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State-building in Palestina, pace per la democrazia, e viceversa #ParadoXaforum

Nonostante molte critiche, più o meno fondate e saccenti, il Piano di Pace di Donald Trump ha posto, almeno finora, termine al conflitto Israele-Hamas e consentito lo scambio fra circa duemila detenuti palestinesi e 48 ostaggi israeliani vivi e morti. Poi, è certamente opportuno e doveroso porre nel mirino delle critiche quello che risalta, l’impianto affaristico della ricostruzione a Gaza, e quello che viene progettato, una fase di indefinita durata di un governo «tecnocratico e apolitico». Non entrerò nei dettagli, pure importantissimi, poiché voglio giungere all’elaborazione del punto che ritengo decisivo. Premetto che due elementi mi hanno colpito molto sfavorevolmente. Il primo è che nessuno dei quattro firmatari del documento: il presidente egiziano El-Sisi, il presidente turco Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad al-Thani e, per dirla tutta, neppure il Presidente americano Trump, è un «sincero democratico». Il secondo elemento è la sfilata ossequiosa dei leader a stringere, uno per uno, in poco splendida solitudine e distanziati, la mano di Trump con relativa foto di rito. Apprezzabile la ritrosia di Giorgia Meloni, visibile nelle sue espressioni facciali e nel suo body language. La celebrazione ostentata è andata fuori misura e pone gran parte dell’onere dell’attuazione degli accordi sulle spalle del Presidente USA.

Il problema cruciale dell’attuazione è che esiste una controparte, ma non l’altra. Anche se cambiasse, come è possibile, per scaramanzia non scrivo probabile, il primo ministro di Israele, ci saranno altri governanti a garantire che lo Stato di Israele manterrà fede agli impegni presi. Al momento, i palestinesi di Gaza sono privi non soltanto di qualsiasi rappresentanza politica, ma di voce in capitolo. L’Autorità Nazionale Palestinese, vecchia, screditata e da molti accusata di alto tasso di corruzione, non controlla il territorio e, soprattutto, non dispone di milizie armate in grado di controllare Hamas. Nel documento manca qualsiasi riferimento alla necessità che i palestinesi abbiano/si dotino/ottengano uno Stato (la cui «esistenza» è incredibilmente già riconosciuta da più di 150 Stati sui 190 facenti parte dell’ONU).

Proprio perché sono assolutamente consapevole delle enormi difficoltà dei processi di State-building, l’assenza nel documento di indicazioni e linee guida che vadano oltre il ricorso ad un comitato «tecnocratico e apolitico» (costruire uno Stato è un compito di enorme complessità e politicità), forse presieduto da Tony Blair, la cui fama mediorientale non è propriamente elevatissima, è decisamente grave.

Si è aperta una grande finestra di opportunità per uno Stato palestinese in grado di mantenere l’ordine politico e di sfruttare le ingenti risorse che affluiranno per la ricostruzione di Gaza e, perché no?, anche per il lancio su scala internazionale del turismo balneare sulla striscia. Infine, per chi crede con me, e con una significativa «striscia» di ricerche e di analisi, e come me che gli Stati democratici non si fanno la guerra fra di loro, uno Stato palestinese democratico sarebbe un attore decisivo per la pace duratura nel Medio-oriente. Mi fermo qui senza procedere a speculazioni, pure possibili e plausibili, sul perché i governanti autoritari degli altri sistemi politici medio-orientali non vedrebbero con favore, vero e sincero understatement, la nascita nei loro dintorni di uno Stato democratico. Avremo modo, temo presto, di tornarci.

Pubblicato il 15 ottobre 2025 su PARADOXAforum  

Francesca Albanese cittadina onoraria di Bologna #intervista al prof. Gianfranco Pasquino @RadioRadicale

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https://www.radioradicale.it/scheda/771187

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

“Francesca Albanese cittadina onoraria di Bologna, intervista al prof. Gianfranco Pasquino” realizzata da Lanfranco Palazzolo con Gianfranco Pasquino (politologo, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).

L’intervista è stata registrata venerdì 10 ottobre 2025 alle ore 12:00.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Bologna, Cittadinanza, Comuni, Esteri, Gaza, Geopolitica, Guerra, Hamas, Israele, Lepore, Manifestazioni, Medio Oriente, Meloni, Nobel, Pace, Palestinesi, Polemiche, Premio, Terrorismo Internazionale, Trump, Violenza.

Solo un governo fatto da vassalli non riconosce la Palestina @DomaniGiornale

Giorno dopo giorno Gaza diventa il condensato dei drammi e delle contraddizioni del conflitto in Medio-Oriente e delle incapacità, delle inadeguatezze e dei neppure molto oscuri disegni di alcuni protagonisti. In primis non possono che stare le tremende condizioni in cui Netanyahu ha ridotto i gazawi. Non basta dire che tutto finirebbe se Hamas liberasse gli ostaggi anche se le pressioni sui capi di quell’organizzazione debbono essere intensificate da tutti e l’eventuale bluff merita di essere chiamato con un cessate il fuoco temporaneo. I dirigenti israeliani e i loro sostenitori non possono avere dimenticato in che modo furono trattati gli ebrei nell’Europa dell’Olocausto. Oramai raggiunti dall’accusa di genocidio e con Netanyahu criminale di guerra dovrebbero porre un limite alle loro efferate azioni a Gaza. Questo esito sarebbe più probabile se il Presidente Trump smettesse di inviare armi ad Israele. Non verrà avvicinato dalla sequenza di riconoscimenti dello stato della Palestina.

 Oggettivamente, quello stato non esiste e la sua costruzione richiederà tempo e impegno. Legittimo è anche pensare che l’attuale Autorità Nazionale Palestinese non abbia né l’autorevolezza politica né la credibilità e la competenza per procedervi in maniera efficace. E’ altresì possibile dubitare che Abu Mazen riesca a controllare, disarmare, escludere i dirigenti di Hamas, ma molto difficile sarà comunque evitare che le migliaia di palestinesi che anni fa votarono Hamas e che lo hanno a lungo sostenuto non intendano avere un ruolo politico nel nuovo stato. Se il riconoscimento è un gesto politico inteso a mandare soprattutto, credo, un messaggio di profonda riprovazione al governo Netanyahu e in subordine di sostegno alle aspirazioni di molti palestinesi, anche il non riconoscimento è un gesto politico. Se il cancelliere tedesco Merz sente giustamente il peso di un passato indimenticabile, le motivazioni del governo italiano appaiono fragili e sono forse opportunistiche.

  Non compiere un gesto simbolico, ma tutt’altro che ininfluente soprattutto perché risulterebbe sgradito al Presidente degli USA, è una posizione molto criticabile che segnala subordinazione, mancanza di autonomia, forse persino rinuncia all’esercizio della sovranità nazionale da parte del governo italiano. Ancora più triste sarà il giorno in cui il riconoscimento dello Stato palestinese da parte del governo italiano dovesse arrivare a ruota di quello di Trump. Peggio ancora se quel riconoscimento fosse rivendicato come contributo alla posizione comune e condivisa dell’Occidente.

   Quello che sappiamo delle opinioni pubbliche nelle democrazie europee e occidentali nelle quali hanno la possibilità di esprimersi liberamente è che il governo israeliano ha bruciato gran parte del capitale di sostegno di cui ha a lungo goduto. Dappertutto le opinioni pubbliche occidentali hanno, per così dire, svoltato. Le immagini di repressione e di oppressione ad opera del governo israeliano assolutamente e inequivocabilmente sproporzionate rispetto a qualsiasi comprensibile rappresaglia per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, soprattutto l’agonia e la morte di un numero elevatissimo di bambini, hanno giustamente contribuito alla crescita di sostegno per i palestinesi. Quel sostegno non può essere intaccato neppure dalle totalmente deprecabili manifestazioni di dissennata violenza dei sedicenti pro-Pal italiani. Al tempo stesso, quel sostegno è tuttora privo di uno sbocco politico in direzione di un reale sollievo per i palestinesi di Gaza.  

Resta da vedere se l’operazione della Global Sumud Flotilla riuscirà a conseguire i suoi obiettivi, a cominciare dalla rottura pacifica del blocco navale imposto da Israele. Da un lato, rinunciando a scorte armate, i partecipanti dimostrerebbero che mezzi non violenti possono conseguire obiettivi di notevole importanza, non tanto contro Israele, ma soprattutto a favore della popolazione di Gaza. Dall’altro lato, al governo israeliano si offre la grande opportunità di dimostrare che “pietà non l’è morta”.

Pubblicato il 24 settembre 2025 su Domani

Gaza è una tragedia dell’Umanità @DomaniGiornale

Gaza è una tragedia, non “umanitaria”, aggettivo tremendamente ambiguo in questa situazione, ma dell’umanità. Conseguenza anche, ma nient’affatto esclusiva e necessitata, dei crimini commessi da Hamas il 7 ottobre e che probabilmente Hamas avrebbe potuto evitare liberando senza condizioni gli ostaggi israeliani, Gaza sta affondano sotto il tiro incrociato di altri crimini, di gravissimi errori, di deprecabili ambizioni. La rappresaglia, secondo qualsiasi criterio davvero sproporzionata, scatenata dal Primo ministro Netanyahu lo ha giustamente reso un criminale di guerra. Finora la continuazione della rappresaglia contro Hamas e i palestinesi gli è anche servita, obiettivo da non dimenticare, a mantenere la carica e a procrastinare il processo per reati di corruzione.

L’opinione pubblica israeliana, inevitabilmente attraversata da molte linee di divisione, sembra dare priorità allo sforzo bellico. Una piccola parte protesta contro quella che è l’indifferenza del capo del governo alla sorte degli ostaggi ancora in vita. La destra, soprattutto quella religiosa, trae vantaggio dalla situazione che contempla il suo ruolo indispensabile per la continuazione del governo e ne approfitta per espandere gli insediamenti. Grande e fondato appare il timore che la democrazia in Israele venga imprigionata e sottomessa dai comportamenti di Netanyahu e dei suoi sostenitori.

Il riconoscimento, da parte di alcuni governi, non soltanto europei, di un improbabile Stato palestinese, risulta essere poco più che una mossa propagandistica più o meno apprezzabile e condivisibile, che purtroppo fa anche correre il rischio che si tralasci di pensare e di operare rapidamente per soluzioni più concrete e praticabili. La foto del segretario di Stato Marco Rubio a Gerusalemme con il Primo ministro israeliano proprio nelle ore in cui questi lanciava l’invasione di Gaza che dovrebbe essere l’operazione finale (non commento la terminologia e la sua macabra assonanza con “soluzione finale”) è certamente meno raccapricciante di quelle dei tre autocrati Xi Jinping, Putin, Kim Jong-un a Shanghai alla ricerca di un diverso ordine internazionale, mai specialità dei dittatori. Però, segnala l’impotenza degli USA e la connivenza del loro Presidente con il governo israeliano.

L’affarista newyorkese insediatosi alla Casa Bianca, stende il tappeto rosso per il criminale di guerra Putin in cambio di nulla (certo non, visti gli esiti del pessimamente organizzato e deprecabile incontro bilaterale, l’agognato Premio Nobel), ma fa di peggio con Netanyahu. Smettesse di sostenerlo economicamente e soprattutto con abbondanti forniture di armi potrebbe cercare di avvicinare la fine del conflitto. Qualcuno dovrebbe far sapere a Trump l’immobiliarista che soltanto a conflitto concluso sarà possibile cominciare i lavori per costruire, incuranti degli ordigni bellici che saranno rimasti in grande quantità, luoghi di vacanze di superlusso. Quanto breve in questa visione malata è il passaggio di Gaza dalla tragedia alla farsa che, però, sarebbe riscattata dalle migliaia di posti di lavoro a disposizione dei palestinesi locali. Questo è, finora non sono arrivate smentite e neppure indicazioni alternative, il livello di raffinatezza del pensiero geopolitico elaborato a Washington.

Immagino che sul continente europeo molti, come me continuino a sentire acutamente un profondo senso di colpa per i comportamenti dei loro governanti e dei loro connazionali ai tempi dell’Olocausto. Nessuno creda che la tragedia di Gaza offra l’opportunità di liberarsi di sensi di colpa. Anzi, dovremmo tutti interrogarci sulle ragioni della nostra inadeguatezza di pensiero e di azione. Giusto armare l’Unione Europea per dissuadere gli attacchi dal fronte orientale e difendersi adeguatamente, In qualche modo, però, interrogandosi sugli errori commessi in Medio Oriente l’Unione Europea deve provvedere anche a elaborare una strategia ad ampio raggio per il perseguimento di paci giuste fuori del suo continente, a cominciare da quel che resterà di Gaza.

Pubblicato il 17 settembre 2025 su Domani

Teheran libera? solo se l’input verrà da dentro @DomaniGiornale

Che, insieme alle molte brutture, ferite, traumi e morti, la guerra possa aprire qualche finestra d’opportunità è noto a quasi tutti gli studiosi delle relazioni internazionali nonché i ai più colti e avveduti policy makers. Nel passato, certo, i famigerati neoconservatori intorno al Presidente George W. Bush (2000-2008) hanno esagerato nel credere all’abbondanza di opportunità che non sapevano cogliere e meno che mai coltivare. Oggi non è chiaro se intorno a Donald Trump, Commander in Chief, e lui stesso ci sia qualcuno che vede lucidamente che la sconfitta della Guida Suprema Alì Khamenei e la cacciata dal potere degli ayatollah significhino l’apertura di una enorme finestra di opportunità per cambiamenti profondi, rivolgimenti sostanziali.

   Per capirne di più e meglio bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco esiziale, nel quale sprofondarono i neocon di Bush e sembrano dibattersi troppi attori e commentatori. “Cambio di regime” non significa affatto che, affossata la teocrazia iraniana ne consegua senza colpo ferire l’avanzata trionfante di una democrazia. Il crollo del regime iraniano aprirebbe una benvenuta, ma del tutto indeterminata, transizione nella quale una pluralità di protagonisti: autorità militari, parte del clero, quel che rimarrà dei pasdaran, i movimenti delle donne, forse alcune elite di professionisti iraniani in una società schiacciata, ma non priva di vitalità, giocherebbero le loro carte dando vita a coalizioni composite. Ci sarà confusione e rimarranno tentazioni e comportamenti autoritari. Quello che appare improbabile, ma anche molto sconsigliabile, è una soluzione che venga da fuori, come prospetta il figlio dell’ultimo shah della dinastia Pahlavi. Quarantacinque anni di lontananza implicano che non ha basi né relazioni. Quando toccò a loro i meno famosi esuli iracheni, alcuni coccolati negli USA, mostrarono rapidamente la loro quasi assoluta irrilevanza. Fin d’ora meglio non illudersi e non operare per l’insediamento di un governo fantoccio a prevalenza di revenant.

Comunque, il problema da risolvere è la costruzione di un assetto che, certo per quanto non ancora democratico, sia in grado di garantire ordine politico, inteso come prevedibilità di comportamenti con riduzione al minimo di quelli oppressivi e repressivi. Sarebbe già una situazione positiva e promettente dalla quale, per esempio, a quasi quindici anni dal rovesciamento di Gheddafi, la Libia appare tuttora lontanissima. L’ordine politico è/dovrebbe essere l’obiettivo condiviso, non imposto, fatto valere senza eccessi, senza umiliazioni, senza mortificazioni degli sconfitti alle quali, però, Il Primo ministro israeliano non sembra volere rinunciare. Trump non si sa. Oggi sì, domani no, dopodomani sarà un altro giorno.

Oltre all’ordine politico interno all’Iran è indispensabile porsi l’obiettivo dell’ordine politico a Gaza che, ovviamente, non può essere affidato a Hamas, fermo restando che l’Autorità nazionale palestinese, che non ha finora dato buona prova delle sue capacità, deve imparare ad assumersi responsabilità vere e sostanziali. Al momento, è giusto nutrire dubbi. Nessuno di questi ordini politici, peraltro assolutamente auspicabili, fattibili e indispensabili è in grado di reggere se non viene accompagnato e sostenuto a livello superiore. Senza una visione sistemica conflitti, repressioni, oppressioni, comportamenti odiosi continueranno a ottenere risposte parziali e inadeguate. Ambiziosamente, i policy makers, non soltanto quelli volubili degli Usa, ma anche quelli degli Emirati del Golfo, dell’Arabia Saudita, finalmente dell’Unione Europea, e persino il turco Erdogan debbono impegnarsi a disegnare e coordinare una strategia che conduca anzitutto ad un ordine politico accettabile in e per tutto il Medio-Oriente. Allora apprezzeremo al meglio i frutti scaturiti dal regime change, che è giusto cercare di conseguirlo anche perché contiene generose ricompense.

Pubblicato il 25 giugno 2025 su Domani

Pace e definizioni* #paradoxaforum

Che il 2024 sia l’anno della pace è tanto auspicabile quanto improbabile.  I due conflitti attualmente in corso: l’aggressione della Russia all’Ucraina e la risposta di Israele all’attacco terroristico di Hamas, non appaiono destinati a terminare in tempi brevi. E, poi, quale pace? Troppi parlano di pace avendo in mente e di mira la semplice cessazione dello scontro armato. Tacciano le armi. Ma, no. La pace che i generali di Napoleone gli comunicarono avere insediato a Varsavia era eretta sulle ceneri e sulle macerie di quella città. No, nessuno ha diritto alla sua definizione di pace.

   Talvolta, alcuni commentatori e persino, non sempre, il Papa aggiungono al sostantivo pace l’aggettivo giusta. Purtroppo, quasi nessuno si esercita nel dare contenuto a quell’importante, decisivo aggettivo, a definirlo con precisione. Però, la storia della riflessione su guerra e pace ha ricompreso anche come e quando una pace possa e debba considerarsi giusta. Neppur troppo paradossalmente, sembra molto più facile stabilire/definire quando la pace raggiunta è ingiusta. Chi vince impone le sue condizioni: controllo del territorio, dei perdenti e delle loro attività almeno per un certo periodo di tempo; risarcimento dei costi e dei danni di guerra; creazione di un governo amico, vassallo. Pace pagata a caro, spesso eccessivo prezzo da chi è stato sconfitto. Alcuni ricordano che il grande economista inglese John Maynard Keynes criticò nel suo libro Le conseguenze economiche della pace per l’entità irragionevole delle sanzioni economiche imposte ai tedesche. La rivolta contro quelle sanzioni costituì uno dei punti di forza del nazismo nel mobilitare e espandere i suoi sostenitori. Nel caso che riguarda Ucraina e Russia, la richiesta di non pochi “pacifisti” che gli ucraini accettino di cedere parte del loro territorio ai russi in cambio della fine delle ostilità configurerebbe certamente, non solo a mio modo di vedere, una pace ingiusta. Darebbe corpo e modo a un pericolosissimo precedente di cui si farebbero forti altri potenziali aggressori, in primis, la Cina di Xi riguardo a Taiwan.

Chiarita una delle possibili manifestazioni/definizioni di pace ingiusta, rimane da interrogarsi più a fondo sulle qualità indispensabili a configurare e conseguire una pace giusta (gli aggettivi, “giustificata” e “giustificabile” meriterebbero un approfondimento qui non possibile). Sarò assolutamente drastico: giusta può essere la pace che gli aggrediti sono liberamente disposti ad accettare. Comunque, qualsiasi compromesso deve partire dalle esigenze espresse dagli aggrediti e tenerle in grandissimo conto. Quella pace faticosamente conseguita deve essere tale da proiettarsi nel futuro, da diventare, secondo la memorabile espressione di Immanuel Kant, una pace perpetua.

Nel dibattito contemporaneo troppo spesso non vi è sufficiente attenzione al regime politico dei paesi che scatenano le guerre. Da almeno una cinquantina d’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno accumulato abbastanza dati e prodotto riflessioni sufficienti a suffragare la generalizzazione che “le democrazie non si fanno la guerra fra loro”. Certo, anche le democrazie combattono guerre che non sono giustificabili, guerre coloniali e neo-coloniali. Però, risolvono le differenze di opinione, valutazione, aspettative e prospettive che intercorrono fra loro, non con le armi, ma con i negoziati. Dunque, l’implicazione è cristallina: per ridurre le probabilità che si proceda a conflitti armati è imperativo ampliare l’area delle democrazie. La pace perpetua di Kant comincia e si fonda sull’esistenza di Repubbliche (il termine allora prevalente per designare regimi “democratici”) che vogliono “federarsi” e sanno come farlo. Operando per la costruzione di regimi democratici in Russia e in Palestina si agisce anche per la comparsa e l’affermazione di quella pace che, sola, offre la garanzia di durare. Il resto sono vane parole, malvagia retorica.  

 *Il riferimento al titolo del libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni (Bologna, il Mulino, 1957) è del tutto consapevole e voluto.

Pubblicato il 8 gennaio 2024 su PARADOXAforum

L’arma decisiva delle opinioni pubbliche @DomaniGiornale

Le opinioni pubbliche da sole non vincono le guerre. Possono, però, farle perdere. Senza il sostegno dell’opinione pubblica ucraina e delle opinioni pubbliche europee e degli USA, il Presidente Zelenski avrebbe già dovuto cedere all’aggressione russa. Se in Russia fosse possibile la formazione di un’opinione pubblica, Putin avrebbe incontrato fin dall’inizio molte difficoltà a lanciare la sua “operazione militare speciale”; ancora più numerose difficoltà avrebbero fatto la loro comparsa nel mantenerla di fronte agli evidenti insuccessi. Da parte di Putin impedire e bloccare le informazioni su quel che (non) succede sul territorio ucraino è la logica conseguenza tanto del suo autoritarismo quanto del timore di reazioni ad opera dell’opinione pubblica che ricevesse quelle informazioni.

   Prima dell’assalto di Hamas, l’opinione pubblica in Israele era profondamente divisa tra sostegno e critiche al governo Netanyahu e allo stesso Primo ministro. La guerra ha prodotto un riallineamento immediato, ma temporaneo, a sostegno delle attività militari con le quali punire Hamas e garantire la sicurezza dello stato di Israele e la vita dei suoi cittadini. Rimane o, meglio, è emerso anche un dissenso su fino a che punto debba arrivare la rappresaglia israeliana, parte dell’opinione pubblica obiettando a misure contro i civili ritenute eccessive e molto criticate non solo da intellettuali di prestigio. Non sono esclusivamente quelle misure, che continuano e non è possibile prevedere quando finiranno a quale prezzo per la popolazione civile di Gaza, ad avere spinto larga parte delle opinioni pubbliche non europee, ma pure occidentali, ad esempio, in America latina, a schierarsi fondamentalmente a favore dei palestinesi, spesso ricomprendendovi, non a torto, il braccio armato Hamas, e maggioritariamente contro Israele. Al proposito, la distinzione che, pure, bisogna sapere e volere fare fra antisionismo e antisemitismo viene sostanzialmente meno.

 In buona parte quelle opinioni pubbliche, più o meno non-democratiche, ma, ad esempio, Brasile, India, Sudafrica sono regimi democratici, si sono espresse a favore dei palestinesi e di chi lotta per loro anche con le armi. Militarmente è molto probabile che Israele consegua i suoi obiettivi in tempi che forse avrebbe preferito più brevi. Tuttavia, ristabilire la situazione, tutt’altro che ottimale, che esisteva prima del 7 ottobre non garantisce affatto la sicurezza e la vita degli israeliani e del loro Stato. Quelle opinioni pubbliche “internazionali”, nelle quali, è opportuno ricordarlo e sottolinearlo, serpeggia sempre una notevole dose di antiamericanismo, non dismetteranno le loro valutazioni negative su Israele, se non addirittura le rafforzeranno. In vista di qualcosa che sia più, molto più delle tregue e degli armistizi spesso serviti e seguiti da conflitti più sanguinosi, il governo di Israele dovrebbe, forse, procedere ad una de-escalation accompagnata da una offensiva diplomatica estesa e di grandi dimensioni.

   L’autocontrollo sul campo nell’attacco a Gaza e quindi il favorire tutte le operazioni umanitarie necessarie debbono essere rivendicati molto più che come semplici segnali, ma come azioni concrete per aprire la strada ad un dopoguerra di accordi. Agli israeliani non manca l’intelligenza politica per capire che questo ennesimo conflitto è di tipo superiore ai precedenti e che la vittoria sul campo non sarà sufficiente. L’obiettivo deve essere, con l’aiuto degli europei e, in misura reale, ma meno visibile, degli USA, riuscire ad influenzare profondamente, in maniera decisiva le opinioni pubbliche occidentali e soprattutto fuori occidente. Sarebbe/sarà un esito positivo anche in un’ottica globale.

Pubblicato il 25 ottobre 2023 su Domani

La sinistra che scivola verso il collateralismo su Gaza. Parla il prof. Pasquino #intervista @ilfoglio_it

Intervista raccolta da Marianna Rizzini

Confondere Hamas e Palestina, e antisionismo e antisemitismo. Il professore emerito di Scienza Politica invita la sinistra, a “riflettere sulla necessità di ribadire il diritto di Israele a esistere. Solo dopo ci si può permettere di criticarne il governo”. La confusione degli studenti e la manipolazione della realtà.

Le immagini e le parole che arrivano dal teatro mediorientale ci interrogano profondamente. In particolare, interrogano profondamente chi, a sinistra, fino a oggi pensava di avere chiare nella mente le categorie di guerra, pace, oppressi e oppressori. Il fondamentalismo islamista che sparge terrore, l’ospedale di Gaza colpito tra opposte accuse, le manifestazioni e le trasmissioni in cui si fa confusione tra Hamas e popolo palestinese, l’attentatore di Bruxelles che, si scopre, era passato per Lampedusa: le circostanze chiamano oggi a un ragionamento più articolato del tifo politico. E le frasi di ieri (da “due popoli, due stati” a “Palestina libera”) non bastano più a contenere la complessità del presente, sia sul fronte del contenimento del conflitto sia sulla gestione dei flussi migratori.

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