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Cosa manca al centrodestra di Salvini. Parla il prof. Pasquino

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Intervista raccolta da Giovanni Bucchi per Formiche.net

Salvini e Meloni pimpanti. Berlusconi spompato. Al centrodestra manca la terza gamba centrista, ossia un esponente di Forza Italia, più o meno quarantenne, che abbia la stessa capacità di trascinamento e sia un buon oratore. L’analisi del politologo che era presente in piazza Maggiore a Bologna per la kermesse voluta dalla Lega

Avanza un nuovo centrodestra. Avanza una nuova generazione di leader incarnata dal leghista Matteo Salvini della Lega e da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Peccato però che in questo nuovo centrodestra ci sia un “terzo assente”, dato che ancora non si trova un leader giovane ed emergente di Forza Italia in grado di guidare la coalizione e gettare l’amo nell’area centrista. Questo “40enne forzaitaliota” continua a latitare perché Silvio Berlusconi non vuole cedere il passo. Nonostante l’inevitabile declino della sua forza propulsiva e aggregatrice, come si è visto oggi a Bologna.

E’ questa in sintesi l’analisi fatta da Gianfranco Pasquino dopo una mattinata trascorsa in piazza Maggiore a seguire la manifestazione “Liberiamoci e Ripartiamo” organizzata dal Carroccio. Il politologo dell’Università di Bologna, ex senatore indipendente di sinistra, in questa intervista con Formiche.net offre una lettura di quanto accaduto sotto le Due Torri, tratteggiando gli scenari futuri del centrodestra italiano.

Professor Pasquino, lei oggi era in piazza Maggiore nella sua Bologna alla manifestazione della Lega Nord. Qual è stata la sua impressione?

Piazza Maggiore era certamente piena; al di là dei numeri che daranno gli organizzatori, credo che 40mila persone ci fossero per davvero, e per Bologna non è poco. Ho visto molte bandiere della Lega, molte anche di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, assenti invece quelle di Forza Italia. Ho girato abbastanza tra la gente, riscontrando un pubblico molto variegato, fatto di persone anziane, donne di mezza età, giovani e molti uomini. Ho avuto l’impressione di trovarmi in una piazza di popolo, antagonista rispetto al governo ma senza intemperanze.

E’ stato un successo per gli organizzatori?

E’ stato un grande successo organizzativo di Salvini, che ha fatto gli onori di casa. Era una piazza leghista con due invitati di rilievo: una giovane donna romana, la Meloni, buona oratrice di piazza anche un po’ teatrale, e un uomo anziano, un po’ ripetitivo, chiaramente spompato, che dava i numeri ma che non ha più nessuna forza propulsiva e non riesce a prenderne atto. Ha parlato quasi nel disinteresse della gente.

Immagino stia parlando di Berlusconi. Il quale però ha detto che con Salvini e la Meloni può superare il 40%, si è preso pure qualche fischio ed è arrivato a paragonare Grillo a Hitler e Renzi al Duce. Che idea s’è fatto?

La narrazione berlusconiana è finita, non riesce più a dare nulla di convincente a questo Paese. La sua parabola si è conclusa, continua a ripetere le stesse cose dette negli ultimi tre o quattro anni ma prive di accenti di novità. Berlusconi non è più convincente per nessuno, oggi lo si percepiva a pelle. I suoi eccessi al microfono hanno destato qualche ilarità tra la folla, c’era intorno a me chi diceva che stava esagerando, poi ha iniziato a dare i numeri come quella storia del 40%… è stata accolta da alcune risate. Sa cosa ho fatto io?

No, me lo dica.

Ho avvertito mio figlio: se divento così ripetitivo, devi intervenire per farmi smettere!

Dopo la manifestazione di Bologna, nel centrodestra cambierà qualcosa?

Bisogna prendere atto che c’è una nuova generazione incarnata da Salvini e dalla Meloni. Però manca la terzo gamba, io parlo di un “terzo assente”, ossia un esponente di Forza Italia, più o meno quarantenne, che abbia la stessa capacità di trascinamento e sia un buon oratore di piazza. Ci manca questo forzaitaliota giovane, anche perché è evidente che né Salvini né la Meloni possono guidare il centrodestra nel suo insieme; sono di parte, anche di parti distanti tra loro, non riescono a fare una sintesi adeguata. La Meloni ha fatto un discorso nazionalista, senza eccessi e senza nessun cenno di populismo, anche quando ha parlato di islamofobia ha chiaramente fornito una visione italiana, di destra nazionale, ma non è una Le Pen perché non eccede a quel livello. Salvini invece ha aspirazioni populiste, ha mandato sul palco alcune persone a raccontare delle loro difficoltà di vita per farle attaccare il governo, ma erano poco considerate dalla piazza.

La piazza di Bologna ha incoronato Salvini come nuovo leader del centrodestra?

Se il centrodestra facesse le primarie, le vincerebbe subito Salvini, a meno che decida di non partecipare. Ma non credo proprio che le faranno. Salvini è consapevole di essere tecnicamente il capo dello schieramento, ma la coalizione con lui in testa non vince, non conquista abbastanza voti; e lui lo sa. Per questo sono convinto che cercheranno di trovare personalità differenti, come i governatori leghisti Zaia e Maroni. Anche se io continuo a pensare che il miglior candidato premier del centrodestra debba essere un esponente di Forza Italia, preferibilmente legato al mondo cattolico, che in regioni chiave come il lombardo-veneto è molto forte. Sul palco di oggi mancava proprio una figura di questo tipo. Gli serve un politico di statura medio-alta, non devono andare a cercare un giornalista o chissà cos’altro.

Si apre quindi il tema del rapporto con il centro. C’è Area Popolare, un soggetto politico magmatico e con contorni non ancora ben definiti.

La definizione di ambiente magmatico è corretta. Si tratta di un’area confusa, alla quale non si può dare un’organizzazione, ma dove si può tentare di reclutare quelli che sono leader naturali dentro al mondo cattolico. Anche il centrodestra salviniano ha bisogno di una componente di centro. Quando c’era Berlusconi, era lui che riusciva ad agganciarla e a prenderne i voti. Adesso non c’è un esponente forte di Forza Italia su cui fare leva; non a caso la Meloni oggi ha insistito molto sulla difesa della famiglia tradizionale perché sa di dover trovare voti nel mondo cattolico.

Con Salvini leader del centrodestra e Berlusconi e Meloni al traino, Renzi può dormire sonni tranquilli?

Spero proprio che Renzi non dorma sonni tranquilli e si preoccupi del fatto che se non cambia la legge elettorale, al ballottaggio si trova con uno sfidante scelto da Grillo, il che potrebbe diventare per lui parecchio problematico. Non ho alcun dubbio sul fatto che al ballottaggio con Renzi ci andrà un esponente dei 5 Stelle, così come non ho dubbi sul fatto che una parte della piazza di oggi preferirà in quel caso votare un grillino rispetto a Renzi.

Pubblicato 8 novembre 2015

La generosità dell’Italicum

FQ

L’Italicum è una buona legge. Anzi, ottima davvero e generosa. Fuoriuscendo dai sofisticati ragionamenti dei professoroni e dai preziosismi dei cattivi maestri e dei pessimi allievi (che giungono fino al character assassination degli oppositori: “ma tu nel 1989 avevi detto che…”), motiverò la mia valutazione positiva e rotonda in sette punti.

Primi beneficiari: i renziani. La legge è ottima per loro che, grazie al cospicuo (sì, ammonterà all’incirca al 20 per cento dei seggi) premio di maggioranza, potranno governare nell’allegra brigata dei leopoldini, dei renziani delle varie ore, degli opportunisti e dei trasformisti.

Secondo beneficiario: il Movimento Cinque Stelle. Saranno loro ad arrivare al ballottaggio come secondo partito. Faranno una campagna divertentissima, anzi, felice. Dimostreranno al resto dell’Europa che, sì, l’Italia è il paese, non dei balocchi, ma della competizione politica e programmatica.

Terzi beneficiari, al plurale, saranno i molti piccoli partiti capaci di superare la soglia del 3 per cento. Benvenuti, dunque, al Nuovo Centro-Destra, a Fratelli d’Italia (generosi con sorellina Giorgia Meloni, donna che sa fare politica), alla Lista Passera e, magari, al ritorno di Oscar Giannino per fare un po’ di futuro.

Quarti beneficiari: Fitto finalmente a capo di una sua lista senza timori di rimanere fuori del Parlamento, pardon, della Camera , e Berlusconi. Anche lui, con il suo nuovo partito, Berlusconi Due, riuscirà a salvarsi superando la soglia del 3 per cento che alla rapidamente declinante Forza Italia appariva in salita.

Quinti beneficiari: tutti i candidati nella posizione di capilista bloccati, i molti che approfitteranno delle pluricandidature (in dieci circoscrizioni), i prescelti da Renzi per i suoi premiati. Faranno campagne elettorali di tutto riposo. Cene con amici e clienti, comparsate televisive, senza essere disturbati da faticose e fastidiose iniziative che contemplino incontri con associazioni (tutte da “disintermediare”), con giornalisti alla ricerca dello scoop, con elettori informati, incazzati, temibili. No, meglio essere nominati. Qualunquemente.

Sesti beneficiari: i politologi e i giuristi che si sono, peraltro, in numero sorprendentemente contenuto, accapigliati, insieme, addirittura a qualche storico e filosofo, sui contenuti della legge, magari senza saperne abbastanza sui sistemi elettorali. Continueranno a farlo, magari studiando qualcosa in materia.

Infine, settimo, i più beneficiati di tutti: gli elettori. Da un lato, non dovranno impegnare troppo del loro tempo e delle loro energie. Una crocetta sul simbolo del partito basterà proprio come con il beneamato Porcellum (di cui l’Italicum non ha buttato via proprio niente). Dall’altro, per i più esigenti di loro, ci sarà il ballottaggio. Non previsto nella prima variante di Italicum, il ballottaggio darà ai meglio informati, ai più impegnati, a coloro che proprio non riescono a dimenticare che, art. 48, il voto “è un dovere civico”, molta soddisfazione e il senso del dovere compiuto. Avranno con la loro crocetta scelto chi li governerà, salvo inconvenienti, per cinque anni.

In attesa della benedizione del Presidente Mattarella (al quale è lecito ricordare quanto migliore, seppur con imperfezioni, fosse la legge che porta il suo nome) e nella speranza che i giudici della Corte Costituzionale non si intrufolino nelle pieghe e nelle magagne dell’Italicum, le giornaliste di regime intonano il peana al Grande Riformatore e alla Tosta Riformatrice. All’Expo è stato prontamente addobbato un padiglione speciale. Thank you all.

Pubblicato il 4 maggio 2015

L’illusione dei cespugli italiani

I cespugli della variegata sinistra italiana sono in fibrillazione, in un brodo di giuggiole per la vittoria elettorale della lista di Alexis Tsipras in Grecia. Cespugli e frammenti del Partito Democratico si sono già dimenticati che alle elezioni europee di maggio la Lista Tsipras in Italia superò di un pelo la soglia del 4 per cento. Dimenticano anche che un po’ tutti loro, i potenziali contraenti di una lista simile, hanno alle spalle, non l’attività sul territorio che ha premiato Syriza, ma una storia non luminosa di sconfitte elettorali, di ambizioni malposte, di gelosie politiche e di liste personalistiche. Dimenticano, non da ultimo, che, da un lato, il sistema partitico greco è in quasi totale disintegrazione, soprattutto dopo il crollo del PASOK, e dall’altro, che la cura della Troika ha reso difficilissima la vita quotidiana dei greci.

In sostanza, il voto a favore di Syriza è stato in special modo un comprensibilissimo voto contro la Troika e le sue rigidissime, malevole e, finora, inefficaci ricette. Lo ha confermato fulmineamente Tsipras stesso accettando di formare la coalizione di governo con una piccola lista di destra, i Greci Indipendenti, un po’ come se in Italia una parte della sinistra anti-europeista si alleasse con Fratelli d’Italia guidata dalla simpatica Giorgia Meloni. D’altronde, non va dimenticato che alleanze di questo tipo, un tempo innaturali, si sono già sperimentate nel Parlamento Europeo fra il Movimento Cinque Stelle e il partito inglese, non solo anti-europeista, ma anche xenofobo e un po’ razzista, guidato da Nigel Farage. Insomma, le sinistre anti-europeiste hanno sdoganato le destre anti-europeiste. Non si vede a questo punto che cosa ci sia da celebrare e che cosa ci sia da imitare.

Nel contesto italiano, i cespugli di sinistra ne hanno fatte di tutti i colori, appropriatamente presentando persino una lista Arcobaleno. E’ da parecchio tempo che non elaborano idee e neppure s’impegnano sul territorio. Piuttosto preferiscono più prosaicamente, come ha fatto SEL e come aveva tentato il pubblico ministero Antonio Ingroia con la sua lista Rivoluzione Civile, andare ad accordi con il Partito Democratico in cambio di seggi e cariche. Grazie al sistema elettorale proporzionale, Tsipras non aveva bisogno di cercare accordi con nessuno dei (vecchi) partiti di sinistra. Poi, anche se il sistema elettorale un consistente premio in seggi glielo ha dato, ma insufficiente, ha dovuto trovarsi un alleato. Che quell’alleato sia di destra (le “piccole intese”) non dovrebbe essere un segnale promettente per chi desidera ristrutturare la sinistra, in Italia e in Europa. Forse, ma è tutto da vedere, il governo Tsipras riuscirà ad ottenere un po’ di flessibilità nei tempi e nei modi del pagamento dei debiti greci, ma la sfida dovrà vincerla sul terreno del miglioramento della vita quotidiana dei greci e delle loro prospettive future.

Per quanto l’austerità sia costosa e dolorosa, continuerebbe a essere indispensabile anche qualora la Grecia decidesse di sganciarsi dall’Euro e scivolasse fuori dall’Unione Europea. Dal canto suo, la sinistra dei cespugli italiani trova un antagonista forte se intende proporre l’abbandono dell’Euro: le Cinque Stelle anche se la loro luce è diventata piuttosto fioca. Quanto a proporre l’uscita dall’Unione Europea, non esiste nessuno Tsipras italiano in grado di tenere insieme le variegate realtà che si agitano a sinistra. Oggi come oggi, il nemico principale della sinistra italiana grecizzante è il Partito Democratico. Seppur non impeccabile, la guida di Renzi non sembra lasciare ampio spazio sulla sua sinistra, quand’anche la minoranza decidesse per una (sciagurata) scissione. Meglio lasciare i greci con i loro problemi e, se le troveranno, con le loro soluzioni. Meglio cercare di imitare i paesi virtuosi che nell’Unione Europea non sono rappresentati soltanto dalla Germania. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato AGL il 27 gennaio 2015

A Bruxelles per contare di più

Agli italiani le elezioni per il Parlamento europeo sembrano interessare molto poco. I dirigenti dei partiti e i loro candidati, fra un insulto e un’offesa, hanno fatto poco per informare gli elettori su quanto utile per l’Italia è l’Unione Europea e su quanto importante è mandare al Parlamento europeo chi crede nell’Unione e chi ha le competenze per fare un buon lavoro. Agli Europei, invece, in particolare alla Cancelliera Merkel, come andranno le elezioni in Italia interessa, eccome. Infatti, molti europei, quelli che contano in politica e in economia, desiderano che in Italia ci sia un governo stabile, magari capace di riforme, e affidabile negli impegni che prende. Preferiscono che chi va nel Parlamento europeo intenda non soltanto, com’è giusto, proteggere e promuovere gli interessi italiani, ma che lo faccia convincendo il governo italiano che bisogna adempiere alle direttive europee per avere il potere di chiedere cambiamenti nelle politiche economiche e sociali.
I partiti italiani hanno molte poste in gioco in queste elezioni, non tutte particolarmente significative a livello europeo. Matteo Renzi ha la necessità di potenziare la sua leadership sia del PD sia del governo con un risultato che lo legittimi. Queste sono le prime elezioni che chiamano in causa tutto l’elettorato e Renzi ha due speranze. La prima è che il voto per il Partito Democratico superi il 30 per cento. La seconda è che il vantaggio del PD sul Movimento Cinque Stelle sia di almeno cinque punti percentuali. Grillo ha già annunciato il suo proprio successo (s)misurato sul sorpasso del PD che porterebbe, secondo lui, alla crisi di governo e anche alla defenestrazione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, la sua scelta di andare del salotto di Vespa segnala che non sentiva il successo già acquisito e percepisce qualche difficoltà da superare con la teletrasmissione della sua tracotanza. Mai decollata, la campagna di Berlusconi è stata tutta sulla difensiva: parare i danni. Il più grosso, oramai molto probabile, dei danni, consiste nel non superare il 20 per cento di voti. Trovarsi sotto il 18 per cento potrebbe accelerare il ricambio familiare, dinastico della leadership con la chiamata in campo della figlia Marina. L’insuccesso renderebbe difficile un accordo da posizioni di forza con l’ex-delfino Alfano. Dal canto suo, il leader del Nuovo Centro Destra è impegnatissimo a spingere il suo partito, che si misura anche lui per la prima volta in elezioni a livello nazionale, oltre il 4 per cento, fino al 6-8.
Qui subentrano gli europei, ovvero i popolari europei che hanno dimostrato di volere tenere lontano Berlusconi i cui voti, però, servono al loro candidato alla carica di Presidente della Commissione. I popolari si augurano che i molti voti persi da Berlusconi vadano sulle liste di Alfano. Per gli altri concorrenti, l’obiettivo è semplicemente superare la soglia del 4 per cento e mandare qualche candidato al Parlamento Europeo. La Lega è persino “scesa” nel Meridione a cercare i voti, una volta snobbati, degli anti-Euro. Scelta Europea spera controcorrente che un elettorato di sentimenti europeisti declinanti premi la sua coerenza. Fratelli d’Italia vorrebbe portare a Bruxelles il suoi spirito nazionalista. La lista Tsipras, troppo occasionale e poco competitiva, ha l’ambizioso scopo di cambiare verso all’Europa. La verità, che vale per tutti, è che l’Unione Europea cambierà gradualmente direzione economica e politica soltanto quando i tre grandi gruppi nel Parlamento Europeo, al momento, Popolari, Socialisti, Liberal-Democratici, raggiungeranno un accordo complessivo per fare una serie di piccole, graduali, ma significative riforme sia sulla distribuzione del potere fra le istituzioni: Consiglio, Commissione, Parlamento, sia sull’equilibrio fra politiche di austerità e politiche di crescita.
Chi si chiama fuori non votando o scegliendo candidati e partiti euroscettici e populisti non conterà per niente. Gli eletti dei partiti che pensano che l’Unione Europea è il luogo del nostro destino, non soltanto per stare insieme, ma per cambiare, avranno un grande lavoro da fare.

Pubblicato AGL 25 maggio 2014