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Con i partiti destrutturati il Presidente guardi all’Unione @DomaniGiornale

La formazione del governo Draghi è la più chiara smentita della tesi alquanto confusa relativa ad una crisi di sistema. Se il sistema è, come dovrebbe, la democrazia parlamentare, non solo ha tenuto, ma ha offerto per l’ennesima volta la prova che è in grado di risolvere le crisi di governo, anche quelle irresponsabilmente procurate dai leader dei partitini. Certo, se per sistema s’intende il sistema dei partiti, questo è da tempo in crisi. Sostanzialmente destrutturato, il sistema dei partiti barcolla e non è il luogo della soluzione dei problemi politici. Tuttavia, anche in un sistema vacillante possono prodursi fenomeni importanti che meritano di essere valutati con precisione. Il più importante dei fenomeni prodottisi ha influito in maniera molto significativa, quasi decisiva sulla formazione del governo Draghi.

   In seguito alla svolta europeista, il centro-destra si è profondamente diviso. Per quanto improvvisa, la svolta non è stata affatto improvvisata, ma preparata con calma e tenacia da Giancarlo Giorgetti, giustamente premiato con un ministero. Salvini ha dovuto convertirsi, a mio modo di vedere in maniera opportunistica più che per convinzione, forse anche avendo ricevuto il messaggio da parte dei ceti produttivi del Nord che in Europa bisogna stare, in Europa bisogna agire. Dunque, anche il sistema europeo ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere vivo e molto vitale. La lezione europea, spesso rifiutata da Berlusconi, era già penetrata nei ranghi di Forza Italia anche grazie alla sua appartenenza e frequentazione della famiglia dei popolari europei. Adamantina in larga misura per convinzione, ma anche per ruolo, da poco diventata Presidente del Gruppo che può a giusto titolo essere definito dei sovranisti, Giorgia Meloni si è deliberatamente collocata all’opposizione. Potrebbe anche riuscire a sfruttare quelle che ritengono siano definibili come “rendite di opposizione”, a scapito della Lega, ma, forse, anche di una parte dell’elettorato che è in allontanamento dal Movimento 5 Stelle. Quello che è sicuro è che le differenze di opinione nel centro-destra sono destinate a continuare.

Comprensibilmente, la situazione si presenta delicata sia per i Cinque Stelle nei loro rapporti con Berlusconi e il suo partito sia per il Partito Democratico che si trova al governo con la Lega. Affari loro, naturalmente, che, però, debbono essere tenuti in grande considerazione per evitare che si riflettano negativamente sull’azione del governo Draghi. Immagino che a Draghi sia stato comunicato che le coabitazioni promiscue contengono potenziali negativi per i procedimenti decisionali nel Consiglio dei Ministri e in Parlamento. Non sono soltanto le differenti idee intrattenute dai quattro inopinati alleati su quale Italia e quale Europa a dovere preoccupare. Sono soprattutto le ricette che hanno elaborato nel corso del tempo, a riprova non casuale che esistono ancora distanze fra la destra e la sinistra ovvero, se si preferisce, fra i conservatori e i progressisti.

Intravvedo due modalità possibili, peraltro non in grado di evitare che, di tanto in tanto, gli scontri si manifestino, ma per superarli in maniera efficace. Su quasi tutte le tematiche significative, a cominciare, comprensibilmente, da come assegnare e utilizzare gli ingenti fondi del Piano di Ripresa e di Rilancio, il Presidente del Consiglio Draghi dovrebbe “giocare” la carta europea. Sempre formulare soluzioni compatibili con una visione europeistica che lui è in grado di articolare meglio di altri, sempre richiamare tutti agli esempi europei, sempre argomentare con riferimento alle modalità sperimentate nei paesi europei. Il livello del confronto, in materia di giustizia come di scuola, di digitalizzazione come di infrastrutture, deve sempre essere ricondotto a quello che serve all’Italia per cambiare e crescere secondo le direttive europee. Sarà difficile. Richiederà un apprendimento accelerato per il capo del governo, ma, yes, Draghi can (o quantomeno dovrebbe tentare).

Pubblicato il 14 febbraio 2021 su Domani

Il “governo della provvidenza” priorità e tempi ancora oscuri @fattoquotidiano

Guardo le agenzie di stampa, seguo tutti (sic) i talk show, leggo i commenti di accalorati giornalisti e affermati studiosi e mi sorgono “spontanee” molte domande. Il governo Draghi che verrà dalle nuove consultazioni potremo finalmente annoverarlo fra quelli scelti dal popolo (che diventerebbe una nuova anomalia italiana: altrove non succede da nessuna parte)? Otterrà presto una legittimazione elettorale di qualche tipo? Almeno il prestigioso capo del governo otterrà quel mandato politico-elettorale che è sempre mancato al Prof. Giuseppe Conte? Oppure, tutta questa discussione va giustamente lasciata alla polemica politica/politicista del pretestuoso passato? La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”). Quella fiducia il governo Conte l’aveva formalmente avuta.

Ho qualche ricordo del passato dei molti governi italiani e delle valutazioni tanto dei politici quanto dei commentatori. Qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è sempre stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Tutti, compresa anche Giorgia Meloni, alla quale, sbagliando, si rimprovera l’autocollocamento all’opposizione, si riempiono la bocca con nobili definizioni: governo di unità nazionale, governo di larghe intese, governo di alto profilo, governo tecnico-politico. Manca soltanto il riferimento al governo della Provvidenza, che pure sarebbe il più appropriato poiché, da molte parti, all’incolpevole Draghi, sul cui volto immagino un leggero sorriso, è stata attribuita la caratterizzazione di uomo della Provvidenza. Non ho mai né pensato né scritto che nelle democrazie non si possano avere accordi fra governi e opposizioni. Non ho mai usato le parole inciucio e ammucchiata. Credo, però, che una riflessione sulle caratteristiche delle componenti di un governo Draghi e delle sue qualità sia più che opportuna, essenziale.

   Ho regolarmente criticato e ironizzato sulla sequenza di totale ipocrisia di coloro che ogniqualvolta è necessario trovare candidature a livello nazionale e locale (attualmente, per molte cariche, non “poltrone”, di sindaco) sentenziano: “prima i programmi poi i nomi”. Come se i nomi, di persone minimamente conosciute, non portassero con loro una biografia professionale e, talvolta, politica. Draghi è proprio uno di quei nomi che portano con sé una storia fatta di successi europei e, in parte, come Governatore della Banca d’Italia, anche nazionale. Ledo la maestà di qualcuno se, ricordati i suoi decisivi meriti nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, affermo che avrei ritenuto preferibile fin dall’inizio che tutti (o quasi) gli esponenti delle delegazioni partitiche consultati dicessero: “Draghi ottima scelta, ma aspettiamo di vedere quali sono i suoi punti programmatici”? I titoli li sappiamo tutti. Ci piacerebbe conoscere le priorità e la tempistica. L’improvvisa conversione di Matteo Salvini mi spinge a pensare che Draghi abbia detto o comunque fatto chiaramente capire che esiste una condizione preliminare discriminante per fare parte del suo governo: l’accettazione piena e convinta della presenza italiana nell’Unione Europea.    Infine, mi rimane una preoccupazione. Premessa, in Italia non è fallita la politica, sempre relativamente debole, ma sono falliti i politici irresponsabili che aprono crisi senza sapere risolverle. Adesso, qualcuno dice che tocca ad un governo tecnico/politico ovvero, interpreto, composto da persone con competenze e da uomini e donne di partito. Altri sostengono che è l’ora del governo dei migliori. Resto in scettica attesa dei requisiti che debbono possedere i migliore e dei criteri con i quali valutarli.

Pubblicato il 9 febbraio 2021 su Il Fatto Quotidiano

Quer pasticciaccio brutto sul MES

Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.

   Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.

Pubblicato AGL 4 dicembre 2020

Berlusconi, Salvini e Meloni, nessuna federazione

Il centro-destra è attraversato, non da oggi, da alcune contraddizioni difficili da sanare. Senza dimenticare che fu Salvini per primo a “lacerarlo”, andando al governo con il Movimento 5 Stelle, esistono due contraddizioni recenti, ma non meno significative. Entrambe sono evidenziate dalle prese di posizione di Berlusconi: l’accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette; e il sostegno ad alcune misure del governo Conte. Tanto Salvini quanto Meloni sono fermamente contrari a cedere su entrambi i punti.

Ripetendo frequentemente e insistentemente i principi ai quali si ispira l’azione politica di Forza Italia: liberali, cristiani, europeisti e garantisti, Berlusconi ricorda ai due alleati che senza di lui il centro-destra non esisterebbe in quanto tale e la destra non riuscirebbe/non riuscirà a vincere le elezioni. Meloni non replica poiché, nel frattempo, non solo ha trovato una salda collocazione europea (non europeista) come presidentessa dello schieramento dei Conservatori e Riformisti, ma anche perché è da molti mesi che i sondaggi la premiano rilevando che l’approvazione degli italiani per Fratelli d’Italia cresce fino quasi a lambire quella della Lega a sua volta in declino da quando perdette il suo ruolo di governo.

In affanno e privo di temi sui quali svolgere quell’azione aggressiva da lui tenuta nei confronti degli immigrati, fra i vari tentativi con i quali Salvini cerca un rilancio il più recente è costituito dalla proposta di una Federazione del centro-destra. Poi ha precisato che, almeno in questa fase, si tratterrebbe di mettere insieme i tre gruppi parlamentari per parlare più alto e forte con una sola voce. La proposta di Salvini non ha avuto risposta positiva né da Berlusconi né da Meloni. Entrambi sanno che Salvini ne rivendicherebbe la leadership che Berlusconi non vuole riconoscergli e che Meloni intende sfidare con i numeri delle prossime elezioni.

Per parlare con una sola voce, da un lato, sarebbe sufficiente un coordinamento in parlamento, dall’altro, però, bisognerebbe formulare una linea politica totalmente condivisa, operazione, al momento, impossibile. Quelli che interpretano la proposta di “federazione” in maniera più estensiva quasi come premessa ad un partito unitario se non unico del centro-destra dovrebbero ricordarsi che l’esperienza del Popolo della Libertà durò relativamente poco e finì piuttosto male, prima con la disgregazione politica, poi con la sconfitta elettorale. Se poi alle prossime elezioni si voterà con una legge proporzionale, allora è preferibile per ciascuno andare separati a chiedere i voti degli italiani piuttosto che perdere gli elettori che, non sarebbero pochi, non gradiscono un partito unico.

 Insomma, la proposta della Federazione da parte di Salvini è con ogni probabilità un altro segnale delle sue difficoltà. Non riesce a riprendersi la scena con proposte politiche e allora butta il pallone in avanti dove, però, non c’è praticamente nessuno. Provaci ancora Sal!

Pubblicato AGL il 25 novembre 2020

“Ma quale nuovo Patto del Nazareno. Avrebbe il sapore della farsa” #intervista @Affaritaliani

Il politologo Gianfranco Pasquino, intervistato da Affari, spiega le mosse di Berlusconi, ma anche del Pd. “La federazione proposta dalla Lega? Non ha senso”

Intervista raccolta da Paola Alagia

La mano tesa di Silvio Berlusconi per il voto sullo scostamento di bilancio, l’apertura al dialogo dell’esecutivo con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dello stesso Partito democratico che, per bocca del suo vicesegretario Andrea Orlando, si è detto possibilista su un confronto, ma solo con Forza Italia. E ancora il leader di Italia viva Matteo Renzi che nelle scorse ore ha gettato un sasso nello stagno azzurro, sostenendo che sarebbe positivo se Berlusconi si staccasse da Meloni e Salvini. Nonostante le rassicurazioni incrociate in merito al rispetto dei ruoli e, quindi, degli attuali equilibri di governo, le sirene sono risuonate talmente forte da spingere la Lega di Salvini a sparigliare le carte, proponendo addirittura una federazione dei gruppi di centrodestra tra Camera e Senato. Insomma, per certi versi, come in un déjà vu, sembra si respiri aria da nuovo patto del Nazareno. Affaritaliani.it lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica.

Professore, che ne pensa?
Penso che il Nazareno si fosse già lamentato in occasione del Nazareno uno e avesse chiesto di non essere chiamato in causa. Meno che mai vorrebbe, quindi, il Nazareno due. Sostiene infatti che è passato molto tempo e che la seconda volta si presenterebbe come una farsa e quindi dice no. E, comunque, battute a parte, per fare un Nazareno vero bisognerebbe che i due contraenti fossero al livello elettorale dell’altra volta.

E, invece, le condizioni non ci sono, visto l’attuale peso specifico di Berlusconi?
In realtàmi pare che pure il secondo contraente, se dovesse essere Zingaretti, sarebbe molto riluttante.

Dopo l’ultimo appello di Mattarella, però, qualcosa si sta muovendo, non le pare?
Innanzitutto, bisogna fare chiarezza: Mattarella ha richiamato solo alla responsabilità, non ha mai detto ai partiti di mettersi insieme. Poi che questo appello sia stato sfruttato da Berlusconi è un’altra storia.

Raccontiamola.
E’ molto semplice: Berlusconi si sente un po’ schiacciato da Matteo Salvini, che è forte, e da Giorgia Meloni, che sta crescendo. Cerca, dunque, uno spazio di visibilità e anche di influenza politica, tentando un accordo col governo su questioni che poi riguardano anche le sue aziende. Mediaset, per l’esattezza.

E’ vero pure, però, che qualche sponda nella maggioranza la trova, a cominciare dal numero due del Pd Andrea Orlando. 
Il Pd sta cercando da un lato di fare valere il fatto che ci sarebbe qualcun altro disposto ad appoggiare il governo e, particolare non da poco, per di più anche favorevole al Mes. In secondo luogo, Orlando pensa di riuscire a dividere le opposizioni, separando quel che resta di FI da Salvini e Meloni, in modo da rendere meno rischiosa la sfida del centrodestra. E poi c’è un altro aspetto non proprio secondario.

Quale?
Il fatto che al Senato i voti sono un po’ ballerini. Il governo ha una maggioranza risicatissima e, quindi, se si aggiungessero i voti di FI sarebbe tanto di guadagnato.

Ed è in questo quadro, a fare da contraltare, che  si innesta la proposta federativa della Lega. Che ne pensa?
La mossa di Salvini non ha nessun senso. Serve solo per guadagnare più visibilità. Con la legge elettorale proporzionale, come sarà probabilmente il nuovo sistema di voto, una federazione non ha ragion d’essere perché i tre partiti andrebbero alle urne separati. La verità è che il leader della Lega crede di avere la capacità di individuare prospettive future, ma non è più così, e cerca di rimanere al di sopra della Meloni che con le sue posizioni ferme sta piano piano arrivando alle percentuali di Salvini.

Insomma, è tutto un girare a vuoto? Che immagine ci restituisce il quadro politico attuale?
Siamo in una situazione di sospensione perché nel frattempo quasi tutti si sono resi conto che questa seconda ondata è stata molto pesante, hanno qualche preoccupazione per le posizioni di Orban e Morawiecki, che difficilmente rinunceranno al veto. Le uniche certezze al momento sono che il governo è al sicuro – nessuno, infatti, cambia esecutivo quando c’è una situazione così catastrofica come quella che stiamo vivendo – e che il premier Conte è persino ritornato un po’ su nei sondaggi. Mentre il Pd per lo più traccheggia, anche il M5s ha superato, sembra senza troppi inconvenienti, gli Stati generali e si avvia ad arrivare almeno fino a gennaio. Insomma, in questa fase tocca solo farsi vedere e trovare un tema per conquistare le pagine dei giornali.

In quest’ottica c’è da temere per il voto sul nuovo scostamento di bilancio?
Certamente lo voteranno, non si è mai visto un voto contrario su uno scostamento di bilancio così essenziale. Le opposizioni non creeranno nessun problema.  

Non vede dunque pericoli all’orizzonte.
Non ci sono grosse minacce. La proposta insensata della Federazione, per esempio, cosa vuole che sposti? L’unica cosa che si muove un po’ è appunto la disponibilità al dialogo di Berlusconi.

Ma solo se decidesse di spezzare l’asse con Salvini e Meloni. E’ così?
Berlusconi non deve decidere di staccarsi, deve solo far pensare che può farlo. Poi non lo farà perché senza di lui il centrodestra non vince e lui senza il centrodestra non vince.

Né più e né meno di un gioco delle parti, insomma.
Io parlerei più di un gioco dei partitini…

Pubblicato il 23 novembre 2020 su affaritaliani.it

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020

Partiti, movimenti, riforme istituzionali. Diagnosi, in prospettiva comparata, sullo stato di salute della democrazia italiana, delle sue istituzioni e delle forze che ne costituiscono l’ossatura imprescindibile #intervista @Policlic_it

Intervista raccolta da Riccardo Perrone per
“Policlic l’informazione a portata di clic” n 5

Nel pieno di un periodo drammatico, segnato dall’esplosione globale della pandemia di COVID-19, si è svolto in Italia un importante referendum confermativo, inerente alla riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, che ha sancito la vittoria dei Sì con il 69,6%. Delle conseguenze di questo responso e di molto altro – dall’evoluzione di partiti e movimenti alle riforme istituzionali, con riferimenti all’attualità politica – abbiamo avuto il piacere di parlare con Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, autore di numerosi e importanti volumi, l’ultimo dei quali – Minima politica. Sei lezioni di democrazia (Utet, 2020) – è da poco nelle librerie

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita e alla proliferazione di una serie di movimenti collettivi, che rappresentano un importante strumento di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: si pensi ad esempio ai movimenti femministi, ambientalisti, o a quelli più recenti quali il movimento “Black Lives Matter” negli Stati Uniti e quello delle “Sardine” in Italia. La nascita e il successo di questi movimenti sono determinati esclusivamente da una spontanea iniziativa di cittadini che si uniscono per perorare una determinata causa, o sono invece dovuti anche all’azione “dall’alto” da parte di qualcuno che dà origine ai movimenti, conferendo loro organizzazione e visibilità?

Ci sono due interpretazioni che considero importanti per analizzare come nascono i movimenti. Da un lato c’è l’interpretazione classica weberiana, secondo cui i movimenti sono in qualche modo il prodotto di insoddisfazioni diffuse, alle quali dà inizio un imprenditore politico, che trasforma questa “effervescenza” – termine utilizzato da Max Weber – in qualcosa di più concreto, in un movimento. Sono persone che si mettono insieme per un qualche scopo. Poi lo scopo può essere preciso, o può essere invece abbastanza vago, e quindi naturalmente può attrarre diverse persone a seconda della chiarezza dello scopo. Questa interpretazione mi pare adeguata. Naturalmente, Weber procede sostenendo che il movimento deve riuscire poi a istituzionalizzarsi, altrimenti o consegue lo scopo e finisce lì, oppure non consegue lo scopo e i suoi componenti si disperdono.

L’altra interpretazione è quella di Alain Touraine, grande sociologo francese, secondo cui in tutte le società vive nascono movimenti. Se una società è viva e vivace, produrrà dei movimenti. Ci sono persone che si incontrano, sulla base di identità, interessi, ideali comuni, e che danno vita a un movimento che può essere più o meno grande. Nel caso di “Black Lives Matter” ci sono alcuni elementi che sono certamente weberiani, nel senso che c’è un’insoddisfazione abbastanza diffusa. È difficile trovare un leader in questo caso, perché l’America è un Paese geograficamente vasto e perché i grandi leader di colore in questo momento non ci sono. Questi sono movimenti che nascono qualche volta all’interno di situazioni specifiche e che vengono rappresentati, per esempio, attraverso la televisione. Non c’è in questo momento un vero e proprio leader del movimento, che è frammentato, cioè si trova in più zone a seconda dei casi, dei contesti, delle sfide.

Con riferimento alla situazione italiana, possiamo osservare come negli ultimi venticinque, trent’anni si sia verificato un sostanziale cambiamento delle caratteristiche e del ruolo dei partiti. Un tempo erano strumenti e organizzatori della vita sociale dei propri iscritti, attualmente invece sono percepiti come “insegne elettorali” o poco più, che contemplano in misura notevolmente minore la partecipazione di iscritti e simpatizzanti alle loro attività. Quali sono a suo parere le cause di questi mutamenti?

I partiti italiani sono declinati in maniera visibile a partire dal 1992-94, ma la loro crisi era iniziata già prima, quando non si erano in nessun modo rinnovati, quando non avevano capito fino in fondo che cosa significasse, non solo per il mondo occidentale, ma soprattutto per l’Italia, la caduta del muro di Berlino. E da allora, soprattutto dopo l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, buona parte dei partiti è entrata in una dimensione di crisi, di difficoltà che non era soltanto organizzativa, ma anche e soprattutto culturale. Oserei dire che è scomparsa la cultura politica di ciascuno di quei partiti, e la maggior parte di essi si è trasformata in partiti personali – cioè sono quello che il leader, popolare nella fase di conquista, è o vuole essere. E oggi ci troviamo di fronte a uno schieramento partitico in cui c’è un unico componente che si chiama partito, il Partito Democratico, mentre tutti gli altri hanno deciso di prendere altri nomi perché l’elettorato non gradisce più i partiti. Questo è il punto fondamentale: nessuno gli ha spiegato a cosa serve un partito, che tipo di compiti svolge, che è indispensabile per la democrazia, perché raggruppa opinioni che si fanno anche politiche pubbliche.

Per di più non c’è più nessuna cultura politica. Adesso vediamo qualcosa che sta maturando, ma è difficile dire che sia già una cultura politica, in particolare sulla destra dello schieramento. Da un lato c’è Salvini, che peraltro ha abbandonato l’idea del federalismo e della indipendenza della Padania, e quindi ha ridotto la sua cultura politica semplicemente ad atteggiamenti anti-europei, anti-migranti – Salvini è contro qualcosa, non è chiaro a favore di cosa sia. Dall’altro c’è un atteggiamento sotterraneo, in Salvini e forse un po’ di più in Giorgia Meloni, che definiamo “sovranismo”; ma che il sovranismo rappresenti una vera e propria cultura politica, è difficile dirlo. Io direi che è improbabile che lo sia in questa fase: deve probabilmente essere meglio declinato, e non vedo nemmeno il teorico del sovranismo.

Vedo anche determinate frange di sovranismo nelle file della sinistra che sta al di fuori del PD. Il PD è coerentemente europeista, e quindi potrebbe vantare quella cultura, se qualcuno la elaborasse. Invece al momento è soltanto un atteggiamento, o meglio una sensibilità. Il PD ha sensibilità europeiste, e questo va benissimo. Che abbia una cultura politica complessiva è difficile dirlo. Quando nacque nel 2007, sostenne che era “il meglio delle culture politiche” e che avrebbe messo insieme ambientalismo, riformismo, cattolicesimo democratico e così via, dimenticandosi ad esempio del socialismo che in questo Paese ha rappresentato una storia di riformisti veri, e non è riuscito a dar vita a una cultura politica. Di volta in volta è “il partito di”: è stato forse il partito di Veltroni, è stato forse un po’ di più il partito di Renzi, fa fatica a diventare il partito di Zingaretti perché quest’ultimo non ha la capacità comunicativa che avevano sia Veltroni sia Renzi.

Questa è la situazione italiana, nella quale i partiti cambiano poco a seconda del tipo di leadership che hanno, ma non riescono in realtà a strutturarsi: sono spesso evanescenti, salgono e scendono dal punto di vista elettorale, vanno al governo o perdono ruoli di governo, ma non lasciano traccia. Siamo in una situazione, come direbbe Bauman, sostanzialmente liquida, e questo naturalmente non è un bene, perché i partiti nascono con la democrazia, e possiamo dire che la democrazia nasce con i partiti, si regge sui partiti; e se i partiti sono deboli, la qualità della democrazia è naturalmente abbastanza bassa.

Per quanto si è appena detto, mi sembra evidente che gli attuali partiti italiani non possano essere definiti “partiti di massa”. Come possiamo definirli, “partiti di quadri”, “partiti pigliatutti”? O invece è necessario teorizzare una nuova categoria ad hoc?

Questi sono partiti personali, che si reggono soprattutto sulle qualità, sulle caratteristiche – perché qualche volta non sono vere e proprie qualità – dei leader, e quindi si spostano a seconda del modo con il quale il leader si sposta, a seconda del successo che ha. E i partiti personali sono inevitabilmente legati alla persona del leader, e quindi possono diventare sufficientemente forti, sempre dal punto di vista elettorale, ma anche perdere consenso in maniera molto rapida. Questa è la situazione di fondo. Non c’è più nessun legame con il passato, con quelle categorie che lei giustamente evocava, perché quelle categorie sono finite. Certamente nessuna delle organizzazioni esistenti oggi in Italia può essere definita di massa. Se c’è un’organizzazione ancora di massa, forse è il sindacato CGIL, e tutte le altre sono organizzazioni al massimo di quadri, peraltro non particolarmente preparati, oserei dire. In qualche caso più che politici direi burocratici; questo è il caso anche della CGIL.

Secondo la fondamentale teoria dei cleavages, elaborata a metà degli anni Sessanta da Rokkan, i partiti politici riflettono “fratture sociali” ben definite. Possiamo considerare tuttora valida questa teoria? Quali sono le divisioni, i conflitti all’interno della società di oggi, che i partiti provvedono a rappresentare e in qualche modo a istituzionalizzare?

Rokkan raccontava una storia europea, che secondo me va bene fino ad un certo punto. Infatti si riferiva all’Europa occidentale: non poteva raccontare quella storia per l’Europa orientale e naturalmente non poteva raccontarla per i Paesi anglosassoni al di fuori del continente europeo – ma in realtà neanche per la Gran Bretagna. Quindi una teoria che era affascinante, ma da parecchi punti di vista limitata geograficamente.

Quello che è successo è che la maggior parte di quei cleavages sono fondamentalmente scomparsi. Oggi non parliamo più, ad esempio, del cleavage città-campagna: semmai il cleavage è nella città, tra i centri cittadini e le periferie; questo possiamo dirlo anche per gli Stati Uniti, ad esempio. Oggi è difficile dire che ci sia un cleavage che riguarda la religione nei Paesi occidentali, perché la religione è diventata molto meno influente dal punto di vista politico. Ci sono ancora partiti che hanno un aggancio alla religione, per esempio i partiti democristiani, che fondamentalmente sono gli ultimi rimasti. Non sono partiti marginali, sia chiaro – si veda su tutti il caso tedesco – però per il resto il cleavage tra i laici e i religiosi in Italia è sostanzialmente inesistente, nonostante i ripetuti richiami alla necessità di un partito cattolico.

Per quanto riguarda i cleavages attuali, a Rokkan contrapporrei Altiero Spinelli, il quale ha sostenuto nel “manifesto di Ventotene” che a un certo punto non ci sarebbe stata più una distinzione classica tra destra e sinistra, ma la vera distinzione sarebbe stata tra i sostenitori di un’Europa politica unificata e federale e coloro che invece sono contrari. Quindi potremmo dire che il cleavage che sta sorgendo, e che potrebbe caratterizzare alcune competizioni politiche, è quello tra i sovranisti, che vogliono mantenere il potere all’interno della propria nazione, e gli europeisti, che sono invece disposti a condividere la sovranità a livello europeo. Questo è quello che mi pare in corso, e mi pare più importante rispetto alla categoria di “populismo”. Marine Le Pen non è una populista, ma è certamente una sovranista.

Anche Orban secondo me è molto meno populista di quel che si dice, ed è invece un sovranista, e così via. Potremmo andare alla ricerca di questo in molti contesti: in Svezia c’è un partito, chiamato “Democratici Svedesi”, che è sicuramente un partito sovranista; in Finlandia, credo si chiamino “Veri Finlandesi”. Credo si possa dire che non ci sono più i cleavages tradizionali, e anche quello economico tra i lavoratori e i proprietari dei mezzi di produzione mi pare molto ridotto nel suo impatto. Oggi dobbiamo preoccuparci più dei finanzieri e dell’accentramento di risorse nelle loro mani.

Quali sono i principali fattori che hanno determinato negli ultimi anni l’ascesa del Movimento 5 Stelle? Quali elementi di novità ha apportato al sistema politico italiano?

In un sistema politico nel quale l’elettorato era già privo di convinzioni molto forti, i 5 Stelle portano un attacco deciso al sistema in quanto tale, alle élites, e da questo punto di vista contenevano ovviamente un corposo grumo di populismo. I 5 Stelle hanno inoltre sfruttato e strumentalizzato l’insoddisfazione nei confronti della politica, che c’è sempre stata in Italia, ma che era ben visibile alla fine degli anni Duemila e agli inizi dello scorso decennio. Naturalmente hanno usato con successo, come abbiamo visto, la loro critica al Parlamento. Tutto questo nasce dalla famosa battuta di Grillo: “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”, e porta a tutto quello che ne consegue, dal limite dei mandati all’imposizione di un vincolo di mandato. Usavano dunque tutti gli elementi di anti-parlamentarismo, anch’essi molto diffusi nel contesto italiano. Quindi l’insoddisfazione secondo me è il cardine di questo tipo di propaganda, non la proposta di soluzioni, che sono state tutte semplicistiche e, tranne pochi casi, assolutamente inattuabili. Su molti elementi, infatti, i 5 Stelle al governo hanno poi cambiato posizione.

Quest’insoddisfazione è destinata a rimanere. Trovo curiosi i commentatori secondo cui ci sarà una scomparsa del Movimento 5 stelle: non ci sarà una scomparsa, e in realtà non ci sarà neanche una scissione, perché sia Di Maio che Di Battista condividono l’insoddisfazione nei confronti di quelli che i commentatori considerano i due poli, e c’è un’insoddisfazione politica nei confronti del funzionamento del sistema. E allora qui l’elemento paradossale è che Conte – a cui mi riferisco come persona e come capo del governo – riesce a far funzionare il sistema, ma nella misura in cui il sistema funziona, si riduce l’insoddisfazione e quindi si riduce il numero di persone che vanno a votare per il M5S. Il paradosso è che perde voti perché ha successo a livello nazionale, come partito di maggioranza relativa, e ha successo il loro candidato, colui da loro prescelto per guidare il Governo. Però l’insoddisfazione continuerà a rimanere, non più al 33%, che è quello che hanno ottenuto nelle elezioni del marzo 2018, ma intorno al 15-16%, che è quello che i sondaggi danno loro fino a questo momento. Se poi ci fossero altri motivi di crisi, allora forse potrebbe crescere la percentuale di elettori, perché crescerebbe l’insoddisfazione.

Il Movimento, trovatosi alla prova del governo, sta tenendo fede ai propri valori [il termine sia inteso nella sua accezione neutra, NdR] e propositi delle origini?

Non lo so. Non lo so perché faccio fatica a vedere i valori delle origini. Qualcuno dovrebbe riprendersi le 5 Stelle e dirci che cos’erano esattamente, perché non me lo ricordo più. Ma per esempio sull’ambiente – se il Governo finalmente farà un piano ambientale per l’Italia, anche per avere i fondi europei – lì terranno fede alla loro impostazione. Hanno anche tenuto fede a cose che ritengo abbastanza marginali, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari o l’abolizione dei vitalizi – cioè alcune cose che riguardano sì la politica, ma in un certo senso anche la “pancia” dei cittadini italiani. E io non sono mai dell’idea di alimentare la pancia: bisogna alimentare il cervello, qualche volta anche il cuore, la passione, ma non la pancia; è meglio stare a dieta, magri, agili, capaci di cambiare idea, capaci di imparare.

Ciò detto, al governo hanno fatto delle cose che hanno certamente soddisfatto i loro elettori, e altre che non hanno avuto lo stesso effetto. Su alcune cose in realtà si impuntano perché non hanno abbastanza conoscenze: ad esempio sul MES per le spese sanitarie dirette e indirette insistono a dire “No”, e sbagliano sicuramente. Hanno anche cambiato atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, e questo è stato molto positivo. Però non si può dire se abbiano tradito i valori delle origini. Se i valori delle origini consistevano nello scaraventare il sistema nell’abisso, erano valori da non condividere, e soprattutto impossibili da attuare. Per il resto un po’ di cambiamenti li hanno anche introdotti: credo che facciano bene, ad esempio, a rivendicare il reddito di cittadinanza, anche se si poteva tradurre molto meglio in maniera concreta, e probabilmente verrà riveduto. Ci sono alcuni passaggi sui quali possono dire di aver fatto delle cose importanti, altri sui quali possono semplicemente dire: “Questo era impossibile, ce ne siamo resi conto, adesso cambiamo in buona misura quello che avevamo promesso”.

Non molto tempo fa, ho avuto occasione di leggere sul “Corriere della Sera” un interessante editoriale di Paolo Mieli, secondo cui la possibile alleanza strutturale tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle può rappresentare in prospettiva una riedizione del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Nonostante ci siano molte differenze, soprattutto di carattere storico e internazionale, coglie delle analogie tra i due tentativi di avvicinamento?

No, non ne colgo proprio nessuna. Come diceva lei, ci sono delle differenze straordinarie nel quadro internazionale, tra allora e oggi. Non vedo il PD come un vero successore del PCI, è un’altra cosa, molto più disorganizzata. E non credo che i 5 Stelle possano essere definiti come democristiani; sono anzi molto distanti da quel tipo di cultura e da quel tipo di insieme di classe politica che, le ricordo, era comunque una classe politica molto preparata, che arrivava in Parlamento dopo aver fatto un cursus honorum, aver ottenuto cariche, governato a livello locale e così via. No, mi pare un’analogia sbagliata, e soprattutto credo che siamo in un sistema partitico molto diverso. Allora il PCI era tecnicamente un partito anti-sistema che cercava una sua legittimazione attraverso il compromesso storico, mentre il M5S è stato in parte anche anti-sistema, ma non ha bisogno di legittimazione. E quindi siamo in una situazione di una democrazia parlamentare nella quale i partiti fanno alleanze; il M5S ha fatto un’alleanza di un anno con la Lega, dopodiché ha trovato un altro interlocutore e ha fatto un’altra alleanza. Per cui non vedo nulla di organico: in una democrazia parlamentare non ci sono cose organiche, strutturate, che rimangono lì per sempre. Più che al compromesso storico, dovremmo invece guardare per esempio alla Germania, dove i democristiani hanno fatto un’alleanza molto duratura con i liberali, poi questi ultimi si sono alleati con i socialdemocratici, che a loro volta si sono in seguito alleati con i verdi. Quindi le alleanze si fanno in Parlamento, non c’è nulla di organico, tutto è legato a programmi, a persone, a momenti storici, e naturalmente ai voti. Per andare al governo bisogna avere voti e seggi, e questo rende alcuni partiti potenzialmente di governo, mentre altri non ce la faranno mai.

Il recente referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha decretato la vittoria del Sì. Nella conseguente situazione che si è venuta a creare, quali sarebbero le principali riforme istituzionali da attuare?

È un discorso molto ampio e complesso, che non posso fare in questa sede. Però la premessa è: ci sono alcuni che sostengono che bisogna ritoccare la Costituzione, e altri che sostengono il contrario, perché non c’è una necessità vera in questo senso, e perché i riformatori sono inadeguati e farebbero solo pasticci. Questi ultimi esprimono una posizione alla quale sono sufficientemente vicino. Dopodiché si può fare riferimento a un passaggio che è stato suggerito, cioè accettare la riduzione del numero dei parlamentari in quanto si è in tal modo aperta una breccia nella Costituzione, attraverso la quale passeranno altre riforme. Se qualcuno crede a questo, deve poi naturalmente mettere mano ai guai che ha combinato con la riduzione del numero dei parlamentari. Alcuni dicono che a questi guai si può porre rimedio, ad esempio con la riforma dei regolamenti parlamentari. Mi pare abbastanza ovvio, però non sono convinto che non si potesse fare la riforma dei regolamenti parlamentari anche prima del referendum e della conseguente riduzione dei parlamentari. Se il Senato e la Camera non funzionano bene per colpa dei loro regolamenti, potevano essere riformati a prescindere dalla riduzione del numero dei parlamentari.

Qualcun altro dice che è venuto il momento di intervenire finalmente sul bicameralismo paritario, simmetrico ed indifferenziato; poi sento invece che ci sarà la riduzione dell’età dei votanti che eleggono i senatori, e quindi sostanzialmente l’elettorato sarà lo stesso, e quindi ciò non differenzia un bel niente. Non ho ancora capito se differenzieranno qualche funzione, qualche compito. Ma non vedo la proposta. Sento dire che finalmente la fiducia verrà data da Camera e Senato in una seduta congiunta, per evitare che il Presidente del Consiglio parli prima in un’aula, mandando lo stesso testo nell’altra, con due dibattiti diversi, ma mi pare una “riformetta” da niente. O il bicameralismo lo si prende sul serio, e allora serve per avere una doppia lettura dei disegni di legge, oppure non lo si prende sul serio, e allora si dovrebbe decidere di passare al monocameralismo.

Infine, si apre quella che in latino è detta vexata quaestio, ossia il tema della legge elettorale. La legge elettorale Rosato è pessima, punto. Deve essere riformata a prescindere da qualsiasi altro pasticcio sia successo nel sistema politico italiano. Abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, e quindi bisogna modificare la legge elettorale: certo, bisogna cambiare quella legge elettorale, ma qui poi si apre naturalmente il discorso di quali principi, criteri e obiettivi dovrebbero essere alla base di tale riforma, e quello che sento circolare è di nuovo una “riformetta”. Si vuole passare a un sistema elettorale proporzionale che non viene neanche definito bene; qualcuno si esercita nell’utilizzo di termini latini o presunti tali – germanicum, tedeschellum, adesso addirittura brescellum perché il presidente della Commissione Affari costituzionali si chiama Giuseppe Brescia.

In tutto questo c’è il fatto che in realtà i riformatori non vogliono darci una legge elettorale decente, e quindi vanno alla ricerca di questi piccoli meccanismi che favoriranno alcuni e sfavoriranno altri. Ma non sanno bene cosa sia la proporzionale, perché fra l’altro ci sono diverse varianti di sistemi elettorali proporzionali; e ricordo a tutti che quella che abbiamo usato in Italia dalle elezioni del 1946 a quelle del 1992, peraltro modificata con l’introduzione della preferenza unica, non era una brutta legge elettorale proporzionale, anzi era una delle migliori dal punto di vista della rappresentanza. Nessuno prende più in considerazione il maggioritario a doppio turno francese, in collegi uninominali, che invece è un’ottima legge elettorale. E quindi rimango qui contento, perché tutto questo mi consente di criticare, di scrivere articoli, ma come cittadino mi sento esasperato. Datemi una legge elettorale attraverso la quale il mio voto conti qualcosa.

Per quanto riguarda il rapporto tra sistema dei partiti e legge elettorale, ritiene che sia la legge elettorale a dover cambiare ogniqualvolta di registri un mutamento del sistema dei partiti, o viceversa deve essere quest’ultimo a doversi strutturare sulla base di una legge elettorale che resti il più possibile invariata?

Giovanni Sartori diceva che chi conosce un solo sistema politico, non conosce in realtà neppure quello, perché non può dire cosa è eccezionale e cosa è normale, se non è in grado di fare delle comparazioni adeguate. Andiamo allora a vedere quali sono gli altri sistemi politici, quelli di lunga durata, le democrazie che chiamerò ininterrotte. Le democrazie ininterrotte in Europa occidentale usano lo stesso sistema elettorale da quando hanno cominciato a votare: la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, usano sistemi elettorali proporzionali da quando hanno cominciato a votare, cioè tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Anche su questo Rokkan ha scritto delle cose memorabili, perché conosceva benissimo la Scandinavia, e conosceva anche la lingua di quei Paesi, dunque era in grado di scoprire molte cose rilevanti per il sistema elettorale e per quello che lui chiamava molto semplicemente “traduzione di voti in seggi”; e poi le varie clausole, dalla D’Hondt alla Hare alla Sainte Laguë e così via, anche qui c’è una varietà notevole.

Ma nella sostanza quei Paesi hanno iniziato a votare con una legge elettorale proporzionale, e continuano ad averla. Qualche volta hanno fatto dei piccoli ritocchi, per esempio alla clausola di esclusione, che in Svezia è del 4%, però non molto di più. La Gran Bretagna ha sempre utilizzato il suo sistema elettorale maggioritario a turno unico, in collegi uninominali. E questo serve naturalmente a dare certezze, sia ai partiti e ai candidati, sia agli elettori. Non richiede lo sforzo di imparare in continuazione come maneggiare un nuovo sistema elettorale che viene dato loro. Dopodiché sappiamo che la proporzionale è sostanzialmente debole dal punto di vista degli effetti che ha; può essere naturalmente rafforzata, non sappiamo però che tipo di impatto abbia sulla struttura dei partiti.

Di impatto notevole è sicuramente il sistema maggioritario inglese a turno unico; impone però l’organizzazione dei partiti? Credo sia sostanzialmente difficile dirlo, ma lo dirò nel seguente modo: i partiti si organizzano sulla base del collegio, è lì che devono essere forti, è lì che devono saper scegliere bene il candidato, è lì che devono saper convincere gli elettori. Diventano quindi dei forti constituency parties. Nel caso inglese i partiti sono relativamente forti perché i constituency parties trovano poi il modo di agganciarsi gli uni agli altri – questo non da adesso naturalmente, ormai è da almeno un secolo che lo fanno.

Nel caso italiano non so cosa succederebbe. Ma se mi si chiede che cosa preferisco, dico che preferisco i partiti organizzati su base locale, perché lì sono in grado di avere un rapporto vero con il loro elettorato. Non riesco a rispondere in maniera molto precisa, perché dovrei analizzare caso per caso. Sappiamo peraltro che i partiti nel resto dell’Europa sono prevalentemente migliori e più forti di quelli italiani: la Francia si è distrutta come sistema partitico, e infatti lì c’è un partito personale, quello di Macron; la Spagna è durata abbastanza a lungo, ma nel frattempo oggi è in una fase di transizione; restando in Europa meridionale, i partiti portoghesi hanno tenuto piuttosto bene, mentre nel caso greco c’è stato un collasso del sistema partitico, ed è ancora evidente il prodotto di quel collasso.

Come spiega il declino o comunque la flessione elettorale che i partiti socialisti hanno conosciuto negli ultimi anni?

Questa è una domanda tremenda. Il problema è molto grave. Non è del tutto corretto parlare di declino. Per fare degli esempi, il partito dei lavoratori svedese continua a essere partito di governo; il partito socialista è al governo in Finlandia, in una coalizione di cinque partiti; il partito laburista norvegese è spesso al governo, così come il partito socialdemocratico danese. Le ricordo che i socialdemocratici tedeschi, pur declinati in maniera considerevole, sono oggi un partito di governo, nella grande coalizione con i democristiani di Angela Merkel. I laburisti stanno probabilmente risorgendo, e oggi potrebbe persino essere che siano competitivi per vincere le elezioni. I socialisti portoghesi sono al governo, ed esprimono il capo del governo. Una parte di socialisti in Francia sono finiti nello schieramento organizzato da Macron, En Marche!. I socialisti in Austria sono un partito potenzialmente di governo.

Quindi i socialisti ci sono ancora. I socialisti e i comunisti sono spariti soltanto in questo Paese, è questo il punto. E la sparizione è stata, come dire, un “omicidio” [ride]. È stato un omicidio causato da coloro che hanno voluto il Partito Democratico. Hanno rinunciato esplicitamente alla tradizione socialista. Qualcuno potrebbe dire che Craxi aveva cooperato molto a far sparire il partito socialista. Però la sostanza è che l’Italia è il Paese che non ha più un partito socialista, di nessun tipo: socialista, laburista, di sinistra, riformista. Non posso contare quelli che un tempo venivano chiamati i “cespugli”, o i “gruppuscoli”, come Potere al Popolo o Rifondazione Comunista. Sono irrilevanti, naturalmente. Anche Sinistra Italiana è fondamentalmente irrilevante. Quindi dovremmo chiederci che cosa è successo qui, e le risposte sono abbastanza chiare. Da un lato i comunisti non si erano rinnovati, e con la caduta del Muro di Berlino si sono trovati in enorme difficoltà. Dall’altra i socialisti hanno subito il contraccolpo del declino del loro leader e del suo trasferimento in Tunisia. Infine, hanno rinunciato deliberatamente al socialismo, coloro che hanno dato vita al Partito Democratico.

Separati in casa. Cinque Stelle e PD dopo il voto @Mov5Stelle @pdnetwork @domanigiornale

Sfide immaginarie e reali, alleanze più o meno organiche da costruire, personalismi di vario genere, consensi elettorali che vengono e più spesso vanno (via), elettori volubili e volatili. In attesa di nuove, indispensabili regole elettorali e istituzionali, questo è il panorama politico italiano. Lo si vede sia sul versante del centro-destra sia su quello del centro-sinistra e, se diamo ragione (una volta tanto…) a Di Maio, sull’evoluzione(-declino, ma non “disfatta storica”, come sentenzia Di Battista) dei Cinque Stelle, sulla persistenza di un terzo polo, piccolo, ma non irrilevante, talvolta potenzialmente decisivo. Quello che è sicuro è la ridefinizione dei rapporti di forza elettorali in entrambi gli schieramenti nonché per il polo del Movimento 5 Stelle. La ridefinizione continuerà fintantoché il sistema partitico rimarrà destrutturato, vale a dire per un periodo di tempo indefinito. Naturalmente, anche la scelta della nuova legge elettorale inciderà su una eventuale, difficile, ristrutturazione. Chi vuole “la proporzionale” deve essere avvisato. Qualsiasi variante di proporzionale ha poco da contribuire per configurare un sistema di partiti caratterizzato da coesione. Anzi, la proporzionale, mai punitiva nei confronti degli scissionisti, contribuisce alla frammentazione dei partiti. Scherzando, ma non troppo, potrei dire che la proporzionale faciliterà la comparsa di una lista Di Battista obbligando il pasionario dei pentastellati a contarsi.

L’esito elettorale-politico delle elezioni regionali contiene qualche insegnamento non banale per chi, come Zingaretti e, prima di lui, Dario Franceschini, desideri la costruzione di un’alleanza “organica” con il Movimento 5 Stelle. A livello locale aderenti e elettori dei pentastellati non hanno dimostrato grande propensione a favorire e premiare una simile alleanza. Anzi, i flussi elettorali suggeriscono che i pentaelettori si disperdono in una pluralità di direzioni, andando in misura limitata a sostenere i candidati del Partito Democratico. Più interessante e più rilevatore sarà il comportamento degli elettori del Movimento al ballottaggio in alcuni comuni, ma anche il comportamento degli elettori del PD quando al ballottaggio è passato un candidato dei Cinque Stelle.

Ė più che ragionevole pensare che prima di procedere dall’alto a dichiarare l’assoluta indispensabilità di un’alleanza organica fra Cinque Stelle e Partito Democratico, i proponenti, fra i quali sembra si collochi anche Di Maio, dovrebbero cominciare valutando il sentiment (è da tempo che volevo usare questa parola!) prevalente a livello locale. Dovrebbero incentivare incontri e forme di collaborazione, facendo leva sui temi propri a quei livelli e sulle persone giuste, quelle maggiormente in grado di rapportarsi fra loro e con l’elettorato.

Al momento, quello che si vede sul territorio è un insieme di “macchie” del più vario tipo, dovute in misura maggiore alla notevole diversificazione di opinioni, di aspettative, di preferenze dell’elettorato pentastellato. Per di più, a livello locale possono giocare negativamente molte animosità, sociali e politiche, pregresse, superabili soltanto con il tempo e con l’individuazione di obiettivi comuni. Sarebbe sicuramente sbagliato accelerare il processo di riavvicinamento che deve maturare e condurre a condividere elementi significativi di una cultura politica di governo. La fusione a freddo che diede vita al PD è l’esempio assolutamente da non ripetere.

Nella prospettiva che ritengo sia praticabile e produttiva, il governo Conte è un protagonista essenziale. La sua durata offre il tempo da utilizzare a livello locale. Le sue politiche condivise sono la garanzia che la collaborazione produce frutti, a cominciare da quanto già ottenuto a livello europeo che non sarebbe stato possibile per nessun governo Salvini/Meloni, e viceversa. Una legge elettorale proporzionale che entrambi gli alleati di governo hanno dichiarato di volere è disfunzionale rispetto all’obiettivo di una collaborazione più stretta. Infatti, porrebbe Cinque Stelle e Partito Democratico in inevitabile competizione. Un buon sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali come in Francia darebbe molti incentivi agli elettori di entrambi a convergere in particolare per sconfiggere i candidati/e del più socialmente e politicamente omogeneo centro-destra. Solo nuove modalità di competizione politico-elettorali promettono di cambiare in meglio la struttura delle opportunità. Vale la pena rifletterci.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su Domani

Il governatore bravo a offrire soluzioni #intervista #LaCittàdiSalerno

Il politologo: «Berlusconi avrebbe dovuto lasciar scegliere il candidato a Mara Carfagna»

«Vincenzo De Luca è bravo. E questo, molto semplicemente, è il segreto del suo successo ». Non c’è nessuna formula magica, dunque, dietro la riconferma, con un plebiscito di stampo bulgaro, del governatore uscente. Su questo non ha dubbi il politologo e accademico Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. «È bravo – evidenzia riferendosi a De Luca – a trovare soluzioni possibili e plausibili. E, con il suo decisionismo, riesce a tenere a freno un popolo che non sempre è disciplinato. Per questi motivi si è ampiamente meritato la rielezione».

De Luca, però, ha stravinto. E anche le sue liste hanno ottenuto migliaia di voti. Come legge questo dato?

Non c’è da meravigliarsi, perché è normale che un candidato ad una carica elettiva monocratica personalizzi la competizione elettorale. De Luca, comunque, resta sempre un esponente del Partito democratico, al di là di qualsiasi altra considerazione.

Secondo lei De Luca può ambire alla leadership del Pd?

Penso che De Luca sappia benissimo che, almeno in questa fase, la sua rimanga una dimensione regionale. In linea di principio, però, io sono contro chi, una volta preso un impegno, ambisce ad altre cariche. Pertanto spero che De Luca in questi 5 anni riesca a portare a termine i suoi progetti in Campania.

Quali dovranno essere, in questa seconda legislatura, le priorità di De Luca?

Non sono un profondo conoscitore dei problemi della Campania. Però De Luca dovrebbe cercare di essere più attento a promuovere il turismo, anche quello d’arte, perché in Campania ci sono tanti tesori. E a far ritornare i cosiddetti cervelli in fuga, offrendo loro la possibilità di fare ricerca. E, poi, come obiettivo principale, dovrebbe riuscire a ridurre la criminalità e la corruzione.

Come contraltare al successo di De Luca c’è la débâcle del centrodestra in Campania…

Questo è un male, perché l’opposizione non deve mai sparire e essere perlomeno decente. Però l’insuccesso del centrodestra era ampiamente annunciato, in quanto ha scelto un candidato, Stefano Caldoro, che aveva già perso.

A quanto pare non è stato possibile trovare un’alternativa a Caldoro…

Se fosse così sarebbe gravissimo. Caldoro è stato scelto direttamente da Silvio Berlusconi, ma in questo caso il cavaliere doveva lasciare più potere decisionale a Mara Carafagna, che conosce bene le dinamiche politiche in Campania. Doveva essere la vicepresidente della Camera a scegliere il candidato, portando anche soluzioni alternative.

Il centrodestra, comunque, a livello nazionale, sembra aver retto…

Sì, la coalizione è andata abbastanza bene, anche se nel suo interno ci sono diversi problemi. Matteo Salvini perde consensi, tant’è che ha pure cambiato strategia comunicativa. E la Lega è sì il primo partito ma in continua perdita di consensi. Giorgia Meloni ha vinto nelle Marche col suo candidato ma ha perso in Puglia. E, nonostante sia un lenta crescita, non riesce a sorpassare la Lega. Forza Italia oramai boccheggia e sopravvive.

Quale giudizio dà del Pd alla luce di questa tornata elettorale?

Tutto sommato positivo. Il Partito democratico ha dovuto sconfiggere due componenti: la destra, che in questi casi riesce a compattarsi, e la sfida di Italia Viva, che ha finanche presentato un proprio candidato, che è andato malissimo, in Puglia. Il pareggio si sarebbe potuto addirittura trasformare in vittoria se nelle Marche non si fosse fatto l’errore di mettere da parte il governatore uscente. Quando c’è la possibilità di schierare ai nastri di partenza qualcuno in carica non bisogna sostituirlo.

Qual è la sua opinione sul Movimento 5 Stelle?

Dal punto di vista dei numeri è andato molto male, perché l’ulteriore perdita di voti conferma la tendenza al declino. Evidentemente non sa scegliere più i candidati e motivare l’elettorato. Se, invece, non prendiamo come metro di paragone le preferenze ma il risultato del referendum, i 5 Stelle ne escono bene. E Luigi Di Maio ha giustamente rivendicato il risultato politico. C’è, tuttavia, un altro dato che, secondo me, deve essere evidenziato.

Quale?

L’astensionismo. È andato a votare soltanto il 45% degli italiani. E dovremmo essere molto preoccupati per questo motivo, in quanto neanche sfide così importanti riescono più a stimolare l’elettorato. Colpa delle politica, che non è più in grado di risolvere i problemi della gente. Perciò sarebbe importantissimo riprendere il discorso con gli italiani.

(gds)

Pubblicato il 23 settembre 2020 su lacittadisalerno.it

Quanto peserà il doppio voto sul governo @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”.  Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale.

  • Il referendum riguarda semmai parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone”

  • Nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu.

 

Alla pletora di informazioni manipolate, di retroscena fantasiosi, di postscena immaginari che andranno rapidamente al macero consentendo ai loro pronosticatori di farla franca, vorrei contrapporre alcuni ragionamenti, realistici e lineari (sic).

No, il referendum costituzionale non riguarda il governo se non in minima e trascurabile parte. Le revisioni costituzionali le propongono i partiti e le analizzano e, eventualmente, le approvano i parlamentari. Ciascuno di loro in coscienza e, quando ce l’ha, in scienza, ha l’obbligo politico e etico di assumersene la responsabilità.

Quindi, semmai, il referendum riguarda parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone” (e dei poltroni). Ciascuno può, se vuole, misurare il tasso di opportunismo dei tre gruppi di protagonisti. Se vincesse il “sì”, gli unici che potranno effettivamente rallegrarsi, meglio se lo faranno senza ballare scompostamente su un balcone, saranno i Cinque Stelle.

No, il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”, Conte ha esercitato la facoltà che hanno tutti i cittadini di rendere noto il loro voto. Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale. Conte e il suo governo hanno il diritto costituzionale di rimanere in carica fintantoché godono della “fiducia delle due camere”. Toccherebbe alle opposizioni di andare a vedere le carte attraverso una mozione di sfiducia.

No, neppure significative vittorie del centro-destra nelle elezioni regionali possono essere brandite contro il governo. I cittadini italiani sanno per che cosa votano e, anche se il voto di un certo numero di loro è improntato anche all’insoddisfazione proprio per l’azione di governo, non può in nessun modo essere utilizzato per condurre automaticamente a una crisi del governo. Tuttavia sia i Cinque Stelle sia il Pd dovranno tenere conto del voto e delle sue proporzioni. Questo vale anche per le opposizioni.

No, né il referendum né le elezioni regionali, se i risultati fossero molto negativi, in nessun modo dovrebbero essere utilizzati contro Nicola Zingaretti per sostituirlo. Comunque, è imperativo che il Partito democratico funzioni secondi il suo statuto e le regole che richiedono la messa in moto della procedura che implica ricorso alle primarie e loro svolgimento.

No, nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu. Nessuno può credere che le autorità europee sarebbero disponibili a trattare con un Matteo Salvini amico del dittatore bielorusso Lukashenko, appena censurato dal parlamento europeo ma senza i voti della Lega. Neanche quelle autorità vorrebbero leggere le duemila (sic) proposte che la generosa Giorgia Meloni, evidentemente incapace di valutare le priorità, si vanta di avere già pronte e si duole che Conte e i suoi ministri non abbiano mostrato alcun interessamento. Dopo il referendum e le votazioni regionali sarà, dunque, tutto come prima?

Evidentemente, No. Conteranno i numeri e le interpretazioni, ma ancora una volta saranno da evitare terribili semplificazioni.

Pubblicato il 21 settembre 2020 su Domani