto biasimate democrazie parlamentari hanno l’enorme pregio della flessibilità istituzionale (ad esempio, accomodando governi con composizione anche molto diversa), ma sono esigenti. In maniera bellicosa Arditti ha scritto che il Palazzo ha divorato i barbari. Usando altri termini direi che il Parlamento ha dimostrato di non essere una scatoletta di tonno, ha imposto l’apprendimento di regole, ha sconfitto coloro che niente sapevano e che pochissimo hanno imparato per incapacità e per superbia (sorte simile attende Di Battista se ben capisco le sue barricadiere esternazioni).
Il terzo elemento è che le persone in politica contano e, a determinate condizioni, fanno la differenza. Personalmente, gli atteggiamenti del Di Maio d’antan, non c’è bisogno di farne l’elenco, non mi sono mai piaciuti, ma il punto è che Di Maio ha molto imparato e giustamente non vuole lasciarsi correggere da chi ne sa di meno, soprattutto nell’ambito tanto delicato, cruciale per l’Italia, per l’Unione Europea, in generale, della politica estera.
Qualsiasi fuoruscita o scissione, quand’anche giustificabile, come fu quella dei non-renziani (non dei renziani e nemmeno di Paragone) contribuisce ad accrescere la già malamente governabile frammentazione del sistema partitico italiano. L’Italia ha bisogno di coesione sociale, è un messaggio che mando anche ai leader sindacali. Partiti organizzati sul territorio, quello che i Cinque Stelle mai vollero, ma forse non avrebbero saputo, fare, e rappresentativi sono l’unica o comunque la migliore soluzione alla ricomposizione della società, che non significa fine della conflittualità. Poiché immagino che Di Maio non voglia concludere la sua traiettoria politica con la fine della legislatura, anche a lui attribuisco il compito politicamente e storicamente significativo di trovare accordi, non solo elettorali, di mettere insieme prospettive, di disegnare qualcosa di utile. L’opportunità e lo spazio esistono. Qui si parrà quanta nobilitate ha acquisito Di Maio.
Pubblicato il 21 giugno 2022 su Formiche.net
Ma quali due mandati. Pasquino sulla proposta dei 5 Stelle @formichenews

Secondo il professore emerito di Scienza Politica e accademico dei Lincei, il limite di due mandati elettivi per i parlamentari non è solo populista, ma anche illiberale e antidemocratico. Aprire su questo un serio dibattito all’interno del Movimento sarebbe una buona notizia
Il limite a due mandati elettivi per i rappresentanti del “popolo” in Parlamento e altrove non è soltanto una misura populista. È una misura sbagliata, illiberale (contro la libertà) e sostanzialmente anti-democratica. No, non esagero e, prima che mi si opponga, che esiste in altri contesti, ad esempio, in America latina, dalla Costa Rica al Messico, presento per esteso la mia argomentazione. Premessa: imporre un limite ai mandati dei capi degli esecutivi eletti direttamente dal “popolo” ha un senso molto diverso. Significa, se non impedire, quantomeno rendere molto difficili la costruzione e la manutenzione di reti di potere ad opera del sindaco, del governatore, del Presidente. Nessun singolo parlamentare potrà mai essere assimilato al capo di un esecutivo né potrai ma accumulare tanto potere e esercitarlo direttamente.
Primo, il limite del doppio mandato è populista perché soddisfa le esigenze di una parte, difficile dire quanto grande, di elettori che nutrono la convinzione che i rappresentanti si fanno gli affari loro e non si occupano dei problemi della gente. Quindi, bisogna impedire loro di continuare nell’andazzo, fare finire la pacchia. D’altronde, uno vale uno e chi seguirà non sarà peggiore, anzi, c’è il rischio che, occasionalmente, sia migliore. Tutti possono fare politica e poi come valutare le competenze e gli apprendimenti? Qui sta, naturalmente, una batteria di errori. Il parlamentare deve avere un tot di conoscenze iniziali, superiori a quelle di un artigiano (il famoso/igerato idraulico), e se frequenta il Parlamento, le commissioni, l’aula, può imparare molto riguardo la lettura e la valutazione dei testi di legge, la stesura di emendamenti, la comunicazione politica a cominciare da quella con i suoi elettori (peraltro, operazione non facile con le recenti leggi elettorali italiane).
Secondo, il limite ai mandati è illiberale. Infatti, limita la libertà dei parlamentari di ripresentarsi a loro piacimento. Dunque, se imposto, violerebbe un loro diritto politico fondamentale che sta all’inizio della storia delle democrazie liberali e vi si accompagna quasi dappertutto.
Infine, il limite ai mandati è antidemocratico ovvero incide negativamente sul potere del popolo sovrano, quel potere che consente ai cittadini non soltanto di scegliere (eleggere) senza previe discriminazioni attraverso una impersonale mannaia burocratica, ma anche di giungere attraverso una valutazione politica di quello che il parlamentare ricandidato/si ha fatto, non ha fatto, ha fatto male, ad una sua bocciatura.
Vadano le Cinque Stelle al rispetto di una loro regola tanto fondamentale quanto sbagliata e produttiva di conseguenze pessime, come sembra adombrare la più recente dichiarazione del Ministro Di Maio, uno dei più autorevoli decapitabili, oppure no, renderebbero comunque un significativo servizio alla democrazia parlamentare, alla sua funzionalità, alla sua rigenerazione, se aprissero un trasparente dibattito pubblico sul pro e sul contro al limite di due mandati.
Pubblicato il 18 giugno 2022 su Formiche.net
Interesse nazionale: nella Nato, nella UE, mai con i nemici della democrazia @formichenews

Solo i sovranisti disinvolti e superficiali possono credere, illudendosi, che, andando da soli, meglio e più proteggerebbero l’interesse nazionale, della patria. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica
Un grande (sic) paese ha, comunque, in maniera lungimirante una sola politica estera condivisa fra governo e opposizione e, naturalmente, soprattutto all’interno del governo. Le più o meno acrobatiche prese di distanza diversamente effettuate da Conte e da Salvini sono deplorevoli. Altrettanto deplorevoli sono le dichiarazioni intrinsecamente pro Putin di Silvio Berlusconi: dal sen sfuggite poi capovolte e, poiché personalmente sono un commentatore sobrio e austero, non mi chiederò cos’altro sta nel sen di Berlusconi. La politica estera di un paese, più o meno grande, deve, come scrisse e argomentò il tedesco Hans Morgenthau (1904-1980, esule negli USA, uno dei maggiori studiosi di sempre di Relazioni internazionali, costantemente ispirarsi all’interesse nazionale. Naturalmente, quell’interesse deve essere definito chiaramente, condiviso politicamente e interpretato ogni volta che entra in contatto con la realtà effettuale (l’aggettivo è di Machiavelli, maestro del realismo in politica).
Quell’interesse può essere proposto, protetto e promosso attraverso alleanze, come la Nato, e organizzazioni, come l’Unione Europea. Solo i sovranisti disinvolti e superficiali possono credere, illudendosi, che, andando da soli, meglio e più proteggerebbero l’interesse nazionale, della patria. Comprensibilmente, ogniqualvolta scatta la necessità di proteggere l’interesse nazionale all’interno di organizzazioni sovranazionali è possibile che ciascuna delle nazioni che ne fanno parte esprima preferenze relativamente diverse, mai divergenti. Organizzazioni democratiche al loro interno hanno le capacità e sanno come ricomporre una pluralità di interessi a cominciare da quello, nettamente prioritario e sovrastante, della difesa, della sopravvivenza.
Che questo interesse sia essenziale nell’attuale fase di aggressione russa all’Ucraina è stato prontamente compreso da Finlandia e Svezia che lo hanno tradotto nella richiesta di adesione alla Nato. Pur esercitandosi in qualche, piccolo e sgraziato, ma, presumibilmente, solo estemporaneo, giretto di valzer, anche i Cinque Stelle e la Lega, capiscono che la Nato è l’organizzazione che garantisce la miglior protezione dell’interesse nazionale. Le loro accennate differenze di opinione con il governo “Draghi-Di Maio” sono, però, fastidiose punture di spillo non giustificabili neppure con riferimento a incomprimibili (per Salvini permanenti) pulsioni elettoralistiche.
In definitiva, credo che tutti coloro che auspicano la fine dell’aggressione russa all’Ucraina e l’autodeterminazione dei popoli, stiano acquisendo due consapevolezze. La prima è che qualsiasi cedimento a Putin non lo incoraggerà ad accettare le trattative. La seconda, ancora più importante, a mio papere decisiva, è che è nell’interesse nazionale dei paesi democratici promuovere, non sulla punta delle baionette e sulle rampe di lancio dei missili (in che modo lo scriverò un’altra volta), la democrazia. Da Immanuel Kant sappiamo che sono le federazioni fra le repubbliche (per Kant il termine che identifica i sistemi politici che operano a favore della res publica, il benessere collettivo) a porre fine ai conflitti, non i regimi autoritari e i loro leader con i quali i democratici possono, perseguendo l’interesse nazionale, trattare, ma per i quali non possono mai sentire “amicizia”.
Pubblicato il 22 maggio 2022 su Formiche.net
Europeismo, atlantismo e le dure elezioni per i due leader @formichenews

La strada per la pace con giustizia sociale in Europa passa sicuramente per, se non la sconfitta di Putin, il ritiro delle sue truppe. La strada per la riduzione dei pericoli di altre guerre nell’Europa (sic) orientale richiede proprio un regime change, cioè che Putin venga “convinto” a lasciare il potere. Anche di questo si deve parlare senza ipocrisia e senza buonismi. Il corsivo di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei
Preferisco sentirlo dire da Draghi che cosa ha fatto a Washington, che cosa si sono detti con il Presidente Biden, che cosa pensano di potere realizzare operando più strettamente. Evitata la bizzarria di comunicazioni prima del viaggio, come chiedevano i soliti noti, Draghi riferirà in Parlamento sul fatto e sul non fatto. Credo che il punto di partenza debba essere strutturale. Nelle parole di Stefano Feltri, Direttore di “Domani”, Draghi è “il più europeista degli atlantisti e il più atlantista degli europeisti”. Non mi esercito sui meno europeisti degli atlantisti italiani (quasi sicuramente Giorgia Meloni) e sui meno atlantisti degli europeisti (non pochi loquaci esponenti dei gruppuscoli di sinistra), ma mi chiedo e mi auguro che qualcuno lo chieda a Draghi nel dibattito parlamentare, dove si colloca il punto di equilibrio di politiche che è indispensabile siano coerentemente atlantiste e di politiche che siano effettivamente europeiste.
Un atlantismo più forte richiede che gli USA riconoscano i problemi che l’Unione Europea deve affrontare e risolvere, mentre un europeismo più efficace si fonda sulla capacità di fare avanzare l’Europa e i suoi confini nei ritmi e nei modi che gli europei stessi scandiscono e scelgono. Hanno parlato anche di questo Biden e Draghi? Non voglio esercitarmi nell’interrogativo, pure importante, se la priorità di giungere a porre termine all’aggressione russa all’Ucraina ha finito per impedire qualsiasi riflessione di più lungo periodo, l’inizio di una visione, di una preparazione del futuro possibile. La strada per la pace con giustizia sociale in Europa passa sicuramente per, se non la sconfitta di Putin, il ritiro delle sue truppe. La strada per la riduzione dei pericoli di altre guerre nell’Europa (sic) orientale richiede proprio un regime change, cioè che Putin venga “convinto” a lasciare il potere. Anche di questo si deve parlare senza ipocrisia e senza buonismi.
Chiaro che con la sua autorevolezza Draghi ha comunicato al Presidente Biden che il più preoccupante e il più incombente dei problemi di gran parte dell’Europa e soprattutto dell’Italia riguarda l’accesso a fonti di energia alternative a quelle russe. Bisogna costruire una differente politica energetica, che implica anche trovare le modalità migliori per effettuare una transizione energetica che dia un aiutino immediato e significativo al salvataggio di quel che resta del pianeta.
Per quanto, personalmente, la mia inclinazione consiste sempre nel cercare i fattori strutturali e nel farvi riferimento costante per la comprensione dei fenomeni politici, non posso non concludere con un timore e una considerazione preoccupata. Il timore è che, per quanto necessario e rispettoso delle prerogative istituzionali, il dibattito parlamentare con le varie anticipazioni nei talkshow rischi di essere un torneo oratorio con i soliti verbosi retori. La considerazione preoccupata riguarda il futuro di Biden e Draghi. Il Presidente USA sta andando incontro ad una sconfitta di proporzioni significative nelle elezioni di metà mandato che potrebbero renderlo un’anatra zoppa. D’altro canto, è già possibile con molti mesi d’anticipo affermare che il successore di Draghi alla Presidenza del Consiglio dopo le elezioni del marzo 2023 non avrà certamente la sua autorevolezza e le sue posizioni euro-atlantiste. Whatever will be will be (frase non di Draghi).
Pubblicato il 11 maggio 2022 su Formiche.net
Due o tre cosine che so sulle presidenziali in Francia. Firmato Pasquino @formichenews

Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è un grande dispensatore di opportunità politiche. Ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo. L’analisi del professor Gianfranco Pasquino
“Una riconferma non scontata” è il titolo dell’editoriale del “Corriere della Sera”. In effetti, nessuno, meno che mai la maggior parte dei commentatori italiani, ha fatto degli sconti a Emmanuel Macron. Pochissimi, poi, si sono curati di fare due conti, ad esempio, sul numero dei voti. Nelle elezioni questi numeri assoluti danno molte più informazioni delle percentuali. Comincerò dal famigerato problema dell’astensione, secondo troppi, giunta a livelli elevatissimi. Ecco: al primo turno il 10 aprile votarono 35 milioni e 923 mila 707 francesi (73,69%); al ballottaggio 35 milioni 96mila 391 (71.99%): una diminuzione quasi impercettibile e, per di più facilmente spiegabile. Non pervenuto al ballottaggio il candidato da loro votato al primo turno circa 900 mila elettori hanno comprensibilmente pensato “fra Macron e Le Pen ça m’est égal” e se ne sono andati à la mer. I paragoni sono sempre da fare con grande cautela, ma nello scontro Trump/Biden novembre 2020 votò il 66,7% degli americani che festeggiarono l’alta affluenza e l’esito.
Nelle due settimane trascorse dal primo turno Macron è passato da 9milioni 783 mila 058 voti a 18.779.642 quindi quasi raddoppiando il suo seguito, mentre Marine Le Pen è passata da 8milioni 133mila 828 voti a 13 milioni 297 mila 760, 5 milioni di voti in più. L’aumento dei voti per Macron va spiegato soprattutto con la confluenza degli elettori di Mélenchon (più di 7 milioni al primo turno), variamente e erroneamente catalogati come populisti, più quelli comunisti (800 mila) e socialisti (di Anne Hidalgo, 600 mila). La crescita di Le Pen è dovuta agli elettori di Zemmour (2 milioni 485 mila 226). Entrambi hanno tratto beneficio dallo sfaldamento dei repubblicani già gollisti che avevano votato Valérie Pécresse : 1.679.001 elettori alla ricerca del meno peggio. Insomma, una elezione presidenziale nient’affatto drammatica, con esito largamente prevedibile (parlo per me e per fortuna scrivo quindi posso essere controllato e verificato), decisivamente influenzato dalle preferenze calcolate (che significa basate su valutazioni e aspettative) degli elettori francesi.
Honni soit colui che contava su una vittoria di Marine Le Pen per fare aumentare le vendite del giornale su cui scrive e per dichiarare il crollo dell’Unione Europea. Tuttavia, un crollo, in verità, doppio, c’è stato e meriterà di essere esplorato anche con riferimento all’esito delle elezioni legislative di giugno: ex-gollisti e socialisti sono ridotti ai minimi termini anche se con Mélenchon stanno non pochi elettori socialisti.
Uno dei pregi delle democrazie è che la storia (oops, dovrei scrivere “narrazione”?) non finisce -lo sa persino Fukuyama autore di alcuni bei libri proprio sulle democrazie- e che le democrazie e, persino (sic) gli elettorati continuano a imparare. Marine Le Pen ha annunciato che mira a conquistare la maggioranza parlamentare. Non ci riuscirà. Il doppio turno in collegi uninominali, che non è affatto un ballottaggio, come leggo sul “Corriere della Sera” 25 aprile, p. 3, offre a Mélenchon l’opportunità di “trattare” con Macron a sua volta obbligato a trovare accordi più a sinistra che al centro. Presto, avremo la possibilità di contare quei voti tenendo conto delle mosse e delle strategie politiche formulate per conquistarli e combinarli. Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è, come scrisse più di 50 anni fa Domenico Fisichella, un grande dispensatore di opportunità politiche, ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo.
Pubblicato il 25 aprile 2022 su Formiche.net
Una lezione kantiana per i pacifisti d’antan @formichenews

Non tutti i pacifisti sono ingenui, non tutti gli “interventisti” hanno senno. C’è ancora speranza di sfuggire al bianco e nero del surreale dibattito italiano sulla guerra russa in Ucraina. Il commento del professore Gianfranco Pasquino
In una recente trasmissione televisiva (Agorà, mercoledì 20, 9.45-10.30) ho detto che spesso molti pacifisti danno prova di “ingenuità e ignoranza”. Subito sommerso dalle critiche, non di tutti, per fortuna non venute nemmeno dal conduttore, Senio Bonini, ci ho ripensato. Chi difende il diritto degli ucraini ad avere armi, anche le più sofisticate possibili, per opporsi all’aggressione russa non è un guerrafondaio. Chi manifesta per la pace nei più vari modi possibili, compresa la appena conclusa Marcia di Assisi, non è necessariamente ingenuo e ignorante. Ha buone intenzioni anche se difficili da tradurre in azioni con conseguenze efficaci. Il dibattito, al quale ho variamente contribuito senza, temo, esercitare influenza, non ha finora registrato nessuna novità positiva di elaborazione e di concretezza, nessuna originalità nei messaggi e nelle proposte. Talvolta è utile porre qualche punto fermo. Ne sottolineo uno al quale tengo particolarmente. Senza nessuna retorica, sostengo che dovremmo avere imparato dalla storia di molti di coloro che hanno combattuto contro le repressioni di qualsiasi tipo. Sono sempre stati molti gli uomini e le donne disposti a sacrificarsi armi in mano in nome di una vita degna di essere vissuta, in libertà, per sé e per altri. A loro dobbiamo rispetto assoluto.
Quanto al dibattito che si è sviluppato fra “interventisti” e “pacifisti”, da quel che posso capire leggendo gli articoli pubblicati sulla stampa internazionale e le interviste a personaggi famosi (a proposito, colgo l’occasione per ringraziare Chomsky che mi ha citato con approvazione nel “Corriere” di mercoledì 20 aprile!), ho visto contrapposizioni più articolate e più sfumate, espresse con toni e volti meno arcigni, per lo più improntati alla consapevolezza che dissentire è lecito e non è assimilabile né a tradire né a asservirsi. L’atteggiamento che mi colpisce più negativamente è quello di coloro, spesso pacifisti “senza se senza ma”, che si ritengono per ciò stesso buoni e trattano come malvagi tutti quelli che non condividono le loro, spesso molto semplicistiche, affermazioni. Qui dirò soltanto che la pace senza giustizia sociale non può mai essere considerata il valore più alto in assoluto. Anzi, per lo più è oppressione e spesso è foriera di conflitti senza fine, non prodotti da povertà e diseguaglianze, ma da ambizioni di potere politico.
Da ultimo, esprimo quello che dal 24 febbraio è per me, che pure di conflitti/guerre ne ho viste (vissute mi pare aggettivo eccessivo) molte (Indocina e Vietnam, Algeria, Iraq e Afghanistan), la preoccupazione dominante. Provo un assoluto senso di impotenza di fronte all’aggressione russa, chiedo scusa, all’operazione militare speciale, voluta e lanciata da Putin. La soluzione non è nelle mie, nelle nostre mani. Però, credo di potere sostenere sia per uso dei pacifisti sia per consumo degli interventisti, che esclusivamente dall’affermarsi della democrazia, quand’anche problematica, saremo in grado di acquisire kantianamente una pace duratura, perpetua.
Pubblicato il 24 aprile 2022 su Formiche.net
Meglio non sballottare il voto francese @formichenews

Sconsiglio gli esercizi di comparazione con la situazione italiana fino all’esito del secondo turno delle legislative, 19 giugno, e ancora più fortemente scoraggerei chiunque dal trarne indicazioni sulla stabilità e la durata del governo Draghi. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei
Le notizie su Emmanuel Macron “sorpassato” da Marine Le Pen si sono rivelate largamente esagerate, cioè sbagliate. Le già non elevate probabilità che il Rassemblement National, almeno apparentemente diventato meno sovranista e anti-Unione Europea, riesca a portare all’Eliseo la sua leader sono chiaramente diminuite. I numeri, direbbero i francesi, cantano. Possiamo ascoltare più di una canzone. La prima è rimasta sottovoce. Quando vanno a votare quasi il 75 per cento dei francesi, tre su quattro, intonare la ripetitiva melodia sull’aumento dell’astensionismo significa, chiaramente, “steccare”. Dopodiché, ovviamente, al ballottaggio la partecipazione elettorale diminuirà poiché un certo numero di francesi, avendo perso il loro candidato/a preferito/a si asterrà- Macron/Le Pen? ça m’est égal! La seconda canzone viene proprio dai numeri. Nel pur molto affollato campo dei concorrenti il Presidente Macron aumenta i suoi voti di quasi un milione rispetto al 2017, mentre l’aumento di Marine Le Pen è di circa 500 mila. A sua volta anche Jean-Luc Mélenchon ha ottenuto mezzo milione di voti in più rispetto a cinque anni fa. Tutti gli altri candidati, a cominciare dal destro Eric Zemmour, sono chiaramente perdenti, talvolta come la repubblicana gollista Pécresse e la socialista Hidalgo, in maniera umiliante più che imbarazzante.
Registrato il non troppo ammirevole affanno con il quale i commentatori italiani tentano di trarre qualche lezione francese, risulta opportuno segnalare che domenica 10 aprile si è svolto il primo turno dell’elezione popolare diretta in una repubblica semi-presidenziale. Gli elettori hanno votato, come sanno gli studiosi, in maniera “sincera”, senza nessun calcolo specifico scegliendo il candidato/a preferito/a. Al ballottaggio, invece, una parte tutt’altro che piccola di loro, addirittura quasi la metà, sarà costretta a votare “strategicamente”, in buona misura contro il candidato/a meno sgradito/a. Rimanendo nel campo musicale, il “là” lo ha già dato Mélenchon: “mai la destra”. Naturalmente, nient’affatto tutti i suoi 7 milioni e seicentomila elettori torneranno alle urne. Tuttavia, è molto improbabile che coloro che lo hanno votato perché “anti-sistema” ritengano gradevole che il sistema venga fatto cadere sotto i colpi della destra lepenista.
Non c’è quasi nulla di cui le destre italiane abbiano di che rallegrarsi. Certamente, Meloni potrebbe sostenere che con il presidenzialismo, che i suoi titubanti alleandi (Salvini e Bersluconi) non le hanno sostenuto, la sua leadership apparirebbe molto visibile (ma poi improbabilmente vincente). Non so quanto Fratoianni, sicuro anti-semipresidenzialista, voglia e possa godersi il voto conquistato da Mélenchon. Sono sicuro che Letta può tirare un sospiro di sollievo, ma saggiamente sa che, guardando oltre il ballottaggio, conteranno i voti per le elezioni legislative francesi che con molta probabilità confermeranno una maggioranza operativa per un vittorioso Macron.
In conclusione, tuttavia, sconsiglio questi esercizi di comparazione fino all’esito del secondo turno delle legislative, 19 giugno (che, forse, Formiche mi inviterà a commentare) e ancora più fortemente scoraggerei chiunque dal trarne indicazioni sulla stabilità e la durata del governo Draghi. “Mogli e voti di casa tua” (antico detto provenzale).
Pubblicato il 11 aprile 2022 su Formiche.net
Da Harvard al cha cha cha. Il Pasquino che non ti aspetti #recensione Tra Scienza e Politica. Una Autobiografia @UtetLibri @formichenews
Il professore emerito di scienza politica e accademico dei Lincei è in libreria con “Tra scienza e politica – Un’autobiografia” (Utet), il racconto di una vita “variamente interessante” tra aneddoti personali e storia del ‘900
di Simona Sotgiu

Di libri ne ha scritti tanti, tantissimi, in diverse lingue, tradotti ed esportati in varie parti del mondo, visitate più o meno intensamente dallo stesso autore in occasione di convegni, seminari, lezioni, fellowship. L’ultima fatica di Gianfranco Pasquino, però, non si occupa di scienza politica (con la a, mi raccomando), non strettamente almeno. È, invece, un’autobiografia, che ripercorre la vita del politologo, professore emerito e accademico dei Lincei a partire da Trana (con la a, mi raccomando), città in cui è nato, per poi arrivare in diversi continenti del mondo, in particolare Stati Uniti e America Latina, fino ai banchi del Senato della Repubblica, in cui, tra le altre cose, ha aperto il dibattito sulla legge elettorale italiana con una proposta poi mai realizzata per timore di ritorno alla proporzionale (con la a, mi raccomando).
“Credo di aver vissuto una vita variamente interessante”, è questa la risposta che, come fosse Marzullo, Pasquino dà alla domanda che pone a se stesso: “Perché ho scritto la mia autobiografia?”. A scorrere le pagine del testo pubblicato da Utet, intitolato “Tra scienza e politica – Un’autobiografia”, non si può che concordare. E se non è difficile comprendere per quale ragione l’autore del libro sia stato – e sia, anche da Formiche.net – lungamente interpellato per commentare le vicende politiche italiane e internazionali, è proprio nello spaccato tra scienza e politica che si snoda la vera novità dell’autobiografia.
Figlio unico, Pasquino conta due grandi dolori nella sua vita: il primo, il più grande, la scomparsa della madre, che lo consiglierà in momenti cruciali del suo percorso personale e accademico; il secondo, “incancellabile” e forse ragione della sua incrollabile fede granata, “quando la radio comunicò che l’aereo che riportava a casa i giocatori del Torino si era schiantato a Superga”, nel 1949.
Severo con se stesso, come con gli altri, Pasquino non fu uno studente “particolarmente bravo”. Fu però in grado di catturare l’attenzione e la stima, tra i tanti, di Norberto Bobbio prima e Giovanni Sartori poi, impressionare il direttore editoriale del Mulino, Giovanni Evangelisti, negli anni ’70, pur arrivando al colloquio in piena estate, vestito da mare, a bordo di “una Giulietta spider azzurra decapottabile con qualche anno di vita che mi aveva regalato mio zio Antonio”. Difficile escludere dai traguardi quasi raggiunti, la sfiorata vittoria a una competizione di cha cha cha: “Con la mia compagna di ballo, un’americana non alta e cicciottella, sfiorammo la vittoria. Continuo a esserne molto fiero e a vantarmi del secondo posto, con relativa medaglietta” racconta, lasciando il lettore a domandarsi chi mai si sarà permesso di arrivare primo.
Non mancano, chiaramente, né la scienza né la politica, nelle 253 pagine firmate Pasquino. Sono fatte di studio e insegnamento, di proposte di legge e comizi in giro per l’Italia, di nomi e cognomi di compagni di viaggio, avversari politici e amici di una vita (ci sono anche i nemici, of course). E poi di uno schieramento netto, a sinistra, mai dogmatico e sempre critico, fedele al ragionamento più che al sentimento; di una propensione al dialogo e al dibattito, anche duro; di una spiccata ironia, rivolta agli altri e a se stesso. E poi una certezza: finito il libro, si avrà il fortissimo desiderio di leggere ancora.
Pubblicato il 9 aprile 2022 su formiche.net

Scricchiolii fra putiniani e militari. Pasquino nelle stanze del Cremlino @formichenews

Si avverte sullo sfondo un tintinnio di carri armati che rivolgono il loro volto minaccioso al Cremlino? Chi sa parli. Il quesito di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei in libreria con “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet)
Alcune cose so, altre chiedo. So che i detentori di potere personalistico cercano spesso di rafforzarlo, quando sentono che si affievolisce, con operazioni azzardate da loro ritenute facili. Più terra più “sudditi” più potere agli occhi dei propri sudditi e degli altri autocrati invidiosi: questa è la ricetta molto diffusa.
Se, però, la “operazione militare speciale” fallisce, l’autocrate rischia di perdere la faccia e quindi, forse, anche il potere. Per lo più, anche questo so, gli autocrati sono molto prudenti e guardinghi. Debbono anche guardarsi dai loro sostenitori che rappresentano un entourage di profittatori e sicofanti di cui non ci si può fidare. Alcuni dei giulivi sostenitori addirittura si posizionano con destrezza per trovarsi nella linea di successione/sostituzione, meglio non troppo prematuramente. Toccherà a chi ha più abilmente calcolato rischi e tempi ereditare il potere politico, a meno che il regime stesso sprofondi sotto il peso delle sue contraddizioni e delle smisurate ambizioni dell’autocrate sconfitto. Una terza cosa so che nessuno di questi regimi autoritari potrebbe durare lo spazio di un pomeriggio se i militari decidessero che basta, ça suffit. Enough (non so come si dice in russo).
Allora ecco la domanda da 64 milioni di rubli. Vorrei sapere se osservatori e conoscitori della realtà russa sentono, vedono, colgono scricchiolii sia nella nomenklatura putiniania sia, soprattutto, nelle gerarchie militari. Agli ufficiali non piace perdere le guerre e meno che mai il prestigio. A fronte di questa doppia evenienza che, naturalmente, avvertono prima di chiunque altro, potrebbero preferire sbalzare dal potere politico chi ha agito solo per suo interesse personale, che, pertanto, è colui che deve pagare il fio. Così facendo, spesso esonera gli altri, certo non ingenui agnellini. In sostanza, la domanda è: si avverte sullo sfondo un tintinnio di carri armati che rivolgono il loro volto minaccioso al Cremlino? Chi sa parli.
Pubblicato il 9 marzo 2022 su formiche.net