Home » Posts tagged 'Francia'

Tag Archives: Francia

Lezioni dalla Francia. La democrazia funziona @DomaniGiornale del 10 luglio 2024

Tutt’altro che malandata, come troppi noiosi e sussiegosi commentatori continuano a ripetere, la democrazia funziona. Offre ai cittadini la possibilità di votare liberamente in elezioni competitive fra molti partiti e di produrre qualche alternanza al governo. La buona affluenza alle urne in Gran Bretagna e, soprattutto, in Francia segnala anche che, quando la posta in gioco è alta e la scelta importante, gli elettori decidono che vogliono influenzare l’esito andando alle urne. La buona notizia è che, come è successo domenica in Francia, ci riescono. Dunque, lezione da imparare, l’astensionismo può essere ridotto non solo con pure opportuni interventi che facilitino l’espressione del voto, ma se e quando i partiti, o quel che rimane di loro, vogliono e sanno offrire alternative programmatiche, politiche, valoriali chiare e credibili.

Contrariamente a opinioni malamente diffuse e variamente intrattenute, la democrazia non contiene affatto la promessa che l’esito elettorale si tradurrà immediatamente in un governo chiavi in mano (del Primo ministro). Questa situazione è molto frequente in Gran Bretagna e in alcuni altri sistemi politici che definisco anglosassoni, prodotta non (sol)tanto dalla legge elettorale, ma soprattutto dal formato e dal funzionamento bipartitico del sistema dei partiti, fattori tanto invidiabili quanto sostanzialmente non imitabili, non importabili. Altrove, come nella odierna Francia semipresidenziale, ma abitualmente in tutte le democrazie parlamentari, il governo si forma in Parlamento riflettendo sia i seggi dei partiti sia le loro vicinanze politiche sia le loro preferenze programmatiche sia, quando esistono, le loro collocazioni ideologiche. Sono tutti elementi complessi e mutevoli, ma anche conoscibili e controllabili da chi ha esperienza politica soprattutto laddove la storia politica è storia delle coalizioni di governo. 

Definire con allarmismo davvero peloso (ah, ah: quell’arrogante e presuntuoso Presidente Macron se l’è voluta e meritata) ingovernabilità questa situazione complessa che dopo il voto del 7 luglio caratterizza l’Assemblea Nazionale francese, è francamente fuori luogo. Fuorviante. Sbagliato. Comunque, la presunta ingovernabilità della Francia, che riguarderebbe il sistema politico e dei partiti, non deve in nessun modo essere fatta discendere da una non meglio precisata crisi della democrazia (francese e globale).

Tenere a bada e sconfiggere, questo è il verbo giusto, la sfida del Rassemblement National ha obbligato le sinistre a fare alleanze in parte eterogenee e a congegnare (abilità politica) desistenze indispensabili per vincere nei collegi uninominaIi. Chapeau alla generosità dei desistenti e all’ingegno di chi ha selezionato gli “insistenti”, la quasi totalità dei quali ha vinto. C’è bisogno di ricordare che generosità politica e ingegno istituzionale sono qualità delle quali i centro-sinistri (plurale) italiani non sembrano né disporre né apprezzare né volere imparare? Sì, certo, fatte salve pochissime eccezioni che al momento proprio non riesco a ricordare…

Adesso, la sfida, certamente molto insidiosa, consiste nel tenere insieme le neanche troppo sparse membra delle sinistre francesi. Non è una sfida alla democrazia, il cui stato di salute in Francia ha dimostrato di essere tutto sommato buono. Piuttosto è una sfida alle capacità istituzionali del Presidente Macron e alla saggezza politica dei dirigenti e dei parlamentari di quella che è una maggioranza abbastanza larga e altrettanto composita. Perdere la sfida significherebbe aprire la strada ad una fase di difficoltà di governo, non automaticamente di ingovernabilità. Mi pare una discussione molto prematura da lasciare ai profeti di sventure ricordando a tutti che nessuno dei sistemi politici europei diventati democratici nel secondo dopoguerra ha cessato di esserlo.

Pubblicato il 10 luglio 2024 su Domani

Il modello laburista condivisibile ma difficile da esportare in Italia #intervista @ildubbionews del 6 luglio 2024

Secondo il professore emerito di Scienza Politica a Bologna nel nostro Paese «possiamo guardare alla Francia» mentre il Regno Unito è lontano

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, la vittoria di Starmer dimostra che «per vincere bisogna riuscire a rappresentare o ad attrarre almeno una parte del centro» anche se «quello di Starmer, comunque lo si guardi, è qualcosa che non può essere riprodotto in Italia» dove invece «possiamo guardare alla Francia».

Professor Pasquino, il voto britannico ha certificato il ritorno dei laburisti al governo, con la svolta al centro impressa da Starmer: che ne pensa?

La Gran Bretagna offre sempre lezioni di democrazia. In questo caso ne ha offerte tre: la prima è che chi ha il potere si logora. Quattordici anni di governo sono lunghi, i conservatori hanno fatto qualche errore anche nella scelte delle loro leadership e alla fine hanno dovuto cedere il potere. La seconda è che il sistema elettorale incentiva i cambiamenti di opinione, amplificandoli. La terza, molto rilevante, è che per vincere bisogna riuscire a rappresentare o ad attrarre almeno una parte del centro. Che non significa, ovviamente, abbandonare destra e sinistra.

Quel centro che invece in Francia è in grande difficoltà, con Macron stretto tra destra e sinistra. È giusto fare alleanze solo “contro” qualcuno, come è il Fronte popolare?

Il centro di Macron ha perso dei pezzi negli ultimi anni ma in parte li ha anche recuperati. E io penso sia giusto creare alleanze contro qualcosa. In Francia la situazione è molto più polarizzata che in Gran Bretagna. Il Le Pen inglese sarebbe Farage, che però ha già vinto con la Brexit. Le Pen deve invece ancora dimostrare di aver tagliato i ponti con quella destra dalla quale provengono lei, suo padre e gran parte degli elettori. Inevitabilmente il Fronte popolare è un’alleanza contro, ed è normale che sia così. Poi possiamo riflettere sulle contraddizioni ma è logico che sia orientato contro l’estrema destra. E non è in nessun modo anti democratico.

In Italia tendiamo sempre a voler riprodurre le mode che vengono dall’estero, e infatti in molti già parlano di seguire l’esempio di Starmer: è replicabile?

Quello di Starmer, comunque lo si guardi, è qualcosa che non può essere riprodotto in Italia. Perché è capo di un grande partito, ma non di una colazione. Noi un partito grande lo abbiamo avuto con la Democrazia Cristina, alla quale dobbiamo ancora essere in buona misura grati, ma sarebbe un errore guardare alla Gran Bretagna. Possiamo guardare alla Francia, ma lì c’è il doppio turno che è un grande dispensatore di opportunità politica a chi sa coglierle. E sembra che la sinistra le abbia colte attraverso le d’esistenza. Che però sono possibili e anzi rese imperative dal sistema elettorale.

E dunque cosa dovrebbe fare il centrosinistra italiano per tornare vincente?

Il centrosinistra italiano deve pensare in maniera generosa. La France Insoumise di Melenchon ha rinunciato a una parte considerevole di loro candidati perché era l’unico modo per creare un campo alternativo a Le Pen. Quanti in Italia tra Conte, Renzi, Schlein e gli altri sarebbero disposti a fare queste rinunce purché vinca un candidato comune? È un discorso proponibile ma difficile, e questo è il vero scoglio da superare.

È difficile desistere se le posizioni nella coalizione sono opposte…

Bisogna avere una base valoriale comune che deve essere ovviamente la Costituzione. Dopodiché si possono accettare le diversità su alcune politiche ma bisogna sapere definire e negoziare. È un’operazione complessa e che richiede enorme pazienza, intelligenza e che di certo un doppio turno come quello francese faciliterebbe.

Chi ha provato, con successi alterni, a riproporre la terza via in Italia è stato Matteo Renzi, ormai dieci anni fa: cosa è cambiato da allora?

Prenda due fotografie: una di Renzi mentre parla in pubblico o in Senato e una di Starmer mentre fa campagna elettorale. La personalità di Renzi era travolgente. Era ego all’ennesima potenza. La figura di Starmer è quella di mi coordinatore di un’attività politica rilevante, di un selezionatore dei parlamentari. E che offre agli elettori l’immagine di un leader rassicurante. Tutto quello che faceva Renzi serviva solo alla sua grandeur e questo è stato l’errore drammatico. La sua personalità ha sfasciato un’operazione che poteva essere vincente se fosse stata condotta con meno personalismo e maggiore generosità.

Schlein ha aperto al centro negli ultimi giorni: può essere lei la figura in grado di compiere questo passo?

Se la domanda è “può essere” la risposta è affermativa, se la domanda è “sta tentando di farlo” la risposta è probabilmente sì, se la domanda è “ci sta riuscendo” la risposta è probabilmente ancora no. Perché Schlein viene da un passato movimentista piuttosto acceso e quindi ci sono dei “sospetti” nei suoi confronti. Serve che faccia qualcosa di più ma non posso essere io a dirle cosa fare. Ma certamente deve capire quali sono i punti di resistenza alla sua leadership, che ci sono. E cercare di capire come superarli.

Come può inserirsi in questo contesto il Movimento 5 Stelle di Conte?

Conte è in una tenaglia. Deve in qualche modo entrare in quel campo se vuole vincere ancora. Riuscendo a smussare alcune delle sue punte. Dall’altro lato deve mantenere alcuni aspetti di sua visibilità utili a tenere un certo elettorato in quel campo. Forse Conte l’ha capito ma non so se sarà in grado di fare un’operazione del genere. La vittoria lo vedrebbe premiato in uno schieramento nel quale non potrà mai essere primo. La sconfitta avrebbe ripercussioni sul Movimento e sullo stesso Conte.

Pubblicato il 6 luglio 2024 su Il Dubbio

Trovata una lettera di Giorgia Meloni a Emmanuel Macron @formichenews

Caro Emmanuel,

ho appreso dai giornali che intendi candidare Mario Draghi alla Presidenza della Commissione Europea. Ottima idea. Oltre ad essere un grande europeista, Draghi è italiano, quindi, almeno potenzialmente un patriota. Sono stata una ferma e coerente oppositrice del suo pasticciato governo. Lui ha cavallerescamente apprezzato e mi ha portato molta fortuna politica e elettorale. Non ho pensato di candidarlo a niente dopo averlo sentito dire, con una certa durezza al limite dell’irritazione: “Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo”. Immagino che tu gli abbia parlato de visu della tua pensata, pardon offerta, e che lui ti abbia autorizzato a farla circolare come ballon d’essai per vedere che effetto che fa. Allora, lasciami dire con nettezza che, in questa Unione Europea che io voglio cambiare e cambierò, ci sono delle procedure e delle regole da osservare. Noi, uomini e donne di destre, siamo molto rispettosi dell’esistente, delle tradizioni, delle gerarchie e, non da ultimo, dei risultati dei ludi cartacei, di nuovo, pardon, delle elezioni, in questo caso europee. Non ti nascondo che i miei Fratelli d’Italia sono fiduciosissimi in un ottimo esito: triplicare il numero dei nostri seggi parlamentari. Poi ci vedremo nel Consiglio dei capi di governo, naturalmente lo champagne lo porti tu, e discuteremo.

   Hai già convinto i presidenti dei Popolari e dei Socialisti e Progressisti a rinunciare ai loro Spitzenkandidaten? Oppure con qualche vostra trama sotterranea e oscura avete raggiunto un ennesimo accordo di spartizione come quelli sui quali noi, non da oggi, sosteniamo avete costruito un’Europa dei banchieri e dei burocrati? Immagino che farai un bellissimo rotondissimo discorso per argomentare la validità, impossibile da mettere in dubbio, del tuo candidato. Non avendo sponsor partitici e non essendosi Draghi mai, proprio mai sottoposto al vaglio elettorale, sosterrò con fermezza, con un filo d’irritazione nella mia voce, che è ora di cambiare e quindi di scegliere una candidatura che rappresenti il popolo europeo o, se preferite, i popoli europei. Comunque, a proposito di rispetto delle regole, sia chiaro che Draghi è in quota della Francia, vale a dire, tu, caro Emmanuel, avrai giocato la tua carta, il tuo asso, ovviamente, di denari, e non potrai nominare nessun commissario francese.

Tutto questo mi pare abbastanza prematuro, ma le mie considerazioni rimangono. Vedremo nella campagna elettorale quali temi emergeranno, uno dei quali, lo annuncio da subito, dovrà essere sicuramente prendere atto che il duetto Germania-Francia ha esaurito, oramai da qualche tempo, la sua carica propulsiva. É ora di sostituirlo con una governance pluralista nella quale l’Italia da me solidamente e stabilmente governata ambisce essere una componente centrale e lo e merita. La campagna elettorale servirà anche a Draghi, se lo vorrà, per esprimersi sulle priorità dell’Unione Europea prossima ventura. Mica si limiterà a rimandarci a quanto ha detto e fatto nel passato? Infine, noi, Fratelli d’Italia, auspichiamo l’emergere di una pluralità di candidature. Diremo di più e a voce molto più alta dopo il voto che ci premierà e ci darà maggior peso politico. Il commissario italiano lo sceglierò io, personalmente. Non sarà un ultrasettantenne e avrà il compito di rappresentare un’altra visione d’Europa.

Bons baisers da Roma

Giorgia

Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica, Accademico dei Lincei, europeista

Pubblicato il 15 dicembre 2023 su Formiche.net

Quel che ricordo della Commissione su Ustica @DomaniGiornale

Negli anni Ottanta del secolo scorso ero Senatore della Sinistra Indipendente. Anche per un mio interesse personale e qualche competenza pregressa, il mio gruppo parlamentare decise di assegnarmi alla Commissione parlamentare d’inchiesta “sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” istituita nel maggio 1988. Ovviamente, Ustica era una delle stragi sulle quali la Commissione aveva il compito di indagare. Nonostante il passare del tempo (ma: “mens sana et memoria longa”!), ho due ricordi di un qualche interesse. Il primo è l’audizione in materia dell’allora Ministro della Difesa il liberale Valerio Zanone. Lo conoscevo dal 1967 quando a Torino frequentavamo il Centro Einaudi del quale facevano parte anche Piero Ostellino, poi Direttore del “Corriere della Sera”, e Giuliano Urbani, poi, uno degli importanti ispiratori di Forza Italia e più volte Ministro. Il ministro Zanone, persona garbata e disponibile, mai sopra le righe, fu per tutto il tempo dell’audizione in grandissimo visibile preoccupatissimo imbarazzo. Ad alcune domande proprio non sapeva rispondere (non gli avevano fornito i dati? inadeguato, parziale, briefing degli uffici militari?); ad altre domande, con tutta evidenza, gli era stato detto (consigliato? imposto?) di non rispondere affatto, di eludere. Lo osservavo nervoso, si agitava sulla sedia, sudava.

Il secondo ricordo è che, già dopo le prime sedute e le informazioni variamente, anche se sommariamente, ottenute e discusse dalla Commissione, si era diffusa la sensazione/ convinzione che il Dc9 dell’Itavia era stato colpito da un missile. Che quella sera del 27 agosto 1980 fosse in corso un’operazione di guerra sembrava innegabile, soprattutto era testimoniato da molteplici tracciati radar. Non sembrava possibile identificare tutti i protagonisti delle scorribande aeree, ma erano numerosi e diversi. L’ipotesi bomba a bordo trovava fra i componenti della Commissione e fra gli esperti che venivano ascoltati pochissimi sostenitori, non particolarmente convinti e, mi pareva, non proprio disposti a impegnare la propria reputazione per sostenerla. Alcuni sembravano interessati a mantenere viva una pista alternativa per evitare una troppo facile e troppo rapida prevalenza della tesi del missile. Per quanto mi riguardava mi ero rapidamente fatto l’opinione che era stato un missile, indirizzato ad un altro obiettivo, lanciato da uno degli aerei in quell’improprio teatro di battaglia. Però, ero perfettamente consapevole che un conto è maturare un’opinione un conto molto diverso è disporre di prove sicure e inconfutabili. Come in altre commissioni fra i componenti c’erano esperti e alcuni parlamentari che si dedicavano maggiormente alla raccolta e all’analisi delle informazioni, mentre i loro compagni di partito li ascoltavano, li sostenevano e cercavano di trarre il massimo dal dibattito. La mia posizione era intermedia. Partivo con qualche conoscenza utile, mi fidavo degli apporti di un capacissimo consulente parlamentare della Sinistra Indipendente, seguivo con il massimo di attenzione le audizioni. Nel corso delle riunioni, duranti gli scambi informali negli intervalli, nei tragitti di andata e ritorno dal Senato al Palazzo di San Macuto, luogo nel quale si tengono gli incontri delle Commissioni bicamerali, parlavo con molti colleghi comunisti, democristiani, di altri partiti, mentre i socialisti erano abitualmente abbastanza “abbottonati”, non inclini a proseguire/ampliare i temi affrontati in Commissione. Sentivo, però, che fra tutti loro la (ipo)tesi della bomba risultava molto, molto minoritaria. La tesi del missile aveva, non scriverò moltissimi sostenitori, ma si presentava con maggiore plausibilità e, qui un vero punctum dolentissimum, con l’accompagnamento di enorme preoccupazione politica. La responsabilità di averlo lanciato era di un aereo da guerra francese. Che automaticamente coinvolgesse la NATO non era possibile sostenerlo (ed era preferibile non farlo). Nessuno dei colleghi parlamentari e dei giornalisti con i quali talvolta mi intrattenevo aveva la minima idea di che cosa potesse significare l’accertamento della responsabilità francese. Nell’intervista Amato ha parlato di “ragion di Stato” e di “ragion di Nato”. Entrambe andavano nella direzione di non approfondimento dei fatti e delle responsabilità. Eravamo in terra incognita quasi paralizzati dall’incapacità di prevedere impatto e conseguenze dell’accertamento dei fatti. E ora?

Pubblicato il 4 settembre 2023 su Domani

Alla Francia delusa e lacerata non rimane che la piazza @DomaniGiornale

Gilet gialli, pensionandi, giovani: tre possenti ondate di proteste, anche molto violente, soprattutto quella dei giovani, contro i detentori del potere politico-istituzionale in Francia, in definitiva contro il Presidente Macron. La crescita del prezzo del carburante, l’aumento, peraltro contenuto, dell’età pensionabile, l’uccisione, questo sì, fatto gravissimo, di un giovane ad opera della polizia, sono sufficienti a spiegare gli scontri ripetuti, le proteste diffuse, le violenze e i saccheggi che hanno coinvolto forse qualche milione di francesi? È possibile formulare una sola interpretazione capace di coprire fenomeni che appaiono molti diversi per tematiche e partecipanti? Mi è tornata in mente una frase scritta nel 1832 circa dall’aristocratico francese Alexis de Tocqueville. Cito a memoria: “quando c’è un problema gli americani si associano”. La comparazione implicita, che spiega la sorpresa di Tocqueville, è con la Francia dove, se c’è un problema, i cittadini prennent la rue, scendono in piazza, pretendono la soluzione dalle autorità. Potrebbero fare altrimenti? Difficile immaginare i camionisti, che fanno un lavoro solitario e atomizzante, dare vita ad un’assemblea nella quale esprimere le proprie doléances, lamentele. Improbabile che uomini e donne non iscritti a associazioni professionali, che non si sentono tutelati da sindacati deboli, trovino forme di comunicazione, diverse dalla protesta in strada, che obblighino il potere a confrontarsi con le loro richieste. Fuori dalla scuola perché in vacanza, con istituti scolastici che non offrono luoghi e attività di aggregazione (“neanche un prete/un iman per chiacchierar”), niente biblioteche né sale cinematografiche, forse qualche spelacchiato campetto di calcio, privi di un lavoro anche occasionale, con genitori costretti a lunghi trasferimenti per raggiungere i loro posti di lavoro, quei giovani, spesso con la pelle non bianca, venti volte più suscettibili dei bianchi di essere fermati e infastiditi dalla polizia, hanno un’unica modalità per farsi vedere e sentire: la protesta. Possiamo stigmatizzare la loro violenza soltanto comprendendone, non necessariamente e non automaticamente giustificandola, le condizioni che l’hanno prodotta. La combinazione di una non modesta dose di autoritarismo dei detentori del potere anche poliziesco con la maturata convinzione che gli sbocchi della loro vita scolastica e lavorativa non sono affatto promettenti, certamente inferiori a quelli della maggior parte dei loro coetanei che non vivono nelle periferie, è inevitabilmente devastante. In assenza o per debolezza delle organizzazioni intermedie, sindacati, associazioni professionali e culturali, persino religiose, declino del cattolicesimo (un tempo ci furono i preti operai) e isolamento settario dell’Islam, tutto lo spazio viene lasciato alla protesta, non ultima, ma unica ratio.

Pubblicato il 5 luglio 2023 su Domani

Quanto conta Mattarella nel tempo delle destre @DomaniGiornale

Le chiavi di lettura del ruolo del presidente della Repubblica italiana possono essere, dovremmo averlo oramai imparato tutti, molteplici. Sottolineerò che la molteplicità delle possibili interpretazione e la relativa discrezionalità del Presidente costituiscono un fattore positivo per il miglior funzionamento del sistema politico italiano. Sì, quanto ho scritto è fin d’ora un avvertimento agli eventuali riformatori. La relativa discrezionalità di cui opportunamente gode il Presidente dipende, anzitutto, dalla definizione dei suoi poteri stabilita, peraltro flessibilmente, nella Costituzione. Per quanto ciascun Presidente sappia che “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87), le differenze nelle modalità con cui hanno svolto questo compito sono state significative. Sono cresciute sia per il cambiar dei tempi e della politica sia per il grado di autonomia di cui ciascun Presidente ha potuto e voluto godere soprattutto dopo il 1994. Molto hanno contato e continuano a contare anche le convinzioni e le capacità del Presidente stesso.

Dal canto suo, fin dall’inizio del suo primo mandato il Presidente Mattarella ha inteso e fatto chiaramente intendere che desidera rappresentare l’unità nazionale non tanto e non solo in patria (!), ma anche in special modo sulla scena europea. Pertanto, le sue esternazioni e i suoi comportamenti sono orientati a porre l’Italia, a prescindere dai governi del momento, che sono già stati parecchi, e parecchi sono stati i ministri con compiti europei, nella posizione e nella luce migliore possibile. Più di chiunque altro, proprio perché sta e vuole rimanere al disopra della mischia politica, Mattarella vuole proiettare sulla scena europea la credibilità del paese di cui è Presidente.

Qualche governo e qualche ministro rendono questo compito arduo, alcuni criticando il Presidente per una presunta invasione di campo. Invece, anche se, probabilmente il Presidente preferirebbe che il termine supplenza non venga evocato, la sua azione inevitabilmente e consapevolmente apporta qualcosa di più, di necessario per la credibilità, non tanto di uno specifico governo quanto del paese (della nazione, se vi suona meglio). La lunga telefonata di Mattarella con il Presidente Macron era intesa a comunicare a Macron che i rapporti fra Italia e Francia, fra le due nazioni, debbono rimanere (ritornare) a essere improntati a reciproca amicizia. Interpretando l’unità nazionale, il Presidente non si è sostituito al governo, ma ha in qualche modo segnalato al governo Meloni che deve ridefinire qualcosa di importante nello specifico rapporto con la Francia. Tocca al capo del governo, ai ministri competenti, a cominciare da quello degli Esteri, compiere, senza mal poste critiche, il passaggio dalla indiretta predica presidenziale ad una politica più equilibrata.

Pubblicato il 16 novembre 2022 su Domani

Dialoghi sulla Costituzione: Gianni Molinari intervista Gianfranco Pasquino

Registrazione audio a cura di Radio Radicale del dibattito al Teatro Stabile di Potenza mercoledì 14 settembre 2016.

Nell’ambito di una due giorni organizzata dalla Fondazione Basilicata Futuro intitolata “Dialoghi sulla Costituzione”, il giornalista de “Il Mattino” Gianni Molinari ha intervistato Gianfranco Pasquino, politologo e docente universitario.

Nel corso dell’incontro, introdotto da Giovanni Casaletto(Presidente di Basilicata Futuro), hanno preso la parola per porre domande anche alcuni esponenti delle istituzioni lucane presenti in sala e tra questi il Presidente della Provincia di Potenza Nicola Valluzzi.

La registrazione audio di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 45 minuti

ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486358/iframe

potenza

potenza-2

potenza-3

 

Riforme confuse dalle conseguenze imprevedibili INTERVISTA RadioRadicale

Riforma costituzionale e referendum. Intervista realizzata da Maurizio Bolognetti mercoledì 14 settembre 2016 a margine della conferenza “Dialogo sulla Costituzione” di Gianfranco Pasquino al Teatro Stabile di Potenza organizzata da Fondazione Basilicata Futura

radio-radicale-430x200

ASCOLTA QUI ►  //www.radioradicale.it/scheda/486320/iframe

 

“Riforme brutte, fatte, male, da persone che non conoscono la Costituzione, che non conoscono il funzionamento del sistema politico italiano, e non conoscono il funzionamento dei sistemi politici comparati. Sono anche riforme confuse che avranno conseguenze imprevedibili ma certamente non miglioreranno il sistema politico italiano…”

La registrazione audio ha una durata di 4 minuti

Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei Parlamenti democratici

viaBorgogna3

È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.

La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.

Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.

tabella

Gianfranco Pasquino e Riccardo Pelizzo

Pubblicato i 3 giugno 2016

L’Europa e i suoi nemici

L’Unione Europea ha un Alto Rappresentante per la Politica Estera, l’italiana Federica Mogherini, ma gli Stati-membri continuano a mantenere ampi spazi per la loro politica estera e fanno grande fatica (è un eufemismo) a coordinarsi proprio quando il problema da affrontare è serio. Il caso recente più emblematico è rappresentato dalle sanzioni alla Russia per il suo intervento negli affari interni dell’Ucraina. L’Unione Europea non ha una politica di difesa comune. L’ironia, questa volta molto triste, della storia, è che la Comunità Europea di Difesa fu bocciata nel 1954 proprio dai francesi, più precisamente da una strana, ma facilmente comprensibile, alleanza di gollisti (fortemente nazionalisti) e di comunisti (ancor più fortemente pro-sovietici). In seguito, la Francia del Generale Presidente Charles de Gaulle, dotatasi per ragioni di prestigio dell’arma nucleare, la force de frappe, pose praticamente la parola fine a qualsiasi progetto di difesa comune. [Un grande studioso di Relazioni Internazionali, ottimo conoscitore della Francia, recentemente scomparso, dopo avere insegnato a Harvard per più di cinquant’anni, Stanley Hoffmann criticava questo e altri comportamenti degli stati europei bollandoli come “ostinati e obsoleti”.] Oggi, il Presidente socialista François Hollande, in uno dei momenti più drammatici della storia della Francia contemporanea, ha annunciato di volere fare ricorso ad un articolo del Trattato dell’Unione europea che consente a ciascun Stato-membro di chiedere sostegno anche militare agli altri Stati-membri. Hollande non può (probabilmente neppure vorrebbe) coinvolgere la Nato nelle azioni militari francesi poiché nel lontano 1966 il Presidente de Gaulle decise di uscire dalla componente militare dell’alleanza. La Francia procederà a incontri bilaterali con tutti i capi di governo degli Stati-membri dell’Unione che dichiarino la loro disponibilità a partecipare ad azioni militari con la Francia e a sostenerla.

La risposta di Renzi è stata complessivamente positiva, ma saranno poi le concrete richieste di Hollande la base sulla quale valutare l’effettiva disponibilità italiana. Per di più, Renzi ha in qualche modo spostato l’attenzione affermando che la guerra all’ISIS non può essere risolutiva e deve essere accompagnata da altre modalità di intervento. L’idea che i terroristi anche quelli dell’ISIS e coloro che reclutano in Europa sono il prodotto di situazioni di intenso disagio sociale, di emarginazione, della disperazione non trova fondamento convincente. La manovalanza è attirata anche dalla possibilità di uscire da luoghi e ambienti, le banlieues parigine, un quartiere di Bruxelles, brutte cittadine nei dintorni di Londra, e di andare a distruggere coloro ritenuti responsabili del loro malessere. La maggioranza dei terroristi, certamente i capi e i coordinatori, non sono mossi né dal disagio né dall’emarginazione (i veri emarginati sono talmente isolati da non entrare neppure in contatto con i reclutatori). L’ISIS è un progetto politico che, nella sua ambizione: ricostruire il Califfato, un potente Stato islamico, ha enorme potere d’attrazione. Pensare che quel progetto, più o meno sostenuto e predicato da una moltitudine di imam nelle moschee del Medio-Oriente e di alcuni paesi europei, possa essere sconfitto, in tempi brevi, creando opportunità di lavoro oppure attraverso l’istruzione, è assolutamente illusorio. La guerra che la Francia e la Russia hanno lanciato contro l’ISIS e le sue basi è necessaria. Dovrà essere accompagnata, come ha detto a chiare lettere quel realista che è Putin, dal taglio dei finanziamenti all’ISIS moltissimi dei quali provengono da stati arabi, in primis l’Arabia Saudita e il Qatar, che si pagano, non sempre con successo, la loro sicurezza domestica. [Quanto ai i paesi produttori di armi, fra i quali, anche la Francia e l’Italia, dovrebbero riflettere su quello che fanno e quello che vendono].

Qualcuno ha frequentemente sostenuto che l’unificazione politica di più paesi è facilitata dall’esistenza di un nemico potente e vicino. L’Unione Sovietica è stata a lungo quel nemico per l’Europa che, infatti, fino al 1989, anzi, al 1990, riunificazione tedesca, è gradualmente cresciuta nell’integrazione. Dopo il 1989, gli Stati-membri dell’Unione hanno sacrificato l’approfondimento dell’integrazione politica all’allargamento dell’Unione con la conseguenza che Polonia, Repubblica Ceca, Slovakia e Ungheria non pensano affatto di dovere accettare alcune politiche europee comuni, in specie quella sulla redistribuzione degli immigrati. E’ possibile che l’ISIS, il nuovo nemico, facilmente entrato in un continente che giustamente si vanta di essere aperto, serva ad accelerare e ad approfondire l’unificazione politica dell’Europa.

Pubblicato AGL 19 novembre 2015