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Cortesi, scorretti, inesperti, manipolatori

Scorrettezza politica e costituzionale oppure cortesia istituzionale? Fare conoscere in anticipo al Presidente della Repubblica la lista dei ministri del prossimo eventuale (issimo) governo delle Cinque Stelle è, a mio parere, un gesto sostanzialmente propagandistico senza nessun senso istituzionale, ma anche senza nessuna violazione costituzionale. A Giovanni Sartori e, per quel che conta, anche a me, già pare costituzionalmente deprecabile che nei simboli di molti partiti compaia il nome del leader anche se è vero che alcuni partiti avrebbero vita ancora più triste e grama se non sfruttassero quel minimo di popolarità derivata che le apparizioni televisive dei leader garantiscono loro. Fu Berlusconi, non bloccato da Ciampi, a inaugurare la moda. Voleva non solo asserire con forza il suo predominio su Forza Italia e sul Popolo della Libertà, ma anche sottolineare che era lui e solo lui il candidato alla carica di Presidente (del Consiglio). Abbiamo anche visto e non stigmatizzato abbastanza le consultazioni parallele tenute dal segretario del PD Matteo Renzi nel dicembre 2016 dopo la pesante sconfitta referendario nel per individuare il suo successore. La sfilata di Padoan, Gentiloni, Delrio e Franceschini da lui convocati a Palazzo Chigi si configurò come una reale soperchieria costituzionale.

Non ha bisogno Di Maio di mettere il suo nome nel simbolo del Movimento che è molto più noto di lui e molto più attrattivo agli occhi di un elettorato insoddisfatto della politica italiana, irritato, anti-establishment che non ha nessun bisogno di sapere in anticipo né il nome del Presidente del Consiglio né i nomi dei ministri. Dunque, siamo di fronte a una sceneggiata napoletana che, pur criticabile, merita poca considerazione perché non intacca per nulla i poteri del Presidente della Repubblica al quale spetterà la nomina del Presidente del Consiglio “e, su proposta di questi, i ministri”. Riconosciamo a Di Maio la piena libertà di proporre i ministri che vorrebbe, ma la nomina spetterà a Mattarella e, se mai Di Maio andasse al governo, quei ministri dovrà prima di tutto concordarli con gli alleati della coalizione che fosse riuscito a formare. È anche sbagliato criticare Di Maio perché ha parlato di governo ombra, che è quello che alcune opposizioni costruiscono, soprattutto nei paesi anglosassoni a competizione bipolare/bipartitica (ci provò anche, malamente e tardivamente, il PC/PDS), come se si preparasse a stare all’opposizione- che potrebbe, comunque, essere il suo destino dopo il 4 marzo. Di Maio sta cercando di “fare ombra” sia al centro-destra, nel quale è in corso uno scontro en plein soleil di potenziali Primi ministri, sia al PD con il suo attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, (uno più puntuto dell’altro) e con molti aspiranti alcuni (tramanti) nell’ombra.

Preso atto che la lista dei ministri di Di Maio non appare ricca di personalità quanto, piuttosto, povera di esperienza politica e quindi splendidamente rappresentativa dell’ideologia e della pratica delle Cinque Stelle, interpreterei la sua presentazione precoce come un omaggio un po’ maldestro (ma anche un po’ sinistro) alla logica delle istituzioni e della competizione politica. Infatti, è innegabile che da molte parti venga spesso la richiesta, soprattutto nelle elezioni comunali, di fare conoscere in anticipo la squadra dei governanti come se le squadre fossero automaticamente un valore aggiunto. Certo, se Virginia Raggi avesse fatto conoscere in anticipo la sua squadra avrebbe anche potuto in anticipo procedere al raffinato gioco di dimissioni, sostituzioni, nuove nomine etc. Non so se Di Maio ha fatto tesoro di quella (non)esperienza. Credo, invece, che, magari senza esserne del tutto consapevole, senza forse neanche volerlo sta comunicandoci qualcosa di importante. Il Movimento Cinque Stelle sta proseguendo la sua lenta marcia nelle istituzioni cominciata nella confusione in Parlamento cinque anni fa. Prolungata non splendidamente nei lavori parlamentari facendo “crescere” qualche competenza, la marcia pentastellata nelle istituzioni è approdata al riconoscimento del ruolo e dei poteri del Presidente della Repubblica. Le modalità del riconoscimento sono piuttosto pasticciate e contengono anche un ingenuo tentativo di condizionamento di Mattarella. Forse, vogliono persino essere una sfida ai Renzi e ai Berlusconi, ai Salvini e alle Meloni. Tutti costoro, soprattutto i primi due, hanno anche altre gatte da pelare e non hanno risposto adeguatamente. Tuttavia, se i famigerati intellettuali di riferimento, i giuristi (e i politologi) di corte dicessero alto e forte che tutto quello, nomina dei ministri compresa, che succederà dopo il 4 marzo avrà inizio esclusivamente con le consultazioni presidenziali ufficiali e con l’esercizio pieno dei poteri del Presidente sarebbe già un piccolo, ma utile passo avanti per tenere sotto controllo le conseguenze del voto prodotte da una brutta legge elettorale (mai abbastanza deprecata).

Pubblicato il 1 marzo 2018 su FondazioneNenniblog

Sacrifici da meritare

Vorrei offrire ai dirigenti locali del Partito Democratico qualche argomento da contrapporre alla segreteria nazionale per evitare troppi sacrifici in termini di candidature al Parlamento nazionale. Primo, fare valere il criterio di una sana rotazione dopo i famosi/famigerati due mandati, non in maniera automatica, ma esprimendo anche una valutazione sull’operato del/la parlamentare uscente-entrante. Secondo criterio, inteso a dare buona rappresentanza politica agli elettori, ricandidare chi viene ripresentato nello stesso collegio della precedente elezione. Lì potrà spiegare ai suoi elettori le molte cose successe nella delicata, soprattutto per il PD, legislatura che si è conclusa, chiarendo, mio mantra, che cosa ha fatto, non fatto, fatto male e perché. Sarebbe un’ammirevole e utilissima operazione pedagogica che restituisce dignità alla politica. Terzo, scegliere le nuove candidature, anche valutando quelle che da Roma vorrebbero paracadutare, in base a due elementi essenziali: la storia politica, sociale, professionale e la sua rappresentatività delle idee del PD, della sua storia, del suo progetto. Naturalmente, da parte del paracadutato/a dovrebbe anche esserci una disponibilità a garantire la sua presenza sul “territorio”, non solo a fare passerella, ma a interloquire con gli elettori tutti, con le associazioni, persino con le banche. A questo punto, a PierFerdinando Casini (eletto alla Camera per la prima volta nel 1983) fischieranno le orecchie, ma so che personalmente se ne infischia. Tuttavia, da un lato, mi pare difficile inserire Casini nella storia del PD; dall’altro, mentre serpeggia l’inquietudine nella “base”, fra malumori e maldipancia, è giusto chiedersi se la candidatura di Casini, quanti voti porterà?, non segnali la direzione di marcia del PD, verso il centro-destra. Infine, per chi ritiene che la buona rappresentanza parlamentare è la premessa di qualsiasi governabilità decente, le candidature vanno scelte in base alla loro qualità, non perché sono “in quota di” qualcuno, né di Prodi né di Franceschini, ad esempio, ma perché rappresentano le idee del Partito Democratico. Si tratta di elezioni nazionali che, dunque, non dovrebbero in nessun modo avere riflessi sulla composizione della giunta di Bologna. Qualsiasi rimpasto andrebbe fatto con riferimento alle esigenze di garantire un miglior funzionamento del governo locale, non a ricompensare qualcuno perché non ha “ottenuto” candidature al Parlamento né a produrre un qualche riallineamento fra chi ha vinto e chi ha perso nel Partito Democratico. Che brutta storia.

Pubblicato il 12 gennaio 2018

Vittoria a quota 46

Al voto con la legge Rosato. Vittoria impossibile, sfide finte e parlamentari nominati. L’analisi del professor Pasquino.
Intervista raccolta da Massimo Pittarello

Stiamo per andare al voto con una legge elettorale totalmente nuova, inedita, due terzi proporzionale e un terzo con collegi uninominali. Difficile capire l’esito del voto, e ancor di più la sua traduzione in seggi. Per fare luce abbiamo sentito Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Astrologia Politica, pardon, di Scienza Politica.

Professore, quale deve essere la quota da raggiungere per essere certi della vittoria?

Difficilissimo rispondere, soprattutto prima di sapere come sono formate le coalizioni e chi viene candidato nei collegi, ma per essere sicuri della vittoria bisogna raggiungere il 45-46%, poiché a questa quota c’è un “premio” implicito insito nel meccanismo.

Qualcuno dice che basta il 40%..

Il 40% non basta. E, per come stanno le cose adesso, nessuno avrà la maggioranza. Tuttavia, c’è una campagna elettorale in corso e può darsi che qualcuno faccia errori clamorosi e qualcuno delle scoperte fondamentali.

Ma come è nata questa legge, quale il criterio con cui è stata scritta?

La legge Rosato non è stata scritta da Rosato, ma a lui bisognerebbe chiedere se abbia mai letto un libro o un articolo sui sistemi elettorali, anche se la risposta sarebbe imbarazzante e imbarazzata.

Si dice sia stata scritta per mettere in difficoltà i 5 stelle..

Senza dubbio con le coalizioni si è cercato di svantaggiare le 5 Stelle (usa il femminile, ndr), riuscendoci. Anche se forse le 5 Stelle stanno attrezzandosi per trovare qualche alleato. O almeno mi auguro possano creare delle liste civetta, tipo “lista democrazia diretta” o “lista Rousseau”.

Oltre a questo, quando hanno approvato la legge Rosato, Berlusconi e il Pd sapevano che con l’attuale assetto sarebbe stato improbabile avere un vincitore?

Già sapevano che nessuno poteva vincere. E Berlusconi sapeva di essere incandidabile. Cosicché, se non avesse vinto nessuno, lui avrebbe avuto il tempo per crescere. E se la coalizione andrà bene, è pronto per andare al governo con Renzi.

E Renzi, perché l’ha proposta?

Renzi condivide con Berlusconi l’interesse a scegliere in totale autonomia i parlamentari, che se poi si comportano in maniera servile potranno essere ricandidati. E’ un punto fermo nato con la legge Calderoli, proseguito con l’Italicum e ora con la legge Rosato, in cui tutti gli eletti sono tutti scelti da poche persone. A sinistra da Renzi, Franceschini e Orlando. A destra in base all’accordo tra Berlusconi, Salvini, Meloni e, forse, la quarta gamba.

L’affluenza può incidere sul voto e può contribuire od ostacolare una vittoria qualcuno?

Sappiamo che nel 2013 il Movimento 5 Stelle ha portato al voto una percentuale non molto alta, ma significativa, di elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. Bisogna capire se sarà in grado di ripresentarsi come il partito che va contro tutti gli altri, come il partito che mobilita e incanala la protesta.

L’affluenza alle urne ha un peso nel determinare un vincitore? E in che modo?

Sarà importante capire chi sarà candidato nei collegi e le relative sfide. Per esempio, se a Bologna, che già è territorio ad alta partecipazione, ci fosse un confronto Bersani-Fassino, la mobilitazione potrà fare aumentare il numero dei votanti. Nei collegi con minore partecipazione ciò sarà ancora più importante. Stamattina c’era in televisione Latorre, che è un ex dalemiano, e uno scontro proprio con D’Alema alimenterebbe la mobilitazione.

Professore, lei è un provocatore..

E allora mi faccia essere cattivissimo. Nel collegio di Arezzo lo scontro tra Ferruccio De Bortoli e Maria Elena Boschi produrrebbe un’altissima partecipazione, altissima e interessantissima partecipazione… (ride)

A parte gli scherzi, sembra che nella realtà qualche sfida tra big ci sarà. Ma le pluricandidature non annullano le competizioni nei collegi, rendendole “finte”?

Tecnicamente si, ma può darsi che media e partiti riescano a concentrare l’attenzione su alcune sfide. In ogni caso la “battuta” davvero cretina di Renzi, che avrebbe sfidato Berlusconi, incidentalmente incandidabile, a Milano, è anche inutile, perché tanto poi Renzi si candida in qualche listino proporzionale e sarà eletto. Tuttavia, in alcuni casi le sfide potranno creare mobilitazione, anche se faccio difficoltà a trovare venti dirigenti politici degni di nota.

In ogni caso le forze politiche stanno cominciando a presentare le candidature. Cosa pensa delle “parlamentarie” dei 5 Stelle?

Il fatto che ci siano 15.000 persone che si candidano, che vogliono fare politica, è positivo. Qualcuno dice che vogliono solo entrare in parlamento, ma queste “primarie” oltre a definire cariche monocratiche, come per i collegi uninominali, sostengono anche la mobilitazione, l’attenzione, la comunicazione, la conversazione pubblica. Vedremo chi verrà fuori, ma le “parlamentarie” sono uno strumento efficace che riesce ad incanalare la protesta e a tenere vivace questa democrazia che talvolta è un po’ fiacca.

Negli altri partiti, a cominciare dal Pd, che scenario vede?

Una situazione preoccupante, a tratti deprimente. Tecnicamente, un “manuale Cencelli”, in cui Renzi, Orlando, Franceschini e, forse, Emiliano, si spartiranno le candidature in base alle percentuali interne. Si spartiranno le spoglie, consapevoli che è rimasto assai meno di quanto ottenuto nel 2013, quando con il 26% dei voti il Pd ottenne il 54% dei seggi alla Camera. Comunque, la spartizione più importante avverrà nell’area di Renzi, perché Franceschini è stato un ministro di successo, è un potenziale successore e ha un peso rilevante che vorrà e saprà far valere.

Pubblicato 8 gennaio 2018

 

Il falso problema delle firme. Troppo “Rosato” fa male

È molto fastidioso e del tutto sbagliato sentire dire, anche da autorevoli commentatori, che la Legge elettorale Rosato è brutta perché (forse) impedirà la presentazione della lista +Europa e quindi il ritorno in Parlamento di Emma Bonino. Firme richieste molte (non ne sono affatto sicuro) tempi brevi (anche questo è discutibile): questa sarebbe la tenaglia che schiaccia i radicali Bonino, Della Vedova, Magi. In verità, potrebbe schiacciare molti altri, incapaci di raccogliere le firme che, lo sottolineo, sono previste da sempre per impedire la comparsa di liste folcloristiche, avventuriere, frammentatrici. Fare, però, di questa clausoletta il capro espiatorio di una legge che ha molti altri e molto più gravi difetti è davvero troppo radicale, ooops, chiedo scusa, troppo fuori luogo.

Il problema, come molti hanno detto, non proprio ad alta voce, in corso d’opera, è che la legge Rosato non è fatta per dare potere agli elettori, ma per consentire ai partiti, ai loro capi e ai capi delle correnti (non perdete di vista Franceschini, ma neanche, purtroppo per lui, in misura minore, Orlando) di nominare parlamentari i più ossequiosi, (oso?: i più provatamente servili) dei candidati. Il casting di Berlusconi serve anche a questo test. Lascio a chi, non sono pochi, nulla sa dei sistemi elettorali delle democrazie parlamentari di argomentare che succede così anche negli altri sistemi politici. Ricordo che non solo chi ha proposto e votato la legge Rosato ha respinto la possibilità di voto disgiunto uninominale/proporzionale (come in Germania, dove ha costantemente offerto buona prova di sé), ma ha addirittura imposto per la terza volta (prima legge Calderoli-Porcellum; poi legge Italicum-porcellinum perché rivista al ribasso; adesso Rosato, l’aggiunta la mettano i lettori) la possibilità di pluricandidature. È un altro sicuro obbrobrio certamente più criticabile dell’esigenza delle firme. Infatti, le candidature multiple nullificheranno qualsiasi effetto positivo che potrebbe/potesse derivare dalla competizione nei collegi uninominali.

Chi rischia di perdere nel collegio uninominale, se è abbastanza forte nel partito, nella corrente, nel salotto di Arcore, si farà candidare anche nel listino proporzionale. No, i nomi dei pluricandidati, par condicio: anche donne, sui quali, pure, sono disposto a scommettere, non li rivelo ancora. Alla fine, chi sa, a Renzi potrebbe fare più gioco mettere in collegi uninominali e in qualche listino proporzionale Emma Bonino e persino Benedetto della Vedova, adducendo come scusa che le firme non è riuscito a raccoglierle neanche il volenteroso ambasciatore Fassino. Tre-cinque seggi a Bonino e ai suoi radicali potrebbero essere meno di quelli che una Lista +Europa, presentatasi con il suo corredo di firme, potrebbe esigere. Già, nessuno finora ha scritto o cercato di capire qual è lo scambio “+Europa=quanti seggi sicuri”. Propongo che gli sguardi apprensivi dei commentatori equanimi abbandonino la ricerca delle firme per i radicali e si posino sulle priorità di Emma Bonino e sull’accettazione esplicita, non generica, di quelle priorità da parte del PD di Renzi. Come le idee, anche le priorità camminano sulle gambe degli uomini e delle donne. Gli ostacoli non sono rappresentati da qualche migliaio di firmette, ma dall’effettivo spostamento del cuore e del cervello della politica italiana da Roma (per non dire Rignano-Laterina) a Bruxelles.

Pubblicato il 4 dicembre 2018 su huffingtonpost

Il budino letale e puzzolente dei soliti cuochi #leggeElettorale #RosatellumBis

Inquinato, da tempo, con riferimenti a una governabilità che consisterebbe nel premiare con molti seggi un partito e a una rappresentanza politica che sarebbe delega totale ai capipartito e ai capi corrente, il dibattito sulla legge elettorale è culminato con l’affermazione di Sabino Cassese che “la prova del budino sta nel mangiarlo” e con la sua valutazione positiva del budino perché ha “armonizzato” le leggi elettorali per Camera e Senato. Lascio da parte che a qualcuno, me compreso, i budini non piacciono, ci sono comunque molte buone ragioni per evitare persino di assaggiarlo: quando conosciamo i cuochi e, sulla base di budini precedenti, non ci fidiamo; perché quel budino è fatto di ingredienti di bassissima qualità già usati nel passato; perché è maleodorante e rischia di avvelenare in maniera letale oppure lasciando durature conseguenze inabilitanti.

Il budino Rosatellum bis sintetizza tutte le ragioni che lo rendono pericoloso anche per la democrazia rappresentativa. No, persino a detta dei proponenti non garantirà la governabilità, ma le leggi elettorali, dappertutto e soprattutto nelle democrazie parlamentari debbono eleggere “bene” un Parlamento, mai un governo e mai “fabbricare” una maggioranza assoluta. La governabilità la può garantire esclusivamente una classe politica preparata, competente, selezionata anche dagli elettori. Se i parlamentari sono tutti nominati, dai capi dei rispettivi partiti nonché dai capicorrente (a mo’ d’esempio chiedo: rinuncerà Franceschini a nominare i suoi sostenitori? Farà a meno Orlando di imporre i suoi collaboratori e, per cambiare registro, ottenuta la sua personale clausola di salvaguardia-seggio, il mio ex-studente Denis Verdini abbandonerà alla deriva i “verdiniani”?) che tipo di rappresentanza di preferenze, di interessi, di ideali (sì, lo, nello slancio mi sono allargato) gli eletti saranno in grado di offrire? Il problema non si pone soltanto proprio per quegli eletti che, inevitabilmente, dovranno mostrare la loro gratitudine agli sponsor (incidentalmente, per quelli che paventano le conseguenze nefaste del voto di preferenza, davvero si può credere che le organizzazioni di interessi, le lobby non si preoccupino di fare inserire in quelle liste qualcuno sul quale faranno affidamento?), si pone anche per gli elettori. Da un lato, non sapranno chi è il/la loro rappresentante che, comunque, da loro non si farà vedere più di tanto il loro rientro in Parlamento non dipendendo in nessun modo da quegli elettori, ma dai capi: lo zen Renzi, l’avvocato Ghedini, Alfano e Lupi …, quegli eletti impiegheranno il loro tempo e le loro energie in altre attività, per esempio, nel vagabondare fra gruppi parlamentari seguendo l’acclamata prassi italiana del trasformismo. D’altronde, non essendo stato introdotto nella legge neppure un requisito minimo di residenza nel collegio nel quale si viene candidati (oops, paracadutati) e anche protetti, grazie alla possibilità delle multicandidature (fino a cinque), bisognerebbe costruirli ab ovo quei rapporti con l’elettorato: troppa fatica per nulla. Gli eletti potenti sapranno farsi ricandidare altrove. In questo modo, comprensibilmente, la legge non offre possibilità di rappresentanza politica, ma neppure di responsabilizzazione che, ad esempio, consentirebbe agli elettori che hanno trangugiato un budino andato male di chiederne conto ai parlamentari che hanno contribuito a metterlo sul mercato elettorale. Invece, chi non può sapere da chi è stato eletto non dovrà minimamente preoccuparsi di rendere conto dei suoi comportamenti, nel mio mantra: di quello che ha fatto, non ha fatto, fatto male. Peccato poiché raccontano alcuni studiosi della democrazia, persino italiani, come Giovanni Sartori, che l’interlocuzione e l’interazione fra candidati e elettori e poi fra i parlamentari e l’elettorato, non unicamente il “loro” (peraltro, sconosciuto): “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” (art. 67), stanno al cuore di una democrazia rappresentativa, la fanno pulsare e le danno energia.

Infine, molti studiosi e, per fortuna, anche molti uomini e donne in politica continuano a ritenere che le leggi elettorali debbano essere valutate anche con riferimento alla quantità di potere che consentono di esercitare ai cittadini elettori. Una crocetta su un simbolo che serve a eleggere un candidato e dare consenso a un partito o a una coalizione è proprio il minimo. Per rimanere nella logica di Rosato e di chi per lui “non si poteva fare meglio”, certo che si poteva fare meglio: con la possibilità del voto disgiunto previsto e ampiamente utilizzato in Germania oppure con il doppio turno nei collegi uninominali come per l’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia. Buttate, voi senatori, l’Italian pudding nella raccolta indifferenziata. Non c’è nulla da riciclare.

Pubblicato il 14 ottobre 2017

Le interviste della Civetta: “Il partito si liberi subito di Renzi per Letta o Franceschini”

Prima Renzi esce di scena, meglio è per il partito e per i suoi elettori reali e potenziali: è il parere deciso consegnato a IntelligoNews dal politologo Gianfranco Pasquino, ex senatore della sinistra. Per il dopo Renzi, Pasquino vede in campo Franceschini e Letta.

Il fuoco incrociato su Renzi può essere letto come uno stop sulla via del ritorno a Palazzo Chigi?
Il segretario dovrebbe già avere rinunciato a pensare a Palazzo Chigi. Doveva lasciare il 4 dicembre e tornare a fare altro, avendo detto che ci sono molte cose fuori dalla politica. Molto dipende da quanti voti e seggi il Pd otterrà nelle elezioni che adesso il segretario pospone addirittura a maggio-giugno dell’anno prossimo, dopo averle fermamente volute per settembre-ottobre. Certo è che l’immagine e il potere di Renzi sono drammaticamente logorati.

Che sensazione le lascia la polemica a distanza tra Renzi e Romano Prodi?
Renzi è un uomo che replica sempre in maniera sgradevole. Prodi è stato un po’ affannato e affrettato: aveva commesso l’errore di dire che appoggiava il referendum, dopodiché – mi è capitato di leggere – c’è stato un incontro tra i due a casa di Arturo Parisi. Prodi ha evidentemente sopravvalutato la propria capacità di convincimento e sottovalutato l’ostinazione di Renzi. Era un dialogo che non andava da nessuna parte.

I critici di Renzi rimproverano al segretario di essere divisivo e di non lavorare per una coalizione ampia, lui replica che con le coalizioni troppo ampie non si governa. Chi ha ragione?
Le coalizioni non devono necessariamente essere ampie ma raggiungere la maggioranza dei seggi in Parlamento. Secondo: un segretario di partito lavora anzitutto al suo partito, cosa che Renzi non ha fatto né quando era capo del governo, né durante la campagna per tornare a fare il segretario, né da quando è stato rieletto alla guida del Pd. Renzi si disinteressa sistematicamente del partito perché pensa che è la sua persona che acchiappa voti – e sbaglia. Terzo: è lampante che nel Pd c’è qualcuno più bravo di lui a fare coalizioni. Questo Renzi teme, che si trovi qualcuno che dica: “Io sono grado di convincere parte del centro e parte delle sinistre, sono più pacato di te nei rapporti tra alleati e più efficace come governante”.

Chi può essere, Enrico Letta?
In questo momento ci sono due esponenti del Pd preferibili a Renzi: uno è Dario Franceschini, che non lo nasconde in nessun modo, l’altro è sicuramente Letta. Quest’ultimo ha il vantaggio di essere conosciuto e apprezzato in Europa e in generale a livello internazionale, parla bene l’inglese e il francese, ha un atteggiamento di collaborazione con le istituzioni comunitarie. Franceschini ha dalla sua che è in Italia, è stato un buon ministro dei Beni culturali, è in un certo senso al punto giusto della carriera: molti ritengono che sia in grado di salvare il partito meglio di Letta, il quale in fondo segretario di partito non è mai stato, al massimo è stato vicesegretario.

Ha una preferenza personale tra i due?
A me piace qualcuno che sia più vigoroso ed esplicito: a entrambi chiederei di essere più decisi. Ho l’impressione che Franceschini lo sia in misura superiore, mentre Letta ha una visione di tipo europeo più vicina alla mia. Se dovesi scegliere sarei in grave difficoltà. Ma è sicuro che prima il Pd si libera di Renzi, meglio staremo tutti, anche quelli che come me non sono necessariamente elettori del Pd di Renzi.

Pubblicato il 28 giugno 2017 su Intelligonews 

Dialogo immaginario al Quirinale

Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.

Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?

Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio

Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.

Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.

Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?

Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero  in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.

Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.

Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.

Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.

Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.

Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016