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Governo 5 stelle-Pd anti Salvini o vittoria del centrodestra alle elezioni? #intervista #crisidigoverno

Intervista raccolta da Tatiana Santi

La crisi di governo è segnata in queste ore da una crescente confusione. Il Partito Democratico è ancora più spaccato al suo interno su un possibile dialogo con i 5 stelle, nel frattempo Beppe Grillo torna in aiuto dei suoi, salta l’incontro Salvini-Berlusconi. Si aprono le danze.

Lo strano matrimonio fra Lega e Movimento 5 stelle oramai è un ricordo del passato. La crisi di governo ha rimescolato tutte le carte in tavola: sono iniziate le trattative fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; il movimento 5 stelle e il Partito Democratico mostrano segnali di dialogo.

Quali scenari si aprono per l’Italia: elezioni anticipate con la vittoria del centrodestra o governo 5 stelle e Pd in chiave anti Salvini? Attendendo il voto del Senato sul calendario della crisi, Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Professore Pasquino, perché torna in campo Beppe Grillo?

Torna perché innanzitutto lui è all’origine di tutto questo, è il fondatore, è colui che ha dato grande impulso al movimento per i primi 3-4 anni. Grillo è anche responsabile di aver scelto Di Maio come capo politico. Si rende conto che il movimento se la sta passando male e cerca di dare una mano per riuscire a recuperare un po’di voti, di prestigio e visibilità.

Secondo lei fra i 5 stelle e la Lega è una rottura definitiva?

Credo di sì. Fin dall’inizio l’accordo era molto strano, si è trattato di un vero accordo di potere, oserei dire. Il contratto di governo era basato su cose che potevano fare insieme, ma erano molto conflittuali. Ora la situazione è definitivamente conclusa.

Parliamo delle coalizioni. Quali sono i possibili scenari? Il movimento 5 stelle va a braccio con il Partito Democratico ormai?

Lo scenario più probabile è che se si va a votare vince il centro destra e Salvini diventa Presidente del Consiglio. Il centrodestra in questo momento è sicuramente più forte di qualsiasi alternativa. In Parlamento la situazione è diversa: i seggi del movimento 5 stelle assieme a quelli del Pd e di Leu consentono di costruire una maggioranza. Una maggioranza numerica non è necessariamente una maggioranza politica. Questi partiti devono dire su che cosa vogliono costruire la maggioranza, altrimenti non possono dare vita al governo.

Un governo formato da Partito Democratico e i 5 stelle si potrebbe definire di sinistra?

Nel Partito Democratico ci sono posizioni che secondo me non sono di sinistra. Almeno la metà del Movimento 5 stelle non è di sinistra. È un governo fatto da due forze politiche che condividono un principio fondamentale: non fare vincere Salvini, non fare vincere il centrodestra. Hanno posizioni non troppo distanti per esempio sull’Europa e su un’economia che funzioni in modo meno favorevole ai grandi gruppi italiani. Possono quindi stare insieme, però non è facile.

Con l’attuale crisi e soprattutto con un governo 5 stelle-Partito Democratico come possono cambiare i rapporti con l’Europa? Fra Bruxelles e Roma tornerà l’amicizia?

Il Pd è sicuramente un partito europeista, il Movimento 5 stelle ha votato Ursula von der Leyen e quindi sosterrà la Commissione. Il problema è chi sarà il commissario italiano. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe già dovuto nominarlo, dovrebbe farlo in fretta. L’Italia del Partito Democratico e dei 5 stelle è più europeista e certamente conterebbe di più, Salvini in Europa non conta assolutamente nulla, Berlusconi conta un pochino, ma è nel gruppo popolare europeo, la Meloni non conta nulla. Non solo, hanno un atteggiamento antagonistico e aggressivo nei confronti dell’Europa e non verrebbero presi in considerazione. L’Italia in generale non conta moltissimo, ma se vuole contare un po’ ha bisogno del Pd e dei 5 stelle.

Pubblicato il 14 agosto 2019 su it.sputniknews.com

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net

Contratto addio per tre motivi

“Qualcosa si è rotto nel governo” dichiara il Vice-Presidente del Consiglio Matteo Salvini dopo avere riportato una nettissima vittoria parlamentare sul Movimento 5 Stelle che ratifica la possibilità di procedere alla TAV. Sconfitti, umiliati e adesso anche abbandonati da Salvini che ha deciso che “non si può andare avanti”, i pentastellati non sanno come replicare. La loro è oramai da parecchi mesi una crisi di consensi perduti in abbondanza tanto che i sondaggi danno loro meno della metà dei voti che ottennero il 4 marzo 2018. È anche, sempre più visibilmente, una crisi di leadership: a Di Maio manca proprio il “fisico del ruolo”, mentre il fisico di Salvini straborda da tutte le spiagge e da tutte le reti televisive.

Vengono date due spiegazioni della decisione di Salvini di “rompere” il contratto di governo. La prima è che Salvini ha sostanzialmente ceduto alla base e ai suoi collaboratori che ritengono giunto il momento di andare all’incasso dei voti che significherebbe più che raddoppiare i seggi del 2018 e essere in grado di governare indisturbati con la sola aggiunta di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni anche lei in crescita. La seconda è che qualcuno nella Lega ha fatto qualche conto giungendo a conclusioni sconfortanti: i soldi per la flat tax non ci sono (e Tria lo certifica), l’Iva “scatterà”, la Legge di Bilancio non potrà soddisfare i criteri della nuova Commissione Europea, mentre nel frattempo lo spread inizia a salire. Meglio chiedere il voto agli italiani prima di infliggere loro sacrifici inevitabili e pesanti. A queste due possibili e plausibili spiegazioni ne aggiungerei una terza, meno discussa, ma che sicuramente conta. Si prospettano due guai molto seri per Salvini, Ministro degli Interni e “capitano” della Lega: la mozione di sfiducia (al momento calendarizzata il 12 settembre) per i suoi comportamenti ministeriali e l’inchiesta, che procede, sui rapporti fra la Lega e la Russia di Putin.

Lo scioglimento del Parlamento procrastinerebbe tutto, forse solo per qualche tempo, ma meglio di niente. La crisi è aperta, ma deve essere formalizzata. In assoluto, la procedura più corretta è che il Presidente del Consiglio dichiari in Parlamento le ragioni per le quali la sua (prima) esperienza è giunta a termine. Informare i parlamentari, i media, l’opinione pubblica e i cittadini significa rendere un buon servizio alla democrazia italiana. Tutti i passi successivi sono nelle mani, immagino molto preoccupate, del Presidente della Repubblica. Rinviare Conte al Parlamento per un voto formale. Tentare la costruzione di un Conte-bis ricordando a tutti i protagonisti il costo economico e di credibilità di una crisi adesso. Dare l’incarico a una personalità autorevole con il solo compito di condurre alle urne sovrintendo a elezioni turbolente, ma eque. L’alleanza giallo-verde è stata molto nociva per il paese. Il suo superamento sarà molto aspro e gravoso.

Pubblicato AGL il 9 luglio 2019

Una grande regione, una grande occasione #Emilia Romagna @rivistailmulino

Primum vincere deinde philosophari oppure primum philosophari deinde vincere? Se sia meglio dedicare tutte le proprie energie a conquistare una carica importante come quella di Presidente della Regione Emilia-Romagna e poi ragionare su cosa fare oppure se sia preferibile aprire un grande e approfondito dibattito sulla “filosofia” della politica, sui contenuti del riformismo, su che cosa debba e possa essere un partito del cambiamento nell’Italia sovranista? Già, perché il voto europeo del 26 maggio ha detto alto e forte, chiarissimo che in Italia i sovranisti (la Lega di Matteo Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ai quali si aggiungono alcuni esponente di sinistra e i loro cattivi maestri) costituiscono una ampia maggioranza e che l’alternativa è debole, scompaginata, confusa. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che fare della filosofia in prossimità di elezioni dall’esito incerto è una perdita di tempo che rischia di essere decisiva. E’ facile replicare che trovare sedi, organizzare dibattiti, produrre confronti, distribuire documenti sulla cultura e sulla Weltanschauung del partito politico riformista è un modo importante anche di e per fare campagna elettorale. Tutto questo fervere (potenziale) di iniziative sarebbe anche in grado di attrarre l’attenzione di chi giustamente sente la politica politicata, centrata su persone e cariche, malamente raccontata dai commentatori, lontana  e sgradevole (ha ragione!). Bisognerebbe ovviamente anche fare circolare in tempo reale e in maniera gradevole e brillante su twitter, Facebook, Instagram, con una vasta gamma di App, quello che viene variamente prodotto nelle modalità tradizionali. Conosco l’obiezione che sostiene che la cattiva comunicazione è la conseguenza quasi inevitabile di contenuti mediocri, brutti e cattivi,  male pensati, non in grado di riflettere le condizioni di vita e i mondi vitali dei cittadini né di guardare al futuro in maniera empatica e originale. So, però, che qualche volta è possibile fare ottima comunicazione anche senza avere contenuti altrettanto buoni e che la comunicazione è di per sé un fattore politico di grande rilevanza anche autonoma.

Chi vuole semplicemente vincere può anche andare oltre quello che sto suggerendo, con una scrollata di spalle, magari senza accusarmi di elitismo (accusa di sapore populista) e, soprattutto, contro proponendo. Meglio sarebbe se la controproposta fosse argomentata con una narrazione convincente che non si compiaccia degli esiti positivi del passato, ma neppure delle vittorie elettorali in diverse città emiliano-romagnole, e non si arresti lì. Il passato recentissimo della Regione Emilia-Romagna parla di un tracollo della partecipazione elettorale nel novembre del 2014, di qualche lacrima di coccodrillo (al maschile e al femminile) e successivamente di nessuna riflessione seria sul fenomeno. Non merita la definizione di riflessione quello che è un wishful thinking di Zingaretti e dei suoi collaboratori che il PD crescerà a livello nazionale riconquistando gli astenuti. Qui si che è appropriato richiamare l’espressione vaste programme di uno dei grandi statisti europei del XX secolo, il sovranista Charles de Gaulle.  Dai dirigenti poIitici e dai militanti, che ci sono ancora, del PD è lecito aspettarsi e pretendere di conoscere in che modo gli astensionisti saranno raggiunti, persuasi e (ri)portati nell’alveo di un partito che non ha neppure ancora iniziato una qualsiasi riflessione sulle ragioni del suo declino.

A quello che fu il glorioso e pluripremiato partito riformista, nascosto sotto le spoglie del PCI e timoroso di essere preso come esempio nazionale, si chiede di cominciare a delineare proprio un partito del futuro, non di lotta e di governo, ma di elaborazione culturale concernente un sistema politico e sociale (all’economia riescono a pensarci alla grande i molti efficienti imprenditori emiliano-romagnoli) che offra opportunità in ogni momento della vita dei suoi cittadini e che premi i meriti. La buona amministrazione che, con molti sindaci e sindache, il Presidente della Regione Stefano Bonaccini può vantare, rischia di non essere sufficiente per ottenere un secondo mandato. Per questo è mia convinzione che debba essere delineato un futuro che non è la semplice prosecuzione del presente. “Filosofiamo” allora su una sinistra composita e plurale che disegni alleanze non all’insegna della protezione di posizioni acquisite, ma di rappresentanza e governo di preferenze e interessi che si sono diversificati e che tali rimarranno nel futuro prevedibile, che non si nasconda dietro liste civiche, ma rivendichi la sua politicità, che sia disposta e in grado di praticare nel suo ambito la democrazia anche nel dare accesso in maniera trasparente agli interessi di una pluralità di interlocutori, fra i quali, ovviamente, le associazioni del più vario tipo, e in Emilia-Romagna ce ne sono tantissime, che riconosca le competenze non soltanto quando rendono un servizio e coincidono con le preferenze e i pregiudizi dei dirigenti politici, ma proprio quando li mettono in questione e li sfidano senza nessun timore reverenziale.

Questa è la filosofia politica di  chi crede che l’innovazione scaturisce dal conflitto fra idee e persone (sento il dovere di aggiungere “portatrici di idee”) e che in Emilia-Romagna tutto questo è possibile a patto che idee e conflitti non vengano spazzati sotto il tappeto del conformismo al quale, ahiloro, ahitutti, molti nel PD hanno fatto largo e esiziale ricorso. Chi vince dopo avere filosofato avrà anche avuto la possibilità di capire quali delle sue proposte hanno conquistato maggiore consenso, quali sono inadeguate, quali sono da buttare e quali da perfezionare. Tutte le altre strade sono molto corte e non conducono a Roma. L’occasione, grande, è adesso, qui.

Pubblicato il 30 maggio 2019 su rivistalmulino.it

Un’estate calda per il governo sovranista

A saperli leggere e contare i numeri, soprattutto quelli dei voti, contengono informazioni limpide e importanti. La Lega di Salvini è senza nessuna riserva la vera vincitrice delle elezioni europee. Salvini è riuscito a farla diventare il più votato partito in Italia e il secondo partito più votato in Europa, in competizione con i socialisti portoghesi, ma chiaramente distaccato dal partito dell’ungherese Orbàn. Ha vinto anche Giorgia Meloni. I suoi Fratelli d’Italia, coerentemente sovranisti e saldamente collocati a destra, riescono quasi a raddoppiare i loro voti e si candidano a far parte di un eventuale governo guidato dalla Lega. Contrariamente a quello che hanno detto e scritto troppi frettolosi commentatori, il Partito Democratico, il più europeista dei contendenti, non è in ripresa, ma in stallo. Ha ottenuto circa 100 mila voti in meno del 4 marzo 2018. Ha ancora moltissima strada da fare. Deve trovare più di un alleato per costruire un’alternativa sia all’attuale governo giallo-verde sia a un possibile, ma non ancora probabile, governo di destra. Ha bisogno di elaborare le proposte giuste per riconquistare i troppi elettori che hanno perso fiducia nella sua classe dirigente e nella sua capacità di rappresentarne preferenze, interessi, bisogni.

Sono soprattutto le Cinque Stelle ad avere perso alla grande, quasi dimezzandosi, a causa sia della loro ambiguità nei confronti dell’EU sia per quella che è oramai la conclamata debolezza della leadership di Di Maio. Il Movimento non è destinato a sparire in tempi brevi anche se l’insoddisfazione degli italiani sulla quale ha costruito le sue fortune elettorali si dirige già verso la Lega, partito di governo e di protesta. Ha perso anche l’ormai superato Berlusconi il cui blando anti-europeismo non poteva essere mobilitante e le cui tematiche, come la riduzione delle tasse, accompagnate da anacronistiche critiche ai comunisti, fanno oramai parte del bagaglio leghista visto che Salvini non ha esitazioni nell’additare il PD come suo nemico principale.

In attesa degli esiti, molto importanti anch’essi, delle elezioni amministrative (con il Piemonte già passato al centro-destra), Salvini festeggia in maniera pacata sapendo che le sue richieste dovranno trovare accoglimento: le nuove autonomie, la tassa piatta e, naturalmente, la designazione del nuovo Commissario italiano. Non ha nessun interesse alla crisi del governo e, come ho ripetutamente scritto, sa di avere una posizione di ricaduta: una nuova coalizione di destra che includa il definitivamente ridimensionato Berlusconi. L’estate sarà calda poiché la Commissione Europea non esiterà a sanzionare le politiche economiche italiane che sfondano il deficit concordato e che non riducono il debito. Per evitare la probabile procedura d’infrazione, non basteranno al sovranista Salvini i molti voti guadagnati, ma le sofferenze più grandi attanaglieranno le Cinque Stelle alla ricerca di un nuovo copione e, forse, anche di un nuovo capocomico.

Pubblicato AGL il 28 maggio 2019

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

Italia y la odisea de un gobierno insólito

La Unión Europea se agarra la cabeza frente a la inexperiencia e ineptitud del flamante gobierno de Giuseppe Conte. La inmigración y la zona euro, en jaque.

 

FOTO El flamante Premier italiano Giuseppe Conte, en los festejos por la “Festa della Repubblica”, en Roma, el 2 de junio pasado (ANSA/Giuseppe Lami).

No puede sorprender la dificultad de formar gobierno en Italia. Desde las elecciones del 4 de marzo no sólo no ha surgido ninguna mayoría parlamentaria sino que las tres alianzas numéricamente posibles demostraron rápidamente ser políticamente muy complicadas. El ex secretario del Partido Democrático declaró muy pronto que su partido, notoriamente derrotado, pasaría a la oposición.

Entonces, tanto una muy eventual coalición centroderecha-PD como una más viable alianza Movimiento Cinco Estrellas-PD se volvieron impracticables. Permanecieron siendo posibles una coalición entre Cinco Estrellas y toda la centroderecha, o sea la Liga de Salvini, Forza Italia de Berlusconi y Hermanos de Italia de Giorgia Meloni, y Cinco Estrellas más la Liga.

Dado que Luigi Di Maio, jefe político del Movimiento Cinco Estrellas, como él mismo se define, estableció desde el principio elveto a cualquier presencia de Berlusconi en un eventual gobierno, se mantuvo en pie de manera excluyente una alianza entre Cinco Estrellas y Salvini.

De hecho, ambos eran en cierto modo los ganadores de las elecciones: Cinco Estrellas, el partido más votado (32,2 por ciento); la Liga, el mayor partido de centroderecha (17,3 por ciento), incluso cuadruplicó sus votos de 2013 a 2018. Cinco Estrellas es el partido predominante en el sur y en las islas; la Liga, un partido muy fuerte en el norte, además con notable penetración en las regiones del centro.

El mayor obstáculo a la formación del gobierno derivaba muy comprensiblemente de las distancias programáticas. Cinco Estrellas quiere introducir el denominado ingreso ciudadano para todos los italianos desocupados o con recursos económicos limitados y no cabe duda de que la propuesta de ese ingreso ha sido un componente importante de su éxito electoral en el sur.

Por su parte, la Liga quiere reducir considerablemente los impuestos incorporando un flat tax con dos niveles, de 15 y 25 por ciento.

Probablemente inconstitucional, dado que la Constitución italiana dice que los gravámenes deben ser progresivos, este flat tax (impuesto de tasa única) ha sido, junto con la promesa de contener el flujo migratorio y garantizar la seguridad de los italianos, uno de los elementos más significativos del consenso de la Liga.

En el transcurso de las prolongadas negociaciones entre Cinco Estrellas y la Liga para acordar el llamado “Contrato de Programa”, que serviría de base para lo que Di Maio definió como Gobierno del Cambio, nunca adquirió particular relevancia Europa, es decir lo referente a permanecer en la Unión Europeay el euro.

Ciertamente, la Liga de Salvini es soberanista, pero nunca enfatizó esta característica suya, mientras que Cinco Estrellas pareció haber aceptado la participación italiana en todos los organismos internacionales y supranacionales, incluidas la OTAN y la Unión Europea. El giro decisivo pareció darse con la designación de un profesor de derecho privado de la Universidad de Firenze relativamente oscuro, Giuseppe Conte, de 54 años, como jefe del Gobierno.

En cierta medida, esta designación era una derrota para Di Maio, que tenía gran interés por ese cargo. Por su parte, Salvini no expresó nunca ninguna ambición específica. El obstáculo aparentemente infranqueable surgió cuando Cinco Estrellas y la Liga designaron a los ministros que, según la Constitución italiana, deben ser “nombrados” por el Presidente de la república, quien puede también rechazarlos.

No son pocos los casos notables en los que diversos presidentes han impuesto cambios y seguramente son muchos los casos en los que ha habido cambios que no se hicieron públicos.

Cuando el presidente designado Conte, como mero ejecutor o mensajero, le presentó la lista de ministros al presidente Mattarella, fue denegado el nombre del elegido para el crucial Ministerio de Economía, el profesor de economía de 81 años y ya ministro en el pasado Paolo Savona, cuyos escritos más recientes apoyan no solamente la posibilidad sino inclusive la conveniencia de la salida de Italia del euro.

A la derecha, Matteo Salvini, polémico ministro del Interior italiano; a su lado, Luigi di Maio, ministro de Trabajo e Industria (AFP/Alberto Pizzoli).

Haciendo uso de sus prerrogativas constitucionales, Mattarella, que ha desempeñado con gran inteligencia y autoridad su rol de garante e intérprete de la Constitución, le pidió a Conte (e indirectamente a Salvini y a Di Maio) que eligiera a otra personalidad para ese cargo.

Salvini se opuso sustancialmente y obligó a que Conte volviera a poner su encargo en manos de Mattarella. Consciente de lo improbable de que se formase un gobierno distinto del hipotético Cinco Estrellas más la Liga, el Presidente de la república anunció su intención de dar lugar a un gobierno que llevara a Italia a elecciones nuevas en un plazo breve.

Temeroso de perder votos, Di Maio reabrió las tratativas afirmando ante el Presidente de la república, pocos días antes criticado, al punto de pedirle el impeachment, su disponibilidad para formar el gobierno con la Liga.

Con la aceptación de Salvini y el desplazamiento de Savona a ministro de asuntos europeos nació un gobierno insólito, no solo para Italia, que ha visto de todo, sino también para Europa, que teme la inexperiencia, la incompetencia y la ineptitud de los nuevos gobernantes. La navegación no será tranquila y quizá ni siquiera larga.

Traducción: Román García Azcárate

* Gianfranco Pasquino​ es profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia

Publicado en Clarín el 5 de junio de 2018