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Il rischio totalitarismo dietro un’idea sbagliata

Intervista raccolta da Francesco Grignetti

 

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze politiche a Bologna, ha sentito che Davide Casaleggio dà ormai per boccheggiante la democrazia rappresentativa?

Guardi, tutte le democrazie del mondo sono rappresentative. Il giovane Casaleggio intende forse dirci che è morta la democrazia?

Casaleggio immagina un mondo di un futuro prossimo dove il Parlamento sia sostituito da un continuo ricorso al voto elettronico.

Pensare che il Parlamento sia inutile, può venire in mente solo a chi pensa che sia il luogo dove si fanno le leggi. Errore. I parlamenti servono per sostenere i propri governi, ma anche a controllarli. Consentono il confronto tra maggioranza e opposizione. Sprigionano informazioni utilissime ai cittadini. Fanno emergere le pluralità e le differenze. Affrontano emergenze come i terremoti o le guerre. Tutte azioni che non si possono sostituire con un click.

Il suo ultimo libro s’intitola «Deficit democratici». Le nostre democrazie arrancano nella sfida con la modernità.

Ma la ricetta non può essere l’abolizione dei parlamenti. Anche a voler prendere sul serio la suggestione di Casaleggio, è mai possibile immaginare di convocare in seduta telematica permanente i cittadini per sentire la loro opinione quando c’è da fronteggiare un’emergenza? Da un lato è un’illusione. Dall’altro, una minaccia. Indica un percorso in direzione totalitaria. E ricordo a tutti che i sistemi totalitari sembrano tanto efficienti e veloci, ma sono terribilmente rigidi. Funzionano finché non crollano di colpo. In genere sulla testa di chi li ha creati

Pubblicato il 24 luglio 2018

Non credo al voto di protesta. Ha vinto la passione politica

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Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

GP

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. “Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria“.

Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?

No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione.

Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?

Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia Romagna, come anche il record di Firenze.

E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?

Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione.

Altro che fuga dalla politica.

Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gii emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9% di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia Romagna videro votare l’82% degli elettori.

Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?

Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario.

Pubblicato il 6 dicembre 2016