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Il Copasir deve andare all’opposizione, anche se si tratta di Giorgia Meloni @DomaniGiornale

Stabilire a chi spetta la Presidenza del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti è una decisione importante. La questione non può e non deve essere interpretata soltanto come un conflitto interno al centro-destra fra la Lega di Salvini, alla quale appartiene il Presidente in carica, e i Fratelli d’Italia di Meloni, che sono i pretendenti. Infatti, in gioco sono alcune regole fondamentali della democrazia parlamentare, in special modo, quelle che attengono alle modalità di funzionamento del Parlamento e al rispetto dei diritti dell’opposizione politico-parlamentare. Appena studiosi e commentatori, in particolare quelli del “Corriere della Sera”, avranno finalmente capito che il compito principale del Parlamento nelle democrazie parlamentari non consiste affatto nel fare le leggi, cammineremo sulla dritta via che porta alla individuazione dei due compiti davvero fondamentali. Primo, è il Parlamento che sceglie il governo, gli dà la fiducia e gliela può togliere quando vuole. Ė finalmente caduta la critica sbagliata ai governi “non scelti dal popolo”, “non usciti dalle urne”, troppo spesso rivolta al governo Conte 2. Temo, però, che la caduta sia soltanto il prodotto del prestigio di Draghi, non di un reale apprendimento. Il secondo importantissimo compito del Parlamento è quello di controllare quello che fa, quello che non fa e quello che il governo fa male.

   Molto felpatamente, Walter Veltroni, editorialista del Corriere della Sera, sottolinea che il governo Draghi dovrebbe accompagnare ai suoi molti buoni propositi, alcuni già in ritardo di attuazione, anche le date entro le quali saranno soddisfatti. Le incertezze potrebbero essere almeno in parte ridimensionate ricorrendo a generalizzazioni ipotetiche del tipo: “ se …, allora…”. Esempio, “se i vaccinati saranno il 60 per cento allora le riaperture potranno avvenire il 20 giugno”. Queste generalizzazioni ipotetiche consentono all’opinione pubblica accuratamente (sic) informata dagli operatori dei mass media di farsi un’idea e all’opposizione, parlamentare e no, di controllare le promesse e le prestazioni del governo. Si configura in questo modo la migliore virtù democratica: l’accountability, governo e opposizione rispondono all’elettorato. Un governo intelligente impara dalle critiche espresse dall’opinione pubblica e da un’opposizione intelligente. Naturalmente, l’opposizione deve essere messa in grado di controllare l’operato del governo. I Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, DPCM, erano e rimangono criticabili se e quando rifuggono e sfuggono alle possibilità di controllo dell’opposizione.

Questa, che non è affatto una lunga digressione, ma la indispensabile premessa ad un caso importante, conduce meglio attrezzati a considerare se e quanto la richiesta di Fratelli d’Italia di ottenere la Presidenza del Copasir è fondata e merita di essere accolta. Per legge, la Presidenza di quella Commissione deve essere assegnata all’opposizione. Al governo Draghi con la sua maggioranza fin troppo larga esiste tecnicamente e politicamente una sola opposizione appunto quella rappresentata da Fratelli d’Italia. Dunque, chi ha a cuore, non solo il funzionamento del Parlamento, ma i rapporti governo/opposizione deve esprimersi senza nessuna riserva a favore della candidatura espressa da Giorgia Meloni. Se l’alternativa di cui si discute è cambiare le regole, non soltanto merita il nome di pateracchio, ma certamente non sarebbe di giovamento al prestigio del Parlamento e dei suoi rappresentanti. Al contrario. Per di più, le riformette opportunistiche hanno spesso il rischio, o il pregio, di ritorcersi contro gli sciagurati propositori.

Pubblicato il 10 aprile 2021 su Domani

Salvini è problematico

Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.

   Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2021

L’arte di governare e l’arte di comunicare

La scomposizione dei protagonisti della vita politica italiana dopo le elezioni di marzo 2018 è in corso. Sta succedendo proprio quello che alcuni avevano dichiarato e auspicato come conseguenza della formazione del governo Draghi. Fallita la politica sembrano falliti i protagonisti a partire dal più grande, il Movimento 5 Stelle. Diviso al suo interno, con una cinquantina di dissenzienti sul voto di fiducia, in buona misura quasi subito espulsi, il Movimento sta per essere affidato alle cure amorevoli del Prof Giuseppe Conte non dimentico di essere debitore ai Cinque Stelli di due anni “bellissimi”. Nel secondo partito della ex-coalizione di governo, il Partito Democratico, si rincorrono accuse al Segretario per la designazione della squadra di governo a scapito delle donne e recriminazioni dei più vari tipi ad opera di alcuni le cui ambizioni sono al disopra delle capacità finora provate. La minuscola LeU ha subito la scissione parlamentare dell’unico deputato di Sinistra Italiana. Nonostante le acrobazie di Salvini, la svolta europeista voluta da Giorgetti, ora sottosegretario, non sembra gradita da tutti. Molti sono i mugugni anche dentro Forza Italia pure non poco premiata dalla assegnazione dei posti di Ministro e di sottosegretaria. Granitica è, invece, oltre che premiata dai sondaggi, la coerenza di Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia subito schieratisi all’opposizione. Naturalmente, questa opposizione unica significa anche che il centro-destra al momento non esiste più. Infine, all’orizzonte continua a profilarsi uno spettro alimentato da commentatori e politici di seconda fila: la riorganizzazione di un partito/ino di centro che avesse un improbabile successo renderebbe impossibile qualsiasi competizione bipolare e impraticabile qualsiasi alternanza di governo.

La fin troppa attenzione concentrata sulla scomposizione degli attori politico-partitici ha impedito di controllare da vicino quello che il governo Draghi fa, non fa, fa male. Non spetterà al governo ristrutturare la politica italiana, compito, comunque, da non affidare a un grande banchiere e ai tecnici da lui designati e che a lui dovranno costantemente fare riferimento. Piuttosto, mentre la pandemia infuria nel contesto italiano provocando danni ancora più gravi alle persone e alle attività economiche, bisogna che Draghi abbandoni la sua altrimenti apprezzabile inclinazione, forse, una deliberata strategia, a non procedere a dichiarazioni pubbliche, a comunicare soltanto nelle finora pochissime occasioni ufficiali. La politica è da tempo diventata comunicazione. Si alimenta di notizie, produce informazioni, intrattiene un dialogo fra governanti e governati. Per chi occupa la più importante carica di governo in un paese disastrato la cui ripresa non è affatto dietro l’angolo, comunicare con i cittadini, certo in maniera sobria e scarna, è un obbligo denso di significati. Serve anche a costruire e mantenere quel consenso che un governo tecnico non ha avuto dalle urne e del quale ha assoluto bisogno per rendere efficaci le sue azioni.

Pubblicato AGL il 2 marzo 2021

Berlusconi, Salvini e Meloni, nessuna federazione

Il centro-destra è attraversato, non da oggi, da alcune contraddizioni difficili da sanare. Senza dimenticare che fu Salvini per primo a “lacerarlo”, andando al governo con il Movimento 5 Stelle, esistono due contraddizioni recenti, ma non meno significative. Entrambe sono evidenziate dalle prese di posizione di Berlusconi: l’accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette; e il sostegno ad alcune misure del governo Conte. Tanto Salvini quanto Meloni sono fermamente contrari a cedere su entrambi i punti.

Ripetendo frequentemente e insistentemente i principi ai quali si ispira l’azione politica di Forza Italia: liberali, cristiani, europeisti e garantisti, Berlusconi ricorda ai due alleati che senza di lui il centro-destra non esisterebbe in quanto tale e la destra non riuscirebbe/non riuscirà a vincere le elezioni. Meloni non replica poiché, nel frattempo, non solo ha trovato una salda collocazione europea (non europeista) come presidentessa dello schieramento dei Conservatori e Riformisti, ma anche perché è da molti mesi che i sondaggi la premiano rilevando che l’approvazione degli italiani per Fratelli d’Italia cresce fino quasi a lambire quella della Lega a sua volta in declino da quando perdette il suo ruolo di governo.

In affanno e privo di temi sui quali svolgere quell’azione aggressiva da lui tenuta nei confronti degli immigrati, fra i vari tentativi con i quali Salvini cerca un rilancio il più recente è costituito dalla proposta di una Federazione del centro-destra. Poi ha precisato che, almeno in questa fase, si tratterrebbe di mettere insieme i tre gruppi parlamentari per parlare più alto e forte con una sola voce. La proposta di Salvini non ha avuto risposta positiva né da Berlusconi né da Meloni. Entrambi sanno che Salvini ne rivendicherebbe la leadership che Berlusconi non vuole riconoscergli e che Meloni intende sfidare con i numeri delle prossime elezioni.

Per parlare con una sola voce, da un lato, sarebbe sufficiente un coordinamento in parlamento, dall’altro, però, bisognerebbe formulare una linea politica totalmente condivisa, operazione, al momento, impossibile. Quelli che interpretano la proposta di “federazione” in maniera più estensiva quasi come premessa ad un partito unitario se non unico del centro-destra dovrebbero ricordarsi che l’esperienza del Popolo della Libertà durò relativamente poco e finì piuttosto male, prima con la disgregazione politica, poi con la sconfitta elettorale. Se poi alle prossime elezioni si voterà con una legge proporzionale, allora è preferibile per ciascuno andare separati a chiedere i voti degli italiani piuttosto che perdere gli elettori che, non sarebbero pochi, non gradiscono un partito unico.

 Insomma, la proposta della Federazione da parte di Salvini è con ogni probabilità un altro segnale delle sue difficoltà. Non riesce a riprendersi la scena con proposte politiche e allora butta il pallone in avanti dove, però, non c’è praticamente nessuno. Provaci ancora Sal!

Pubblicato AGL il 25 novembre 2020

“Ma quale nuovo Patto del Nazareno. Avrebbe il sapore della farsa” #intervista @Affaritaliani

Il politologo Gianfranco Pasquino, intervistato da Affari, spiega le mosse di Berlusconi, ma anche del Pd. “La federazione proposta dalla Lega? Non ha senso”

Intervista raccolta da Paola Alagia

La mano tesa di Silvio Berlusconi per il voto sullo scostamento di bilancio, l’apertura al dialogo dell’esecutivo con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dello stesso Partito democratico che, per bocca del suo vicesegretario Andrea Orlando, si è detto possibilista su un confronto, ma solo con Forza Italia. E ancora il leader di Italia viva Matteo Renzi che nelle scorse ore ha gettato un sasso nello stagno azzurro, sostenendo che sarebbe positivo se Berlusconi si staccasse da Meloni e Salvini. Nonostante le rassicurazioni incrociate in merito al rispetto dei ruoli e, quindi, degli attuali equilibri di governo, le sirene sono risuonate talmente forte da spingere la Lega di Salvini a sparigliare le carte, proponendo addirittura una federazione dei gruppi di centrodestra tra Camera e Senato. Insomma, per certi versi, come in un déjà vu, sembra si respiri aria da nuovo patto del Nazareno. Affaritaliani.it lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica.

Professore, che ne pensa?
Penso che il Nazareno si fosse già lamentato in occasione del Nazareno uno e avesse chiesto di non essere chiamato in causa. Meno che mai vorrebbe, quindi, il Nazareno due. Sostiene infatti che è passato molto tempo e che la seconda volta si presenterebbe come una farsa e quindi dice no. E, comunque, battute a parte, per fare un Nazareno vero bisognerebbe che i due contraenti fossero al livello elettorale dell’altra volta.

E, invece, le condizioni non ci sono, visto l’attuale peso specifico di Berlusconi?
In realtàmi pare che pure il secondo contraente, se dovesse essere Zingaretti, sarebbe molto riluttante.

Dopo l’ultimo appello di Mattarella, però, qualcosa si sta muovendo, non le pare?
Innanzitutto, bisogna fare chiarezza: Mattarella ha richiamato solo alla responsabilità, non ha mai detto ai partiti di mettersi insieme. Poi che questo appello sia stato sfruttato da Berlusconi è un’altra storia.

Raccontiamola.
E’ molto semplice: Berlusconi si sente un po’ schiacciato da Matteo Salvini, che è forte, e da Giorgia Meloni, che sta crescendo. Cerca, dunque, uno spazio di visibilità e anche di influenza politica, tentando un accordo col governo su questioni che poi riguardano anche le sue aziende. Mediaset, per l’esattezza.

E’ vero pure, però, che qualche sponda nella maggioranza la trova, a cominciare dal numero due del Pd Andrea Orlando. 
Il Pd sta cercando da un lato di fare valere il fatto che ci sarebbe qualcun altro disposto ad appoggiare il governo e, particolare non da poco, per di più anche favorevole al Mes. In secondo luogo, Orlando pensa di riuscire a dividere le opposizioni, separando quel che resta di FI da Salvini e Meloni, in modo da rendere meno rischiosa la sfida del centrodestra. E poi c’è un altro aspetto non proprio secondario.

Quale?
Il fatto che al Senato i voti sono un po’ ballerini. Il governo ha una maggioranza risicatissima e, quindi, se si aggiungessero i voti di FI sarebbe tanto di guadagnato.

Ed è in questo quadro, a fare da contraltare, che  si innesta la proposta federativa della Lega. Che ne pensa?
La mossa di Salvini non ha nessun senso. Serve solo per guadagnare più visibilità. Con la legge elettorale proporzionale, come sarà probabilmente il nuovo sistema di voto, una federazione non ha ragion d’essere perché i tre partiti andrebbero alle urne separati. La verità è che il leader della Lega crede di avere la capacità di individuare prospettive future, ma non è più così, e cerca di rimanere al di sopra della Meloni che con le sue posizioni ferme sta piano piano arrivando alle percentuali di Salvini.

Insomma, è tutto un girare a vuoto? Che immagine ci restituisce il quadro politico attuale?
Siamo in una situazione di sospensione perché nel frattempo quasi tutti si sono resi conto che questa seconda ondata è stata molto pesante, hanno qualche preoccupazione per le posizioni di Orban e Morawiecki, che difficilmente rinunceranno al veto. Le uniche certezze al momento sono che il governo è al sicuro – nessuno, infatti, cambia esecutivo quando c’è una situazione così catastrofica come quella che stiamo vivendo – e che il premier Conte è persino ritornato un po’ su nei sondaggi. Mentre il Pd per lo più traccheggia, anche il M5s ha superato, sembra senza troppi inconvenienti, gli Stati generali e si avvia ad arrivare almeno fino a gennaio. Insomma, in questa fase tocca solo farsi vedere e trovare un tema per conquistare le pagine dei giornali.

In quest’ottica c’è da temere per il voto sul nuovo scostamento di bilancio?
Certamente lo voteranno, non si è mai visto un voto contrario su uno scostamento di bilancio così essenziale. Le opposizioni non creeranno nessun problema.  

Non vede dunque pericoli all’orizzonte.
Non ci sono grosse minacce. La proposta insensata della Federazione, per esempio, cosa vuole che sposti? L’unica cosa che si muove un po’ è appunto la disponibilità al dialogo di Berlusconi.

Ma solo se decidesse di spezzare l’asse con Salvini e Meloni. E’ così?
Berlusconi non deve decidere di staccarsi, deve solo far pensare che può farlo. Poi non lo farà perché senza di lui il centrodestra non vince e lui senza il centrodestra non vince.

Né più e né meno di un gioco delle parti, insomma.
Io parlerei più di un gioco dei partitini…

Pubblicato il 23 novembre 2020 su affaritaliani.it

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020

La piazza di Salvini e Meloni non aiuta la destra. Pasquino spiega perché @formichenews

Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Alla destra italiana il compito di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Il commento di Gianfranco Pasquino

 

Le piazze del 2 giugno hanno messo in mostra il vero volto della destra italiana. Nel giorno della Festa della Repubblica, ammirevolmente “interpretata” dal Presidente Mattarella, i sovranisti, che pure questa Repubblica dovrebbero esaltare, hanno fatto i loro piccoli e meno piccoli sfregi. Peccato che Tajani (Forza Italia) non si sia sentito imbarazzato e non abbia preso le distanze. La libertà di manifestare non è minimamente in discussione. Dopodiché, se gli assembramenti sono vietati, una destra “legge e ordine” non si accalca. Mantiene le distanze. Non si sbraccia e abbraccia. Si mette e conserva le mascherine. Se la destra vuole criticare il governo Conte, lo può fare. Non è un “diritto”, ma una facoltà da esercitare dove e quando vuole, magari in Parlamento (che, lo voglio ricordare solennemente, può essere autoconvocato da un terzo dei parlamentari, art. 62), meglio se non in una ricorrenza nazionale. Almeno la Repubblica dovrebbe essere patrimonio di tutti gli italiani (o quasi), anche di quelli che un tempo non molto lontano facevano un uso improprio (che classe!) del tricolore.

Non ho nessun dubbio che anche il Presidente della Repubblica può, in una democrazia, essere criticato, che non è la stessa cosa del diventare oggetto di insulti e di offese. No, non hanno dato un bello spettacolo la destra e i suoi sostenitori piazzaioli. Con tutta probabilità, non poteva essere diversamente. In quanto predicatore di “buona Politica”, sono costretto a ricordare a chi esibisce il rosario le parole della Bibbia (che stanno sicuramente scritte anche nella Bibbia sventolata dal convertito Trump): “Chi semina vento raccoglie tempesta”. E, aggiungo, perde credibilità.

La destra italiana ha mostrato le sue grandi difficoltà di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Si può chiedere di più all’Unione europea, meglio se, per essere appunto credibili, si riconosce quello che ha già fatto, comunque promesso. Naturalmente, “chiedere” all’Unione europea significa prendere atto che l’Italia non ha né perso né ceduto la sua sovranità, ma la condivide con altri Stati, la maggioranza dei quali intende cooperare, coordinare i suoi sforzi per alleviare l’impatto della pandemia e attutirne le conseguenze. Riconoscere questo “stato dell’arte” implica fare esplodere la dottrina (sic) del sovranismo, curiosamente intrattenuta anche da frange di sinistra: i sovranisti convergenti.

No, l’Italia non starebbe meglio se, lo scrivo con un verbo vago, si allontanasse dall’Europa e si ponesse in una condizione di lockdown politico. Privata della carta del sovranismo, che cosa è la destra italiana, più precisamente, che cosa sono la Lega per Salvini premier e Fratelli d’Italia? Personalmente, sono molto “antico” e quindi chiedo: quale cultura politica (non solo rivendicazioni) nutre e sostiene la destra italiana? Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Play it again, Sal.

Pubblicato il 3 giugno su formiche.net

 

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Governo 5 stelle-Pd anti Salvini o vittoria del centrodestra alle elezioni? #intervista #crisidigoverno

Intervista raccolta da Tatiana Santi

La crisi di governo è segnata in queste ore da una crescente confusione. Il Partito Democratico è ancora più spaccato al suo interno su un possibile dialogo con i 5 stelle, nel frattempo Beppe Grillo torna in aiuto dei suoi, salta l’incontro Salvini-Berlusconi. Si aprono le danze.

Lo strano matrimonio fra Lega e Movimento 5 stelle oramai è un ricordo del passato. La crisi di governo ha rimescolato tutte le carte in tavola: sono iniziate le trattative fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; il movimento 5 stelle e il Partito Democratico mostrano segnali di dialogo.

Quali scenari si aprono per l’Italia: elezioni anticipate con la vittoria del centrodestra o governo 5 stelle e Pd in chiave anti Salvini? Attendendo il voto del Senato sul calendario della crisi, Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Professore Pasquino, perché torna in campo Beppe Grillo?

Torna perché innanzitutto lui è all’origine di tutto questo, è il fondatore, è colui che ha dato grande impulso al movimento per i primi 3-4 anni. Grillo è anche responsabile di aver scelto Di Maio come capo politico. Si rende conto che il movimento se la sta passando male e cerca di dare una mano per riuscire a recuperare un po’di voti, di prestigio e visibilità.

Secondo lei fra i 5 stelle e la Lega è una rottura definitiva?

Credo di sì. Fin dall’inizio l’accordo era molto strano, si è trattato di un vero accordo di potere, oserei dire. Il contratto di governo era basato su cose che potevano fare insieme, ma erano molto conflittuali. Ora la situazione è definitivamente conclusa.

Parliamo delle coalizioni. Quali sono i possibili scenari? Il movimento 5 stelle va a braccio con il Partito Democratico ormai?

Lo scenario più probabile è che se si va a votare vince il centro destra e Salvini diventa Presidente del Consiglio. Il centrodestra in questo momento è sicuramente più forte di qualsiasi alternativa. In Parlamento la situazione è diversa: i seggi del movimento 5 stelle assieme a quelli del Pd e di Leu consentono di costruire una maggioranza. Una maggioranza numerica non è necessariamente una maggioranza politica. Questi partiti devono dire su che cosa vogliono costruire la maggioranza, altrimenti non possono dare vita al governo.

Un governo formato da Partito Democratico e i 5 stelle si potrebbe definire di sinistra?

Nel Partito Democratico ci sono posizioni che secondo me non sono di sinistra. Almeno la metà del Movimento 5 stelle non è di sinistra. È un governo fatto da due forze politiche che condividono un principio fondamentale: non fare vincere Salvini, non fare vincere il centrodestra. Hanno posizioni non troppo distanti per esempio sull’Europa e su un’economia che funzioni in modo meno favorevole ai grandi gruppi italiani. Possono quindi stare insieme, però non è facile.

Con l’attuale crisi e soprattutto con un governo 5 stelle-Partito Democratico come possono cambiare i rapporti con l’Europa? Fra Bruxelles e Roma tornerà l’amicizia?

Il Pd è sicuramente un partito europeista, il Movimento 5 stelle ha votato Ursula von der Leyen e quindi sosterrà la Commissione. Il problema è chi sarà il commissario italiano. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe già dovuto nominarlo, dovrebbe farlo in fretta. L’Italia del Partito Democratico e dei 5 stelle è più europeista e certamente conterebbe di più, Salvini in Europa non conta assolutamente nulla, Berlusconi conta un pochino, ma è nel gruppo popolare europeo, la Meloni non conta nulla. Non solo, hanno un atteggiamento antagonistico e aggressivo nei confronti dell’Europa e non verrebbero presi in considerazione. L’Italia in generale non conta moltissimo, ma se vuole contare un po’ ha bisogno del Pd e dei 5 stelle.

Pubblicato il 14 agosto 2019 su it.sputniknews.com

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net