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Le urne, i dubbi e i conti del Quirinale

Quel che non sono finora riusciti a muovere i leader dei vari partiti nelle loro consultazioni reciproche potrebbe essere stato messo in movimento, un po’ dagli elettori del Molise, un po’ di più dagli elettori del Friuli-Venezia Giulia. Nella sua fin troppo rentrée anticipata (aveva promesso due anni di silenzio), alla televisione, non nella Direzione del partito, convocata per il 3 maggio, il due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi ha chiuso qualsiasi spiraglio di dibattito con le Cinque Stelle, spiazzando il segretario reggente, Maurizio Martina, che ha subito deprecato metodo e merito delle dichiarazioni renziane. Non è più chiaro che cosa sarà all’ordine del giorno della Direzione, magari quella discussione finora mancata sulle ragioni della secca sconfitta del 4 marzo.

Lanciando un messaggio sia al Presidente Mattarella sia al centro-destra, il sedicente senatore “semplice” di Scandicci, Impruneta, Lastra a Signa ha altresì dichiarato la sua disponibilità a un governo costituente, utile anche a salvare per un anno e mezzo circa le poltrone dei senatori, ai quali ha fatto riferimento esplicito, e dei deputati da lui nominati e fatti eleggere. Mentre il Presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, colto sul fatto di non pagare i contributi a chi lavora a casa sua e della compagna come colf, scopre il contrappasso dell’ossessiva, ancorché giusta, campagna delle Cinque Stelle sull’onestà, il nervosismo travolge Di Maio che sente che Palazzo Chigi per lui non è più dietro l’angolo. Renzi non apre il forno del Partito Democratico; Salvini adamantino vuole che il forno del centro-destra non escluda l’inaccettabile, per le Cinque Stelle, vecchio fornaio Silvio Berlusconi. Lo stallo è servito, a mio parere, senza eccessive preoccupazioni poiché il governo Gentiloni c’è e può continuare.

Pur non esagerando l’impatto del voto per le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia (fra l’altro, ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto) e tenendo conto delle specificità, i segnali politici sono chiari. Primo, le Cinque Stelle arretrano significativamente, segno che una parte non piccola di quegli elettori non hanno affatto gradito l’andirivieni fra i due forni e la preclusione nei confronti di Berlusconi. Secondo, il PD e le liste alla sua sinistra sono stabili o appena declinanti. Non c’è nessun segnale di ripresa, nessun apprezzamento per la decisione di stare all’opposizione. Anzi, si direbbe che gli elettori della regione abbiano preso atto che il PD vuole stare all’opposizione (ma in Friuli-Venezia Giulia era il partito della governatrice uscente) e lì l’hanno collocato. Nella sua nuova veste di statista sobrio e misurato, Salvini non ha esultato in maniera scomposta, ma lui e il candidato della Lega Massimiliano Fedriga sono i vincitori assoluti di queste elezioni. Rispetto al 2013, la Lega ha più che quadruplicato i suoi voti da 33 mila a 147 mila. Dal canto suo, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, leale alleata nel centro-destra, più che triplica i suoi consensi passando da 6 mila a 23 mila voti, mentre prosegue inarrestabile il declino di Forza Italia che perde 30 mila voti.

Ferme restando tutte le note di cautela su un voto nel quale le tematiche regionali e le personalità dei candidati hanno un’importanza significativa, sarebbe sbagliato non trarne un paio di lezioni. La prima è che il Nord(est) dimostra di essere un territorio, al tempo stesso, molto ostico per le Cinque Stelle e molto favorevole al centro-destra. La seconda è che diventa alquanto più difficile pensare che sia fattibile una coalizione di governo che escluda il centro-destra. Forse, da oggi, anche al Quirinale il Presidente Mattarella si sarà rimesso a fare i conti del numero dei seggi che mancano al centro-destra per il conseguimento della maggioranza assoluta in Parlamento. Si chiederà anche se, eventualmente rompendo con le prassi rigorosamente seguite dai suoi predecessori: “nessun incarico se non esiste una maggioranza precostituita”, la situazione attuale non richieda una eccezione.

Pubblicato AGL il 1° maggio 2018

I piani dei leader e le regole del Presidente

L’attenzione politica è giustamente rivolta alle consultazioni con i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari che il Presidente Mattarella inizierà domani. Il Presidente è consapevole che dovrà confrontarsi con i portatori di troppe affermazioni errate relative al funzionamento di una democrazia parlamentare. Quindi, certamente, dirà a tutti i suoi interlocutori che gli italiani non hanno eletto nessun governo. Nelle democrazie parlamentari i governi nascono, vivono, si trasformano e, con non auspicabili eccezioni di crisi extraparlamentari, muoiono in Parlamento. Dirà anche, a chi ne ha molto bisogno, che gli italiani non hanno eletto nessuna opposizione e che, lui, il Presidente, prima di procedere a dare qualsivoglia incarico, vuole vedere le carte (vale a dire, i programmi e le priorità) e le candidature a capo del governo presentate da tutti i partiti. Preso atto che effettivamente ci sono due “vincitori” delle elezioni, il Presidente terrà nel massimo conto sia la richiesta di Luigi Di Maio di ottenere l’incarico in quanto capo designato del partito più grande, quello che ha ottenuto più voti e che dispone di più seggi in Parlamento. Al tempo stesso, il Presidente vorrà sapere se Matteo Salvini, che è riuscito a moltiplicare voti e seggi della Lega, è unanimemente riconosciuto da Forza Italia e da Fratelli d’Italia come capo della coalizione di centro-destra. Preso atto di quelle dichiarazioni, il Presidente comunicherà ad entrambi che prima di procedere a dare l’incarico all’uno o all’altro, è assolutamente imperativo che tutt’e due dicano quali sono gli alleati potenziali che con i loro seggi sarebbero in grado di garantire la formazione di un governo basato su una maggioranza parlamentare non risicata, stabile, sufficientemente coesa e operativa. Questo sarà il passaggio più delicato. Infatti, come stanno attualmente le cose, né il Movimento Cinque Stelle né la coalizione di centro-destra sono in grado, da soli, di offrire al Presidente la certezza di dare vita alla maggioranza necessaria.

Nessuno deve scandalizzarsi se, per le ragioni che ho indicato sopra, sia Di Maio sia Salvini insisteranno nel loro desiderio di ottenere l’incarico. Dipenderà da loro se mettere un veto reciproco sulle rispettive candidature, magari consegnando al Presidente la possibilità di individuare un terzo uomo (il nome di una “terza donna” non è finora emerso), oppure se dare inizio all’indispensabile confronto sui programmi e sulle relative priorità. Con ogni probabilità il Presidente Mattarella si asterrà dal valutare i programmi eventualmente presentatigli limitandosi a pochissime parole che riguarderanno certamente un’esigenza irrinunciabile: che qualunque governo nasca si impegni a mantenere saldamente l’Italia nell’Unione Europea e non faccia nessun giro di valzer con ipotesi, atteggiamenti, politiche neppure lontanamente sovraniste. Questa posizione potrebbe creare più di un problema per Salvini e Giorgia Meloni.

Probabilmente, il Presidente ricorderà anche a tutti suoi interlocutori che non ha nessuna intenzione di avallare la formazione di un governo di scopo, meno che mai se quello scopo dovesse essere unicamente fare un’altra legge elettorale. Infine, Mattarella concluderà il primo giro di consultazione con un’altra affermazione molto chiara. Qualsiasi governo si cerchi di costruire dovrà essere un governo politico, espressione dei partiti rappresentati in Parlamento, e legittimamente tale poiché entrerà in carica, a norma di Costituzione, ottenendo “la fiducia delle due Camere” (art. 94). Nessun governo è a termine. La sua vita dipende dalla sua coesione e dalle sue capacità di rispondere ai compiti da svolgere e alle riforme da fare. Meglio utilizzare qualche settimana in più per conseguire specifiche e precise convergenze partitiche e programmatiche piuttosto che affrettarsi a fare un governo che nasca con nodi irrisolti e contraddizioni destinate a destabilizzarlo.

Pubblicato AGL il 3 aprile 2018

PD, o fuffa-truffa o reale democrazia

Stuoli (sic) di giornalisti equamente divisi fra filo-Pd e filo-Forza Italia che si preparavano a suonare la grancassa per la Grande Coalizione Arcore-style mi hanno accusato di essere filo-5 Stelle poiché ho sostenuto che le “carte” di Di Maio, nonostante gli sgarbi quotidiani, il PD doveva (deve) chiedere di vederle. Soprattutto, ho twittato che l’imposizione preventiva del rifugio nell’opposizione da parte del due volte ex-segretario Renzi è assimilabile all’eversione delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare. I sostenitori di Renzi, parlamentari e giornaliste amiche, sostengono che sono gli elettori ad averli mandati all’opposizione. Nel frattempo, però, qualcuno nel PD sta ridefinendo la posizione, troppo poco troppo lentamente.

Naturalmente, è del tutto sbagliato sostenere che gli elettori hanno mandato il PD all’opposizione. Gli elettori italiani non votavano sul quesito PD al governo/PD all’opposizione. Nessun elettore in nessuna democrazia parlamentare ha un voto di governo e/o un voto di opposizione. Comunque, gli elettori che hanno votato PD volevano conservarlo al governo del paese. Che adesso l’ex-segretario del PD interpreti il voto al suo partito come rigetto della sua azione di governo è confortante, ma troppo poco troppo tardi. Ed è sbagliato pensare che quegli elettori non desidererebbero, a determinate condizioni, che possono essere costruite, vedere il loro partito in posizioni di governo a temperare il programma degli alleati e a tentare di attuare parti del suo programma.

Quando ascolto molti parlamentari del PD ripetere senza originalità quello che ha detto Renzi, mi infastidisco. Subito dopo mi interrogo e capisco. Siamo di fronte ad un’altra conseguenza nefasta della legge Rosato. Non fatta per garantire qualsivoglia variante di governabilità, la legge Rosato non è stata, ma era prevedibile, neppure in grado di dare rappresentanza all’elettorato. I parlamentari eletti non hanno dovuto andarsi a cercare i voti. La loro elezione dipendeva dal collegio uninominale nel quale erano collocati/e e dalla eventuale frequente candidatura in più circoscrizioni proporzionali. Come facciano questi/e parlamentari a interpretare le preferenze e le aspettative di elettori che non hanno mai visto, con i quali non hanno mai parlato, ai quali non torneranno a chiedere il voto, potrebbe essere uno dei classici, deprecabili misteri ingloriosi della politica italiana e di leggi elettorali, come la Rosato. Formulata e redatta con precisi intenti particolaristici: rendere la vita difficile al Movimento Cinque Stelle, creare le condizioni per un’alleanza PD-Forza Italia, soprattutto consentire a Renzi e Berlusconi di fare eleggere esclusivamente parlamentari fedeli, ossequienti, totalmente dipendenti, per questi obiettivi, ma solo per questi, la Rosato ha funzionato.

Adesso sì che i conti tornano. Il PD va all’opposizione, almeno per il momento, perché lo dice, lo intima il capo che ha fatto eleggere la grande maggioranza dei deputati e dei senatori. Costoro, da lui nominati, dovrebbero dichiarare candidamente che seguono le indicazioni-direttive, non degli elettori, ma di Renzi. Naturalmente, nonostante tutta la mia scienza (politica), neppure io sono in grado di dire che cosa preferiscono gli elettori del PD. Sono i dirigenti del Pd, meglio se nell’Assemblea del Partito, quindi non precocemente, che debbono decidere, ma dirigenti non sono coloro che si accodano alle preferenze inespresse e che seguono opinioni e sondaggi scarsamente credibili poiché fondati su ipotesi. Dirigenti/leader sono coloro che precisano le alternative, le dibattono, le scelgono, le confrontano con le proposte degli altri. Poi, se il PD è un partito (e non un grande gazebo come vorrebbero coloro che stanno chiedendo già adesso fantomatiche primarie che servono a scegliere le candidature, per il parlamento non le ho viste, non i programmi) sottoporrà ai suoi iscritti, come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, un eventuale programma di governo concordato con altre formazioni politiche. Questa è la procedura democratica attraverso la quale si giunge al governo o si va all’opposizione. Il resto è fuffa/truffa.

Pubblicato il 30 marzo 2018

“M5S-Lega, prima si tratta e poi si governa assieme” #intervista

Intervista a Gianfranco Pasquino raccolta da Lorenzo Giarelli

Il politologo: “Occorre tempo per un accordo

“Ci vorrà tempo”. Ma il tempo, in questi casi, aiuta. Cambia gli umori di eletti e elettori, fino a rendere possibili scenari che sembravano irrealizzabili. Ne è sicuro Gianfranco Pasquino, politologo e Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Chiuso l’accordo sulle presidenze delle Camere, c’è chi adesso dà per certo un’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle anche per la formazione di un governo.

 

 

Professor Pasquino, secondo lei si arriverà a un’intesa?

La presidenza delle camere e il governo sono due partite separate, ma il risultato della prima mi fa pensare che la lega e 5 Stelle arrivino alla seconda con qualche vantaggio in più. In questo momento però credo che i giochi non siano fatti. Dovessi dire una percentuale, sarebbe un 50 e 50.

Ma a Salvini e Di Maio converrebbe? Non perderebbero parte del proprio elettorato?

I passaggi di questa trattativa non sono banali, servirà un po’ di tempo. Ma il tempo passa e più sarà facile accettare un accordo. E non dimentichiamo che le basi condividono una forte critica alla politica tradizionale, quella che ha dimenticato parti del Paese che Lega e 5 Stelle hanno saputo intercettare.

In ogni caso Salvini dovrebbe rinunciare a Berlusconi.

Non credo che i 5 Stelle accetterebbero mai di stare con Berlusconi. Se facessero un governo con Forza Italia, gli elettori grillini sarebbero sconvolti, oltre che molto preoccupati. Dopo tutto quello che gli hanno detto in questi anni-spesso a ragione-non se lo possono permettere. Anche perché sono stati determinanti per la sua ultima sconfitta politica, con il veto su Paolo Romani alla presidenza del Senato.

Nei programmi di lega e cinque stelle però ci sono parti poco conciliabili.

Mi sembra che i 5 Stelle abbiano un po’ alzato il piede dall’acceleratore sul tema del reddito di cittadinanza, così come la Lega potrebbe rinunciare alla flat tax. Una discriminante sarebbe il tema dell’Europa: se il Movimento accettasse una linea più sovranista, dovremmo aspettarci una reazione da parte degli organismi internazionali. A questo si collega alla gestione dell’immigrazione, su cui comunque i 5 Stelle mi sembrano più malleabili rispetto a Salvini. Detto questo, è evidente che un programma comune nasca dai negoziati: sforbiciate, compromessi.

Entrambi il leader dovrebbero rinunciare a fare il premier?

Salvini credo abbia meno problemi. Di Maio alla fine potrebbe anche farsi da parte, condividendo la scelta di una terza persona con il leghista.

Ci sono alternative, se non il ritorno al voto?

No se il partito democratico rimarrà ancora seduto sulla riva del fiume ad aspettare. I cadaveri dei nemici non stanno passando: passano soltanto gli elettori che chiedono conto di questo immobilismo.

I dem sperano che Lega e M5S vadano a sbattere.

Mi pare difficile che si schiantino, perché l’intesa potrebbe anche non valere per tutta la legislatura e non è detto che gli elettori valutino in maniera negativa quanto faranno Lega e 5 Stelle. Il PD fa opposizione a un governo che non esiste. Forse sperano che durante le consultazioni possano tornare in gioco, sempre che allora siano ancora vivi. Non è vero, come continuano a ripetere i dem, che gli elettori li hanno mandati all’opposizione: gli elettori hanno bocciato gli ultimi governi.

Occorre superare Renzi?

Anche in questo caso serve tempo, anche perché gran parte del partito e lì grazie a Renzi e ancora non se la sente di mollarlo. Non credo manchino le persone capaci di prendere in mano il cambiamento, manca solo un po’ di coraggio.

Pubblicato il 28 marzo 2018

After Italy’s vote: The case for a deal between the Democratic Party and the Five Star Movement

Italy’s election produced a fragmented result and there has been intense speculation over the potential government that could emerge from negotiations. Andrea Lorenzo Capussela and Gianfranco Pasquino argue that in a tri-polar parliament dominated by populists of different descriptions, a cabinet centred on some form of understanding between the Democratic Party and the Five Star Movement would be the least bad option from the perspective of both Italy’s and Europe’s interests. At the very least, the logic of parliamentary democracy requires the two parties to engage in serious talks.

Palazzo Montecitorio, seat of the Italian Chamber of Deputies, Credit: David Macchi (CC BY-NC-ND 2.0)

 

The Italian election produced three surprises. The centre-right coalition came first, as predicted, but within it voters largely preferred the anti-establishment rhetoric of Lega – the radical-right party formerly known as the Northern League, which recently shed its original secessionism to embrace sovereignism – to the more ambiguous liberal-populism of Silvio Berlusconi’s party, Forza Italia. They punished the ruling Democratic Party (PD) more harshly than expected, and rewarded the anti-establishment Five Star Movement (M5S) more generously than expected.

Like the PD, Berlusconi’s party scored the worst result of its history. Except in 2011-13, when both supported a non-partisan executive, those two parties or their predecessors – the alliance that merged into the PD in 2007 – have either led the government or the opposition ever since 1994. Although much divided them and their policies, they jointly presided over the country’s singular and remarkable decline, which began then. Suffice it to say that during the 2000s average per-capita real growth was the lowest in the world, and average real disposable income is now at about the same level as it was in 1995: in Italy’s closest Eurozone peers – France, Germany, and Spain – it is about 25% higher. Their joint defeat suggests that an opportunity might have opened for the country to gradually shift toward a fairer and more efficient equilibrium.

Before turning to the implications for the formation of the next government, however, a brief look at the composition and policy orientation of the three poles that dominate parliament, shown in the table below, might be useful. For two of these poles are fairly loose coalitions, and the solidity of the third cannot be taken for granted, especially when one considers that during the 2013-18 parliament, 36.7 per cent of MPs switched sides, often more than once (347 out of 945 elected MPs officially switched sides, and 566 switches were recorded).

Table: Selected results from the 2018 Italian election

Note: The seats shown in the table are preliminary figures. Two seats are as yet unassigned in either chamber; in the Senate, the count covers elected seats only. † In a slightly different composition between the two elections. ‡ With a different name and composition between the two elections. Source: Official data

Besides Lega and Berlusconi’s party, the centre-right coalition comprises a post-fascist grouping (‘Brothers of Italy’ in the table) and a smaller cartel of patronage networks. It is held together by history (they governed together in 1994, 2001-6, and 2008-11), by an equally long tradition of tolerance for illegality and clientelism and impatience for pluralism and constitutional democracy, by varying degrees of opposition to immigration, nationalism, and Euroscepticism, which only Berlusconi’s party muted during the campaign, and by a fairly extreme flat-tax proposal (the suggested rates are 15 or 23 per cent). But Lega’s virulent anti-establishment rhetoric, which undoubtedly contributed to the quadrupling of its votes, distances it markedly from its partners.

The Five Star Movement deliberately ran alone. But its lack of either a recognisable political culture or a reliable method for selecting candidates, its weak internal democracy, and its short history suggest that exits are possible (it lost 32.7 per cent of its parliamentarians in 2013-18). Although it too seems impatient with pluralism, its anti-political views do not extend to a rejection of constitutional democracy and the checks and balances system. On the contrary, its overall stance is couched primarily in terms of transparency and public integrity, and its support for judicial and political accountability survived the first large scandals in which the party was implicated. To this foundational message the M5S recently added the proposal of a form of universal basic income, it softened its Euroscepticism, and seems to have shelved its opposition to the common currency.

The centre-left coalition is far less balanced than its ideological alternative. None of the PD’s three allies reached the 3 per cent threshold, and within them only two figures carry some influence: Emma Bonino, who led a grouping of pro-European libertarians, and the former leader of a centrist party that was allied to Berlusconi until the 2010s. The coalition ran on the record of the 2013-18 PD-led cabinets, promising greater efforts on unemployment, poverty, and equality of opportunity. It advocated further European integration, ever a pillar of the PD’s stance, but gave this issue modest prominence. More importantly, several choices of candidates, especially in the South, appeared to indicate that the weight of clientelism has grown within that party.

Arithmetic and policy compatibility suggest that the next government could be built upon three alternative majorities, whether formal (coalition cabinets) or informal (parliamentary support for minority executives): the M5S and the PD, with or without the latter’s allies or, in their stead, a small leftist grouping (‘Free and Equal’ in the table); centre-right and centre-left; and M5S and Lega. A non-partisan government supported by most parties is a fourth option, which would probably be pursued if those three fail, as an alternative to snap elections. But such a cabinet would presumably have the mandate merely of steering the country while parliament designs a better electoral law: one, for instance, which allowed citizens to select their representatives.

The background against which these alternatives must be set is well known. Domestically, the growth acceleration of 2017 is likely to slow down, and the exceptionally favourable external macroeconomic environment of the past few years will gradually revert to normality. In Europe, the renewed Franco-German alliance does seem set to give impetus to EU and Eurozone reform, but faces both risks and obstacles – such as, for example, an unhelpful US administration, a hostile Russia, and dangerous relations between the two. It will also have to address the (legitimate) demands and reservations of an informal grouping of mainly Northern and North-Eastern smaller member states. Italy must choose a strategy and can indeed influence the outcome of this debate, which could shape the future of the continent for a decade or more.

Let us assume, for simplicity, that the centre-right’s interests are on the whole less aligned to the needs of Italy’s material and democratic development than those of the other parties, as recent history arguably suggests, and that greater European integration is desirable, at least if greater doses of democracy and accountability will infuse the common institutions. On these assumptions, admittedly subjective, it can readily be shown that only the first alternative (a deal between the M5S and the PD) could potentially advance both Italy’s and Europe’s needs.

With inverted roles, a left-right coalition would resemble the 2013-18 ones, which included either Berlusconi’s party or, de facto, segments of it. They achieved little on either front. A right-led coalition would likely do worse. Meanwhile, Lega’s flat tax (15 per cent) and the Five Star Movement’s universal basic income proposals are mutually incompatible. An alliance between them could thus lead the populists within the M5S to follow Lega’s example in the search for scapegoats: immigrants, Brussels, the euro, and others. Italy and probably also the EU are highly unlikely to survive unscathed.

Conversely, the M5S and the PD could find common ground on a genuinely universalistic, sustainable, and pro-growth reform of social insurance, on the fight against corruption and tax evasion, and, possibly, also on public administration reform and a pro-growth public expenditure review. Over five years, a meaningful degree of implementation of almost any plausible programme built along these lines would make Italy a distinctly better country.

The pre-conditions for such a compact are that the M5S pledges support for greater European integration, upon a sufficiently clear platform, and that the PD distances itself from collusion with the economic elites, clientelism, and the other unethical practices that increasingly permeated it. Cooperation could improve both sides of the deal, in other words. The main risks are friction, deadlock, and break-up. They are serious, of course, but could be reduced by following the German example: a detailed and transparent coalition agreement, made after comprehensive negotiations and public intra-party discussion and deliberation. The PD and even more the M5S have a lot to learn for such a demanding process to work, but nothing prevents them from giving it a try.

Having narrowly won the 2013 election, the PD offered a roughly similar alliance to the M5S but was mockingly rebuffed. Stung by defeat and by that precedent, the PD has so far, perhaps tactically, rejected the Five Star Movement’s informal overtures. The reasons offered boil down to these: cooperation with the M5S is not what voters want and would damage the party. It could harm the existing party, arguably, but might make it a better one. Above all, both Italy’s and Europe’s interests and the very logic of parliamentary democracy require the two sides to engage in serious talks. Talks held according to established practice (the largest party should lay down the platform), with reasonable safeguards (an adequate mixture of transparency, on strategic choices, and confidentiality, on tactical ones), and an open horizon (leading to either a formal coalition or external support for a minority government, and potentially encompassing also other parties or figures).

Note: This article gives the views of the authors, not the position of EUROPP – European Politics and Policy or the London School of Economics.

March 22nd, 2018

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About the authors

Andrea Lorenzo Capussela led the economic and fiscal affairs office of Kosovo’s supervisor, the International Civilian Office, and is the author of State-Building in Kosovo: Democracy, Corruption, and the EU in the Balkans (I.B. Tauris, 2015), and of The Political Economy of Italy’s Decline (Oxford University Press, 2018). He tweets @AndreaCapussela

Gianfranco Pasquino – University of Bologna
Gianfranco Pasquino is Emeritus Professor of political science at the University of Bologna and member of the Accademia dei Lincei. He has published a number of books on Italian politics and is co-editor of the Oxford Handbook of Italian Politics. He tweets @GP_ArieteRosso

Italians are not flirting with fascism @khaleejtimes United Arab Emirates

Italians, on the contrary, endorsed sovereignty from the North and attempted to meet the needs of the impoverished in the South.

Despite a range of stories in the overseas Press, Italy did not take a hard right turn in its March 4 national election. Sure, it voted for change but the result was far from flirting with fascism. In the country that gave the world this term, fascism remains an anathema.

Italians, on the contrary, endorsed sovereignty from the North and attempted to meet the needs of the impoverished in the South.

What exactly do we mean by the right, the far-right and populist? Certainly Silvio Berlusconi, whose Forza Italia party received 14 per cent of the vote, is not on the far-right. It would be seen as centrist in most countries.

In fact the Forza Italia now belongs to the European People’s Party, a political family on the centre-right whose roots run deep, traced all the way back to Europe’s founding fathers Robert Schuman, Alcide De Gasperi and Konrad Adenauer.

Even Matteo Salvini’s party, The League, which claimed 17 per cent of the vote, falls short of the far-right designation. Started as a separatist party to protect the interests of northern Italy, it attempted to go national but its support remains limited to the wealthier North. Salvini has an anti-immigration, Euroskeptic stance but does that really equate it with “extreme rightwing”?

Some foreign political commentators do not have a clear understanding of our country, history and reality,” says Gianfranco Pasquino, Professor Emeritus of Political Science at the University of Bologna.

Truly far-right parties, Casa Pound and Forza Nuova, each received less than one per cent of the vote, far short of the three per cent threshold needed for entry into the Italian parliament. “Casa Pound and Forza Nuova consider themselves heirs to Mussolini but they clearly flopped,” notes Pasquino.

The Five Star Movement (M5S), characterised as populist, has emerged as the single largest party in the elections. But that label might be misleading. Pasquino says, “There is only a streak of populism in them.

Overall, the M5S is an anti-establishment party. It is very critical of Italian politics and politicians, both of which are very condemnable. So there is no slide to populism in Italy,” says Pasquino. “The Italian electorate didn’t choose a populist way. Populist parties don’t form political alliances and coalition governments. They don’t make agreements in parliament. Both Salvini and Luigi Di Maio (M5S leader) will play the ordinary parliamentary game.”

The term populist in Latin means supporting the commoners – the “populus” or people, a very Rousseauian view of democracy.

Italy does not ride the far-right wave that exists in Hungary, Austria, Poland and even the Netherlands,” says Pasquino. “Italy is not Hungary where the Press faces censorship or the judicial system manipulation.

By comparison Italy’s far-right parties continue to be opposed, sometimes violently. The big question now facing the country and President Sergio Mattarella, who must mediate efforts to form a coalition, is whether the three main blocs can somehow find common ground to reach the 40 per cent majority needed to govern.

Pasquino thinks the next prime minister will not be a firebrand. “Salvini has no chance of becoming Italy’s next prime minister,” he says. The conservative bloc did not win enough votes to form a government.

The League leader “robustly and vigorously represents a specific part of the country, the interests of the people of the North“, he says, but for the first time The League left a mark in Central Italy, especially in Macerata. The brutal murder of Pamela Mastropietro in Macerata, allegedly by illegal immigrants, affected Salvini’s results in the region.

Whether the strange bedfellows of Italian politics can find common ground remains to be seen, but anything seems possible in a country whose capital is known as the Eternal City. Fractious, with regional animosities that date back centuries, the country’s politics are as labyrinthine as its winding medieval lanes. The country has had 64 governments in 72 years following WWII, and another is coming soon. But in their usual way, Italians will find a way out.

Compared to the 2,000 years ago, it is just another curve in the road.

What is certain is that Italy will never be on its way to legitimising fascism. Italian Constitution bans it.

Mariella Radaelli and Jon Van Housen

March 11, 2018  Khaleej Times

Ora bisogna fare politica #ElezioniPolitiche2018

Sarà anche stata brutta, come hanno sostenuto, senza troppa fantasia, la quasi totalità dei giornalisti e commentatori italiani (e stranieri), ma, fermo restando che le campagne elettorali non debbono essere valutate in base a criteri estetici, molti elementi suggeriscono che è stata una campagna elettorale molto utile. Ha comunicato un sacco di informazioni agli elettori, in materia di immigrazione e del suo eventuale, difficile controllo; di tasse, con una pluralità di proposte; di mercato del lavoro e delle modalità di renderlo, non tanto più flessibile quanto più accogliente; di leadership, persino con l’indicazione, non soltanto propagandistica, di eventuali ministri; infine, con riferimento alle possibili (e impossibili) coalizioni di governo e al ruolo importante e persino decisivo che sarà svolto dal Presidente della Repubblica. Certo a fronte di tutte queste innegabilmente importanti informazioni, gli elettori si sono trovati con uno strumento, la scheda elettorale, molto spuntato. Ciononostante, hanno capito l’importanza della posta in gioca non facendosi scoraggiare né dai commentatori che continuavano a paventare la fuga dalle urne né dai bizantinismi della legge elettorale. È ipotizzabile che sia stata l’incertezza dell’esito a funzionare come fattore mobilitante scacciando il troppo temuto fenomeno dell’astensionismo. Gli elettori hanno consapevolmente deciso che vogliono contare.

Gli exit poll, basati sulla compilazione di schede da parte di elettori che hanno appena votato, sembrano confermare le tendenze di fondo individuate dai sondaggi. Al momento, i tre dati più importanti sono, primo, che il Movimento Cinque Stelle risulta largamente in testa, arrivando forse addirittura oltre il 30 per cento. Secondo, il Partito Democratico appare in chiaro declino rispetto al 2013, giungendo all’incirca ac poco più/poco meno del 20 per cento. Terzo, Forza Italia e la Lega sembrano essere in una situazione di pareggio tecnico, con Forza Italia un po’ al disotto delle previsioni, forse superata dalla Lega. Le liste minori, fra le quali probabilmente va collocata anche Liberi e Uguali, hanno un andamento piuttosto insoddisfacente. Approfondendo l’analisi e scandagliando le probabili motivazioni degli elettori, appare plausibile sostenere che il voto per le Cinque Stelle è il prodotto della combinazione fra la perdurante insoddisfazione per la politica italiana di un alto numero di elettori e la disponibilità a perseguire la strada indicata da Di Maio e altri per un governo mai sperimentato, ma adesso possibile. L’esito certamente deludente per il Partito Democratico viene probabilmente da lontano: dagli errori del suo segretario, Matteo Renzi, dalla sua arroganza che ha spinto fuori dal partito persino alcuni dei suoi fondatori, dalla incapacità, forse impossibilità di valorizzare il governo di Gentiloni e la crescita economica, vera ancorché limitata.

Anche il centro-destra ha di che dolersi dell’esito complessivo. Rimane parecchio lontano dalla maggioranza assoluta di seggi che Berlusconi aveva annunciato come praticamente conseguita. Non gli basterà scovare una manciata di parlamentari disponibili, cosiddetti “responsabili”. Non potrà neppure lanciarsi sulla strada che, forse, avrebbe preferito, vale a dire quella di un fruttuoso incontro di “medie” intese con il Partito Democratico di Renzi. Mancherebbero almeno un centinaio di seggi. A questo punto, la palla va tutta nel campo, costituzionale, del Presidente Mattarella. Utilizzando i suoi tutt’altro che marginali poteri, il Presidente opererà affinché sia il Parlamento a produrre una soluzione stabile e operativa. Altrimenti, procederà a dare vita a un governo cosiddetto del Presidente, comunque, costituzionale e certamente politico poiché dovrà ricevere la fiducia dal Parlamento come l’hanno eletto i cittadini italiani.

Pubblicato AGL il 5 marzo 2018

日本国 Berlusconi spera in una riabilitazione #Chugoku 中国新聞 #KyodoNews #ElezioniPolitiche2018

Ecco come ho “brillantemente” contribuito a migliorare le conoscenze dei giapponesi sulla politica italiana. Per i lettori più che abili. Buona lettura!

Per i pochi che non conoscessero il giapponese ecco una brevissima sintesi dell’intervista 

Occhiello e titolo:
L’ex Premier Italiano, Berlusconi
Spera in una riabilitazione dalle elezioni generali

Catenaccio a destra :
Il 4 marzo si aprono le urne. Potrebbero essere scelti il prossimo Presidente del Consiglio e le politiche più importanti.

All’interno dell”articolo
Viene spiegato ai lettori giapponesi perché Berlusconi pur essendo una scelta che viene dal passato riesce ancora ad avere un elettorato consistente nonostante i suoi numerosi scandali.

Nel finale ci sono le valutazioni del Prof. Pasquino:
Se lo schieramento di centro-destra ottenesse abbastanza seggi per andare al governo sarà Berlusconi a decidere, come dice lui a fare “il regista”, chi dovrà fare il Primo ministro, a indicare le politiche più importanti.
Infine, se il governo formatosi anche grazie ai voti di Forza Italia sarà comunque debole e instabile è molto probabile che, quando, nel 2019, avrà scontato la pena di interdizione dai pubblici uffici e sarà tornato candidabile, cercherà di ottenere elezioni anticipate.

QUI L’ORIGINALE Intervista 日本国

 

Alle urne con quel che passa il convento #ElezioniPolitiche2018

Quello che ha passato il convento, anzi le conventicole partitiche e movimentiste, nella campagna elettorale, non è stato granché e, tuttavia, dal punto di vista delle offerte di programmi e di persone, è stato abbastanza variegato, più di un passato che molti hanno dimenticato o non vissuto. Abbiamo rivisto un po’ di usato, nient’affatto sicuro, ma ripetitivo e costantemente mendace (Berlusconi); abbiamo ascoltato molte promesse che non potranno essere mantenute, talvolta condite con persistente, incomprimibile arroganza; abbiamo notato pochissimo nuovo che avanza con passo di gambero (il Movimento Cinque Stelle); abbiamo sentito una sgradevole insistita richiesta di voto utile (Renzi). Difficile dire se tutto questo è risultato attraente per l’elettorato. Neppure il malposto paragone con le elezioni del 1948 che si svolsero in condizioni irripetibili: in piena guerra fredda e con una vera competizione bipolare per il governo del paese, può essere mobilitante.

Gli italiani che conosciamo sanno che il loro voto è sempre utile sia quando premia un partito o un candidato sia quando intende punire candidati e partiti (e molti la punizione se la meritano, eccome). Sanno che il loro voto serve anche a esprimere chi sono, con quali amici si rapportano, che società e che politica desidererebbero. Sono consapevoli che non otterranno tutto questo, ma saranno contenti di averci provato, di avere rinsaldato i loro legami con chi ha votato in maniera simile, di essersi riconquistato il diritto di criticare che cosa i politici, i parlamentari, i partiti, i governi faranno, non faranno, faranno male. Gli elettori italiani sanno che non hanno praticamente nessuna influenza diretta sulla formazione del governo, e se ne dolgono. Non servirà a nulla ascoltare e/o leggere le parole di un pur autorevole professore, anche emerito, di scienza politica, che spiega loro che nelle democrazie parlamentari i governi si fanno, si disfanno, si rifanno in Parlamento.

Gli elettori che andranno a votare vorrebbero che almeno fosse detto loro con chiarezza e senza sicumera per quali ragioni nascono quei governi e come formulano il programma della coalizione che dovrà impegnarsi a sostenerlo e ad attuarlo. Certo, quel professore di scienza politica continuerà imperterrito a sostenere, perché lo ha letto nella Costituzione (il cui impianto lui a contribuito a salvare con un rotondissimo NO al referendum), che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri. Tuttavia, i partiti non fanno nessuno sbrego alla Costituzione quando mettono “in campo”, i nomi dei loro candidati alla carica sia di capo del governo sia di ministro. È un’indicazione aggiuntiva che può servire all’elettorato a farsi un’idea di che cosa ci si può aspettare da quel partito poiché da tempo sappiamo che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne (abbiano ricevuto o no endorsement più o meno autorevoli). Un po’ di chiarezza su chi attuerà concretamente un programma concordato fra più protagonisti e su quali saranno le priorità è certamente utile.

Non viviamo nel migliore dei mondi, ma neanche nel peggiore. Quando avremo contato il numero dei seggi conquistati dai partiti e dalle coalizioni avremo la certezza che alcune delle ipotesi accanitamente e noiosamente discusse non sono numericamente praticabili. Il centro-destra non avrà ottenuto la maggioranza assoluta di seggi e non sarà in grado da solo di conseguire il voto di fiducia. La somma dei seggi del Partito Democratico più quelli di Forza Italia non supererà l’indispensabile soglia del 50 per cento: addio alle non sufficientemente larghe intese. Forse, nonostante la generosità di Berlusconi non ci saranno abbastanza parlamentari già insoddisfatti al momento del loro ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama per “puntellare” in cambio di qualche carica una coalizione che contenga Berlusconi e tutto o parte del suo centro-destra.

Evitando gli ormai stucchevoli piagnistei sul referendum perduto e sull’Italicum caduto e le critiche, pur doverose, alla pessima legge Rosato (che, però, avrà probabilmente salvato il seggio del suo relatore,di un’indispensabile sottosegretaria, dell’ex-Presidente della Commissione Banche e della new entry Piero Fassino), smettendo di pettinare le bambole e rimboccandosi le maniche ai parlamentari spetterà il compito di dare vita ad un governo, di scopo, per l’appunto lo scopo di governare una società frammentata, corporativa, egoista, ma talvolta anche capace di impennate di innovazione, di impegno, purché chi si pone alla guida sia competente e, soprattutto, credibile. Con un po’ di fortuna e molta virtù, si può fare. The best is yet to come.

Pubblicato il 3 marzo 2018

Cortesi, scorretti, inesperti, manipolatori

Scorrettezza politica e costituzionale oppure cortesia istituzionale? Fare conoscere in anticipo al Presidente della Repubblica la lista dei ministri del prossimo eventuale (issimo) governo delle Cinque Stelle è, a mio parere, un gesto sostanzialmente propagandistico senza nessun senso istituzionale, ma anche senza nessuna violazione costituzionale. A Giovanni Sartori e, per quel che conta, anche a me, già pare costituzionalmente deprecabile che nei simboli di molti partiti compaia il nome del leader anche se è vero che alcuni partiti avrebbero vita ancora più triste e grama se non sfruttassero quel minimo di popolarità derivata che le apparizioni televisive dei leader garantiscono loro. Fu Berlusconi, non bloccato da Ciampi, a inaugurare la moda. Voleva non solo asserire con forza il suo predominio su Forza Italia e sul Popolo della Libertà, ma anche sottolineare che era lui e solo lui il candidato alla carica di Presidente (del Consiglio). Abbiamo anche visto e non stigmatizzato abbastanza le consultazioni parallele tenute dal segretario del PD Matteo Renzi nel dicembre 2016 dopo la pesante sconfitta referendario nel per individuare il suo successore. La sfilata di Padoan, Gentiloni, Delrio e Franceschini da lui convocati a Palazzo Chigi si configurò come una reale soperchieria costituzionale.

Non ha bisogno Di Maio di mettere il suo nome nel simbolo del Movimento che è molto più noto di lui e molto più attrattivo agli occhi di un elettorato insoddisfatto della politica italiana, irritato, anti-establishment che non ha nessun bisogno di sapere in anticipo né il nome del Presidente del Consiglio né i nomi dei ministri. Dunque, siamo di fronte a una sceneggiata napoletana che, pur criticabile, merita poca considerazione perché non intacca per nulla i poteri del Presidente della Repubblica al quale spetterà la nomina del Presidente del Consiglio “e, su proposta di questi, i ministri”. Riconosciamo a Di Maio la piena libertà di proporre i ministri che vorrebbe, ma la nomina spetterà a Mattarella e, se mai Di Maio andasse al governo, quei ministri dovrà prima di tutto concordarli con gli alleati della coalizione che fosse riuscito a formare. È anche sbagliato criticare Di Maio perché ha parlato di governo ombra, che è quello che alcune opposizioni costruiscono, soprattutto nei paesi anglosassoni a competizione bipolare/bipartitica (ci provò anche, malamente e tardivamente, il PC/PDS), come se si preparasse a stare all’opposizione- che potrebbe, comunque, essere il suo destino dopo il 4 marzo. Di Maio sta cercando di “fare ombra” sia al centro-destra, nel quale è in corso uno scontro en plein soleil di potenziali Primi ministri, sia al PD con il suo attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, (uno più puntuto dell’altro) e con molti aspiranti alcuni (tramanti) nell’ombra.

Preso atto che la lista dei ministri di Di Maio non appare ricca di personalità quanto, piuttosto, povera di esperienza politica e quindi splendidamente rappresentativa dell’ideologia e della pratica delle Cinque Stelle, interpreterei la sua presentazione precoce come un omaggio un po’ maldestro (ma anche un po’ sinistro) alla logica delle istituzioni e della competizione politica. Infatti, è innegabile che da molte parti venga spesso la richiesta, soprattutto nelle elezioni comunali, di fare conoscere in anticipo la squadra dei governanti come se le squadre fossero automaticamente un valore aggiunto. Certo, se Virginia Raggi avesse fatto conoscere in anticipo la sua squadra avrebbe anche potuto in anticipo procedere al raffinato gioco di dimissioni, sostituzioni, nuove nomine etc. Non so se Di Maio ha fatto tesoro di quella (non)esperienza. Credo, invece, che, magari senza esserne del tutto consapevole, senza forse neanche volerlo sta comunicandoci qualcosa di importante. Il Movimento Cinque Stelle sta proseguendo la sua lenta marcia nelle istituzioni cominciata nella confusione in Parlamento cinque anni fa. Prolungata non splendidamente nei lavori parlamentari facendo “crescere” qualche competenza, la marcia pentastellata nelle istituzioni è approdata al riconoscimento del ruolo e dei poteri del Presidente della Repubblica. Le modalità del riconoscimento sono piuttosto pasticciate e contengono anche un ingenuo tentativo di condizionamento di Mattarella. Forse, vogliono persino essere una sfida ai Renzi e ai Berlusconi, ai Salvini e alle Meloni. Tutti costoro, soprattutto i primi due, hanno anche altre gatte da pelare e non hanno risposto adeguatamente. Tuttavia, se i famigerati intellettuali di riferimento, i giuristi (e i politologi) di corte dicessero alto e forte che tutto quello, nomina dei ministri compresa, che succederà dopo il 4 marzo avrà inizio esclusivamente con le consultazioni presidenziali ufficiali e con l’esercizio pieno dei poteri del Presidente sarebbe già un piccolo, ma utile passo avanti per tenere sotto controllo le conseguenze del voto prodotte da una brutta legge elettorale (mai abbastanza deprecata).

Pubblicato il 1 marzo 2018 su FondazioneNenniblog