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Dacci oggi, ma anche domani, il nostro Commissario

La nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia deve essere fatta dal governo. Sarà il capo del governo italiano a comunicare il nome del prescelto/a alla Presidente della Commissione. Dunque, soltanto nei vaneggiamenti della Lega qualcuno potrà sostenere che il commissario deve essere uno, sicuramente non una poiché la Lega è un partito/movimento maschilista senza nessun cedimento, della Lega. Incidentalmente, mi sfuggono del tutto le conoscenze e i meriti europeisti di Giancarlo Giorgetti, del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia e del Ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno, i cui nomi pure sono circolati, molto meglio, invece, Letizia Moratti. Non so se vale la pena complimentarsi con Giorgetti per essersi chiamato fuori da un compito per il quale non aveva/ha nessuna preparazione manifesta. Ad ogni buon conto, si sappia che il Commissario nominato dal governo italiano non avrà come obiettivo costitutivo quello di rappresentare l’Italia nella Commissione e nell’Unione poiché tutti Commissari assumono l’impegno di dimenticarsi degli interessi nazionali e di operare per fare funzionare al meglio l’Unione Europea, al limite anche per cambiarla naturalmente nella direzione di un’Unione più stretta, più coesa, più solida. Ciascuno e tutti questi aggettivi sono, in via di principio, respinti dalla Lega. Nella misura in cui è, dovrei forse scrivere “riesce a essere”, sovranista, la Lega mira a rendere l’Unione più lasca, meno coesa, più dipendente dagli Stati-membri, esattamente il contrario di quello che, curando il fascicolo di “Paradoxa” del Luglio/settembre 2015, intitolato, Europa. Ne abbiamo abbastanza?, argomentò Roberto Castaldi.

La brutta discussione in corso fra i due alleati al governo, sia sull’avere votato o no per la Presidente Ursula von der Leyen sia sulla scelta del Commissario/a italiano/a, è rivelatrice della straordinaria ignoranza di entrambi in materia europea. Ancora non hanno capito, anche perché non è mai stata una loro priorità, che in Europa la “moneta” più forte si chiama “credibilità”. Che, per gli europei, la credibilità si misura sulle parole e sulle azioni, quindi, anche sui voti espressi, sulla coerenza fra impegni presi e adempimenti. Su questo terreno, mai il più importante nella politica italiana, anche per responsabilità degli elettori che non lo usano per premiare e punire i loro rappresentanti e governanti (né potrebbero farlo poiché non si interessano di politica, non si informano sulla politica, meno che mai quella europea, e partecipano poco alla politica, nel migliore dei casi limitandosi a votare e, infine, poiché la Legge elettorale Rosato non li favorisce), gli italiani in Europa sono considerati molto carenti. Naturalmente, esistono eccezioni individuali, come Antonio Tajani e David Sassoli, che vengono adeguatamente premiate. Stessa osservazione vale per Mario Draghi la cui prestigiosa carriera è legata alla sua personale credibilità e enorme competenza.

Come potrà la Presidente della Commissione Europea e come faranno gli europarlamentari che terranno udienze per valutare il tasso di europeismo e il livello di competenza, non solo nel settore specifico di ciascun nominato/a alla carica di Commissario, ad avere un atteggiamento conciliante e comprensivo nei confronti di chi ha ripetutamente bollato la Commissione poiché composta da “burocrati” e “tecnocrati”? Naturalmente, i tecnocrati sono fumo negli occhi dei populisti/sovranisti e i burocrati non possono essere i beniamini della democrazia diretta e della piattaforma Rousseau. Però, il punto è che, da tempo, la Commissione è il luogo dove si trovano uomini e donne che hanno una biografia politica di tutto rispetto, hanno vinto le elezioni nei loro rispettivi paesi, hanno governato, sono stati ministri, hanno acquisito e esercitato competenze. Non è prevedibile quale coniglio uscirà dal cappello del prestigiatore Conte, che qualcosa in materia dovrebbe pur dirla, ma di cui ugualmente non sono note le conoscenze in materia di Europa e di Unione. Dirò subito che condivido per filo e per segno quanto ha intelligentemente scritto Riccardo Perissich, Italia/UE: un commissario e un portafoglio, ma per chi e per che cosa fare (Newsletter dell’Istituto Affari Internazionali, 23 luglio 2019).

So che un governo che vuole contare in Europa avrebbe qualche chance in più se sapesse scegliere come commissario/a non un guastatore a digiuno dell’Unione Europea, della sua storia, dei trattati, degli obiettivi, ma una persona competente, conosciuta, europeista, che sappia indicare soluzioni ai problemi europei tali da avere riflessi positivi anche sulle politiche italiane. È tempo di vacanze per gli europei e per molti italiani, ma l’Unione Europea continuerà a funzionare e, forse, anche a migliorare il suo rendimento, spesso già superiore a quello di alcuni governi nazionali, se i Commissari saranno all’altezza. Auguri.

Pubblicato il 25 luglio 2019 su PARADOXAforum

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net

Il popolo ha dei limiti

“…c’è un equivoco: la democrazia non è la piazza!

Intervista raccolta da Fabrizio Belli

È scontro totale dopo l’intervento con cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha frenato l’alleanza giallo-verde tra M5S e Lega, prima di affidare a Carlo Cottarelli l’incarico di formare un nuovo governo. E adesso? Tra minacce di impeachment e dichiarazioni di sostegno alla più alta carica dello Stato, gli italiani devono decidere da che parte stare. «Guai però a parlare di golpe, il presidente della Repubblica non solo ha operato entro i limiti dei poteri a lui attribuiti, ma ha anche proposto al premier incaricato una via d’uscita per superare l’impasse legata al nome di Paolo Savona, il professore anti-Euro indicato dai giallo-verdi come futuro ministro dell’Economia», spiega il politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito all’Università di Bologna

1. GOLPE?
Cosa dice la Costituzionesulla nomina dei ministri?
«L’articolo 92 del testo parlachiaro. Stabilisce che ilpresidente della Repubblicanomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri. Pertanto è nei suoi poteri opporsi. Non è la prima volta che assistiamo in Italia a un simile rifiuto» spiega il politologo.

2. PRECEDENTI
Nel 1994 Oscar Luigi Scalfaro disse «no» a Silvio Berlusconi che aveva proposto Cesare Previti alla Giustizia:
«Questo è uno dei casi più eclatanti, Berlusconi risolse la questione piazzando l’avvocato alla Difesa». Nel 2004 Napolitano depennò dalla lista di Matteo Renzi il nome del procuratore Nicola Gratteri, proposto come Guardasigilli.

3. IL NO A SAVONA
Prima che precipitasse, la situazione però si sarebbe potuta sbloccare.
«Spettava proprio a Paolo Savona fare un passo indietro, sarebbe stato un gesto di grande eleganza. Al contrario, ha fatto circolare un comunicato in cui ribadiva le sue idee, che portano direttamente fuori dall’Europa e rappresentano una minaccia per il sistema economico».

4. L’ALTERNATIVA
Per alcuni osservatori il presidente avrebbe comunque potuto far salpare il governo giallo-verde chiedendo specifiche garanzie.
«In realtà aveva proposto un nome alternativo a quello dell’ex ministro, pescato tra i ranghi della Lega, in grado di fare da garante», prosegue Pasquino. Si tratta di Giancarlo Giorgetti, il numero due del Carroccio, il Gianni Letta di Matteo Salvini, da più di 20 anni in Parlamento (alla Camera è approdato nel 1996).

5. DECIDE L’EUROPA?
Per Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il presidente Mattarella si è piegato ai “poteri forti” dell’Europa. L’articolo 11 della Carta prevede tuttavia limitazioni alla sovranità come conseguenza dei trattati comunitari.
«Mattarella è il garante dell’unità nazionale, che si fonda anche sui trattati internazionali che regolano i rapporti dell’Italia con gli altri Paesi. Inclusi i trattati europei, che uno come Savona avrebbe spaccato volentieri».

6. LA VERA PARTITA
Secondo Pasquino è in atto un gioco di potere più grande:
«La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti. Mentre per i giallo-verdi deve appartenere al popolo tout court. Si tratta di una visione tipicamente populista. La sfida al Colle dimostra la volontà di Lega e M5S di trasferire in Parlamento tutto il potere».

7. IMPEACHMENT
Ma l’ipotesi impeachment è davvero percorribile?
«La messa in stato d’accusa del presidente per alto tradimento e attentato alla Costituzione richiede innanzitutto il voto favorevole del Parlamento a maggioranza assoluta, quindi i numeri per poter procedere ci sarebbero».
Però poi spetta alla Corte Costituzionale, con 16 giudici estratti a sorte, esprimere il verdetto finale.

8. E ADESSO?
Cottarelli otterrà la fiducia?
«C’è il tempo e lo spazio per dei ravvedimenti operosi: alla luce dell’andamento dei mercati, le frange di parlamentari responsabili di Lega e 5 Stelle potrebbero adottare un atteggiamento più morbido. Altrimenti, finita l’estate si tornerà al voto, dai 45 ai 70 giorni dopo lo scioglimento delle Camere».

Pubblicata su Vanity Fair 06/06/2018 Vanity Fair intervista