Home » Posts tagged 'Forza Italia' (Pagina 13)

Tag Archives: Forza Italia

Pd bloccato: resterà quello che è

Italia oggi

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

L’Italicum è passato ma «le elezioni politiche non sono vicine. Anche se le promesse del presidente del Consiglio sono spesso state disattese (per esempio nei confronti di Enrico Letta e riguardo alla necessità di un passaggio elettorale per andare a Palazzo Chigi), la legislatura durerà fino al 2018, o poco meno. Al momento, Renzi non ha molto da incassare».

Con Gianfranco Pasquino analizziamo il dopo-Italicus. Pasquino è tra i politologi più arguti, ha insegnato scienza della politica all’università di Bologna, ora è professore di European studies alla Johns Hopkins University. Ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica.

Per Enrico Letta la prova di forza di Renzi sull’Italicum lo accomuna a Berlusconi…

L’Italicum nasce dal Porcellum e dall’accordo fra Renzi e Berlusconi. Che poi Berlusconi abbia cambiato idea, pur rimanendo diversi elementi del suo Porcellum, dipende dal suo pressapochismo e dalla sua, in questo caso, malposta furbizia. Da molti punti di vista, Renzi è Berlusconi dopo Berlusconi, ma con quasi quarant’anni di meno, in un sistema politico tuttora deteriorato, senza un’opposizione decente. Sì, in parte Letta ha ragione. Renzi è la continuazione del berlusconismo con altri mezzi e più energia.

Che ne sarà del Pd dopo questa prova lacerante?

Il Pd rimarrà più o meno quello che è. Nato male, guidato mediocremente, prima da Veltroni, poi da Bersani, il Pd è diventato il partito di Renzi e e dei renziani di tutte le ore e di tutte le sfumature. La battaglia di idee e fra persone può essere condotta sia dentro sia fuori il Pd (fuori c’è spazio ma non tantissimo). Le difficoltà saranno, comunque, molto grandi.

Poi ci sono gli alleati di governo, quel Ncd-Udc guidato da Angelino Alfano e Pierferdinando Casini.

Il loro partito riuscirà magari persino a superare la soglie del 3 %. I leader si saranno così trovati luoghi sicuri per la candidatura e per il ritorno in parlamento. Ma la loro capacità di influire sul dibattito politico (e, parola grossa, culturale) è e sarà inesistente, pressoché nulla.

D. L’arco costituzionale termina col centrodestra. Come interpretare la sua crisi?

Sì, c’è crisi, le opposizioni di destra sono diverse, frammentate, debolissime. Gran parte della loro debolezza (e frammentazione) dipende dall’autunno del patriarca. Fu Berlusconi a rendere rilevante la Lega e a portarla al governo. Fu Berlusconi a sdoganare il Movimento sociale, a obbligarlo a diventare Alleanza nazionale e dare ad alcuni suoi esponenti cariche di governo. Adesso, da un lato, Berlusconi non controlla neppure più Forza Italia e, aggrappato ad un brandello di potere, non sa e non vuole trovare un successore. Anche se ritengo che Marina, portatrice del brand Berlusconi, sarebbe la candidata ideale. Dall’altro lato, anche per colpa dell’Italicum, l’ex-Cavaliere non potrà svolgere il ruolo di federatore del centro-destra dei moderati. In tale situazione se i moderati voteranno Renzi non sarà per suo merito, ma per demerito di Berlusconi.

Neppure Matteo Salvini riuscirà a proporsi leader del centrodestra?

La competizione fra Salvini e Berlusconi è limitata. Berlusconi sa che sta fuoriuscendo dalla scena politica. Nel 2018 avrà quasi ottantadue anni. Salvini sa che potrà anche conquistare più voti di Berlusconi, ma non riuscirà mai né a svolgere il ruolo di federatore né a vincere un’elezione nazionale. Tertium datur.

Allora rimane il partito della Nazione, evocato da Renzi. Pensa che le prossime elezioni regionali saranno una prova generale di questo nuovo soggetto politico?

Non credo che le prossime elezioni regionali daranno impulso al partito della Nazione al quale né De Luca in Campania né Raffaella Paita in Liguria possono dire di appartenere. Quanto alle liste civiche, otterranno qualcosa, ma sicuramente non sono il nuovo che avanza, ma spesso il vecchio che si perpetua in altre forme. No, un conto sono gli slogan, un altro la loro praticità. Le prossime lezioni regionali saranno ancora una gara tra centrosinistra e centrodestra, pur con qualche trasformista collocato qui e là.

Azzardiamo una previsione. Chi vincerà le elezioni regionali? E quanto rimarrà in carica il parlamento?

Non sono un astrologo ma ci provo. La legislatura durerà fino al 2018 o giù di lì. Le elezioni regionali non le vincerà il centro-destra, ma neppure ne uscirà stritolato. Non credo che il Pd ne uscirà rafforzato. Vincerà il partito dell’astensione, ma stigmatizzo: chi non vota non raccoglie. Mi limito a sottolineare che il 68 % degli emiliano-romagnoli che non sono andati a votare nel novembre 2014 non hanno ottenuto un bel niente.

D. Altri fronti politici si stanno aprendo per il governo, a incominciare dalla scuola. Lei ritiene che quello dell’Italicum sia definitivamente chiuso?

Sono tra coloro che non dà per scontata la firma del Presidente della Repubblica. Il Presidente, memore della legge che porta il suo nome che, seppure con qualche inconveniente, è nettamente migliore di questa, potrebbe bocciare l’Italicum. Quantomeno, ricordando che fu tra i giudici costituzionali che fecero a pezzi il Porcellum, potrebbe e, secondo me, dovrebbe restituirla al parlamento affinché ponga rimedio ai punti più controversi, per lo meno eliminando i capilista bloccati e cancellando le candidature multiple.

Pubblicato su Italia oggi il 6 maggio 2015

La generosità dell’Italicum

FQ

L’Italicum è una buona legge. Anzi, ottima davvero e generosa. Fuoriuscendo dai sofisticati ragionamenti dei professoroni e dai preziosismi dei cattivi maestri e dei pessimi allievi (che giungono fino al character assassination degli oppositori: “ma tu nel 1989 avevi detto che…”), motiverò la mia valutazione positiva e rotonda in sette punti.

Primi beneficiari: i renziani. La legge è ottima per loro che, grazie al cospicuo (sì, ammonterà all’incirca al 20 per cento dei seggi) premio di maggioranza, potranno governare nell’allegra brigata dei leopoldini, dei renziani delle varie ore, degli opportunisti e dei trasformisti.

Secondo beneficiario: il Movimento Cinque Stelle. Saranno loro ad arrivare al ballottaggio come secondo partito. Faranno una campagna divertentissima, anzi, felice. Dimostreranno al resto dell’Europa che, sì, l’Italia è il paese, non dei balocchi, ma della competizione politica e programmatica.

Terzi beneficiari, al plurale, saranno i molti piccoli partiti capaci di superare la soglia del 3 per cento. Benvenuti, dunque, al Nuovo Centro-Destra, a Fratelli d’Italia (generosi con sorellina Giorgia Meloni, donna che sa fare politica), alla Lista Passera e, magari, al ritorno di Oscar Giannino per fare un po’ di futuro.

Quarti beneficiari: Fitto finalmente a capo di una sua lista senza timori di rimanere fuori del Parlamento, pardon, della Camera , e Berlusconi. Anche lui, con il suo nuovo partito, Berlusconi Due, riuscirà a salvarsi superando la soglia del 3 per cento che alla rapidamente declinante Forza Italia appariva in salita.

Quinti beneficiari: tutti i candidati nella posizione di capilista bloccati, i molti che approfitteranno delle pluricandidature (in dieci circoscrizioni), i prescelti da Renzi per i suoi premiati. Faranno campagne elettorali di tutto riposo. Cene con amici e clienti, comparsate televisive, senza essere disturbati da faticose e fastidiose iniziative che contemplino incontri con associazioni (tutte da “disintermediare”), con giornalisti alla ricerca dello scoop, con elettori informati, incazzati, temibili. No, meglio essere nominati. Qualunquemente.

Sesti beneficiari: i politologi e i giuristi che si sono, peraltro, in numero sorprendentemente contenuto, accapigliati, insieme, addirittura a qualche storico e filosofo, sui contenuti della legge, magari senza saperne abbastanza sui sistemi elettorali. Continueranno a farlo, magari studiando qualcosa in materia.

Infine, settimo, i più beneficiati di tutti: gli elettori. Da un lato, non dovranno impegnare troppo del loro tempo e delle loro energie. Una crocetta sul simbolo del partito basterà proprio come con il beneamato Porcellum (di cui l’Italicum non ha buttato via proprio niente). Dall’altro, per i più esigenti di loro, ci sarà il ballottaggio. Non previsto nella prima variante di Italicum, il ballottaggio darà ai meglio informati, ai più impegnati, a coloro che proprio non riescono a dimenticare che, art. 48, il voto “è un dovere civico”, molta soddisfazione e il senso del dovere compiuto. Avranno con la loro crocetta scelto chi li governerà, salvo inconvenienti, per cinque anni.

In attesa della benedizione del Presidente Mattarella (al quale è lecito ricordare quanto migliore, seppur con imperfezioni, fosse la legge che porta il suo nome) e nella speranza che i giudici della Corte Costituzionale non si intrufolino nelle pieghe e nelle magagne dell’Italicum, le giornaliste di regime intonano il peana al Grande Riformatore e alla Tosta Riformatrice. All’Expo è stato prontamente addobbato un padiglione speciale. Thank you all.

Pubblicato il 4 maggio 2015

Insicurezza e tracotanza del premier

La decisione di Renzi di porre la questione di fiducia sugli articoli della legge elettorale è, al tempo stesso, un segno di insicurezza e un messaggio di tracotanza. E’ lecito porre la fiducia sulle leggi ordinarie che un capo del governo consideri essenziale per la sua attività e per gli impegni presi con gli elettori, anche se l’Italicum non è mai stato presentato agli elettori. E’ sbagliato vedervi aspetti di incostituzionalità e prodromi di derive autoritarie. Tuttavia, di fronte ad un dissenso sia delle minoranze interne al PD sia del contraente dell’oramai dissolto Patto del Nazareno, Renzi avrebbe potuto ascoltare e forse cambiare alcuni meccanismi discutibilissimi e tutt’altro che “europei”. Non c’era, non c’è nessuna fretta poiché, comunque, la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia. Entrerà in vigore il 1 luglio 2016 quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata.

Evidentemente insicuri delle loro scelte e delle loro argomentazioni, Renzi e Boschi hanno preferito tappare la bocca ai dissenzienti, facendo, grazie alla richiesta di fiducia, cadere gli emendamenti e rinunciando a migliorare una legge alquanto imperfetta che dà la garanzia di consegnare una maggioranza parlamentare ampia al partito vittorioso, ma non di produrre effettiva governabilità. Renzi ha usato del voto di fiducia anche per dimostrare, per l’appunto, con tracotanza, di essere in controllo non soltanto della Camera dei deputati, ma soprattutto del suo gruppo parlamentare e del suo cosiddetto Partito della Nazione. Nei confronti delle minoranze, il segretario del Partito Democratico/Capo del governo ha applicato un metodo che chiamerò della tenaglia. Da un lato, con una lettera assolutamente inusitata ai segretari dei circoli del PD ha richiesto sostegno e disciplina in nome della “dignità” del partito (meglio tutelabili escludendo subito tutti, ma proprio tutti gli inquisiti). Forse voleva dire della “responsabilità” del partito di governo nei confronti, presumo, dei suoi declinanti e mutevoli iscritti e dei votanti alle primarie che lo incoronarono. Dall’altro, ha fatto balenare chiaramente la possibilità di non ricandidare i dissenzienti, cosa che potrà fare data l’ampia maggioranza di cui gode nell’Assemblea nazionale del PD, ponendo termine a carriere politiche di lungo, ma anche di breve corso.

Dal canto loro, le minoranze non hanno saputo costruire una visione condivisa delle riforme necessarie. Inoltre, non sono riuscite a sconfiggere quello che è attualmente il senso comune: è ora di fare le riforme. Chi non le fa oppure le impedisce non giova agli interessi del paese. Anche se i sondaggi indicano, inesorabili, che gli italiani si dividono quasi a metà fra i favorevoli e i contrari all’Italicum, Renzi sa che la convinzione che una nuova legge elettorale è indispensabile è molto più diffusa. Non gli è stato difficile spingere gli oppositori nell’angolo dei conservatori fannulloni istituzionali che portano la responsabilità di anni di riforme non fatte. Ha anche potuto criticare con successo Forza Italia per la sua incoerenza: favorevole al Senato, contraria al testo nella stessa stesura adesso in votazione alla Camera. Insomma, Renzi ha dimostrato grande astuzia e enorme capacità di manovra. Certamente, continuerà con le stesse tattiche e con simili rivendicazioni di riformatore anche nei due prossimi voti di fiducia. I numeri della prima fiducia sono appena inferiori a quelli sperati. Il rischio si paleserà nel voto segreto sul testo complessivo della legge sul quale il governo non può porre il voto di fiducia.

Qualcuno pensa di continuare la battaglia chiamando in causa il Presidente della Repubblica, ma probabilmente all’orizzonte l’unico ostacolo vero che si intravede è la valutazione che potrebbe venire dalla Corte Costituzionale. L’Italicum è una brutta legge, ma non è né la prima né l’ultima brutta legge approvata dal Parlamento italiano. Per adesso, quello che conta è vedere quanto grande sarà lo sconquasso interno al Partito Democratico e quanto e come influenzerà le prossime scelte/riforme del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL 30 aprile 2015

Italicum: Renzi gioca d’azzardo ma (stavolta) rischia di perdere

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Ora tutto dipenderà da come l’Italicum sarà votato: con o senza fiducia e con o senza scrutinio segreto. Renzi sta facendo il giocatore d’azzardo, e in questi casi a volte si vince, ma in altre si perde“. E’ il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Ieri la commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato la legge elettorale che da lunedì sarà discussa dall’aula di Montecitorio. Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme istituzionali, ha lanciato un appello subito dopo il voto: “I gruppi parlamentari rinuncino a chiedere il voto segreto in aula sulla riforma elettorale”. A stretto giro la risposta di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia: “Sulla riforma della legge elettorale lo strappo lo ha fatto Renzi, deportando dieci suoi parlamentari in Commissione Affari costituzionali“.

Come valuta il testo finale dell’Italicum votato in commissione?

L’Italicum nel corso del tempo è stato migliorato ma ci sono tre punti che potrebbero essere modificati facilmente. Il primo aspetto che andrebbe cambiato riguarda le candidature multiple, che andrebbero subito abolite. I capilista bloccati inoltre fanno sì che due terzi dei parlamentari saranno nominati, e che ciò varrà per il 1 00% dei parlamentari di tutti i partiti esclusi quelli di Pd e forse M5S. La stessa minoranza Pd così può scordarsi di essere nominata o di riuscire a entrare nuovamente in Parlamento. La terza questione riguarda il premio di maggioranza.

Che cosa va cambiato?

Il premio di maggioranza non deve essere attribuito a una lista. I sostenitori dell’attuale formulazione sostengono che la lista è più compatta e quindi garantisce maggiore governabilità. Io al contrario sono convinto che bisogna incentivare la formazione di coalizioni. Altrimenti ci sarà una lista che ha il premio di maggioranza e quattro o cinque “listine” incapaci di fare opposizione. La verità è che, se non cambierà nulla, l’unica opposizione vera che ci sarà nel prossimo Parlamento sarà quella dell’M5S.

Renzi ha mai affrontato prima una prova di forza come quella sull’Italicum?

Renzi affronta soltanto prove di forza. Ha affrontato la prova di forza contro Bersani e quindi quella contro Letta. Se quest’ultimo avesse chiesto a Napolitano di mandarlo alle Camere per fargli votare la sfiducia, le cose sarebbero andate in modo diverso. Il metodo del premier è quello di andare allo sbaraglio, finora è stato fortunato ma sicuramente non continuerà così anche in futuro. Tanto è vero che quando ha tentato la prova di forza con l’Ue non ha ottenuto granché.

Il premier esce indebolito o rafforzato dalla vicenda dell’Italicum?

Da un lato esce leggermente ammaccato perché schiacciare le minoranze implica anche il fatto di subire un calo di popolarità. A qualcuno che pure fa parte della maggioranza del Pd non è piaciuto il modo in cui Renzi ha trattato le minoranze. La sostituzione dei dissidenti in commissione era tecnicamente possibile, ma da un punto di vista politico è stata molto sgradevole. Ora tutto dipenderà da come l’Italicum sarà votato: con o senza fiducia e con o senza scrutinio segreto. Renzi sta facendo il giocatore d’azzardo.

Che cosa accadrebbe se Renzi cedesse e accettasse le modifiche?

Se Renzi cedesse sulle candidature multiple e sui capilista bloccati non succederebbe nulla. La minoranza sarebbe contenta, perché potrebbe finalmente organizzarsi sul territorio e candidare i suoi esponenti. Lo stesso vale se rinunciasse al premio di lista anziché di coalizione, perché se lo volesse, il Pd potrebbe comunque andare al ballottaggio da solo. Quindi siamo di fronte a un incaponimento stupido. Il ministro Boschi ha rimarcato che sono nove anni che aspettiamo la legge elettorale: benissimo, quindi nulla impedisce di aspettare altri due mesi.

Perché Renzi comunque non vuole accettare delle modifiche ragionevoli?

Renzi vuole dimostrare di essere lui a decidere tutto e di essere in totale controllo del partito e dello stesso gruppo parlamentare. Al punto da schiacciare i deputati del Pd e in particolare a obbligare alle dimissioni il capogruppo Roberto Speranza. In questo modo vuole mandare alla gente il messaggio che lui è molto più forte, innovativo e deciso di tutti i suoi predecessori.

Lei prima ha parlato del gioco d’azzardo di Renzi. Che cosa rischia in questo caso?

Se chiede il voto di fiducia e perde, deve dare le dimissioni. Se perde ma senza la fiducia, può ricominciare prendendo atto del fatto che ci sono degli emendamenti che non ha lasciato che fossero discussi in commissione. Se queste integrazioni fossero accettate potrebbero migliorare la legge e consentirne l’approvazione in tempi brevi. Con gli emendamenti che ha presentato, la minoranza sarebbe disposta a votare la legge.

Per Berlusconi, l’Italicum è una legge autoritaria e Renzi è malato di bulimia di potere. Come si spiega questo voltafaccia?

Berlusconi è un opportunista, perché quella legge contiene molte delle cose che lui vuole a cominciare dai capilista bloccati e dalle candidature multiple. Alcuni esponenti legati al Cavaliere non hanno la certezza di essere eletti, e quindi le candidature multiple offrono loro maggiori chance. Lo stesso premio di maggioranza è stato inventato con il Porcellum di Berlusconi e Calderoli. L’Italicum contiene molto del Porcellum, al punto che secondo me è un Porcellinum.

Pubblicata il giovedì 23 aprile 2015

Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it

Le alleanze delle sparse membra

Non è un semplice e ininfluente “gioco” dei politici sapere chi si allea con chi, come e quando. Dalle alleanze elettorali si può imparare molto sulle preferenze dei partiti e sugli interessi che intendono rappresentare e difendere. Dal tipo di alleanze discende anche la possibilità che quei partiti sappiano governare insieme in maniera duratura ed efficace. E’ un vero peccato, forse un errore, sicuramente una forzatura che la proposta di riforma elettorale del governo Renzi e del suo ministro Boschi si sia assestata su un cospicuo premio in seggi da attribuire alla lista o al partito che abbia ottenuto il 40 per cento dei voti, da solo, oppure abbia ottenuto più voti nel ballottaggio. Questo meccanismo impedisce la formazione di coalizioni e di apparentamenti per il ballottaggio, mentre gli apparentamenti, dovrebbero saperlo tutti, sono la norma positiva nelle elezioni per i sindaci dei comuni con più di 15 mila abitanti. Guardando fuori dei “sacri confini della patria”, tutte le democrazie parlamentari europee, con l’unica eccezione della Spagna, hanno governi di coalizione. Qualche volta questi governi sono fatti da alleati non proprio “naturali” come quello guidato da Tsipras grazie anche al sostegno della destra anti-europea dei Greci indipendenti. Le coalizioni servono, da un lato, a dare maggiore rappresentatività al governo, dall’altro, a moderarne (che non vuole dire rallentarne) l’azione obbligandolo a tenere conto di un arco più ampio di aspettative, preferenze, esigenze.

Nel 1994 il miracolo politico di Berlusconi, che lo portò alla vittoria elettorale e al governo, consistette nella costruzione di due coalizioni: al Nord, il Polo della Libertà con la Lega; al Centro-Sud, il Polo del Buongoverno con Alleanza Nazionale. L’elemento di forza della leadership berlusconiana stava proprio nella sua capacità di mettere insieme partiti nient’affatto vicini su molte tematiche e, così facendo, di vincere e rivincere le elezioni. Da qualche anno a questa parte, Berlusconi sembra avere perduto questa sua importantissima capacità. Ha perso un pezzo di Forza Italia che, con Angelino Alfano, ha dato vita al Nuovo Centro Destra. Vede che quel che rimane di Forza Italia si divide sulla sua leadership, sfidata platealmente da Raffaele Fitto, anche perché è lui, Berlusconi, a non sapere dare la linea e a costruire alleanze potenzialmente vincenti. In due regioni, Campania e Veneto, Berlusconi deve fare i conti con la necessità e l’urgenza di coalizzare in maniera convincente gli alleati di un tempo. Una politica di vaste alleanze potrebbe rendere competitivo tutto il ricompattato schieramento di centro-destra anche in Liguria.

Confermare il centro-destra alla presidenza della Campania sarà quasi impossibile se Berlusconi non riesce a convincere colui che sembrò essere, per un tempo alquanto breve, il suo delfino, Angelino Alfano. Produrre la rielezione del leghista Luca Zaia alla Presidenza del Veneto richiede non soltanto che Forza Italia accetti di allearsi con la Lega aggressiva e lepenista di Matteo Salvini, ma che sia evitata la presenza di una Lista guidata dal popolare sindaco, lui pure leghista, di Verona, Flavio Tosi. Il Berlusconi di una decina d’anni fa avrebbe già trovato il modo di blandire, persuadere, coordinare e, alla fine, ricompensare generosamente tutti i suoi potenziali alleati nell’ambito del centro-destra. Le sue esitazioni attuali e le sue incertezze hanno creato molte delusioni persino fra i collaboratori più stretti e più fedeli. Le sue speranze che i potenziali alleati rinsaviscano e tornino a casa riconoscendo che è ancora lui l’unico che può federare il centro-destra non trovano conferma né fra gli esponenti del Nuovo centro-destra né in Matteo Salvini che, anzi, vorrebbe contare i suoi voti per conquistare la leadership di tutto lo schieramento. Però, un Salvini che antagonizza e non coalizza non è in grado di supplire alle declinanti forze di Berlusconi. Purtroppo, un sistema politico nel quale sia per ragioni politiche sia per scelte istituzionali, le sparse membra dell’opposizione non si ricompongono in un’alternativa credibile, perde un potente stimolo al buongoverno.

Pubblicato AGL 17 marzo 2015

Con una mediocre riforma Renzi ha messo nell’angolo Berlusconi. Parla GP

formiche

Il politologo valuta gli scenari aperti dalla revisione costituzionale. Boccia la linea di Forza Italia. E auspica l’introduzione delle preferenze nell’Italicum.

Intervista raccolta da Edoardo Petti per Formiche.net il 10 marzo 2015

Un passo decisivo verso le nuove istituzioni disegnate da Matteo Renzi è stato compiuto. L’Aula di Montecitorio ha terminato la prima lettura del progetto di revisione costituzionale governativo con 357 voti favorevoli e 125 contrari. Formiche.net ha interpellato lo scienziato politico dell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino per comprenderne i risvolti nel panorama partitico.

Come giudica il contenuto della riforma?

Il testo mi pare brutto. Perché se si crea una Camera di rappresentanza delle autonomie è necessario essere precisi su come gli enti locali vengono rappresentati. Anziché mescolare i sindaci con figure nominate dalle regioni, era meglio imitare il Bundesrat tedesco – costituito esclusivamente da esponenti dei Lander – tipico di un assetto parlamentare che funziona benissimo.

Vi sono ulteriori punti critici?

Non capisco il ruolo dei i 5 senatori nominati per 7 anni dal Presidente della Repubblica. Poi, se il problema è ridurre il numero dei parlamentari, bisognava tagliare anche quello dei deputati. E va bene fare una Camera di 100 rappresentanti delle autonomie territoriali, ma si dovrebbe trovare un diverso metodo di scelta. Resta aperto, inoltre, il tema dei compiti del prossimo Senato. Consentire a senatori non eletti il potere di contribuire alla riforma della Costituzione mi sembra eccessivo.

Il combinato disposto della revisione istituzionale e della nuova legge elettorale prefigura un modello coerente?

Parlerei di “scombinato indisposto”. Matteo Renzi voleva approvare un meccanismo di voto calibrato sulla Camera politica. Ma non si è preoccupato del nuovo Senato, che squilibra l’assetto istituzionale. Fondato su un governo che può contare su un altissimo numero di parlamentari nominati ed eletti con il premio di maggioranza. Uno sbilanciamento che incide pesantemente sulla scelta del Capo dello Stato.

La minoranza del Partito democratico ha vincolato il proprio Sì alla riforma alle modifiche del meccanismo di voto. A partire dal superamento dei capilista bloccati.

Che in effetti non dovrebbero essere previsti. Sarebbe utile che fosse adottato il voto di preferenza unico voluto dalla grande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 1991. Certo, le preferenze costituiscono una causa di corruzione. Ma è stata varata una legge contro il fenomeno. Il problema dei capilista bloccati in ogni caso non è l’unico.

Quali sono gli altri aspetti controversi?

Le candidature multiple, che dovrebbero essere buttate a mare subito. E l’attribuzione al singolo partito del premio di governabilità. Nelle democrazie politiche europee gli esecutivi sono tutti di coalizione ad eccezione della Spagna. Il premier preferisce invece puntare su una compagine mono-partitica, meno rappresentativa dell’elettorato.

Matteo Renzi sembra prospettare una dinamica tendenzialmente bipartitica.

Non è vero. Lungi dal favorire percorsi di aggregazione, le regole elettorali scelte frammentano e svantaggiano le forze di opposizione, relegandole in un ruolo marginale rispetto al governo. Vi è una cosa che sarebbe divertente per i politologi.

Cosa?

Visto lo stato di lacerazione del centro-destra, diviso dalle rivalità tra formazioni non molto forti secondo tutte le rilevazioni demoscopiche, nelle future elezioni politiche sarebbe probabile un ballottaggio tra Pd e Movimento Cinque Stelle. Le tornate amministrative di Parma e Livorno rivelano che a quel punto i giochi potrebbero riaprirsi.

I parlamentari penta-stellati hanno scelto la linea dell’Aventino denunciando “metodi fascisti” nello stravolgimento della Costituzione.

Si tratta di toni esagerati. Non ci troviamo di fronte a una deriva autoritaria, bensì in presenza di una scarsa cultura costituzionale e di un notevole tasso di improvvisazione nei governanti. Il rischio autoritario dovrebbe coinvolgere tutte le istituzioni repubblicane. Per fortuna vi sono una Corte Costituzionale e un Capo dello Stato con un forte senso dell’equilibrio fra poteri. E un’opinione pubblica restia ad avventure anti-democratiche.

Forza Italia invece ha votato No alla riforma, rovesciando la strategia fin qui adottata.

Silvio Berlusconi lo ha fatto per non lasciare la bandiera dell’opposizione alla Lega Nord e ad avversari interni come Raffaele Fitto. La scelta rivela che l’ex Cavaliere ha negoziato male con Renzi, e ora cerca di recuperare.

Nella partita delle riforme il premier ha messo alle corde il “partito azzurro”?

Fi sta seguendo una deriva verso posizioni minoritarie. Il suo leader, giunto al tramonto della propria parabola politica, non è in grado di tenere insieme le anime del partito. E non sa proporre un’alternativa, privo di qualunque concezione istituzionale nuova e dirompente.

Se il premier stravince ma esagera

Non è chiaro se il (patto del) Nazareno abbia portato agli italiani un promettente Presidente della Repubblica che, forse, non si meritano, ma del quale sicuramente hanno bisogno. Esistono versioni contrastanti date dai due contraenti esclusivi del patto. Non posso definirli “sottoscrittori” perché, purtroppo, sembra che non ci sia un documento scritto. Eppure, quanto contratto al Nazareno ha consentito di fare un lungo percorso alle riforme elettorali e istituzionali. Soprattutto, ne è consapevole Berlusconi, gli ha consentito di rimanere a galla, visibile e di mantenere un ruolo politico nonostante la condanna e i servizi sociali. Adesso, il fondatore, padrone e leader di Forza Italia si accorge che, in quel patto, è Renzi che ha il coltello dalla parte del manico. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, ma anche lo sfidante per l’impossibile eredità politica, Raffaele Fitto, dopo essere andati in ordine sparso all’elezione presidenziale, vorrebbero il ritorno a una battaglia aperta di opposizione, pura, dura e senza paura. Però, nessuna delle riforme pattuite al Nazareno è diventata definitiva. La trasformazione del Senato deve passare attraverso due complicate letture e deve fare i conti con la necessità di una maggioranza assoluta che proprio al Senato soltanto la convergenza di Forza Italia appare in grado di garantire, a meno che il soccorso dei pentastellati dissidenti non sia già sufficiente. Mi pare dubbio.

 

E’ sulla legge elettorale, però, che nell’ambito di Forza Italia, ma anche da parte di non pochi commentatori indipendenti si nutrono molte riserve. Berlusconi non è riuscito ad avere una soglia di accesso al Parlamento abbastanza alta da scoraggiare il Nuovo Centro Destra a correre da solo e da obbligarlo a tornare all’ovile. Non è riuscito a impedire l’introduzione delle preferenze anche se, comunque, i suoi parlamentari continuerà a nominarli tutti lui, a meno di un’imprevedibile avanzata di Forza Italia, Soprattutto, Berlusconi ha dovuto ingoiare, lui che è stato un brillante artefice di coalition-building, della formazione di coalizioni anche fra protagonisti molto distanti, che il premio in seggi vada alla lista e non alla coalizione, in pratica accettando la sconfitta annunciata (e, secondo alcuni critici, correndo il rischio, incalcolabile, di non riuscire neppure ad andare al ballottaggio).

 

Dopo lo “sgarbo” o schiaffo presidenziale, al quale con grande classe il Presidente Mattarella ha cercato di porre rimedio con l’invito al Quirinale, è probabile che Berlusconi abbia dei legittimi ripensamenti. Gli piacerebbe ancora co-intestarsi qualche riforma importante e diventare, anche se non sono convinto che basti, lo statista di cui parlano i suoi. Però, la sottomissione alle riforme di Renzi è un costo che gli appare molto elevato e il cui rendimento, se mai verrà, è posticipato, salvo improbabili elezioni anticipate, al 2018. Nel frattempo i commentatori che ritengono che una “matura democrazia dell’alternanza” (il mantra è questo) debba essere l’obiettivo fondamentale delle riforme temono lo spappolamento del centro-destra che aprirebbe la strada a un ballottaggio PD (Partito della Nazione?) e Movimento Cinque Stelle con esito da incubo.

L’esultanza dei renziani che, a partire dal loro Segretario-Capo del Governo, pensano di potere procedere a turbo, li ha portati a maltrattare quel che resta del Nuovo Centro Destra. Il partitino di Alfano non è in ottima salute e non ha grandi prospettive nel medio periodo, ma rimane un indispensabile alleato di governo e anche per le riforme. Trattare l’NCD come cespuglio irrilevante, come “tappetino” nelle parole del Ministro Lupi, significa buttarlo fra le braccia accoglienti di Berlusconi. Implica anche avere fatto più di due conti su quali voti potranno eventualmente sostituire quelli mancanti dell’NCD. In politica è meglio limitarsi a vincere evitando di stravincere.Per fortuna che al Colle c’è chi arbitrerà per sette anni e avrà molto da fischiare, ammonire, espellere (per esempio, i decreti frettolosi e sgrammaticati). La stravittoria di Renzi rischia di produrre un’instabilità politico-governativa di cui sarebbe preferibile fare a meno.

Pubblicato AGL 5 febbraio 2015

Le impronte sul Colle. Sgradevole cifrare il proprio voto

Il fatto quotidiano

Questo controllo del voto adottato dai partiti è un esempio di cattiva politica. Sulla scheda si dovrebbe scrivere solo il cognome del candidato“. Il giorno dopo l’elezione di Sergio Mattarella, il professor Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore dei Ds, condanna il fenomeno dei voti cifrati, che sabato l’ha fatta da padrone nel conteggio delle schede. Voti “firmati” in cui si sono contati i partiti e le correnti al loro interno, come i giovani turchi del Pd. Ma anche i consensi azzurri giunti in soccorso al nuovo capo dello Stato.
Professore, ha visto: “Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, ecc?

Paradossalmente le dico che, visti i famosi 101 traditori di Romano Prodi, forse è meglio così. Per lo meno c’è più trasparenza. In realtà, il fatto che i partiti e i parlamentari usino questo sistema per controllarsi a vicenda è sgradevole e poco edificante. Lo accetto, ma prendo atto dell’incapacità dei parlamentari di assumersi le loro responsabilità. È una brutta politica che, però, in questo caso ha dato buoni frutti, perché Mattarella è il miglior presidente possibile nelle circostanze date.
Il fenomeno dei voti riconoscibili non viola la Costituzione, che parla di voto segreto?
Si dovrebbe cambiare il regolamento e obbligare a scrivere solo il cognome. Detto questo, non viola la Costituzione perché il voto non è riconducibile al singolo parlamentare, ma al massimo a gruppi di deputati o senatori.
È giusto su alcune votazioni mantenere il voto segreto?
Assolutamente sì, perché va difesa la libertà del parlamentare, che deve poter votare secondo coscienza. In questo caso difendo il diritto dei forzisti di dare il voto a Mattarella contro l’indicazione di Berlusconi. Inoltre, il voto segreto tutela il votante nei confronti del votato. Il quale, una volta eletto, e dalla sua posizione di potere, potrebbe in qualche modo vendicarsi. Ma le voglio raccontare un aneddoto.
Prego.
Nel 1994, quando ero senatore, a Palazzo Madama si doveva eleggere il presidente. Carlo Scognamiglio prevalse per un voto su Giovanni Spadolini, con una scheda contestata in cui c’era scritto “ScognaMIGLIO”. Tra l’altro, senatore all’epoca era anche il professor Gianfranco Miglio. Era chiaramente una scheda firmata che fu ritenuta valida permettendo a Scognamiglio di essere eletto.
Parliamo dell’elezione. Forza Italia ha contestato il metodo di Renzi…
Il metodo è stato assolutamente trasparente. Sia da parte di Renzi, che ha indicato Mattarella. Sia da parte di Berlusconi, che ha scelto di votare scheda bianca. Le obiezioni del leader di Forza Italia sono fuori luogo. Se il premier avesse proposto una rosa di nomi, avrebbe concesso all’ex Cavaliere, che sta all’opposizione, di scegliere il capo dello Stato. Le sembra giusto?
Dopo l’elezione di Mattarella, il patto del Nazareno continuerà?
Innanzitutto credo che il patto non contenesse il nome del capo dello Stato, ma il fatto di discuterne. Il Nazareno è al capolinea non per i fatti di questi giorni, ma perché ha già dato tutto quello che doveva dare: le riforme istituzionali e la legge elettorale. Si è, come dire, esaurito.
L’Italicum arriverà a breve al vaglio del Quirinale…
Oltre ad avere la solida cultura politica della sinistra DC, Mattarella dà garanzia di autonomia e indipendenza, anche rispetto a Renzi. Quando dovrà dire dei no, lì dirà, ma non in maniera rumorosa e senza rompere il delicato equilibrio tra le istituzioni. Vedremo come si comporterà nel giudicare una legge elettorale nettamente inferiore alla sua.
Quanto durerà la ritrovata unità nel Pd?
Il premier ha fatto bene a ricompattare il partito su una scelta importante come quella del capo dello Stato. Ora dipenderà dalle scelte del governo. Non credo che le diverse minoranze del Pd faranno sconti a Renzi perché è stato eletto Mattarella.
Professore, il suo giudizio su Renzi è migliorato?
Io rimango antropologicamente anti renziano. Non mi piace il suo modo di fare e non mi piace il lessico mediocre. Ho sempre apprezzato, invece, la sua sfida alla vecchia classe dirigente del Pd. Alla cosiddetta “ditta”. Il premier è un abile equilibrista. Bisogna però dargli atto che finora è riuscito a ottenere tutto quello che voleva e ha inanellato una serie di successi non marginali. Tra cui l’elezione di Mattarella.

 

Intervista raccolta da Gianluca Roselli
Pubblicata il 2 febbraio 2015

Mattarella, un cattolico sgradito all’ex Cav

Dalla sua tradizione politica e personale, quella della Democrazia Cristiana, dei Popolari, forse anche dell’Ulivo e poi della Margherita, Matteo Renzi ha estratto una buona candidatura per il Quirinale. L’attuale giudice costituzionale Sergio Mattarella, più volte ministro, autore, ironia della sorte, di una buona legge elettorale che Renzi seppellisce definitivamente con il suo meno buono Italicum, è in effetti, un ex-democristiano, che non ha nessun motivo di pentirsi, di basso profilo. Non è, però, un ex-democristiano di bassa qualità.

Anzi, nell’ambito dei molti nomi di dc di vario genere che Renzi e il suo entourage hanno fatto circolare, per lo più strumentalmente, nei gossip pre-presidenziali, è sicuramente il migliore. Sobrio, riservato, sempre equilibrato nelle sue, rarissime, dichiarazioni, la carriera politico-parlamentare di Mattarella evidenzia anche la sua capacità di non rinunziare alle proprie convinzioni. Nel 1990 le sue dimissioni da ministro, unitamente ad altri quattro ministri della sinistra democristiana, furono motivate dal dissenso profondo sulla legge del repubblicano Mammì che aprì una prateria alle scorribande delle televisioni di Silvio Berlusconi. Probabilmente, sono proprio quelle dimissioni a renderlo non votabile da Berlusconi, che ha la memoria lunga, ma che deve anche avere capito che Mattarella non sarà un Presidente della Repubblica malleabile.
Se, dunque, Berlusconi voleva qualcosa in cambio dei suoi voti, si è reso immediatamente conto che quel qualcosa Mattarella non glielo avrebbe dato. Non glielo darà. Naturalmente, neppure Renzi avrà un trattamento di favore poiché la cultura costituzionale di Mattarella a nessun favore si piega. Semmai, in quanto Presidente della Repubblica, Mattarella cercherà nei limiti del possibile di ricostruire quell’equilibrio fra le istituzioni che il fortissimo ridimensionamento del Senato e il grande potere conferito dal premio elettorale alla lista vittoriosa e al suo capo mettono in seria discussione.
Dalla difficile prova dell’elezione presidenziale Renzi esce finora giustamente soddisfatto. Ha evitato che il Pd andasse in ordine sparso perseguendo candidature che, in generale, erano in parte divisive in parte inadeguate, a lui, comunque, non pienamente gradite. Ha dimostrato che il Patto del Nazareno non implicava nessun accordo segreto e inconfessabile riguardo all’inquilino da collocare al Colle per i prossimi sette anni. Ha messo in serie difficoltà l’area Nuovo Centro Destra e Udc, molti dei quali ex-democristiani dovranno dare delle spiegazioni a se stessi e alla loro coscienza se finiranno per non votare uno dei migliori di loro. Alfano non potrà cavarsela portando l’Ncd, come ha dichiarato, su posizioni più critiche dell’azione del governo di cui lui fa parte e dal quale non può staccarsi se non a rischio, quasi letale, di provocare nuove difficoltosissime elezioni. Dal canto suo, Berlusconi non può abbandonare gli accordi sulle riforme elettorali e costituzionali da concludere. Forse riuscirà a capire in tempo che votare Mattarella spiazzerebbe l’Ncd e lo rimetterebbe in sintonia con Renzi, una sintonia di cui Forza Italia al 16 per cento ha molto più bisogno che non il segretario del Partito Democratico.
I falchi di Forza Italia volano incattiviti, ma non sanno dove andare a posarsi. Infine, la mossa di Renzi ha reso visibilissime l’incapacità e l’irrilevanza dei grillini che sono in imbarazzo, anche perché poco sanno della storia della Repubblica, a giustificare il non–voto per Mattarella.
Una vittoria presidenziale è molto importante. Cancellerà per qualche tempo le molte preoccupazioni che il capo del governo deve avere soprattutto in termini di rilancio dell’economia. Sopirà anche le tensioni fra i renziani e le maltrattate minoranze interne, meno quella di Civati che s’inventerà qualcosa per rilasciare interviste. Metterà anche in soffitta la prospettiva, del tutto illusoria, di un progetto Tsipras Italian-style. Renzi si troverà al tempo stesso più libero nelle scelte, ma privo del sostegno che Napolitano gli ha garantito.
Pubblicato AGL 30 gennaio 2015