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Alla ricerca dell’ordine politico internazionale perduto #ParadoXaforum

Ho sempre avuto molti dubbi sulla effettiva esistenza di un ordine internazionale liberale nel periodo tra il 1945, fondazione delle Nazioni Unite, e il 1989, crollo del comunismo sovietico e, secondo Fukuyama, Fine della storia. In effetti, la storia della contrapposizione delle democrazie liberali e dei regimi comunisti era finita, proprio come scrisse lui stesso, con la vittoria delle democrazie liberali. Finiva anche, non l’ordine liberale internazionale, ma, più propriamente, l’equilibrio del terrore nucleare fra USA e URSS. Gli USA diventarono per almeno un decennio la superpotenza ”solitaria”, nella intelligente e acuta interpretazione datane da Huntington, mentre sullo sfondo si annunciava “lo scontro delle civiltà”. Dunque, trent’anni fa il grande politologo di Harvard non prevedeva nessuna (ri)comparsa di un qualsiasi (nuovo) ordine politico.

Il prezzo del vecchio “ordine”, che non fu mai liberale, era stato molto alto. Lo avevano pagato anzitutto i coreani, poi con le loro rivolte, i cittadini di Berlino Est (1953), dell’Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e della Polonia (1956, 1968, 1980), ma anche i molti dissidenti sovietici da Sacharov a Solgenitsin. Lo avevano pagato molto caro i latino-americani schiacciati dalle dittature militari, i vietnamiti non domati neppure dal napalm, i sudafricani dell’apartheid. Solo noi europei occidentali, cittadini di regimi democratici (non, quindi gli oppositori dell’autoritarismo del Generalissimo Francisco Franco e del Prof Antonio Salazar) possiamo davvero rimpiangere les Trente Glorieuses, cioè, gli anni di grande sviluppo economico e di assenza di conflitti armati. Tutti gli stati entrati gradualmente a far parte di quella che è oggi l’Unione Europea hanno goduto di pace e acquisito prosperità come non mai.

Molto è cambiato nel mondo, ma, soprattutto, nei sistemi politici più potenti: nella Cina, nella Russia e negli USA. Trovata la stabilità interna che un partito totalitario come quello comunista cinese può garantire, sopprimendo l’opposizione e castigando duramente gli oppositori (Tien an Men, prima, giugno 1989, e Hong Kong, dopo, oramai da qualche anno, sono le tragiche prove), la Cina opera agilmente e abilmente in un sistema internazionale senza regole. Non sembra essere interessata, né opporsi, in linea di principio, ad un nuovo ordine internazionale. La sua leadership è consapevole che nessun tipo di ordine, quand’anche nascesse senza di lei o addirittura contro di lei, potrà dare stabilità al sistema internazionale. Nel frattempo, silenziosa e apparentemente inarrestabile, la sua espansione prosegue grazie e attraverso la via della seta.

Con la volutamente plateale aggressione all’Ucraina, Vladimir Putin perseguiva due grandi obiettivi: conquistare e sottomettere un paese importante e democratico come tardiva rivincita su quanto era andato perduto dopo il 1989/91, e fermare, se non addirittura capovolgere il declino della Russia, riverniciando e rilanciando il passato imperialista. In subordine, ha voluto mandato il segnale che nessun nuovo ordine internazionale può essere costruito senza riconoscere alla Russia un ruolo molto importante. Possiamo già constatare e affermare non solo che Putin non sembra in grado di conseguire i suoi obiettivi, ma che è diventato debitore di Trump che l’ha omaggiato in Alaska e di Xi Jinping senza il cui aiuto non potrebbe continuare l’aggressione. Non avrà mai più la forza per mettersi allo stesso tavolo di Trump e di Xi e si illude se crede che il prossimo ordine politico internazionale sarà tripolare.

Probabilmente sarebbe piaciuta anche al tycoon di Mar-a-Lago, terribile semplificatore dalle propensioni autoritarie, la comparsa di un sistema tripolare con la Russia a fare almeno in parte da contrappeso alla Cina e a tenere impegnati gli europei esigenti e decadenti che non saprebbero difendersi dai quali vorrebbe un cospicuo rimborso per tutte le spese militari effettuate dagli USA in ottant’anni. Nel frattempo, Trump procede a riaffermare il suo controllo sull’America latina. Deciderà lui la politica del Venezuela. Per Cuba si limita ad aspettare, poi se la riprenderanno gli esuli e la invaderanno i turisti USA e le loro piccole e grandi empresas: Viva la Coca Cola e le high tech! Il Canada deve fare molta attenzione a quel che dice e a quel che fa, e anche il Messico deve comportarsi meglio. Quanto alla Groenlandia, Trump dice che ne ha bisogno. Gli serve, presto. La può comprare oppure anche solo occupare. Se i suoi comportamenti, che non sono soltanto quelli di un mercante senza scrupoli, ma soprattutto di un imperialista senza freni, offendono la Danimarca e gli altri europei e affondano la NATO, peggio per loro. L’irrequietezza del Presidente USA e il servilismo competitivo dei suoi collaboratori che corteggiano i suoi favori e ambiscono i suoi elogi) non fanno escludere svolte, ma la strada del Make America Great Again è tracciata e lastricata. Comunque vada, la meta non sarà un ordine non sarà liberale. Sarà una tripartizione imposta dai rapporti di forza: USA, Cina, quel che può la Russia. Una stabilizzazione voluta da tre massime autorità ultrasettantenni che non si scambiano nessun impegno reciproco che non potrebbero e non vogliono rispettare.

Tutti i dati disponibili sui diritti, sulle libertà, sul commercio, sulla distribuzione del potere e della ricchezza dicono alto e forte che i 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea vivono in prosperità, in democrazia, in pace. Hanno imparato le durissime lezioni della storia e, come direbbe Niccolò Machiavelli, con un po’ di fortuna e molta virtù sono diventati dei veri e propri privilegiati. Hanno vissuto la loro intera vita protetti dallo scudo grande e semi gratuito offerto dalla Nato. Con pochissime, ma notevoli, eccezioni (il francese Raymond Aron e l’italiano Altiero Spinelli) gli studiosi e i politici europei non si sono preoccupati del ritorno della guerra sul loro continente e neppure della costruzione e della manutenzione dell’ordine liberale internazionale. La pace, per parafrasare, criticandone una tesi centrale, il generale prussiano Carl von Clausewitz (1780-1836), era (è!) la continuazione della politica nei sistemi politici democratici e nei rapporti fra di loro. Con un altro grande tedesco, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), siamo in grado di affermare si vis pacem, para democratiam (chi vuole la pace deve preparare la democrazia). Le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. Le loro opinioni pubbliche lo impedirebbero.

Faro del liberal-costituzionalismo, quanto più si allarga tanto più l’Unione Europea aumentava la portata del suo fascio di luce. Il presidente francese François Mitterrand (1981-1995) già auspicava che l’Europa si estendesse dall’Atlantico agli Urali. Lascio Immaginare lo shock, la preoccupazione e l’irritazione nelle stanze del Cremlino. Comunque, l’Unione ha continuato ad ampliarsi anche nei Balcani e fra i paesi candidati all’adesione si trovano altri sistemi politici ex comunisti. In ottica diversa, ma molto promettente, si situa l’accordo commerciale di grande portata recentemente raggiunto fra i paesi del Mercosur e l’Unione Europea. Più problematico è il Piano Mattei proposto da Giorgia Meloni per rapporti di cooperazione e scambi con molti paesi africani altrimenti corteggiati e influenzati dalla Cina. Allargamento non significa automaticamente maggiori capacità politiche; anzi, significa maggiori difficoltà decisionali. Significa anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale mondiale.

Nessuna di queste operazioni è stata pensata avendo come obiettivo esplicito, se non la creazione di un nuovo ordine internazionale, quanto meno la riduzione dell’attuale disordine bellicoso e belligerante. Ma, opportunamente orientate, con impegno e con fatica, gli accordi commerciali, mai solo tali, potrebbero andare nella direzione giusta. Questione di leadership, politica e culturale. Quando questi tipi di leadership mancano prende il sopravvento la leadership burocratica che, lo sappiamo, non è ma disposta a rischiare. Meglio conservare quello che abbiamo costruito è anche il pensiero dei molti burocrati negli alti ranghi del Partito Comunista Cinese. Nell’attuale disordine, mentre Putin cerca di schiacciare l’Ucraina e Trump di azzannare la Groenlandia, pochi si scandalizzeranno se la Cina lancerà una sua “operazione militare speciale” contro i cinesi di Taiwan.

Concludo. Sono abitualmente contrario alle contrapposizioni retoriche rigide, ma in questo caso sento la necessità di essere molto netto. Nel futuro, da un lato, vedo un molto difficoltoso processo, neppure ancora concretamente iniziato, di costruzione di un nuovo ordine politico internazionale. Dall’altro, mi appare più probabile l’affermarsi di un duopolio autoritario USA/Cina con sparse frange di resistenza. Una di queste frange sarà probabilmente rappresentata dall’Unione Europea purché non indebolita e non frenata dai sovranismi di destra inclini al compromesso anche al ribasso. Nel frattempo, continueranno molti conflitti armati e, almeno in parte, impareremo a vivere, disegualmente male, nel disordine internazionale. Non è il futuro che auguro ai giovani.

Pubblicato il 12 gennaio 2026 su PARADOXAforum

L’ordine liberale è morto da anni. L’interregno genera mostri @DomaniGiornale

L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile. Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze USA e URSS non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi. Con il crollo dell’URSS prima, che per qualche tempo lasciò gli USA, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, “nascono i mostri”.

Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, USA e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra Fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.

C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina. C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli USA a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione Europea. C’è chi, last but not least, come il neo-primo ministro giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). C’è anche chi, come il Presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.

Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale. Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Unione Europea, e neppure, come rivendica Giorgia Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo. Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.

Pubblicato il 29 ottobre 2025 su Domani

Due o tre cosine che so sulle presidenziali in Francia. Firmato Pasquino @formichenews

Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è un grande dispensatore di opportunità politiche. Ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo. L’analisi del professor Gianfranco Pasquino

“Una riconferma non scontata” è il titolo dell’editoriale del “Corriere della Sera”. In effetti, nessuno, meno che mai la maggior parte dei commentatori italiani, ha fatto degli sconti a Emmanuel Macron. Pochissimi, poi, si sono curati di fare due conti, ad esempio, sul numero dei voti. Nelle elezioni questi numeri assoluti danno molte più informazioni delle percentuali. Comincerò dal famigerato problema dell’astensione, secondo troppi, giunta a livelli elevatissimi. Ecco: al primo turno il 10 aprile votarono 35 milioni e 923 mila 707 francesi (73,69%); al ballottaggio 35 milioni 96mila 391 (71.99%): una diminuzione quasi impercettibile e, per di più facilmente spiegabile. Non pervenuto al ballottaggio il candidato da loro votato al primo turno circa 900 mila elettori hanno comprensibilmente pensato “fra Macron e Le Pen ça m’est égal” e se ne sono andati à la mer. I paragoni sono sempre da fare con grande cautela, ma nello scontro Trump/Biden novembre 2020 votò il 66,7% degli americani che festeggiarono l’alta affluenza e l’esito.

   Nelle due settimane trascorse dal primo turno Macron è passato da 9milioni 783 mila 058 voti a 18.779.642 quindi quasi raddoppiando il suo seguito, mentre Marine Le Pen è passata da 8milioni 133mila 828 voti a 13 milioni 297 mila 760, 5 milioni di voti in più. L’aumento dei voti per Macron va spiegato soprattutto con la confluenza degli elettori di Mélenchon (più di 7 milioni al primo turno), variamente e erroneamente catalogati come populisti, più quelli comunisti (800 mila) e socialisti (di Anne Hidalgo, 600 mila). La crescita di Le Pen è dovuta agli elettori di Zemmour (2 milioni 485 mila 226). Entrambi hanno tratto beneficio dallo sfaldamento dei repubblicani già gollisti che avevano votato Valérie Pécresse : 1.679.001 elettori alla ricerca del meno peggio. Insomma, una elezione presidenziale nient’affatto drammatica, con esito largamente prevedibile (parlo per me e per fortuna scrivo quindi posso essere controllato e verificato), decisivamente influenzato dalle preferenze calcolate (che significa basate su valutazioni e aspettative) degli elettori francesi.

   Honni soit colui che contava su una vittoria di Marine Le Pen per fare aumentare le vendite del giornale su cui scrive e per dichiarare il crollo dell’Unione Europea. Tuttavia, un crollo, in verità, doppio, c’è stato e meriterà di essere esplorato anche con riferimento all’esito delle elezioni legislative di giugno: ex-gollisti e socialisti sono ridotti ai minimi termini anche se con Mélenchon stanno non pochi elettori socialisti.

   Uno dei pregi delle democrazie è che la storia (oops, dovrei scrivere “narrazione”?) non finisce -lo sa persino Fukuyama autore di alcuni bei libri proprio sulle democrazie- e che le democrazie e, persino (sic) gli elettorati continuano a imparare. Marine Le Pen ha annunciato che mira a conquistare la maggioranza parlamentare. Non ci riuscirà. Il doppio turno in collegi uninominali, che non è affatto un ballottaggio, come leggo sul “Corriere della Sera” 25 aprile, p. 3, offre a Mélenchon l’opportunità di “trattare” con Macron a sua volta obbligato a trovare accordi più a sinistra che al centro. Presto, avremo la possibilità di contare quei voti tenendo conto delle mosse e delle strategie politiche formulate per conquistarli e combinarli. Il semipresidenzialismo francese con il sistema elettorale a doppio turno è, come scrisse più di 50 anni fa Domenico Fisichella, un grande dispensatore di opportunità politiche, ma soltanto a chi, conoscendolo, sa come utilizzarlo.

Pubblicato il 25 aprile 2022 su Formiche.net

L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.

   Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.

   Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.

Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani

RELIGIONI FORTI E FONDAMENTALISMI. Intervista postuma a Gabriel A. Almond

viaBorgogna3

Gabriel A. Almond ((1911-2002) è stato uno dei più importanti scienziati politici americani del XX secolo. Addottoratosi a Chicago, ha insegnato a Yale e Princeton e concluso la sua carriera alla Stanford University. Si è occupato con studi fondamentali dello sviluppo politico e della cultura politica. I suoi contributi più significativi sono raccolti nel volume Cultura civica e sviluppo politico (Bologna, Il Mulino, 2005) a cura di Gianfranco Pasquino che lo ha “intervistato” appositamente per la Casa della Cultura.

Professor Almond, l’ultimo suo libro, Religioni forti. L’avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale (Bologna, Il Mulino, 2006), sintesi di una ampia ricerca in sette volumi con R. Scott Appleby e Emmanuel Sivan, pure rimasto poco noto in Italia, mantiene una straordinaria attualità. La domanda, però, è: perché lei si è accorto così tardi della rilevanza politica della religione?

R. Ha ragione, prof. Pasquino, siamo stati davvero poco attenti ai fenomeni religiosi. Non posso neppure cavarmela dicendo che da questa parte dell’Atlantico siamo talmente laici da neppure prendere in considerazione la religione. Il paradosso, invece, è che proprio noi americani, bis o tris nipoti dei dissidenti religiosi, continuiamo ad essere un paese nel quale la religione è sempre stata visibile e importante. Anch’io sono un ebreo credente. Forse il nostro silenzio sulla religione è stato un modo per esorcizzarla. Poi, purtroppo, hanno fatto irruzione sulla scena politica USA gli evangelici. Allora, abbiamo capito, tardivamente, che non soltanto non avevamo esorcizzato un bel niente, ma che dovevamo preoccuparci. Dovevamo cercare di capire, senza nessun cedimento paternalistico, che i movimenti antimoderni di ispirazione religiosa sono un tentativo, pericoloso e disperato, ma non per questo da non criticare, di reazione alla secolarizzazione e alla globalizzazione.

D. Immagino che lei abbia letto il famoso libro di Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (Milano, Rizzoli, 1992). Persino Fukuyama elude del tutto il ruolo politico della religione. Le liberal-democrazie hanno debellato i comunismi reali, soprattutto la loro ideologia, una vera e propria ideologia totalitaria. Non resterebbe loro che realizzarsi. Nel 1991 Fukuyama, studioso colto e originale, non intravede affatto la durissima sfida del fondamentalismo, o dovrei dire dei “fondamentalismi”, alle liberal-democrazie.

R. Certamente, lei deve usare il plurale. Con Appleby e Sivan non abbiamo dubbi. Tutte le grandi religioni, monoteistiche (il cristianesimo, nelle sue varianti cattolica e protestanti, l’ebraismo e l’islam) e non (l’induismo), manifestano propensioni più o meno forti verso il fondamentalismo, vale a dire che mirano a plasmare la vita delle comunità secondo i precetti religiosi derivanti dall’interpretazione dei loro sacri testi e a imporli anche con la forza a chiunque si trovi in quelle comunità. Dentro ciascuna e tutte le confessioni monoteistiche si annidano grandi, qualche volta irresistibili, spinte al fondamentalismo.

D. Ho un’altra considerazione problematica relativa alle vostre generalizzazioni. Riguarda la carica di violenza che esprime il fondamentalismo islamico e che lo differenzia enormemente dagli altri fondamentalismi. Come mai?

R. Abbiamo scritto che la carica di violenza sprigionata dal fondamentalismo islamico dipende dalla volontà di un ceto religioso ampio e diffuso di mantenere il controllo sui fedeli proprio quando i processi di secolarizzazione e di globalizzazione investono i paesi dove l’Islam è l’unica religione che è possibile professare apertamente. Dipende anche dall’uso della religione come instrumentum regni che ne fanno alcune monarchie, come quella, in particolare, dell’Arabia Saudita. Infine, dipende dal fatto che Machiavelli non è ancora arrivato nel Medio-Oriente.

D. Questa è un’osservazione che lei, prof. Almond, deve motivare per noi che siamo indegni successori del fiorentino il quale, è opportuno ricordarlo, apre la strada alla autonomia della politica e del suo studio in maniera scientifica. Fra gli italiani e non solo circolano a piede libero e disinvolto commentatori e intellettuali che, invece di leggere e studiare Machiavelli, preferiscono esercitarsi in una distinzione che non pare possibile provare: quella fra l’Islam buono e l’Islam cattivo (meglio, forse, fra due letture, davvero egualmente plausibili?, del Corano).

R. Intendo dire che, pur essendo vero che tutte le religioni monoteistiche vogliono imporsi al potere politico e che, ad esempio, anche i cattolici fanno qualche volta davvero fatica (mi hanno parlato di un certo Card. Ruini) a ricordarsi di “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare“, nell’Islam questa distinzione e il relativo precetto proprio non esistono. Dio, ovvero le Supreme Guide Spirituali, come in Iran, controllano Cesare e gli dettano che cosa deve fare. Non esiste nessuna separazione fra la religione e la politica. In questo senso, la cultura politica, espressione davvero impegnativa, dell’Islam si è fermata a prima di Machiavelli. Solo dove, seppure fra tensioni e conflitti, gli islamici accettano la separazione e l’autonomia della politica, come, ad esempio, in Indonesia e in Turchia (ma qui vedo problemi emergenti più precisamente sotto forma di uso politico della religione), è possibile costruire una democrazia. Non sono un sostenitore di società multiculturali nelle quali molti pensano di acconsentire all’esistenza di regole religiose, giuridiche (la sharia, magari casereccia), culturali, sociali che contraddicono i diritti universali delle donne e degli uomini. Sono, però, molto favorevole (e Tocqueville mi darebbe ragione) a società multi religiose. Una volta che le molte credenze religiose capiscono che non possono vicendevolmente distruggersi si metteranno d’accordo sui limiti della loro azione sulla sfera pubblica. Temo che sarà un processo lungo e tormentato, ma, se posso dire così, ho ‘fede’ nella sua realizzazione.

Pubblicato il 12 dicembre 2015