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Contro Meloni meritiamo un’opposizione migliore @DomaniGiornale

Gli abitualmente molto affidabili sondaggi di Nando Pagnoncelli danno Fratelli d’Italia al 30 per cento delle preferenze, in significativa crescita rispetto al 25 settembre. Due mesi dopo le elezioni si può forse ancora parlare di luna di miele. Credo sarebbe una interpretazione consolatoria per le opposizioni, ma sbagliata. Giorgia Meloni si è definita underdog. Il fatto è che è stata underestimated da quasi tutti, dentro il suo partito, tranne da pochi fedelissimi e fuori anche perché donna. I presunti continuatori dell’agenda Draghi non hanno mai dato abbastanza peso al sobrio riconoscimento da parte dello stesso Draghi della coerenza e della serietà dell’opposizione di Meloni. Non danno altrettanto prova di serietà e di coerenza gli oppositori di Meloni, alcuni preferendo offrire generosa disponibilità a collaborare, altri, in una tradizione lunga e non nobile, proseguendo per pigrizia e ignoranza, nella strada della demonizzazione che non porta da nessuna parte.

   Invece, i dati sono chiari. Cito la Presidente del Consiglio nell’intervista di ieri al Corriere: esistono “una maggioranza chiara, un programma comune e un mandato popolare”. C’è un governo che ha “il dovere … di garantire un equilibrio complessivo” e all’estero “c’è grande attenzione nei confronti dell’Italia”. Non spetta a Meloni darsi la zappa sui piedi e riconoscere un esordio non proprio felice, a partire dalla disciplina del rave party e qualche “sparata” sull’omofobia del suo capogruppo al Senato che preferisce l’antico testamento alla Costituzione, e sui matrimoni in chiesa da incoraggiare a suon di migliaia di euro. Meloni ha anche imparato che non deve cercare nessun colpo ad effetto, ma attuare una strategia incrementale: poco per volta, che ha il doppio vantaggio di lasciare tempo e modo per la correzione degli eventuali errori, ciò che non funziona, e di potere accelerare e approfondire se l’intervento iniziale ha prodotto esiti positivi.

   Nessuno, meno che mai i navigatissimi politici di mestiere e i coltissimi commentatori della sinistra debbono sorprendersi e indignarsi se Giorgia Meloni fa politiche di destra. Ciò che sorprende è che le opposizioni non abbiano finora capito che debbono attrezzarsi per un’azione di lungo periodo che sappia collegare la protesta di piazza, ampia e ordinata, con gli emendamenti e le proposte alternative in Parlamento. Questo è il governo che gli italiani, quelli che hanno votato e quelli astenuti, si meritano. Qualcuno, a cominciare da chi scrive e dal quotidiano sul quale scrive, forse si merita un’opposizione migliore, per dirla giornalisticamente, “sul pezzo”. Il testo da correggere già esiste. Si chiama Legge di Bilancio. Cambiarla in meglio, che per me significa a favore di coloro che hanno meno di tutto, compreso meno opportunità, si può. Il tunnel che conduce al 2027 è lunghissimo.  

Pubblicato il 30 novembre 2022 su Domani

La querela minaccia la libertà d’informazione @DomaniGiornale

In politica gli avversari si affrontano e si combattono con gli strumenti della politica. Analisi penetranti, indicazioni intelligenti, proposte innovative, idee idee idee. Da ultimo, se la competizione approda sul campo, più o meno largo, elettorale, l’arma sono i voti. In maniera ossessiva e rozza i politici, non so se più quelli di sinistra o di destra che si beano del loro “garantismo”, annunciano di non volere sconfiggere gli avversari per via giudiziaria, ma politicamente. Deve necessariamente essere molto diverso l’atteggiamento quando il conflitto è tra i politici e i giornalisti? Vale a dire la sconfitta dei giornalisti ad opera dei politici che non hanno gradito un’inchiesta non dovrebbe essere cercata sul piano fattuale smentendo le risultanze dell’inchiesta e dimostrando la falsità delle implicazioni perché i fatti non sono avvenuti? Ricorrendo ad un’altra frase classica del politichese, “lasciare che la giustizia faccia il suo corso”. I più bravi fra i politici e i loro giornalisti di riferimento sono di recente approdati anche alla decisione eroica di “difendersi nel processo, non difendersi dal processo”.

Giorgia Meloni ha scelto di querelare il quotidiano “Domani” e il suo Direttore per un’inchiesta della primavera scorsa. Raccomandazioni a favore di un imprenditore di mascherine i cui prodotti sarebbero costati allo Stato il doppio di quelle dei concorrenti. Emiliano Fittipaldi ha già fornito tutti gli elementi della sua inchiesta. Naturalmente, il tempo passato da marzo a oggi ha visto un enorme cambiamento sulla scena politica. La già allora potente capo del partito Fratelli d’Italia è diventata la ancora più potente Presidente del Consiglio cosicché la sua querela ha immediatamente acquisito maggiore peso e probabilmente susciterà maggiore attenzione mediatica. Il capo del governo “scelto dagli italiani” (meglio, che ha vinto le elezioni e ottenuto il voto di fiducia da entrambe le Camere) vuole dare una costosa lezione a un quotidiano che senza appoggiare nessuno specifico partito sta all’opposizione. In questa luce, l’inchiesta giornalistica potrebbe apparire agli occhi dell’opinione pubblica come un subdolo tentativo di delegittimazione del capo del governo.

    Il rinvio a giudizio del Domani solleva alcuni problemi generali rimasti irrisolti nei rapporti fra governo, qualsiasi governo, e mass media. Senza fare nessun peccato è lecito pensare che il Capo del governo e i suoi avvocati intendano mandare un messaggio (di stampo ungherese): “attenzione alle critiche e denunce, voi, giornalisti, non ve ne lasceremo passare una, ve le faremo pagare care”. Poi saranno i giornalisti stessi, interiorizzato il messaggio, a decidere quanto vogliono esporsi. Dunque, è logico concludere che assicurare la difesa della libertà di stampa, ad eccezione di pochissime fattispecie, da querele governative significa, fuor di retorica, difendere un pezzo importante della libertà.

Pubblicato il 23 novembre 2022 su Domani

Le inadeguatezze politiche e identitarie delle opposizioni @DomaniGiornale

Come reagire di fronte alle politiche del governo di destra-centro? (In)comprensibilmente, le opposizioni stanno già dando immediata prova della loro inadeguatezza. Il governo Meloni prosegue in alcune scelte preannunciate dal governo Draghi, ad esempio, il reintegro del personale sanitario NoVax (pochi medici molti infermieri e collaboratori vari), le opposizioni si esercitano sulla critica invece di portare elementi e dati a sostegno di una politica di maggiore cautela. Il governo mette in cima alle sue priorità l’ordine pubblico (gestione e conclusione senza violenza del rave party di Modena), le opposizioni spostano, anche giustamente, l’attenzione sulla marcia di Predappio da loro poco o nulla contrastata nel passato. Il governo Meloni emana decreti, le opposizioni con la coda di paglia non denunciano la decretazione d’urgenza su tematiche sulle quali è lecito chiedere il passaggio parlamentare e sfidare la compattezza della maggioranza. Non so se possono spingermi fino a ricordare a mio rischio e pericolo al Presidente Mattarella che i decreti debbono essere omogenei come materia e che l’omogeneità non può essere data dall’urgenza, peraltro dubbia e talvolta procurata ad arte. Le opposizioni che denunciano le politiche “identitarie” pensano, forse, che l’elettorato di Fratelli d’Italia e della Lega (l’identità di Forza Italia mi è sfuggita da tempo) non apprezzi esattamente gli elementi che fanno di quei due partiti qualcosa di molto lontano e molto diverso dal PD, soprattutto, ma anche, nell’ordine, dal Movimento di Conte e dalle Azioni (proto: al plurale!) di Calenda e di Renzi? E che siano proprio le pallide/issime identità delle opposizioni, a cominciare da quella del Partito Democratico, uno dei loro problemi, quasi il principale? In effetti, il problema principale delle opposizioni è che continuano nella loro campagna elettorale permanente stando nel loro recinto ovvero cercando strapparsi reciprocamente qualche spazio e qualche voto a futura memoria, criticandosi, invece di individuare i punti di contatto e di collaborazione possibile e facendo leva su di loro.   

Nelle sue diverse uscite pubbliche, la Presidente Meloni ha richiamato la sua maggioranza alla “compattezza e alla lealtà”. I numeri delle varie votazioni finora avvenute la hanno sicuramente confortata. Forse ha anche sorriso (cosa che agli arcigni oppositori, alcuni dei quali assolutamente privi di sense of humour non riesce proprio) di fronte all’attivismo in parte folkloristico in parte patetico di Salvini che corre sempre a dichiarare per primo. Il body language di Giorgia Meloni rivela una quasi assoluta sicurezza di essere in controllo della sua maggioranza. Vero: non è “ricattabile”. Vale la pena di perdere tempo e fiato per tentare di spingerla all’indietro in un passato che non fa fatica a dichiara che non le appartiene? Si guadagnano voti e si incrina la maggioranza con il richiamo di una storia che probabilmente la maggioranza degli italiani non conosce a sufficienza e certo reputa meno inquietante del prezzo del gas e del costo del carrello della spesa? No, il governo Meloni non cadrà e non cambierà linea leggendo i tweet di Letta, Conte e Calenda e neanche quelli del manovriero Renzi. In una democrazia parlamentare una opposizione intelligente sposta la battaglia nelle Commissioni e nelle aule del Parlamento. Si attrezza per il controllo di quello che il governo fa, non fa (sic), fa male e per la controproposta che farà ossessivamente circolare sui mass media grazie ai suoi intellettuali da talk show e nelle circoscrizioni elettorali grazie ai suoi molti parlamentari paracadutati/e.

Pubblicato il 2 novembre 2022 su Domani

Come fare un buongoverno con il venerabile Manuale Cencelli

Il silenzio di Giorgia Meloni e il suo attendismo sul discutere i nomi dei ministri prossimi venturi sono una buona strategia, raccomandabile anche ai troppi commentatori di lungo corso che si stanno esibendo in poco originali critiche al famoso/famigerato Manuale Cencelli. Per valutare e eventualmente per criticare, meglio tornare ai principi fondamentali sui quali si costruiscono i governi di coalizione. Ai partiti che ne fanno parte viene attribuito un certo numero di ministeri con riferimento ai voti che hanno ottenuto, ma anche al peso e all’importanza dei Ministeri che, sottolineo, il Manuale Cencelli indicava con accurata precisione. Su questo piano, è evidente che Fratelli d’Italia avrà, oltre alla carica di Presidente del Consiglio, anche almeno altre tre o quattro Ministeri importanti. Un ministero importante ciascuno spetterà alla Lega e a Forza Italia. Quali ministeri dipende da valutazioni politiche molto complesse. Farò pochi, ma rivelatori, esempi. Il primo riguarda l’Europa.

   Per mandare un segnale non troppo sovranista, Meloni potrebbe nominare Ministro degli Esteri un esponente di Forza Italia che è il partito europeista della sua coalizione. I contrappesi potrebbero essere i due sottosegretari e, eventualmente, un esponente di Fratelli d’Italia a Ministro dei Rapporti con l’Europa. Sappiamo noi e sa Meloni che sull’europeismo fortissima è la vigilanza del Presidente della Repubblica che l’ha già clamorosamente esercitata (e che l’anticiperebbe anche in maniera confidenziale per telefono!) All’Economia e alla Transizione ecologica dovranno certamente andare due persone di riconosciuta competenza. Meloni è tutt’altro che incline a fare affidamento su ministri “tecnici”, ma in questo caso potrebbe essere costretta a fare una eccezione o due a meno che ricorra a qualcuno non parlamentare che ha già ricoperto la carica di Ministro. Lei stessa molto critica del reddito di cittadinanza vorrà nominare al Lavoro qualcuno che ne attui una profonda revisione. Infine, se le è giunta la preoccupazione di alcuni ambienti esteri sulla inclinazione dei sovranisti ungheresi e polacchi a controllare (manipolare) la magistratura e le università, quei ministri dovranno essere al disopra di ogni sospetto, ma i nomi che al momento circolano, proposti anche dalla Lega, proprio non lo sono.

   Il Manuale Cencelli prevedeva giustamente di includere nell’assegnazione delle cariche anche le Presidenza di Camera e Senato. È possibile sostenere che almeno una di quelle cariche vada, come segno di distensione, a un esponente dell’opposizione che, però, a causa delle sue divisioni e conflittualità, è legittimo pensare non sarebbe in grado di farne un uso benefico per il buon funzionamento delle istituzioni. Combinare competenza e esperienza per un partito che per la prima volta si affaccia al governo della Nazione (della Patria) non sarà facile. Mi rimane un interrogativo, mai preso in considerazione dal Manuale Cencelli: la donna Meloni si orienterà anche verso la parità di genere? 

Pubblicato AGL il 30 settembre 2022

Pasquino: “Giorgia Meloni ha vinto alla grande. Pd? La sconfitta è dei dirigenti e non di Letta” #intervista @com_notizie

Intervista raccolta da Francesco Spagnolo. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica, in esclusiva a ‘Notizie.com’: “La storia del Pd è molto triste”.

Professor Pasquino, si aspettava una vittoria così netta di Fratelli d’Italia?

Non mi aspettavo un successo così schiacciante della Meloni, ma una vittoria sì. Ha vinto alla grande e peraltro portando via voti a Salvini e a Berlusconi. Il Centrodestra grossomodo è dove lo davano le previsioni con Fratelli d’Italia più avanti perché ha strappato voti agli altri due partiti“.

Lei ha parlato di voti strappati a Salvini e Berlusconi. Questo potrebbe portare tensioni all’interno della coalizione?

Qualche tensione ci sarà inevitabilmente perché Salvini è irrequieto, molto nervoso e invidioso e rimane con la sua ambizione. Sente che la sua carriera politica è in difficoltà e cercherà di appropriarsi di qualche tematica, essere molto presente mediaticamente. Ma penso che Giorgia Meloni abbia abbastanza larghe per controbattere, ma qualche tensione me l’aspetto. Berlusconi è in declino totale, la sua classe dirigente si sta liquefacendo e quindi non è un grosso problema“.

Possiamo parlate di Salvini e Letta come grandi sconfitti?

Salvini sicuramente sì, secondo me Letta non è un grande sconfitto. Ha perso perché pensava di arrivare sopra il 20%, ma lo ha fatto in maniera elegante. E’ un uomo competente, che conosce la politica e non ha mai esagerato. La sconfitta non è sua ma del Pd perché i dirigenti non fanno quello che dovrebbero fare. Dopodiché Letta ha preso atto della sconfitta ed ha detto che si dimette però continua una brutta storia che si chiama Partito Democratico, che non riesce a radicarsi, trovare delle tematiche, non riesce a darsi una unità e una visione“.

Chi potrebbe essere il nome giusto per rilanciare il Pd?

Non c’è nessun nome giusto. Credo che ci sono molti uomini ambiziosi, ma presumo che faranno un tentativo di trovare una donna. Sembra che questa sembra Elly Schlein sia chissà che cosa, ma io penso di no. Dovrebbero fare delle primarie vere e non contrattate in anticipo. La storia del Partito Democratico è molto triste“.

Il M5s ha avuto una crescita importante al Sud. Un risultato inaspettato alla vigilia per i pentastellati.

Il fatto del reddito di cittadinanza è molto importante al Sud e quindi hanno cercato di difenderlo sostenendo Conte, ma questo non basta. Un partito che arriva al 17% può essere contento, ma ricordo che quattro anni fa era al 33% e quindi ha perso il 16% dei suoi elettori. Possono festeggiare di non essere andati malissimo, ma non possono dire di aver ottenuto un grande risultato“.

Delusione invece per il Terzo Polo e Di Maio.

Di Maio evidentemente non si è radicato, ma nella zona di Napoli aveva dei concorrenti molto agguerriti iniziando dal fatto che il presidente della Camera non lo sosteneva. Il Terzo Polo non è mai esistito. Era una riunione degli ego di Calenda e Renzi visto che il vero Terzo Polo sono i pentastellati. Hanno anche utilizzato una caratterizzazione sbagliata e illusoria per cercare di catturare gli elettori“.

Pubblicato il 26 settembre 2022 su Notizie.com

Meloni vince, ma il rischio è la Lega debole. Parla Pasquino #intervista @formichenews

Ma quale rischio democratico, spiega il prof. Pasquino a Formiche.net, il problema principale per Giorgia Meloni sarà una Lega sotto il 10% che potrebbe scalpitare per far sentire la sua voce. Il Pd? Altro che occhi di tigre, piuttosto piedi di elefante…

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

I numeri non sono ancora definitivi, ma non sono incoraggianti. L’affluenza per queste elezioni politiche è di circa 10 punti percentuali in calo rispetto alle politiche del 2018, attestandosi su poco più del 64%. Al di là dell’astensione, il cui dato non fa certo sorridere, è ormai chiara la vittoria del centrodestra a trazione meloniana sul centrosinistra guidato da Enrico Letta.

Formiche.net ha chiesto un commento al professore emerito di scienza politica e accademico dei Lincei Gianfranco Pasquino.

Professore, cosa dice il calo dell’affluenza?

La crescita dell’astensione è fisiologica, cresce da anni, e certamente non riflette quanto, per molti di noi, queste elezioni siano importanti. Il risultato del voto quindi non riflette il senso che tanti cittadini hanno dato a questo voto. Però dice anche che dare per scontato che gli elettori vadano a votare non paga, che immaginare che un candidato forte possa trascinare l’elettorato storico è un ragionamento ormai sbagliato anzi, forse anche controproducente.

Chi premia l’astensione?

L’astensione non premia nessuno e non punisce nessuno, però se pensiamo al partito che storicamente è riuscito a mobilitare di più sicuramente possiamo dire che a rimetterci di più è il Partito democratico. I candidati e le candidate non hanno lavorato abbastanza per portare gli elettori al voto, e l’astensione lo dimostra. Altro che occhi di tigre, direi piuttosto zampe di elefante!

Professore, con la destra al governo c’è davvero il rischio democratico?

Non ho mai condiviso l’idea di far crescere la percezione del rischio per far rifluire gli elettori al voto, e certamente non c’è un rischio democratico all’orizzonte. Ho due timori, comunque, molto concreti con un centrodestra a trazione Meloni al governo.

Iniziamo dal primo…

Il primo timore riguarda la confusione nel centrodestra. Forza Italia con percentuali molto basse rischia di non essere un contrappeso sufficiente rispetto a Fratelli d’Italia molto forte. Una Lega al di sotto delle aspettative, poi, è una mina vagante: per farsi notare farà la voce grossa, e questo sarà un problema per la tenuta unitaria del centrodestra.

Il secondo?

Il secondo riguarda l’approccio che Giorgia Meloni sceglierà di avere con l’Europa. Se farà la sovranista e si porrà con un muro contro muro con l’Ue per l’Italia sarà un problema, e non piccolo.

Pubblicato il 25 settembre 2022 su Formiche.net

Verso il 25 settembre, il voto più utile è degli indecisi @formichenews

Il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarantotto ore prima del voto. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e Professore Emerito di Scienza politica e autore di “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet 2022)

Raramente ho assistito a una campagna elettorale tanto prodiga di informazioni sui leader, sui partiti, sulle tematiche. Sono giunto alla conclusione che se la campagna viene definita “brutta” è come la bellezza: sta negli occhi di chi, commentatori di poco senno e fantasia, la guarda (o forse no: guardano solo i concorrenti, per “copiarli”). Sappiamo che Giorgia Meloni, una volta richiamato Draghi, è la front runner. Sta conducendo una campagna elettorale il cui punto d’arrivo potrebbe essere Palazzo Chigi. Atlantista per sua definizione, si è convincentemente collocata dalla parte dell’Ucraina, ma si è trovata appesantita da un passato che non passa, e che qualche saluto fascista riporta all’ordine del giorno, e dalla sua appartenenza di genere che non sa né respingere né valorizzare. La zavorra più pesante e per lei (ma anche per gli italiani tutti) è il suo incomprimibile, indeclinabile sovranismo che si accompagna a deplorevoli compagni (oops, chiedo scusa) di strada: da Orbán a Vox. Se nell’elettorato italiano è passato il messaggio che, forse troppo poco troppo tardi, il Partito Democratico di Letta ha cercato di mandare: “tutto con l’Europa niente fuori d’Europa”, allora il consenso presunto per i Fratelli d’Italia potrebbe risultare ridimensionato. Chi con qualche strambato di cui non era ritenuto capace ha risollevato il suo consenso che sembrava in caduta libera è Giuseppe Conte.

   Ambiguo la sua parte sia sull’Unione Europea sia su come affrontare l’aggressione russa all’Ucraina, Conte può ringraziare gli attacchi mal posti e male argomentati al reddito di cittadinanza, l’unica riforma davvero innovativa che il Movimento 5 Stelle di governo possa effettivamente rivendicare. Che i voti per i pentastellati di lotta crescano nel Sud rispetto a previsioni fosche è dovuto all’impatto positivo del reddito di cittadinanza e alla volontà di difenderlo. Anche su questo gli elettori hanno ricevuto utili informazioni. Immigrazione e sicurezza, scuola e sono finiti in secondo piano perché maiora premunt, c’è qualcosa di più importante destinato a essere una sfida duratura. No, personalmente non me la sento mai di parlare a nome degli italiani, ma il prezzo del gas e, più in generale, del carrello della spesa sono le due criticità che non ci abbandoneranno troppo presto. Non sarà il governo prossimo venturo a risolvere il problema. In verità, nessun singolo governo europeo ha la chiave della soluzione. Solo gli europei europeisti possono approntare una difesa decente e passare all’attacco con una politica energetica concordata.

Berlusconi ha rapidamente capito che il suo aggancio con il Partito Popolare Europeo è importantissimo per Forza Italia e, impostosi garante del (governo di) centro-destra, ha ipotecato i Ministeri degli Esteri e dei Rapporti con l’Europa. Però, ma non ce la fa proprio ad abbandonare la tassa che non è né piatta né, poi, neppure tanto bassa come quella proposta dal giocatore d’azzardo Matteo Salvini a corto di tematiche e di fiato. A testa bassa sia per tentare di trovare l’agenda perduta, quella di Draghi, sia per incornare il Partito Democratico, i quartopolisti Calenda e Renzi non hanno lasciato traccia nella campagna elettorale. Ma anche questa è una notizia utile per gli elettori. Ne sappiamo tutti di più. Certo, partivamo con le nostre preferenze che probabilmente sono cambiate di pochissimo (rispetto ai sondaggi). Alla fine, il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarant’otto ore prima del voto. Faites vos jeux. Ma, in democrazia non finisce qui.  

Pubblicato il 22 settembre 2022 su Formiche.net

Il modello Orbán sarà la bussola del futuro governo di centro-destra @DomaniGiornale

Davvero qualcuno può pensare che i risultati delle elezioni politiche italiane non interessino al di là delle Alpi e sull’altra sponda del Mediterraneo? L’espressione “la pacchia è finita” fu usata, se ricordo bene, la prima volta (tragedia) dal Ministro degli Interni Matteo Salvini. Annunciava ai migranti che l’accesso all’Italia sarebbe stato loro sbarrato. Non portò bene a Salvini che qualche mese dopo fu estromesso dal governo. La pacchia che starebbe per finire adesso (farsa) è quella di cui, secondo Giorgia Meloni, l’Unione Europea avrebbe goduto a spese dell’Italia. Vale a dire che, secondo Meloni, l’UE avrebbe imposto ai governi e ai cittadini italiani politiche costosissime, evidentemente molto più dei 230 miliardi di Euro concessi per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, controproducenti, addirittura umilianti. Per porre fine a questa pacchia, il prossimo governo di destra si riapproprierà di molti pezzi di sovranità ceduta, strappata, perduta. Il modello, senza esagerare, potrebbe essere Orbán il quale, però, vuole “soltanto” continuare nelle sue politiche illiberali, restringimento dei diritti dei cittadini, dell’opposizione, della magistratura, dei mass media e rigetto della superiorità del diritto dell’Unione sul diritto nazionale. Questa è la “sovranità” che conta per mantenere il potere all’interno dell’Ungheria. Pertanto, è corretto pensare e temere che chi, come Meloni e Salvini, ritiene inopportuno e sbagliato sanzionare il capo del governo ungherese, abbia in mente comportamenti simili. In un certo senso, la questione Orbán è un più o meno involontario intervento a gamba tesa nella campagna elettorale italiana. Allo stesso modo, ma con minore impatto mediatico, l’affettuoso messaggio di auguri di Marine Le Pen a “mon cher Matteo” è assimilabile a un’interferenza, a mio modo di vedere, del tutto comprensibile e nient’affatto riprovevole.

   La risposta dei “principali esponenti dello schieramento avversario” (uso parole di venerabile conio veltroniano) non si è fatta attendere. Il cancelliere tedesco, dall’autorevolezza non ancora molto consolidata, ha ricevuto a Berlino il segretario del PD Enrico Letta esprimendo il suo auspicio per un buon esito elettorale. Ci sta, eccome. Dal canto suo, con maggiore autorevolezza, Mario Draghi ha meritatamente ricevuto a New York il Premio Statista dell’Anno, indirettamente il riconoscimento che la sua opera di governo è stata molto apprezzata (peraltro, anche, come hanno rilevato tutti i sondaggi, dall’opinione pubblica italiana) e altrettanto indirettamente segnalando preoccupazione per quel che potrebbe venire.

Tutti i governi democratici acquisiscono legittimazione politica attraverso le elezioni (mi sono a fatica trattenuto dallo scrivere i mussoliniani “ludi cartacei”). Poi, però, debbono mantenere quella legittimazione con appropriati comportamenti nazionali e internazionali. Alcuni governi (e governanti) già sperimentati e già visti all’opera partono avvantaggiati poiché le loro controparti ne conoscono i lati positivi e quelli negativi. Altri, invece, sono oggetti largamente sconosciuti, come Fratelli d’Italia, totalmente priva di esperienze di governo nazionale e con amici europei dal governo ungherese a Vox non propriamente rassicuranti. Quel grande popolo che sono gli inglesi e, con l’omaggio alla regina Elisabetta, hanno ancora una volta dimostrato di essere, sosterrebbero che la prova del budino consiste nel mangiarlo. Però, non biasimerebbero i commensali europei per la loro visibile diffidenza.

Pubblicato il 21 settembre 2022 su Domani

Liste calate dall’alto? Non vale per tutti i partiti #intervista @ilriformista

Il politologo: «Cassese dice che le forze politiche sono diventate oligarchie? Sbagliato generalizzare. Realtà come il Pd hanno scelto i candidati anche in base a competenze importanti. Giudicherà chi vota» Intervista raccolta da Umberto De Giovannangeli

Tra gli scienziati della politica italiani, Gianfranco Pasquino è tra i più accreditati. Professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, dal 2005 socio dell’Accademia dei Lincei. Tra le sue numerose pubblicazioni, ricordiamo la più recente: Tra scienza e politica. Una autobiografia (Utet, 2002).

“Il modo in cui si sono formate le liste è un’ulteriore dimostrazione del carattere oligarchico del nostro sistema politico”. Così Sabino Cassese in una intervista a questo giornale. Lei come la vede?

Le liste vengono formate in maniera molto diversa da partito a partito. Non sono in grado di generalizzare e non vado alla ricerca di modalità democratiche, modalità oligarchiche etc. Parlerei piuttosto di modalità funzionali. Ciascun partito decide cos’è meglio per la sua organizzazione, per i suoi militanti che poi dovranno fare anche un po’ di campagna elettorale, per i candidati che deve scegliere. Non possiamo dire che il Partito democratico abbia scelto i suoi candidati allo stesso modo con il quale li ha scelti Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia. E sappiamo da tempo immemorabile che i candidati di Forza Italia vengono scelti da Silvio Berlusconi e abbiamo visto che i 5Stelle utilizzano anche le cosiddette “parlamentarie”. Di tanto in tanto il Pd fa anche delle primarie che purtroppo i commentatori sbeffeggiano, sbagliando.

Perché, professor Pasquino?

Perché se condotto con metodi decenti, rappresenta un metodo democratico. Quindi non generalizzo, le scelte dei candidati sono state fatte in un certo modo e sono in grado di criticare di volta in volta le modalità e le scelte effettive. Mi chiedo, ad esempio, che senso ha paracadutare Elisabetta Casellati in Basilicata quando era eletta e ambita in Veneto, mentre al suo posto c’è Anna Maria Bernini che notoriamente è una bolognese. Naturalmente ho molto da dire sul fatto che Piero Fassino va a fare il parlamentare del Veneto dopo aver fatto il parlamentare del collegio di Modena e Sassuolo. Questo riguarda anche la forza del candidato. Fassino è un uomo molto forte nel suo partito e sceglie dove andare. Nel caso della Casellati, Berlusconi e Tajani preferiscono candidarla in Basilicata. Però non si può generalizzare. Possiamo dire che il metodo comunque non ci convince, dopodiché affidiamo il resto agli elettori. Saranno loro a valutare se sono buoni candidati oppure no, se fanno campagna elettorale, se rappresentano il territorio, se non sanno solo ascoltare ma come dico io anche interloquire con i loro elettori, oppure se è semplicemente un’operazione nel segno di rieleggetemi e buona fortuna.

Nel dibattito aperto da Il Riformista, Sergio Fabbrini, altro autorevole scienziato della politica e dei sistemi istituzionali, ha sostenuto: “Gli eletti sono diventati degli imprenditori di se stessi e quindi si comportano sulla base dei vantaggi immediati che possono conquistare nel mercato politico”. Concorda ?

No, anche se ne apprezzo il rigore e la nettezza. Non sono d’accordo perché, di nuovo, occorre differenziare tra i vari partiti. Nel Partito democratico ci sono le carriere. Persone che hanno iniziato a fare politica prima che ci fosse il Partito democratico e che proseguono nella loro carriera. Non sono degli “imprenditori di se stessi”, come li definisce Fabbrini. Secondo me sono semplicemente dei professionisti, qualche volta anche perché hanno acquisito delle competenze vere. Per non restare nel vago. Non si può fare a meno di uno come Franceschini, perché è bravo, ha delle competenze. Ed è sbagliato respingere la candidatura di Casini, perché anche lui è bravo e ha delle competenze. Siamo di fronte a professionisti, a semi professionisti e come una volta mi disse Domenico Fisichella a “gentleman in politics”. Naturalmente si riferiva a se stesso, cioè a persone che hanno una biografia professionale tale da permettere loro di fare un po’ di politica e poi tornare alla loro professione senza nessuna preoccupazione. Questo vale per il Partito democratico come anche, sul versante opposto, per Fratelli d’Italia, perché è l’unico altro partito rimasto vivo. Il Msi era un partito organizzato sul territorio. E non vale invece in altri casi. Come quello di Forza Italia Ha ragione Berlusconi: i suoi candidati vengono effettivamente dalla società civile. Di errato c’è semmai il verbo. I candidati non “vengono” dalla società civile, è lui che li ha “prelevati” dalla società civile ed è lui che li “ricaccia” nella società civile quando non gli servono più. Nessuna generalizzazione è possibile, insisto su questo, ma analizzare caso per caso, e sul singolo caso costruire una spiegazione, soprattutto quando certe scelte suscitano polemiche non sempre pretestuose.

Venendo ai “campi” che si fronteggiano. Cosa teme di più del destra-centro: la leadership Meloni?

Io temo l’inesperienza di una parte non marginale di quella classe dirigente. Temo l’eccessiva gioiosità per aver vinto le elezioni, e l’incapacità di capire che cosa vuole l’Europa da noi. E soprattutto temo gesti eclatanti volti a dimostrare che quello a cui daranno vita è un Governo “nuovo”, che siamo entrati in un’era “nuova”. Tutto questo temo. E ne temo l’insieme. E che Giorgia Meloni si lasci trascinare dall’entusiasmo. Mi è rimasta negli occhi, e in parte anche nelle orecchie, la sua performance al congresso di Vox. Non vorrei mai più vedere una Giorgia Meloni così. Certo è che se lei va in Europa con quella grinta la cacciano subito via.

Passando al centrosinistra. Cosa resta del “campo largo” su cui aveva puntato Enrico Letta?

Purtroppo questi politici non hanno studiato la scienza politica. Ne sono proprio digiuni e non sanno proprio di cosa parlano. Non mi riferisco solo alla legge elettorale, di cui non sanno nulla se non tutelare i propri interessi. Davvero non sanno di cosa parlano. “Campo largo” non c’era proprio bisogno di dirlo. Perché se uno avesse acquisito i rudimenti, non dico di più, della scienza politica, saprebbe che in politica si fanno le coalizioni. Questo è il principio dominante. In tutti i sistemi politico si fanno coalizioni. Persino in Gran Bretagna, dal 2010 al 2015 c’è stata una coalizione tra conservatori e liberali. Hanno addirittura stilato le regole della coalizione. Macchè “campo largo”, parliamo di coalizioni. E le coalizioni – c’è una letteratura splendida in proposito – si fanno fra partiti che sono vicini, geograficamente vicini, ideologicamente compatibili, programmaticamente in grado di convergere su quelle che ritengono essere le priorità del Paese. Letta ci ha provato ma evidentemente non conosce la teoria delle coalizioni. Dopodiché ha fatto del suo meglio, anche perché ha dovuto fare i conti con individui che sono molto ambiziosi, ingiustificatamente ambiziosi, immeritatamente ambiziosi, che hanno, come ho avuto modo di dire e scrivere, il loro ego in perenne erezione. Con quella gente è difficile trattare. Chi riesce a fare meglio le coalizioni meglio riesce ad ottenere il consenso. Giuliano Urbani, che è uno scienziato della politica, disse a suo tempo a Berlusconi “fai due coalizioni: una che si chiama Polo del buongoverno e l’altra Polo delle libertà. E in questo modo riesci a mettere insieme sia gli ex missini sia la Lega”. Questo è quello che è successo nel ’94. È il prodotto delle competenze politiche del professore di Scienza politica Giuliano Urbani. Mi lasci aggiungere un consiglio che non vuol essere “professorale”: si dovrebbe sempre chiedere a chi parla/ scrive di tematiche istituzionali-elettorali quali libri/articoli scientifici abbia letto, quali sono gli autori a sostegno delle sue analisi e valutazioni. Per non alimentare una confusione già così diffusa e grande sarebbe cosa alquanto opportuna fare pulizia terminologica per riportare il dibattito sui binari solidi e rigorosi della Scienza politica.

In Italia c’è ancora chi sostiene che si vince occupando il centro.

La Scienza politica racconta un’altra storia…

Quale?

Il centro è un luogo geografico. Non sappiamo quanti elettori stanno al centro, ma soprattutto sappiamo che vi sono elettori che stanno all’estrema sinistra e all’estrema destra. Non possiamo perderli. Dobbiamo andarli a cercare. Sapendo, innanzitutto, che dobbiamo motivare gli elettori a venirci a votare. In Italia vincerebbero alla grande le elezioni coloro che sapessero motivare gli astensionisti, quantomeno trovando la chiave per raggiungerne alcuni settori. Non c’è un “partito degli astensionisti”. Anche qui, evitiamo dannose, oltreché erronee, generalizzazioni. Quegli astensionisti non sappiamo di dove sono, se sono di centro, di destra, di sinistra. C’è di tutto, coprono l’intero arco politico. Si tratta di andare a cercare gli elettori su tematiche specifiche. La scienza politica indica che ci sono tematiche valoriali che sono politiche: le famose issues. Devi trovare la issue giusta e devi sapere anche quali sono i valori condivisi di quegli elettori che cerchi. Quel valore condiviso potrebbe essere, per esempio, molto semplicemente la democrazia in Europa, o qualcos’altro, magari di segno opposto. Ad esempio, manteniamo un alto livello di diseguaglianze perché noi elettori siamo bravi e quindi riusciremmo a trarne profitto. Operazioni che richiedono intelligenza politica a cui abbinare la capacità di un politico di stare sul territorio. Come può Fassino mobilitare gli elettori del Veneto che non l’hanno visto mai se non in televisione? Casini mobilita gli elettori bolognesi perché qui ci abita da quando è nato, perché ha fatto campagna elettorale, perché è notissimo. Ed è per questo che lui è un valore aggiunto.

Pubblicato il 27 agosto 2022 su Il Riformista

La rivoluzione della minestra riscaldata da Meloni @DomaniGiornale

Mettersi avanti con il lavoro può sempre essere utile. No, non facendo i nomi dei ministri, come vorrebbe Salvini, con grave interferenze nelle prerogative del Presidente della Repubblica, ma mettendo in pole position alcune personalità di qualche (non voglio esagerare) autorevolezza forse non del tutto appassita. Risponde ad una strategia di Giorgia Meloni il pacchetto di mischia di ultrasettantacinquenni candidati al Parlamento: Carlo Nordio, già procuratore aggiunto a Venezia, poi votato come Presidente della Repubblica, Marcello Pera, già presidente del Senato, Giulio Tremonti, a lungo Ministro dell’Economia, e Giulio Terzi di Sant’Agata ambasciatore e Ministro degli Affari Esteri (2011-2013). Facile trovare la collocazione di Tremonti e di Terzi. Dando per scontato che naturalmente Nordio sarebbe unicamente predestinato al Ministero della Giustizia, non si può dimenticare che quel posto era stato ambito anche da Pera. Con riferimento al passato appoggio dato con entusiasmo alle riforme costituzionali renziane, a Pera si potrebbe assegnare il Ministero delle Riforme Istituzionali che, con la proposta di (semi-)presidenzialismo, diventerà alquanto importante.

 Attraverso il reclutamento di queste personalità, due provenienti da Forza Italia e uno da Lista Civica, Giorgia Meloni manda due importanti segnali: uno positivo, l’altro, almeno in partenza, problematico. Il segnale positivo è duplice: l’apertura di Fratelli d’Italia alle competenze necessarie a governare e la disponibilità di quei competenti, la cui non modesta ambizione è sufficientemente (sic) nota, ad accettare la candidatura e quel che potrebbe seguirne. Il segnale problematico riguarda il partito Fratelli d’Italia. Non troppo implicitamente Meloni lascia percepire di avere preso atto che la mai messa alla prova classe dirigente di Fratelli d’Italia non sarebbe da sola adeguata a esprimere governanti di qualità. Deve rivolgersi altrove. Lo sfaldamento di Forza Italia, tutt’altro che terminato, libera energie. Però, il fatto è che quelle sono le energie di uomini del passato, rappresentanti di un periodo non particolarmente gioioso e di governi che nessuno ricorda con nostalgia. Le loro minestre non potranno che essere riscaldate. Peggio sarebbe se venissero cucinate all’insegna della rivalsa, di quello che, molti anni fa né Tremonti né Pera né tantomeno Nordio riuscirono a fare. Quanto abbiamo sentito dalla loro (redi)viva voce non sembra tenere conto delle molto mutate condizioni nazionali e internazionali. Non appare né promettente né orientato al futuro. Detto che le candidature parlamentari degli altri partiti a cominciare da quelle avallate dal competitor principale, Enrico Letta, non sono strabilianti, sorge spontaneo il suggerimento: provaci ancora Giorgia.

Pubblicato il 24 agosto 2022 su Domani