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L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.
La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.
Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.
Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.
Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.
Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.
Pubblicato il 23 giugno su Domani
Le colpe di chi vuole premiare il generale @DomaniGiornale

Sono tanti coloro che hanno, più o meno consapevolmente, contribuito alla ascesa, che sembra, (ir)resistibile nei sondaggi del Gen. Roberto Vannacci. Trovare le responsabilità intorno a lui, nel variegato mondo della destra italiana, non significa in nessun modo che Vannacci stesso non ci abbia messo molto di suo nel trovare, interpretare e esaltare tematiche che la destra estrema, in Italia e in Europa ha da sempre considerato sue e arditamente cavalcato. La disponibilità e la salienza di quelle tematiche sono alla base del successo, l’elenco sarebbe molto lungo, di Vox in Spagna, di Alternative für Deutschland, di Farage in Gran Bretagna, dei Democratici Svedesi e anche dei MAGA più oltranzisti, e coì via. Incolpare Giorgia Meloni di avere, con le sue ondivaghe politiche sull’immigrazione e sull’Europa, aperto spazi a Vannacci, è un errore. Lo spazio politico per una destra davvero reazionaria e repressiva esiste un po’ dappertutto, soprattutto in Europa e negli USA perché esistono problemi simili: immigrazione, ordine, identità, stili di vita.
Nient’affatto dappertutto, i partiti e le organizzazioni della destra politica hanno, però, aperto opportunisticamente le porte a sfidanti tipo Vannacci. Attualmente, il generale è europarlamentare eletto nelle liste della Lega. Nella sua disperata ricerca di voti per bloccare l’emorragia della Lega, Salvini lo aveva addirittura fatto assurgere alla carica di vicesegretario. D’altronde, le priorità tematiche esistono tutte, da tempo, anche nella Lega voluta da Salvini. Non avendo responsabilità di governo, Vannacci può permettersi il lusso di declinare le sue proposte nella maniera più estrema possibile. I voti di sfiducia espressi dai suoi parlamentari nei confronti del governo Meloni non possono essere confusi con quelli dell’opposizione. I Vannacci ani vogliono più destra, remigrazione, nessuna politica di genere, nessun aiuto all’Ucraina. I sondaggi dimostrano non sorprendentemente che 5/6 per cento degli italiani condividono queste proposte e sono disposti a votare per la lista Futuro Nazionale.
Non è, come troppi ripetono banalmente e pappagallescamente, un problema culturale, vale a dire che questi potenziali elettori non hanno abbastanza cultura, conoscenze, per capire che l’Italia e l’Unione Europea per “funzionare” economicamente e socialmente hanno bisogno di immigrati, che le discriminazioni di genere e di preferenze sessuali sono indecenti, che fuori dall’Unione Europea l’Italia sarebbe allo sbando. Comunque, “insegnare” tutto questo a cittadini recalcitranti richiederebbe molto tempo e molto impegno condiviso. Sarebbe anche denunciato come un sopruso, un insopportabile e antidemocratico indottrinamento.
Prima di tutto, è un problema politico. L’immigrazione deve essere controllata dalle autorità e deve avvenire seguendo le regole che, naturalmente, debbono contemplare procedure certe e regolarmente attuate per le espulsioni di chi le viola. Il riconoscimento delle diversità non può implicare premi di nessun genere per i diversi. Bisogna dimostrare che l’Italia sa stare ai tavoli europei grazie alla sua affidabilità e capacità che le consentono di acquisire prestigio e risorse. Qualsiasi ambiguità concernenti queste politiche può essere sfruttata dai vannacciani che, almeno finora, hanno dimostrato di non essere utili idioti. Potrebbero diventarlo? Allearsi con Vox, portare al governo AfD, creare una coalizione che includa i Democratici svedesi è sempre una scelta dei partiti vicini e contigui. Non è mai un obbligo né elettorale né politico. La proposta di nuova legge elettorale primo firmatario il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Galeazzo Bignami contiene una clausola che rende un accordo con Futuro Nazionale praticamente decisivo per fare sì che Meloni, Salvini, Tajani (e Lupi) ottengano l’agognato premio di maggioranza. Allo stato attuale, il variegato schieramento di centro sinistra ha più voti del centro-destra che potrebbe ribaltare la situazione solo inglobando, a quale prezzo? Futuro Nazionale. Anche in questo caso il problema è politico e la soluzione è ugualmente politica. Rinunciare all’inserimento del premio di maggioranza e prepararsi a costruire un governo fra partiti compatibili che hanno ottenuto seggi, come avviene in tutte le democrazie parlamentari, senza impedire a Futuro Nazionale di rappresentare politicamente il suo elettorato.
Pubblicato il 1° luglio 2026 su Domani
Il tycoon si crede ideologo Ma è Prevost il vero politico @DomaniGiornale

Nessuno o quasi dei molti ch occupano cariche di governo e che hanno acquisito potere grazie al Presidente Trump si è mai posto il problema se vi sia del metodo nella follia. Danno per scontata la follia, che talvolta si accompagna a patterns, modalità ricorrenti, che gradiscono. Cercano di capire quali comportamenti debbono fare seguire e di individuarne le conseguenze prima per le loro carriere, poi, rimarrò nel vago, per il resto. Agli ideologi e ai profeti non si chiede quale metodo applichino. Entrami valutano il loro successo con riferimento al numero dei seguaci e dei fedeli dai quali voglio obbedienza,, disciplina, culto. Ai quali offrono una meta, una ispirazione (anche aspirazione) la costruzione di un mondo nuovo (della scintillante città di Dio).
Quando Trump, l’ideologo in Chief dei MAGA, incontra qualcuno che esprime la volontà e la capacità di indicare un’altra strada e un altro mondo, lo scontro diventa subito inevitabile. Seguono gli insulti e le dichiarazioni miranti a colpire la persona, il suo ruolo, la sua efficacia. Per lui, il connazionale Leone XIV è intollerabile. Parla di “politica estera”, di cui notoriamente e fattualmente Trump è il massimo conoscitore e praticante, ma non la conosce. È un LOSER. And the winning is….
Non è solamente, forse non è affatto un problema di voti. Certamente, perdere il 5/10 per cento dei voti dei cattolici USA sarà disastroso per le fortune del Presidente, ma l’ideologo teme e affronta una sfida più grande: quella del riconoscimento di essere l’unico che può dettare la rotta al mondo. Neanch’io, si parva licet, sarei a mio agio, come ha detto Giorgia Meloni, se i leader religiosi facessero ciò che dicono i leader politici. Il mio disagio aumenta in maniera spropositata, ma qui mi schiero con Machiavelli, quando i leader religiosi, come nelle teocrazie, l’Iran essendone l’esempio contemporaneo più disturbante, dettano i comportamenti.
Da un lato, Leone ha riposto in maniera più che adeguata per noi, laici, post-illuministi, sinceramente democratici. Continuerà serenamente (l’avverbio è mio e è, anche, un augurio) a dire quel che pensa e come lo pensa, e noi difenderemo quello che è un suo diritto fondamentale proprio come vorremmo che la Ciesa lo difendesse senza se senza ma dappertutto. Dall’altro, si è chiamato fuori su quello che, a mio modo di vedere, è il terreno ineludibile: Non faccio politica. Sbagliato. Dal parroco di una piccola cittadina in Perù al prete che fa proseliti in un quartiere di Chicago, dall’autorità religiosa di Colle Oppio, tutti fanno con le loro capacità e con il loro necessario coraggio politica. Tutti cercano di trasformare le condizioni di vita dei loro concittadini, di costruire dalle fondamenta una città migliore. Si scontreranno inevitabilmente con coloro che godono situazioni già invidiabili, che vogliono preservare i loro privilegi e che, ma qui mi faccio ideologo, intendono impedire la diffusione di opportunità. Anzi, vogliono restringerla.
Se non è proprio tutto tutto MAGA, è l’aspirazione a tornare again a questa situazione. Certamente mai tutto il contrario anche se poi “i primi saranno gli ultimi e viceversa”, e i migliori dei Papi, e mi pare che Leone si avvii per stile e capacità, non per ambizione personale, a diventarlo, in questo modo predicano e agiscono.
Tornando al profano, sembra che il trumpismo, l’esemplificazione più recente essendo l’Ungheria, dove non so quanto Magar sia di destra, sicuramente non è un ammiratore di Trump, non funzioni più. Non sono solo le parole di Trump che Meloni definisce giustamente, seppur tardivamente, inaccettabili. Sono i comportamenti, l’ipocrisia, il fake. Per di più, non portano da nessuna parte se non a sconfitte elettorali. Vedremo quanto la Meloni che è a lungo stata piccola trumpiana saprà distanziarsi e ricostruirsi. Meglio per lei, per noi, per l’Europa (Leone vada avanti per la sua strada.
Pubblicato il 15 aprile 2026 su Domani
Non più invincibile. Dopo il referendum, quo vadis, Meloni? @DomaniGiornale

Aveva messo le mani avanti: non sono ricattabile. Detto fin dall’inizio della sua esperienza di governo, e ripetuto, con orgoglio, voleva essere un dato di fatto, ma anche un avvertimento. Comunque, non si erano intraviste manovre intese a ricattarla. Giorgia veleggiava di successo in successo, confortata e confermata sia da non poche vittorie elettorali sia dai sondaggi positivi per il suo governo e ancor più per le sue capacità personali e politiche di leadership. Sul piano internazionale, fra molte photo opportunities e sorrisi e baci, soprattutto, con il MAGAPresidente Trump, ma anche con i più diffidenti capi di governo dell’Unione Europea, ad eccezione di quell’invidioso di Emmanuel Macron, era addirittura un trionfo. Molto più che nemo propheta in patria. La sua già non contenuta autostima cresceva vieppiù. Sì, di tanto in tanto bisognava fare i conti con i richiami severi, ma felpati, del Presidente della Repubblica, con il quale quei conti sarebbero stati chiusi una volta approvato il premierato.
Sì, c’era anche l’imprevedibilità degli strabordanti comportamenti del non amato, ma necessario e utile, inquilino in Chief della Casa Bianca. Stargli vicino era una faccenda di convenienza, ma anche di sincera convinzione. Serviva altresì a dimostrare autonomia dalle posizioni degli altri capi di governo europei, tranne il MAGhino Viktor Orbán, ma vuoi mettere l’importanza dell’Ungheria rispetto a quella dell’Italia!. Ma vuoi mettere le esternazioni imbarazzanti del Trump, ad esempio, sulla Riviera di Gaza e sulla Groenlandia, e le sue azioni deplorevoli e sanguinose, in Venezuela e contro l’Iran (con Cuba da soffocare senza fare troppo rumore). Né condannare né condonare, che fare?
Gli oppositori si facevano sgambetti reciproci con alcuni di loro sempre zelantemente pronti, copyright Ennio Flaiano, a correre in soccorso della vincitrice. E allora, mettiamo anche mano alla “riforma della Giustizia” da dedicare alla memoria di quel garantista liberale che fu Silvio Berlusconi. Nessun bisogno di aiuto da parte delle opposizioni in parlamento. Avanti tutta, forse fidandosi troppo (ah, il senno di poi) del Ministro Nordio (e della sua sbracata capo di gabinetto) fino alla richiesta/imposizione di un referendum nazional-popolare (“non sono ricattabile”) come ciliegiona su una torta di revisione costituzionale malfatta e controversa. Sentito, con qualche ritardo, per colpa non dei sondaggi, ma delle credenze e delle interpretazioni dei sondaggisti, il pericolo di un aumento progressivo (e progressista) dei NO, non restava che la oramai classica discesa in campo. Soltanto Giorgia con i suoi post sorridenti e suadenti (no, di stupratori e pedofili messi a scorrazzare in libertà non parlerò), con la sua auretta di invincibilità, poteva capovolgere il trend. Invece, apriti cielo, NO.
L’invincibilità termina il 23 marzo subito dopo le prime proiezioni. Non è che non si può cambiare la Costituzione. È che bisogna saperlo fare e farlo non contro qualcuno, non in chiave punitiva, ma con una prospettiva di diffuso miglioramento civile e politico. Da allora, scossa, la Presidente del Consiglio Giorgia MelonI entra meno sorridente in una seconda fase all’insegna della limitazione dei danni. Anzitutto, tardivamente “suggerendo” (non è il verbo che userebbe Daniela Santanchè) e ottenendo le dimissioni di un potente e sfrontato sottosegretario, ras del biellese, e della Ministra del turismo nel BelPaese, ma, non del Ministro Nordio, forse lasciandosi condizionare dalla paura del rimpasto, efficace strumento che i politici della cosiddetta Prima Repubblica maneggiavano con destrezza.
Esclude con qualche tormento le elezioni anticipate che impedirebbero il raggiungimento dell’agognato traguardo del governo di legislatura. Mette sul piatto una proposta di legge elettorale truffaldina congegnata non tanto per impedire un moltissimo improbabile pareggio, ma per rendere difficile la vittoria delle sinistre e per nominare i parlamentari. Rimane e lavora il tarlo della non invincibilità. Se il successo genera successo, come dicono gli inglesi, le sconfitte generano sconfitte? L’ardua sentenza alla politica, agli elettori.
Pubblicato il 1 aprile 2026 su Domani
La premier scende in campo. Le conseguenze se vince il NO @DomaniGiornale

Troppo. La guerra lanciata dall’amico Trump, Commander in Chief dei MAGA di tutto il mondo, e i sondaggi che danno il NO in testa sia che gli elettori che andranno alle urne siano pochi oppure molti, da qualche giorno turbano assai la Presidente del Consiglio. Allora, Giorgia Meloni ha deciso che c’è un tempo per viaggiare e mostrare il volto sorridente con molti altri, non tutti encomiabili, capi di Stato e di governo, e c’è un tempo per ricordare alla Nazione, agli italiani che il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è importantissimo. Dunque, è indispensabile, anche come omaggio postumo a Silvio Berlusconi, “scendere in campo”.
Prima, però, e di frequente, rassicuriamoli questi italiani. “L’Italia non è in guerra”, come ripete in ogni intervista Antonio Tajani, il più sfigato (parole sue) Ministro degli Esteri della storia italiana del dopo guerra. Anche noi, cittadini italiani, ci sentiamo un po’ sfigati con questo Ministro (non solo con lui, peraltro). La non condivisione italiana: “L’Italia non è in guerra”, alla violenta e confusa operazione di Trump in Iran, forse cambio di regime, forse cambio di governanti, forse smantellamento dei siti di ricerca del nucleare, non ha ancora ricevuto le reprimende della Casa Bianca. Altri, come, nell’ordine, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, Macron e Starmer sono stati bacchettati. Fa bene Meloni a essere preoccupata per l’eventuale spezzarsi di quella che lei e alcuni affannati corifei di Fratelli d’Italia lodavano come la relazione speciale che ne facevano la presunta?, possibile? pontiera fra Bruxelles e Washington? Nel grandissimo disordine mondiale bisognerà trovare modalità nuove con le quali rapportarsi agli alleati desiderati, mica affidando a quello sfigato ministro un compito per il quale non sembra preparato.
Adesso quel che preme è il referendum, tutt’altro che confermativo, semmai oppositivo. Primo, stabilire e ribadire che, in caso di vittoria del NO, il governo non si dimetterà. Lei, Giorgia, non ha nessuna intenzione di farlo, ma, purtroppo, lei, Giorgia, ha strettissimamente coinvolto il suo governo e la sua maggioranza nella brutta faccenda. La separazione delle carriere, pubblici ministeri e giudici, stava promessa nel programma elettorale dei Fratelli d’Italia e poi nel programma del governo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio era stato scelto anche per attuare proprio, prioritariamente, quella revisione. Lo ha fatto con moltissimo zelo e qualche imbarazzante voce dal sen fuggita. Ad esempio, che con la revisione costituzionale la politica si riprende il giusto sopravvento sulla magistratura e che quanto fatto servirà anche a Elly Schlein e alle opposizioni quando toccherà a loro governare (toccaferro!)
Al testo approvato la maggioranza parlamentare ha fermamente impedito qualsiasi emendamento, quindi è proprio integralmente interamente quanto redatto dal governo. Non c’era nessun bisogno per la maggioranza parlamentare di raccogliere le firme per sottoporre la revisione a referendum. Volere un voto popolare su quel testo significa quasi farne un plebiscito. Il precedente della campagna elettorale a sostegno delle “sue” riforme condotta in maniera totalmente personalizzata da Matteo Renzi avrebbe dovuto insegnare a non commettere un errore simile. Invece, no. Evidentemente, con la grande autostima che non le manca, Meloni pensa di potere con la sua presenza mediatica mobilitare l’elettorato di centro-destra, ma, a scanso di equivoci e di illusioni, informa tutti che, comunque, il governo non se ne andrà a casa.
In effetti, pure pienamente coinvolto, il governo Meloni non ha nessun obbligo costituzionale alle dimissioni in caso di sconfitta (non l’aveva neppure Renzi). La buona politica, però, suggerirebbe di accettare le responsabilità e la loro logica conseguenza. Quantomeno il ministro Nordio sentirà il dovere di sue dimissioni immediate e irrevocabili. Questi pensieri, con l’aggiunta della necessità di un rimpasto (che, no, non è solo quanto succedeva nella cosiddetta Prima Repubblica, ma quello che avviene in molte compagini governative anche nelle repubbliche presidenziali. Trump ha da poco sostituito la Segretaria agli Affari Interni) turbano Meloni. La rendono nervosa. La incattiviscono. C’est la vie.
Pubblicato il 11 marzo 2026 su Domani
Equilibrista e sovranista, Meloni ha isolato l’Italia @DomaniGiornale

L’Italia è rimasta sola. Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente. Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il Presidente Trump, sovranista in Chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale. L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli USA sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.
Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nel mancato invito all’Italia hanno sicuramente contato le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del Presidente Trump.
Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice Presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni. Finora la Presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.
Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura Presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea. Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni.
Pubblicato il 4 marzo 2026 su Domani
Una riforma senza eleganza, un No affonda il premierato @DomaniGiornale

Le buone teorie, secondo alcuni importanti filosofi della scienza, hanno due grandi pregi: l’eleganza e la parsimoniosità. Con un numero ristretto di generalizzazioni concatenate, formulate in maniera il più possibile limpida senza eccessi di tecnicità, quelle teorie inquadrano e spiegano soddisfacentemente una molteplicità di fenomeni. Se pretendessimo che anche le revisioni della Costituzione italiana, certo scritta con eleganza e parsimonia apprezzabilissime, fossero soggette a questi due criteri valutativi, quella relativa alla separazione delle carriere dei magistrati non passerebbe la prova. Il testo è piuttosto lungo, alquanto farraginoso e, poiché raddoppia un organismo cruciale: il Consiglio Superiori e introduce l’Alta Corte, implica un amento dei costi di funzionamento. Invece, a mio parere, non è preoccupante che si presti, inevitabilmente, tanto a elogi epocali quanto a critiche abissali. Sono il tenore di quegli elogi e le implicazioni di quelle critiche, coloro che si pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irritano.
Elogiare la revisione perché era quello che voleva Silvio Berlusconi non suona convincente, lo ha opportunamente già notato Franco Monaco, a chi ricorda che Berlusconi sosteneva la superiorità del potere esecutivo conquistato attraverso le elezioni sugli altri poteri, legislativo e giudiziario, non propriamente una concezione liberale. D’altronde, il ministro della Giustizia ha affermato che bisogna ristabilire la superiorità della politica sulla magistratura e che anche la sinistra (quando vincerà le elezioni …) ne trarrà vantaggi.
Per quanto possano essere organizzati, attenti, coesi, non credo che i mafiosi e le loro famiglie, più o meno allargate, riescano ad essere deciSIvi nel voto. Soprattutto, pur sapendo che la democrazia italiana continua ad avere notevoli problemi di funzionamento (uno dei quali si trova proprio nella disciplina dei referendum), non credo affatto che la separazione delle carriere in requirenti e giudicanti abbia di per sé l’effetto di facilitarne, meno che mai provocarne il crollo. Esistono una pluralità di anticorpi in grado di attivarsi. Inoltre, un conto è funzionare male un conto molto diverso è avere una struttura traballante. Naturalmente non penso nemmeno che, una volta inquadrati per tutta la loro vita i magistrati in una sola carriera, ne conseguirà la soluzione automatica, definitiva e felice dei problemi dell’Amministrazione della Giustizia in Italia. Avendo constatato che i dati ufficiali rilevano che solo l’0,50 per cento di loro che sono cica 9.600 hanno effettuato il passaggio di una carriera all’altra, non è plausibile che quel piccolo numero abbia creato grandi problemi. I magistrati del NO si difendono affermando regolarmente che i loro organici sono sottodimensionati, le dotazioni di personal ausiliario, di supporti tecnici e di materiale sono inadeguate. Aggiungerei che talvolta anche la loro preparazione non è all’altezza, che le loro conoscenze a fronte di quelle dei criminali non sono abbastanza aggiornate e, punctum dolens, che i loro tempi di lavoro, dei quali sono fondamentalmente e personalmente responsabili, risultano molto discutibili.
Non mi faccio illusioni. Il referendum non risolverà i problemi della Giustizia mentre sicuramente comporterà qualche conseguenza politica rilevante, Questo referendum costituzionale, non “popolare confermativo”, come dice lo spot istituzionale tramesso dalla RAI, potrebbe indebolire il governo, comunque scalfirne l’aureola di arroganza. Non è ancora chiaro se Giorgia Meloni, dichiarato preventivamente che non si dimetterà, ci metterà la facci a all’ultimo opportunistico momento. In caso di sconfitta si pone un problema, non di obbligo giuridico, ma certo dii moralità politica, di dimissioni, Se vincerà il “no” le opposizioni avranno sconfitto una brutta revisione, anche alla faccia delle quarte colonne al loro interno. Quel che più conta avranno anche comunicato che una maggioranza popolare per il cosiddetto premierato non c’è neanche con i duttili “sinistri per il sì”. Non è poco.
Pubblicato il 19 febbraio 2026 su Domani
I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.
Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.
Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?
Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.
Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani
Il Venezuela di Trump, il cuore di Giorgia e le sue ragioni @DomaniGiornale

Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro. In Venezuela, ha scritto, il Presidente USA ha effettuato “una azione difensiva legittima” contro “un regime mai riconosciuto”. Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano. Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur.
La Presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il Presidente Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Giorgia Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione Europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.
Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal Presidente USA. Tecnicamente, i MAGA (Make America Great Again) sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.
Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione Europea, Giorgia Meloni riesce a apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’UE non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro. Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?
L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un’aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale. A questo immane compito, la Presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione Europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.
Pubblicato il 7 gennaio 2026 su Domani
Se nessuno sa approfittare del nervosismo di Meloni @DomaniGiornale

Grande è la versatilità di Giorgia Meloni nel passare dalla postura di statista di livello internazionale, che alterna serietà compunta e faccine sorridenti ammiccanti, a quella di capo di un governo variamente sfidato da opposizioni in disordine sparso, “costretto” a difendersi e a contrattaccare con toni minacciosi da comiziante (una parte che le ha dato fama e probabilmente portato voti). Qualche volta, però, di recente, la Presidente del Consiglio manifesta un eccesso di nervosismo che la spinge sopra le righe. Con un verbo che a Colle Oppio è di uso frequente, Meloni sbrocca. Raffinati psicologi meglio esploreranno modi, tempi, entità della perdita di controllo sulla voce e sul body language. Utile, forse preferibile andare all’individuazione delle cause politiche del comportamento di Meloni.
Ad uso dei sostenitori e degli oppositori premetto che le difficoltà e le tensioni, le criticità nelle azioni del governo e le appena visibili conseguenze non positive non si traducono né immediatamente né automaticamente in caduta di consensi per lei e per il suo governo né, meno che mai, in impennate di intenzioni di voto per le opposizioni e i loro dirigenti. Ci vuole altro. Poi, però, purtroppo per loro, i benaltristi non sanno dire con sufficiente previsione e condivisione che cos’altro e come manca e da chi potrebbe essere prodotto.
L’agenda della valutazione e, presumibilmente, delle preoccupazioni del governo (e delle migliori fra le opposizioni, alcune sono solipsistiche) la dettano il fatto, il non fatto e il fatto male. La legge finanziaria è il fatto più importante. Sul punto mi atterrò alla sapida espressione inglese “a gentleman never quarrels about figures”. Non importa se i numeri danno qualche premietto ai ceti medi, tali definiti con riferimento ai redditi che spesso sappiamo non essere proprio il più affidabile degli indicatori. Importa poco anche che i “ricchi” sfuggano a qualsiasi aggravio. No, Robin Hood non frequenta nessuna foresta italiana. Importa di più che ai ceti più deboli non vengano dati aiuti più cospicui e destinati dare. Cruciale, invece, è che il governo preferisca il galleggiamento ad interventi “coraggiosi” per la crescita, per aumentare le dimensioni della torta e non per (re)distribuire poco più delle briciole. Sarà, come argutamente sospetta Giulia Merlo, la Finanziaria dell’Anno Elettorale o mostrare tutta la sua spinta espansiva, fatta specialmente di regali più meno mirati, collocati in bella mostra in vagoncini clientelari?
Quasi fatta è la separazione delle carriere fra Pubblici Ministeri e magistrati giudicanti. Non sarà lo sbandierato ricordo che questa riforma la voleva Silvio Berlusconi a farmi votare “Sì” al referendum prossimo venturo. Infatti, fra i mei ricordi trovo anche le strenue battaglie del Cavaliere e dei suoi seguaci non solo “nei” processi, ma “contro” i processi. Quanto ai sondaggi che danno al “Sì” un buon vantaggio, ricordo che anche il referendum di Renzi partì con notevole abbrivio che si spense piuttosto rovinosamente. Memore, Meloni ci rassicura o ci gela: il rigetto (referendum nient’affatto “confermativo”) non farà cadere il governo che pure quella separazione ha voluto e imposto. Non esattamente un bell’esempio di accountability. Fra il non fatto risplende “l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”, sbrigativamente il premierato. Definita da Meloni stessa “la madre di tutte le riforme” sembra destinata a rimanere incinta ancora per molti mesi. Per non incorrere in un referendum rischioso assai nonostante il probabile sostegno dei riformisti già impunitamente renziani, è tutto rimandato alla prossima legislatura. Servirà, forse, in campagna elettorale quando si potrà assistere allo spettacolo senza precedenti dell’unico capo del governo italiano rimasto in carica per l’intera legislatura che chiede voti per la stabilità, degli altri. Sì, anche questa non remota eventualità provoca una non modica dose di nervosismo. Troppo banale concluderne che, al momento, non si vede chi sappia approfittarne e come?
Pubblicato il 12 novembre 2025 su Domani