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Fatta la legge elettorale, trovato il disaccordo. Scrive Pasquino @formichenews

Tra gli elementi non considerati nella scelta di una legge elettorale c’è la premessa scientificamente e eticamente doverosa: quanto potere conferisce agli elettori. L’analisi di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei prossimamente in libreria con “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet)

La premessa scientificamente e eticamente doverosa è che il criterio dominante per valutare la bontà di una legge elettorale è quanto potere conferisce agli elettori. Naturalmente, abbiamo imparato che nessun dirigente di partito e nessuno dei loro politologi, o presunti tali, di riferimento utilizza quel criterio come essenziale. Sappiamo che due criteri prevalgono su qualsiasi altra considerazione. Primo, non perdere ovvero limitare le dimensioni della eventuale sconfitta. Secondo, riuscire comunque a portare in Parlamento rappresentanti consapevoli di essere debitori della loro elezione e carica al capo partito o al capocorrente e, dunque, orientati alla disciplina interessata (alla ricandidatura). Nessuna variante di legge proporzionale rende impossibile conseguire entrambi gli obiettivi, anche se, garantendo un voto di preferenza (ricordo che gli italiani si espressero in questo senso in un fatidico referendum giugno 1991) si darebbe persino un po’ di potere agli elettori. Mi sono tappato le orecchie per non sentire le strilla di coloro che contro ogni obiezione vedono nelle preferenze solo corruzione.

   Se Letta mi chiedesse che cosa serve meglio a chi vuole costruire un campo largo, gli risponderei che una legge maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali è la soluzione migliore. Quel campo sarebbero/saranno gli elettori a costruirlo secondo il gradimento che daranno all’offerta delle candidature, ovviamente con occhi di tigre, e delle indicazioni di alleanze con i pentastellati incentivati a stare nella coalizione in fieri. Dal canto loro, un po’ tutti i centristi vorrebbero contarsi grazie ad una legge proporzionale che non contenga nessuna soglia d’accesso al Parlamento, rischiosissima per la sopravvivenza di non pochi di loro. Meloni continua a propendere per e difendere “il” maggioritario, credo sostanzialmente la legge Rosato, due terzi proporzionale, un terzo maggioritaria. Sa che, a bocce ferme, questa legge le consentirebbe di essere numericamente decisiva se il centro-destra vuole ricompattarsi e governare. Ma non è vero, come sembra temere, che “la” proporzionale la metterebbe fuori gioco. Anzi, contati i voti proporzionali è possibile, persino probabile che quel che resto del centro-destra sarebbe costretto a constatare l’indispensabilità dei seggi di Fratelli d’Italia per giungere alla maggioranza assoluta in Parlamento. Non tanto paradossalmente, anche una legge di tipo francese renderebbe comunque i suoi voti decisivi per tutti candidati uninominali del centro-destra. FdI sarebbe sottorappresentata, ma determinante.    Come si capisce da questo sintetico scenario, risulta chiarissimo perché un accordo sulla legge elettorale sia molto difficile da trovare. Formiche mi ha chiesto di non esprimere le mie preferenze. Allora concludo con due notazioni comparate che è sempre il modo migliore di procedere. Il doppio turno francese dà più potere agli elettori e ai candidati e agevola la formazione di coalizioni per il governo. Le leggi proporzionali sono spesso raccomandate quando esiste frammentazione sociale e politica. Una buona soglia di accesso riduce la frammentazione, la proporzionalità rappresenta adeguatamente la società. Il resto, nel bene e nel male, non può non restare nelle mani dei dirigenti di partito.

Pubblicato il 23 febbraio 2022 su formiche.net

Temo la rielezione anche quando (com) porta un buon Presidente @formichenews

Il professore emerito di Scienza Politica scrive al neo eletto Capo dello Stato: nella rielezione c’è una torsione non tanto personalistica, ma di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, e la convinzione da parte dei cittadini che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando

Caro Presidente Mattarella,

congratulazioni. La ri-elezione è un meritato premio al tuo settennato che, però, sarà opportuno rivisitarlo anche per imparare non tanto dagli errori, ma dalle soluzioni date, non solo da te, ai problemi. Il problema, non esclusivamente personale, che mi sono subito posto è: ti ho frainteso quando, sembra quattordici volte, hai dichiarato la tua indisponibilità ad accettare la rielezione per ragioni personali, ma anche per, forse più importanti, valutazioni istituzionali? Sette anni, e quali anni!, sono lunghi, faticosi, anche dolorosi, estenuanti. Quattordici anni non violano la lettera della Costituzione, ma lo spirito con tutta probabilità sì. Quindi, apprezzo la tua assunzione di responsabilità/doveri in quella che i partiti in Parlamento hanno finalmente dimostrato essere in maniera lampante una crisi di sistema, ma una domanda mi preoccupa fortemente. La tua rielezione è una soluzione, o almeno un inizio, alla crisi di sistema oppure rischia di approfondirla, di farla esplodere con esiti imprevedibili e incontrollabili? Davvero il sistema politico italiano non ha alternative alla Presidenza Mattarella (e al capo del governo Draghi)? Siamo appesi a due sole personalità sia pure di grande prestigio di enorme autorevolezza, stimabilissimi e stimatissimi? In Italia non esistono altre personalità in grado di svolgere quei compiti istituzionali a cominciare dalla presidenza della Repubblica? Fra i nomi che sono circolati almeno cinque, a mio parere, hanno diversamente qualità che li rendono presidenziabili.

   Il futuro mi preoccupa, e sapendone molto meno di te, addirittura penso che tu sia ancora più preoccupato di me. La mal posta euforia dei dirigenti dei partiti, ad eccezione di Giorgia Meloni, giustamente critica, nasconde la loro provata e flagrante inadeguatezza. Hai risolto per loro un problema sistemico o la tua rielezione è soltanto un modo di posticipare, rimandare, prorogare? Quel problema, forse aggravato, non si ripresenterà fra sette anni –se non anche prima, ma tutto ti suggerirei meno considerare il tuo mandato rinnovato soltanto per il tempo che vorrai tu.

   Per usare il politichese, non mi appassiono al semipresidenzialismo, meno che mai a quello de facto, né al presidenzialismo, meno che mai quando viene tirato fuori dal cappello da chi ha avuto la grande occasione delle riforme costituzionali e l’ha clamorosamente sprecata. Però, mi chiedo nelle ore convulse che hanno preceduto la tua rielezione hai potuto riflettere quale torsione personalistica ne derivi? Non tanto, ma anche in termini di aspettative, “tocca al Presidente affrontare le sfide”, ma in termini di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, nonché soprattutto di crescita fra gli elettori dell’opinione, sbagliata e densa di pericolose implicazioni, che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando. So che dovrei concludere non soltanto formulando i migliori auguri per il settennato 2022-2029, che non sia seguito da un’altra rielezione …, ma dicendo più o meno ipocritamente, “spero di sbagliarmi”. Tuttavia, la mia speranza è poca cosa, molto piccolina rispetto ai miei timori.  

Pubblicato il 30 gennaio 2022 su formiche.net

Kingmaker, totonomi e altre bizzarrie quirinalizie @formichenews #Elezione #Quirinale

Mancano due giorni al voto per il Quirinale e allora è bene ripassare due o tre regole. Dalla rosa di nomi ai nomi in rosa fino agli auto-candidati kingmaker, come (non) trasformare la partita in farsa. Il commento di Gianfranco Pasquino

L’iniziativa di proporre candidature non dipende affatto e non è riservata a chi ha più numeri (di parlamentari). Neppure se sono affidabili (non ricordo franchi tiratori/trici) come coloro che votarono che Ruby Rubacuori era nipote di Mubarak. L’iniziativa se la prende chi ha fantasia politica e immaginazione istituzionale. Da questo punto di vista, molti uomini e donne politiche sono state molto deludenti. Le 340 circa parlamentari donne potrebbero ancora attivarsi e proporre uno o più nomi di donne capaci. La rosa di nomi è la seconda cosa che so.

Non è né rispettoso né corretto indicare un nome secco, solo, prendere o lasciare. È irriguardoso anche nei confronti del/della nominata/o. Chi vuole procedere ad accordi che, inevitabilmente e opportunamente, configurano una rappresentanza più allargata, ha l’obbligo politico di proporre agli interlocutori una rosa di nomi, per la precisione almeno tre o quattro. Ne conseguirà una scelta condivisa che, per di più, non sarà il famigerato minimo comune denominatore. Non parlerei di kingmaker poiché i re non vengono fatti da nessuno, ma sono ereditari e spesso regine. Nessuno si intesti nessuna vittoria. Sarebbe roba da patetici fanfaroni che non hanno niente di meglio.

La terza cosa che so è che quello che dicono i berlusconiani & Co., cioè che se l’autocandidatura di Berlusconi viene respinta tocca a lui fare un nome, è doppiamente sbagliato. Primo, finisce lì e nessuno sostenga che la rinuncia è “un nobile sacrificio”. Secondo non esiste nessun diritto alla nomina da parte di chi prende atto di una sconfitta. Il “gioco” ricomincia da capo.

La quarta cosa che so è che è profondamente sbagliato e anche offensivo che commentatori e retroscenisti, giuristi di corte e di cortile, attribuiscano fin d’ora gravi responsabilità ai politici che non sanno scegliere. Neanche i cittadini, tranne che nel caso di una elezione diretta, neanche la leggendaria società civile saprebbero sbrogliare la matassa. Comunque, i conti è meglio aspettare a farli alla fine. Les jeux ne sont encore faits.

Pubblicato il 22 gennaio 2022 su formiche.net

Voto a distanza per il Quirinale, due richieste a Fico. Scrive Pasquino #Elezione #Quirinale

Non riesco a capire come in un Paese impegnato pancia a terra nella transizione digitale i tecnici del Parlamento (grazie dell’immediata smentita: problema non tecnico, ma partitico/politico) non siano in grado di garantire la segretezza del voto e il suo esercizio a distanza. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Ho sempre pensato e scritto che quando in Parlamento si vota su persone, ad esempio, nel caso delle autorizzazioni a procedere, il voto deve essere segreto. Nel caso della Presidenza della Repubblica, la segretezza è indispensabile per due ragioni. Da un lato, è imperativo proteggere il parlamentare dalle eventuali rappresaglie dei candidati, spesso potenti, non votati; dall’altro, quasi egualmente, se non più, importante, non si deve consentire a nessun parlamentare di trarre vantaggi dall’esibizione del suo voto. Semmai, sarà lui stesso a dichiarare, forse non solo a beneficio (sic) dei suoi elettori e dell’opinione pubblica, ma anche con l’obiettivo di ottenere ricompense più o meno improprie, per chi ha votato e perché. Meglio se potesse farlo in quanto rappresentante di un collegio uninominale dove gli elettori potrebbero premiarlo/punirlo.

   Chiederei al Presidente della Camera Fico, nella speranza che la Sen. Casellati sia d’accordo, di eliminare i catafalchi e di imporre a tutti i parlamentari senza eccezione alcuna di depositare nel guardaroba i loro cellulari, come si faceva nel West con le pistole per accedere al saloon, prima di ricevere la scheda per il voto. Una seconda richiesta mi pare assolutamente ineludibile: il voto si esprime unicamente scrivendo il solo cognome del candidato/della candidata. Nessuna operazione fantasiosa: nome prima del cognome; nome “puntato”; nome dopo il cognome et al., a beneficio di “coloro che sanno”. Debbono cadere tutte le possibilità di controllo da parte del segretario del partito, del capo corrente, degli amici dei candidati, dei loro sostenitori, non soltanto quelli impegnati nelle telefonate, immagino, non osando pensare che si tratti di voto di scambio, tutte di cortesia, ma anche di tutti gli iperzelanti.

   Non riesco a capire come in un paese impegnato pancia a terra nella transizione digitale i tecnici del Parlamento (grazie dell’immediata smentita: problema non tecnico, ma partitico/politico) non siano in grado di garantire la segretezza del voto e il suo esercizio a distanza. Al contrario, sono convinto che i deputati e i senatori-questori siano disponibili, unitamente ai parlamentari stessi, ad attivarsi, se non l’hanno ancora fatto, e a procedere immediatamente per dotarsi dell’apparato tecnologico che consenta il voto a distanza e salvaguardi la sua segretezza. Concludo brevemente con una considerazione cruciale.

    La rappresentanza politica si esprime anzitutto e soprattutto partecipando alle attività del Parlamento, in Commissione e in Aula, e votando. Favorevoli, contrari, astenuti. Non partecipare alle votazioni non è una scelta apprezzabile. Disprezzabile, invece, lo scrivo proprio con questo aggettivo, è il comportamento di uscire dall’aula, non in segno di indignazione e disapprovazione, ma per imposizione del proprio capo partito, per sfuggire alla” tentazione” di palesarsi come franca tiratrice (è il mio cedimento al politicamente corretto). Mi domando, però, se votando su persone, non su punti programmatici del proprio partito o del governo che si sostiene, sia accettabile che coloro che votano in maniera difforme rispetto ai dettami di partito vengano bollati e screditati. Senza esitazioni rispondo no. Questi dissenzienti esprimono, talvolta malamente, ma in assenza di meglio, un parere diverso. Non sono franchi tiratori (e neppure franche tiratrici).

Pubblicato il 17 gennaio 2022 su Formiche.net

Fisarmonica Quirinale. Pasquino sui segreti del Colle @formichenews

La “fisarmonica” resta ancora una lente utile per capire i rapporti tra partiti e presidente della Repubblica. Dal modo in cui sarà eletto il prossimo inquilino del Quirinale si avrà un’idea dei (veri) poteri del Colle nella dialettica parlamentare. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei

Le vicissitudini della “fisarmonica” come chiave per interpretare modalità e discrezionalità di azione dei Presidenti della Repubblica italiana mi hanno dato alcune soddisfazioni, ma hanno anche sollevato non poche preoccupazioni. Le soddisfazioni derivano dall’ampia circolazione della metafora. Le preoccupazioni discendono non tanto dalla sua attribuzione quanto dalla mancata comprensione e dalla davvero triste constatazione che tutti, e sono molti, coloro che la citano non hanno avuto la voglia di risalire alla fonte. Approfitto della cortesia di “Formiche” per procedere ad alcune puntualizzazioni. La prima, in un certo senso, discriminante è che la fisarmonica non ha nulla a che vedere, come sembra pensare Gian Marco Sperelli (Formiche.net 19/12/2021) con l’elezione del Presidente della Repubblica. Ai lettori piacerebbe sapere perché, dopo avere affermato che la teoria è “intrigante”, si affretti ad aggiungere che la “teoria [che non è tale] della funzione ‘a fisarmonica’ [è] forse poco credibile”. Meglio, dunque, precisare quel che dovremmo conoscere per procedere ad una valutazione convincente. Dopo anni di circolazione orale della metafora, ho deciso, consultatomi con Giuliano Amato, di risalire alle fonti.

    Cito da quanto ho scritto di recente nel mio Minima politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020, pp. 69-70): “La buona notizia, per tutti, è che ho rinvenuto la prima evocazione della metafora. Premesso che, avendone discusso proprio con un perplesso e incuriosito Giuliano Amato, l’attribuzione originaria è certa. Sono lieto di dichiarare convintamente di averla ascoltata per la prima volta in una sua esposizione, intervento, relazione, conferenza, che, però, nessuno di noi due è finora riuscito a collocare con precisione nel tempo e nello spazio. Tuttavia, sono in grado di segnalare con quasi assoluta precisione quando per la prima volta misi per iscritto la metafora, attribuendola a lui. Lo feci in una recensione-discussione del libro di Paolo Guzzanti, Cossiga, uomo solo, Milano, Mondadori 1991, pubblicata proprio con il titolo La fisarmonica del Presidente, in “La Rivista dei Libri”, marzo 1992, con numerosi riferimenti ad altri articoli sul Presidente. Credo opportuno citare per esteso: ‘secondo Amato, già fin d’ora la Costituzione italiana garantisce al Presidente della Repubblica poteri ‘a fisarmonica’. Se il Presidente è autorevole, se la sua personalità è forte, se il suo prestigio è grande, se la sua popolarità è diffusa …. allora egli potrà allargare la fisarmonica dei suoi poteri fino alla sua massima estensione. Altrimenti … con l’elezione parlamentare, quindi contrattata fra i partiti … la fisarmonica dei poteri presidenziali rimarrà prevalentemente chiusa, tranne negli eventi di crisi, oppure subirà forzature, come con Gronchi e con Segni, con Saragat e persino con il popolarissimo, ma non per questo sempre ‘costituzionalissimo’, Pertini”.

    È poi passata molta acqua anche sotto i ponti non del solo Tevere e hanno fatto la loro comparsa ‘nuovi’ Presidenti in una situazione politica da molti punti vista molto diversa soprattutto a causa del crollo dei partiti di massa e dell’intero sistema dei partiti. Vent’anni dopo ho fatto concreto ricorso alla metafora della fisarmonica analizzando i comportamenti di tre Presidenti: Scalfaro, Ciampi e Napolitano (Italian Presidents and their Accordion, in “Parliamentary Affairs”, 2012, n. 4, pp. 845-860) mettendo in evidenza e sottolineando che quando i partiti sono solidi e compatti hanno il potere di impedire al Presidente di suonare la fisarmonica dei suoi numerosi e incisivi poteri. Iniziata tra il 1992 e il 1994 una transizione, a mio parere tuttora incompiuta, caratterizzata dal declino e dalla sostanziale e perdurante debolezza delle strutture partitiche, quei tre Presidenti (ai quali potremmo già aggiungere Sergio Mattarella) hanno goduto di enorme discrezionalità nell’uso dei loro poteri costituzionali. Ho altresì azzardato che Scalfaro e Napolitano, entrambi i più convintamente “parlamentaristi” durante tutta la loro lunghissima vita politica, sono stati incoraggiati, costretti, facilitati dalle circostanze a suonare la fisarmonica dei loro poteri in chiave definibile addirittura come semi-presidenziale. Aggiungerei che lo hanno fatto con molto gusto

   Non ho nessuna intenzione di trasformarmi in astrologo e di fare la mia previsione su chi verrà eletto Presidente. Credo, invece, che per ciascuna delle candidature finora emerse sia possibile, grazie ad un uso accorto dei criteri che definiscono la fisarmonica Amato-Pasquino, prevedere quanto spazio di autonomia decisionale quel particolare Presidente avrà, se e come intenderà usarlo, con quale impatto sui partiti e con quali conseguenze su governo e Parlamento e sul sistema politico. Mi pare significativo. Da tenere in grande conto per esprimersi fin d’ora sulle candidature in scena.

Pubblicato il 30 dicembre 2021 su formiche.net

Una domanda a Draghi, legittima, sulla redistribuzione. Firmato Pasquino @formichenews

Dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona

Il problema non è sapere se e perché Draghi ha ceduto e non ha imposto il contributo di solidarietà per un paio d’anni sui redditi al di sopra dei 75 mila Euro l’anno (incidentalmente una soglia bassa anche e soprattutto in un paese di evasori medio alti). Neanche se lo ha fatto per non alienarsi i potenziali suoi elettori per la Presidenza della Repubblica, ipotesi che respingo sdegnosamente. Il problema è se Meloni e Salvini, Berlusconi e Renzi stanno segnalando che sono già d’accordo su alcune misure economiche oppure sono soltanto degli opportunisti oppure ancora stanno continuando con quelle che i giornalisti chiamano prove tecniche (magari preannunciando l’inciucio).

   Di tutto un po’, ma questo impasto non può essere un pezzo di programma prossimo venturo del centro-destra più Italia Viva. Sarebbe il prodromo della cattiva utilizzazione dei fondi europei oppure, peggio, dell’incapacità di spenderli in progetti accettabili dalla Commissione perché rispondenti ai criteri di innovazione, trasformazione, efficienza. L’interrogativo più lancinante comunque è, come suggeritomi da Simona Sotgiu, “riusciranno le forze politiche a trovare nuovamente la forza di mettere in atto misure redistributive?” La risposta potrebbe essere tranchante.

Da nessuna parte nelle democrazie europee i governi di centro-destra mettono in atto politiche redistributive. Quando lo fanno, poi, la loro redistribuzione va, non a favore dei settori svantaggiati, ma a favore di coloro che promettono di procedere a politiche di investimento, creazione di ricchezza, forse anche, ma è quasi l’ultima delle considerazioni, di creazione di posti di lavoro. Frettolosamente ne concludo che la prima redistribuzione ha senso per chi si impegna a risolvere le difficoltà attuali di alcuni ceti. La seconda è quella classica dei neo-liberisti friedmanniani senza nessuna garanzia che funzioni, anzi, al contrario. Entrambe sono, nell’ordine, redistribuzioni meno o più cattive.

 Ma, allora, dov’è la redistribuzione buona almeno come il debito che Draghi definisce buono? Me la ricordo. Grazie alla mia età e a buoni studi. Fu la redistribuzione socialdemocratica classica. Oggi, in uno stato di frammentazione delle organizzazioni è difficile vedere chi saprebbe farsi portatore di quelle istanze e diventare credibile implementatore di politiche produttive-redistributive tenendo la barra diritta. Però, la domanda a Draghi va fatta. È una domanda legittima, anzi, buona, persino molto buona.

Pubblicato il 5 dicembre 2021 su formiche.net

Qualcosa che so sul semipresidenzialismo. Scrive Pasquino @formichenews

In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Il termine non fu coniato da de Gaulle, uomo di sostanza, e neppure da Maurice Duverger. Il giurista e politologo francese, favorevole all’elezione popolare diretta del Primo ministro, per uscire dalla palude parlamentare, fu un fiero oppositore (di de Gaulle e) del semipresidenzialismo. Poi, forse anche perché si accorse che funzionava alla grande, ne divenne il “teorico” e l’aedo. A inventare il termine fu, con un editoriale pubblicato l’8 gennaio 1959, Hubert Beuve-Méry, direttore del prestigioso quotidiano Le Monde. Molto critico di de Gaulle, affermò che al Generale non era neanche riuscito di arrivare al presidenzialismo, solo ad un quasi presidenzialismo, per l’appunto semipresidenzialismo. In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante.

Ne era esistito un precedente troppo a lungo trascurato: la Repubblica di Weimar (1919-1933). La sua triste traiettoria e la sua tragica fine non ne facevano un esempio da recuperare. Il fatto è che Weimar crollò per ragioni internazionali e nient’affatto essenzialmente a causa del suo sistema elettorale proporzionale. Ad ogni buon conto de Gaulle volle e ottenne un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che spinge all’aggregazione delle preferenze laddove le leggi elettorali proporzionali consentono (non necessariamente producono) la disgregazione delle preferenze e la frammentazione del sistema dei partiti.

Il ministro leghista Giorgetti prevede, auspica, apprezzerebbe un semipresidenzialismo de facto. Nella sua visione, una volta eletto alla Presidenza della Repubblica Mario Draghi continuerebbe a guidare il “convoglio” delle riforme del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza attraverso un presidente del Consiglio di sua fiducia da lui nominato. Ho sbagliato a criticare la visione di Giorgetti, formulata con molte buone intenzioni. Potrebbe anche essere effettivamente l’esito che si produrrà. Naturalmente, il Parlamento italiano manterrà pur sempre la facoltà di sfiduciare il capo del governo scelto da Draghi, obbligandolo a nuove e diverse nomine. Vado oltre poiché rimane del tutto possibile che con elezioni anticipate oppure alla scadenza naturale della legislatura, marzo 2023, il centro-destra ottenga la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari e rivendichi giustamente la carica di presidente del Consiglio.

Al proposito, i critici del semipresidenzialismo leverebbero altissimi lamenti contro la coabitazione fra Draghi e chi il centrodestra gli proporrebbe e giustamente vorrebbe fosse nominato. In Francia nessuna coabitazione, ce ne sono state quattro, ha prodotto lacerazioni politiche e costituzionali. Mi si consenta di essere assolutamente curioso delle modalità con le quali si svilupperebbe una coabitazione fra Mario Draghi e Giorgia Meloni.

P.S. Dei comportamenti semipresidenzialisti de facto di Napolitano (con Monti) e di Mattarella (con Draghi) scriverò un’altra volta. Sì, è una minaccia.

Pubblicato il 7 novembre 2021 su formiche.net

Il voto segreto andrebbe abolito, tranne che … Scrive Pasquino @formichenews #LeggeZan

Sono convinto che il voto segreto abbia un senso e debba essere mantenuto, ma per una sola ristrettissima casistica: quando oggetto del voto è una persona. Il voto segreto di ieri al Senato, sia oppure no concesso dal Regolamento, mi è parso del tutto improprio. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, Bettino Craxi lanciò con grande determinazione la battaglia per l’abolizione del voto segreto. Voleva, giustamente, eliminare ovvero quantomeno fortemente ridurre il potere dei franchi tiratori, una specialità nella quale si impegnavano con notevole successo le correnti democristiane. In subordine, naturalmente, con il voto palese avrebbe anche potuto vedere come votavano i suoi parlamentari. Buona parte della sinistra di allora, comunisti e, ahiloro, alcuni deputati e senatori della Sinistra Indipendente si opponevano pensando di continuare a lucrare sui comportamenti devianti dei democristiani. Sostenni allora e ribadisco adesso che il voto palese deve essere la norma nel Parlamento italiano come lo è in quasi tutti i parlamenti democratici a cominciare da Westminster, la madre di tutti Parlamenti. Da un lato, ritengo che gli elettori abbiano diritto a sapere come votano i rappresentanti che hanno eletto, conoscerne le motivazioni, valutare la loro disciplina di partito e, eventualmente, la loro “ribellione” al capogruppo. Rebels sono chiamati i parlamentari dissidenti a Westminster, dove ce ne sono sempre, che si esprimono in modo palese. Dall’altro, credo che i parlamentari stessi dovrebbero manifestare l’orgoglio di essere trasparenti e di trasmettere con il loro comportamento e con le loro dichiarazione quanto serva agli elettori tutti per farsi un’opinione, per imparare politica, per continuare nella loro preferenza di voto o cambiarla. Prossimamente, a richieste di Formiche, spiegherò meglio tutto questo.

Tuttavia, sono convinto che il voto segreto abbia un senso e debba essere mantenuto, ma per una sola ristrettissima casistica: quando oggetto del voto è una persona. Né il Presidente della Repubblica né i parlamentari indagati debbono avere la possibilità di sapere chi ha votato per o contro di loro. Da un lato, non bisogna consentire ai parlamentari di acquisire con il loro voto i favori dell’eligendo a una carica o di chi vuole evitare un processo. Dall’altro, è imperativo che il parlamentare si senta tutelato dal segreto e non tema rappresaglie ad opera di chi non ha eletto o di chi ha mandato a processo.

   Il voto segreto di ieri al Senato, sia oppure no concesso dal Regolamento, mi è parso del tutto improprio. Decidere se passare o no all’analisi di un disegno di legge non riguarda la coscienza di nessuno. Non è una tagliola. È un trucco. È una frode perpetrata ai danni degli elettori. I senatori contrari al passaggio all’esame del testo dovevano opporsi al voto segreto e “palesare” le loro opinioni e preferenze. Era anche il modo migliore per migliorare, o addirittura bocciare, in seguito il ddl Zan con emendamenti e visioni alternative. Una brutta paginetta dalla quale bisognerebbe imparare che una importante qualità della democrazia, da perseguire con costanza e tenacia, è la trasparenza. E una altrettanto importante qualità dei rappresentanti è l’assunzione piena in maniera trasparente della responsabilità dei propri voti e la rivendicazione palese e inequivocabile. Chi cerca e trova i modi per sfuggire dalle proprie responsabilità di rappresentanza elettorale e politica non deve essere lodato, ma fortemente biasimato.

Scritto nel 99esimo anniversario della marcia fascista su Roma.

Pubblicato il 28 ottobre 2021 su formiche.net

I no Green Pass non sono una nuova marcia su Roma, ma … @formichenews

Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Se siamo oppressi e schiacciati da una dittatura sanitaria voluta congiuntamente da Draghi e da Speranza (nonché da qualche oscuro potere straniero: il Forum di Davos?) e non casualmente imposta dai mezzi affidati al Generale Figliuolo, allora non resta che solidarizzare con gli eroici combattenti (No Vax) No Green Pass. Dalle loro torri d’avorio ( o forse sono trasmettitori televisivi) intellettuali, filosofi, critici d’arte e giornalisti affermano che a essere violata dalle decisioni del Führer Draghi (faccio più fatica a vedere Speranza nel phisique du rôle del dittatore) è la nostra libertà personale che loro, con grande sprezzo del pericolo, si dannano per difendere, anzi, per non sacrificare neppure minimamente. Poi, magari, citano a sproposito e sbagliando la Costituzione, ricorrono a concezioni della libertà più simili a quelle di un anarchismo mal interpretato, si arrampicano in fantasiose analisi comparate.

   Credo che, sempre, le parole abbiano/hanno conseguenze, ma dubito che i facinorosi di Forza Nuova, i loro sostenitori e i dimostranti di ieri a Roma, dell’altro ieri e di domani, si facciano influenzare dai professoroni. Semmai, usano quelle parole come giustificazioni di comportamenti che stanno tutti nelle loro corde. Disordini e distruzioni vanno, comunque, sempre condannati e puniti. Il rispetto delle idee altrui, qualche volta, peraltro, espressione ipocrita che equivale a lavarsi le mani, non ha nulla a che vedere con l’accettazione supina di aggressioni selvagge. Certo, non tutta la violenza politica è automaticamente fascismo. Però, quando è accompagnata da slogan, simboli, gestualità che si richiamano deliberatamente e inequivocabilmente alle modalità praticate dallo squadrismo merita di essere definita quantomeno di stampo fascista.

   Saranno i magistrati, quando, finalmente, investiti della questione, a decidere se Forza Nuova si configura come tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. La apposita Dodicesima Disposizione transitoria e finale è già stata applicata nel novembre 1973 a Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti, con chiusura delle sedi e confisca di beni. Che il fascismo sia eterno oppure no non è un tema che, lo dirò con il verbo spesso usato dai politici, mi appassiona. Vedo che esistono diverse generazioni che si alimentano di fascismo. Che il fascismo in questo paese mantenga propaggini numerose, delle quali è, però, sbagliato esagerare la pericolosità, è evidente. Che si riproduca anche grazie alla connivenza e benevolenza di ambienti politici e economici (che ne finanziano le attività), è un segreto di Arlecchino. Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Scriverò un commento simile fra una decina di mesi?

Pubblicato il 10 ottobre 2021 su formiche.net

Amministrative di ottobre, che delusione. Scrive Pasquino @formichenews

Se guardiamo all’eventualità di qualche apporto per la ristrutturazione della politica nazionale, non lo si trova nelle città che vanno al voto. Se pensiamo a leadership nazionali non sono emerse nelle zone locali. Se poi siamo così masochisti da aspettarci nuove idee per il futuro del sistema politico italiano, magari nella versione “le città per l’Europa”, la delusione è assicurata

Ho visto poco di nuovo, pur leggendo e guardando molto, nella campagna elettorale di partiti e candidati nelle varie città. Scarsissima l’immaginazione politica che, ovviamente, spiega il non grande entusiasmo (è un eufemismo) dell’elettorato, ma chiarisce anche perché Draghi può andare avanti tranquillo. Questi partiti non possono impensierirlo. Non sanno quali proposte correttive o alternative fare alle sue decisioni, a cominciare dall’utilizzo dei fondi a livello locale. Non sanno dove andare. Da questo punto di vista è Giorgetti che interpreta correttamente la situazione: non buona la scelta dei candidati del centro-destra; la strada è quella europea. Il resto, ma questo lo dico io, non Giorgetti che, pure approverebbe, è nonsense (la Lega di un tempo avrebbe preferito dire bullshit).

I candidati sindaci politici hanno detto quello che i loro partiti stancamente ripetono, spingendosi a fare (Lepore a Bologna) affermazioni roboanti: Bologna diventerà “la città più progressista del mondo” (qualcuno ha sempre pensato che già lo fosse…). Sala a Milano ha raffinato il suo profilo di amministratore che viene dalla società, ma non vuole tornarci anche perché ritiene di avere fatto molto bene come sindaco, disegnando un futuro praticabile. Il Movimento 5 Stelle (soprattutto Virginia Raggi) conta sullo stellone, ma difficilmente Conte potrà a sua volta contare molti voti e qualche successo. Il centro-destra ha, con la scelta dei candidati civici, dimostratisi ampiamente inadeguati, “spaesati” (è un gioco di parole), ha quasi confessato che la sua classe politica è solo quella nazionale e che un civico come Berlusconi non lo si inventa. Se esistesse si affermerebbe da solo proprio come, memorabilmente, fece Giorgio Guazzaloca a Bologna nel 1999.

Quanto alle tematiche mi pare che nessuno dei i candidati abbia voluto affrontare il tema più importante: come utilizzare i fondi europei. Meglio esibirsi sulle periferie e sulle diseguaglianze per dare sollievo alle quali dovremo diventare tutti più buoni e più inclusivi, magari facendo proposte concrete basate sulle montagne di dati disponibili. Ma, disse una volta un mio autorevole collega, “chi tocca i dati muore” (se e perché non lo sa fare). Può anche essere contraddetto. Questo contrasto, fra le affermazioni pompose e il fact-checking reciproco, sarebbe poi anche il sale della democrazia.

Insomma, se guardiamo all’eventualità di qualche apporto per la ristrutturazione della politica nazionale, non lo si trova nelle città che vanno al voto. Se pensiamo a leadership nazionali non sono emerse nelle zone locali. Se poi siamo così masochisti da aspettarci nuove idee per il futuro del sistema politico italiano, magari nella versione “le città per l’Europa”, la delusione è assicurata. La giacchetta di Draghi può democraticamente essere tirata, ma le mani che ci provano non sanno dove trascinarlo. Conteranno i voti, poi, salvo imprevedibili sorprese, i partiti continueranno nel già logoro tran tran. Il centro-destra dirà di essere unito, addirittura compatto. Partito Democratico e Conte sosterranno che è aperto il cantiere della loro possibile coalizzabilità. Poi arriverà l’lezione del prossimo Presidente della Repubblica (e Formiche mi chiederà un ventaglio di commenti), forse uno spartiacque (ma non vorrei elaborare fra quali acque). Nel frattempo, votate e siate contenti di avere l’opportunità del voto disgiunto e di godere della possibilità di ballottaggio quando il vostro voto si rivelerà e sarà pe san tis si mo.

Pubblicato il 1° ottobre 2021 su Formiche.net