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Da Franceschini a Mogherini ci sono i nomi per l’esecutivo con i grillini #intervista #IlMattino

«Adesso ci vorrà un po’ di tempo per stemperare vecchi rancori
il Colle dovrà avere pazienza»

Intervista raccolta da Federica Fantozzi

Professor Gianfranco Pasquino,l’esplorazione del presidente della Camera Fico può avere successo o rappresenta un tentativo doveroso quanto inutile?

La possibilità di risolvere la situazione con un governo M5S-Pd è in leggera crescita ma partendo da un punto molto basso. Serve tempo: bisogna aspettare che si stemperino vecchi rancori. In ogni caso, non potrà essere un esecutivo guidato da Di Maio e dipenderà dalla flessibilità dei renziani.

La mancata premiership per Di Maio non sembra un punto pacifico per i Cinquestelle…

Non lo sarà, come non lo sarà l’atteggiamento dei renziani. Entrambi dovranno acconsentire a cercare per Palazzo Chigi un nome accettabile dai due partiti. E anche da Leu, che ha 4 senatori e 14 deputati.

Serve tempo, lei dice. Mattarella però non ha esaurito la pazienza?

Mattarella dovrà farsi venire o mantenere la voglia di aspettare che le cose maturino. Deve solo sentirsi dire da Fico che in entrambi i partiti, Pd e M5S, c’è la disponibilità massima a confrontarsi e andare a vedere le carte.

La coalizione di centrodestra è fuori dai giochi? Anche se gli ultimi giorni sembrano avere scavato un solco tra Berlusconi e Salvini?

Ciò che dice Berlusconi rende complicato il mantenimento della coalizione, ma rende ancora più inaccettabile per M5S la prospettiva di avere a che fare con lui. Il ruolo di Salvini, invece, dipenderà dalle sue ambizioni: se vuole andare al governo adesso o aspettare il prossimo giro.

In caso di fallimento di Fico, è ancora pensabile un governo di tutti nonostante il carico di rancori e litigi che si è manifestato?

Non sarebbe comunque un governo di tutti. Dovrebbe avere componenti politiche significative, esponenti che rappresentino pezzi di partito e culture politiche. Nessuno ovviamente verrebbe lasciato fuori, ma Giorgia Meloni o lo stesso Salvini potrebbero decidere di non farne parte.

In una situazione così complessa, lasciare un partito all’opposizione non significherebbe consegnargli le praterie dal punto di vista del consenso?

Io di praterie politiche non ne vedo: vedo piuttosto deserti intorno ai partiti. L’unico a dovere entrare per forza è M5S, che deve cimentarsi con le asperità del governare. Di certo il Quirinale farà appello alla responsabilità di ognuno. E almeno una parte del Pd deve sostenere il “governo di molti”: è necessario numericamente e politicamente.

Gentiloni potrebbe rimanere premier?

Gentiloni sarebbe stato una carta da giocare per Mattarella, se gli avesse affidato l’incarico esplorativo. Adesso potrà far parte del futuro governo, ma non guidarlo. Nel Pd ci sono comunque alcuni nomi spendibili.

Facciamoli.

Non ho nessun dubbio che Dario Franceschini sarebbe accettabile per l’M5S e uomo capace di ricomporre. Anche Andrea Orlando, che non dispiacerebbe neanche a Salvini. Ma lui non vuole allearsi con il Pd e qui sorge un problema. Se volessimo fare il nome di una donna: Roberta Pinotti. E se i Cinquestelle desiderano accreditarsi in Europa c’è Federica Mogherini, che non ha una posizione troppo ostile alla Russia.

Il “governo di molti” servirebbe solo a cambiare la legge elettorale?

Questa è una delle favole peggiori che si raccontano. Non serve il governo. Basterebbe che il Parlamento ritoccasse pochi punti – consentendo il voto disgiunto ed eliminando le pluricandidature – per rendere decente il pessimo Rosatellum. E poi il Quirinale non darebbe mai un incarico a tempo. Il prossimo esecutivo durerà finché verranno portati a termine i punti programmatici su cui è stato raggiunto l’accordo. Il resto dipenderà dal livello di insoddisfazione degli elettori.

Pubblicato il 25 aprile 2018

M5s, strategia a corto raggio

Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.

Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.

Pubblicato AGL 21 dicembre 2017

“Berlusconi sa fare il coalition-maker”

Leader politici e alleanze sotto la lente in vista delle legislative italiane del 2018

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Elettori passivi: secondo il politologo Pasquino il nuovo sistema elettorale lascia ben poche scelte agli elettori. quasi tutto viene deciso dai partiti.

In vista delle legislative della prossima primavera i partiti italiani affilano le armi. Il nuovo sistema elettorale imporrà il gioco delle coalizioni. Il politologo e professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino analizza per il CdT le strategie in atto.

In Sicilia il centrodestra è riuscito a fare coalizione dietro un unico candidato. Un successo che sarà di buon auspicio per le legislative del 2018?
Di buon auspicio non lo so. Certo si tratta di una lezione che il centrodestra ha imparato. Del resto il centrodestra è sempre stato più intelligente del centrosinistra; secondo me il centrodestra complessivamente ha una coscienza di classe, mentre il centrosinistra ha scarsa coscienza di tutto, ed ognuno dei suoi leader ha un’altissima opinione di se stesso; e questo impedisce di giungere a coalizioni decenti.

Berlusconi in passato è riuscito ad unire dietro un progetto di Governo esponenti politici molto diversi tra loro. Potrebbe ripetere il miracolo?
Sì, però non è un miracolo, è semplicemente la sua capacità di fare, come si dice, il coalition-maker. Berlusconi riesce a convincere i potenziali alleati offrendo loro qualcosa in cambio, quindi darà molti seggi sicuri, e poi riesce anche a convincerli che insieme si può vincere. E quando c’è qualcosa che lo disturba, come ad esempio la candidatura di Musumeci in Sicilia, che non era stata scelta da Berlusconi ma dalla Meloni, alla fine accetta e vince.

Potrebbe anche accettare di non essere lui il capo banda del centrodestra?
Lui non sarà il capo banda. Primo perché probabilmente non potrà esserlo giuridicamente, e poi perché secondo me ha capito che deve in qualche modo lasciare il posto a un successore. Ma certamente vorrà influenzare la scelta del successore e poi ne influenzerà le politiche. E non lo farà da dietro le quinte. Sarà colui che in televisione si intesterà i successi ottenuti dal suo eventuale Esecutivo; Governo della persona che lui avrà contribuito a scegliere.

Il sistema elettorale Rosatellum bis potrebbe favorire ampie alleanze, ma poi una volta insediato il Governo non ci si ritroverebbe con le divergenze già viste nelle legislature passate?
Innanzitutto preferirei che non si usasse il latino, scriva per cortesia ‘legge Rosato’. Trovo stupido usare il latino, perché quando Sartori usò il termine Mattarellum, non era solo uno scherzo con il latino, ma era anche uno scherzo con ‘matto’, nel senso che si trattava di un sistema elettorale mattocchio. Detto questo, il difetto maggiore di questo sistema elettorale è che non dà nessun potere all’elettore, tranne quello di consentire di mettere una crocetta da qualche parte. Tutto quello che succede prima e dopo dipende dai partiti: scelgono le coalizioni, i candidati ed eventualmente sanno chi verrà eletto, perché ci sono dei collegi dove sicuramente saranno eletti alcuni candidati. L’elettore non ha alcuna influenza in tutto questo. Che poi i politici eletti riescano a governare lo dubito. Le coalizioni si divideranno, perché se il centrosinistra, come è certo, non avrà la maggioranza assoluta dei seggi e neppure il centrodestra, cosa accadrà? O una parte di uno di questi due schieramenti si stacca per formare un Governo con l’altra coalizione, nella fattispecie Forza Italia fa il Governo con il centrosinistra, oppure il Governo potrebbe essere formato dal Movimento 5 Stelle. Ad ogni modo le due coalizioni non saranno autosufficienti e quindi dovranno trovarsi dei voti o dei parlamentari. E lo sappiamo, i parlamentari italiani sono trasformisti, quindi andranno dove si formerà il Governo.

Il centrosinistra è diviso e ha un ex leader, Renzi, che a tutto sembra disposto, tranne che a fare concessioni agli altri partiti di una possibile alleanza di sinistra. È un suicidio politico?
Qui vediamo la grande differenza tra centrosinistra e centrodestra. Il centrodestra ha un leader federatore, Berlusconi, mentre il centrosinistra ha un leader divisore, Renzi. Non so se è un suicidio. Se è un suicidio è un suicidio collettivo. Io però ho l’impressione che si tratti di un omicidio quasi preterintenzionale, se Renzi insiste nel voler essere lui quello che dà le carte. Se Renzi dà le carte alcuni dei potenziali giocatori risponderanno che quelle carte non le vogliono e poi perderanno tutti insieme.

Il Movimento 5 Stelle si dichiara unitario, ma ha un’anima di destra e una di sinistra.Vedute diverse che potrebbero venire a galla proprio nel caso di un eventuale successo elettorale?
Il Movimento 5 Stelle, secondo quello che sappiamo da sondaggi e altre fonti, è composto per tre quinti da elettori che altrimenti voterebbero a sinistra, per un quinto da elettori che altrimenti voterebbero a destra e per un quinto da elettori che se non ci fosse l’M5S non voterebbero per niente. Il problema è che se per caso il Movimento 5 Stelle arrivasse in testa dovrebbe negoziare per formare un Governo. Potrebbe negoziare con pezzi della sinistra. Naturalmente ci sono delle differenze programmatiche, però non vorranno certamente perdere l’occasione di riuscire a governare.

A Ostia domenica si andrà al ballottaggio per le municipali. CasaPound ha registrato un inatteso successo, quale significato dà a questa ascesa dell’estrema destra?
CasaPound è il fascismo italiano che non muore mai. Anche se è un fascismo limitato, non è morto. Gli italiani hanno fatto meno i conti con il fascismo di quanto i tedeschi lo abbiano fatto con il nazismo; questa è la cosa grave. Di CasaPound c’è una parte ludico-folcloristica, ma c’è anche una parte politica. Il Paese è stato governato da vent’anni da un fascista e i fascisti ci sono ancora, anche se sono pochi. I democratici dovrebbero però preoccuparsi che in 70 anni di Repubblica non hanno convinto tutti gli italiani che l’esperimento fascista è stato un disastro.

Quelle incerte traiettorie

Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.

Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.

Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?

Pubblicato AGL il 14 novembre 2017

Cinque lezioni dal voto in Sicilia

Il dopo elezioni regionali siciliane è stato segnato da manipolazioni e errori interpretativi. Primo, no, la Sicilia non è un laboratorio, né nel bene né nel male, per partiti e coalizioni. In un paese molto differenziato, laboratorio non è nessuna regione, per fare due esempi, né la Liguria né il Veneto. Tuttavia, qualche lezione “individuale” e precisa può essere tratta. Se il centro-destra si presenta unito dietro un candidato è molto competitivo e può risultare vincente, ma questo non basterà né in Emilia-Romagna né in Toscana. Invece, lezione vera, se il PD di Renzi raccoglie soltanto frattaglie di alleati, competitivo non sarà né in Sicilia né in Veneto né in Lombardia. Se non vince molti seggi in queste regioni, quasi sicuramente perderà le elezioni politiche. Se il PD non cerca e non trova nessun accordo con il Movimento Democratico e Progressista non farà molta strada. Non è vero che le elezioni si vincono al centro. Si possono vincere anche a sinistra purché la coalizione sia equilibrata e delicatamente guidata. Seconda grande lezione: dal maggio 2014 il PD di Renzi e Renzi stesso non hanno fatto che collezionare sconfitte elettorali più o meno brucianti.

“Blindare” il segretario che, proprio in quanto tale, è responsabile dell’andamento del suo partito farà anche bene al segretario, che si commuoverà per tanto affetto (o non è piuttosto la speranza di essere da lui ricandidati?), ma fa piuttosto male al partito. Fanno molto male al PD coloro che confrontano i suoi risultati, altrove e in Sicilia, con quelli del PCI. Infatti, il Partito Democratico dovrebbe essere PCI più DC (incidentalmente, Alternativa Popolare di Alfano è andata abbastanza male). Buttare la palla in tribuna sostenendo che la sconfitta era “annunciata” e lodare il segretario perché l’ha “ammessa” sono giochi da bambini alle scuole elementari. Per chi ha fatto almeno tutta la scuola dell’obbligo s’impone la riflessione accompagnata da suggerimenti operativi che solo un partito nel quale la maggioranza non si autoblinda è in grado di formulare. Terzo, no, in Sicilia non hanno vinto i “moderati”, come stancamente ripete Berlusconi. Non è mai chiaro chi siano i moderati, mentre molto chiaro è che Nello Musumeci viene dalla tradizione missina che mai moderata fu e non è il candidato voluto da Berlusconi, ma identificato e sostenuto con vigore e coerenza da Giorgia Meloni. No, la Sicilia non ha affatto risolto il problema della leadership nel centro-destra. Quarto, raramente in politica si assiste a vittorie morali, dei puri e dei duri ai quali sono mancati i voti per la vittoria che conta: quella del seggio o della carica. Prima il Movimento Cinque Stelle prende atto di una realtà inoppugnabile meglio sarà per lui (e per i suoi elettori).

Chi non trova alleati quand’anche risulti il partito più votato, e le Cinque Stelle lo sono stato alla grande, potrà anche arrivare in testa alle elezioni politiche, ma, per colpa della legge Rosato (su questo punto e non solo formulata appositamente contro i pentastellati) non arriverà al governo del paese. Nelle democrazie parlamentari europee che offrono tutti i casi rilevanti, i governi sono, tranne rare eccezioni, composti, sostenuti e fatti funzionare da coalizioni di partito. Gli intransigenti rimarranno puri, duri e all’opposizione forse provocando dopo il voto la delusione in molti loro elettori, ma, peggio, scoraggiando alcuni potenziali elettori che giungono alla conclusione che il voto dato a chi non andrà al governo è un voto inutile, ovvero sprecato. Ultima lezione: poco meno del 54 per cento di siciliani hanno deciso di non sprecare la loro domenica andando a votare. Invece di fare finta di comprendere il loro “malessere”, il loro stato di disagio, le loro difficili condizioni di vita, politici e commentatori farebbe meglio a affermare chiaramente che chi non vota rinuncia colpevolmente a parte della sua sovranità senza ottenere nulla. Il suo è davvero un non-voto inutile.

Pubblicato AGL l’8 novembre 2017

Gli errori a ripetizione dei Dem

Sconfitta annunciata, sconfitta ammessa, sconfitta archiviata: questa è rapidamente diventata la linea di fuga di Renzi, dei renziani e dei loro commentatori/trici embedded (traduciamo, casalinghi/e). L’aggiunta è che non è il tempo di mettere in discussione il segretario il quale, però, dal maggio 2014, elezioni europee, non ne vince una né quando ci mette, fin troppo, la faccia, come nel caso del referendum costituzionale, né, quando, la faccia ce la mette pochissimo, sembra un’ora sola, in Sicilia per farsi la foto con il candidato del PD Micari che ha perso alla grande. Arrivato terzo, con enorme distacco rispetto al Movimento Cinque Stelle, che ha quasi il doppio dei voti, quattro per cento meno di Forza Italia, sarebbe il caso che il Partito Democratico non archivi un bel niente, ma rifletta sui suoi troppi errori commessi, poco riconosciuti (sbagliato il candidato, sbagliata la campagna elettorale, alleati non convincentemente cercati), mai analizzati. Poi, naturalmente, la Sicilia non è né un laboratorio né un luogo molto ospitale per il PD, ma proprio per questo meritava un impegno maggiore.

Ce l’hanno messo tutto l’impegno gli esponenti delle Cinque Stelle. Volevano vincere non soltanto per assaporare il dolce gusto della vittoria in una regione importante, ma anche per sfruttare l’effetto di immagine del governo della Sicilia in vista delle elezioni nazionali. Candidato Cancelleri e Movimento hanno ottenuto una percentuale elevata di voti, ma è mancato quel quid che separa il secondo piazzato da colui che ha vinto. Probabilmente, il quid è un dato composto da due elementi. Primo, il Movimento non è riuscito a raccogliere una parte abbastanza ampia di elettori che hanno incanalato la loro protesta nell’astensione piuttosto che, come è spesso successo in altre circostanze, nel voto per chi, come le Cinque Stelle, sulla protesta ha costruito parte del suo successo nazionale e non poche vittorie locali. Il secondo elemento discende, invece, da una scelta strategica ovvero ideologica: non fare coalizioni, non cercare alleanze, rimanere puri (e duri). Questa scelta non ha premiato il Movimento, e non potrà premiarlo neppure nelle elezioni politiche. Fra l’altro, la legge elettorale scritta (?) dal capogruppo PD Rosato premia le coalizioni, non nella convinzione che le coalizioni sono più rappresentative dell’elettorato e meglio in grado di governare il paese, ma con la chiarissima intenzione di mettere le Cinque Stelle in una condizione di svantaggio difficilmente superabile. Le reazioni dei dirigenti del Movimento non suggeriscono che hanno davvero capito fino in fondo quanto caro sarà il prezzo della loro intransigenza coalizionale e, francamente, le illazioni su eventuali alleanze con Salvini fondate sull’opposizione all’Euro/pa sono alquanto avventate. Potrebbero avere senso se e soltanto se, ex post, Cinque Stelle più Lega disponessero in entrambe le Camere di abbastanza seggi per superare la soglia della maggioranza assoluta. Non sembra uno scenario probabile.

Esultano i berlusconiani, ma esagerano. Non è la prima volta che la Sicilia si dimostra molto amica del centro-destra e di Forza Italia. Dalla famosa “discesa in campo” del 1994, molti ex-democristiani e molti ex-missini hanno ampiamente contribuito alle vittorie elettorali di Berlusconi, qualche volta agevolate da qualche connessione imbarazzante che porta, per esempio, il nome di Dell’Utri. C’è qualcosa di nuovo e anche di antico nel successo, peraltro, di proporzioni non proprio clamorose, del candidato del centro-destra. Il nuovo è che non è stato Berlusconi a scegliere Musumeci, ma lo ha sostanzialmente imposto con ostinazione Giorgia Meloni e può rivendicarlo. L’antico è che il centrodestra unito è tornato competitivo e vince oltre che per la sua compattezza anche per gli errori, che pure ci sono e hanno tutta la propensione a continuare, delle sinistre. Poiché la Sicilia ha un cospicuo serbatoio di seggi, il centro-destra che già può contare su Veneto e Lombardia, ha molte ragioni per andare verso le elezioni nazionali alquanto ringalluzzito. Rimane in piedi la sfida per la leadership, ma se Berlusconi non tira fuori un asso dalla manica, Salvini, sostenuto dalla Meloni, è oggi ottimamente posizionato. Questo hanno detto quel 46 per cento di siciliani che sono andati a votare. Il resto, in un paese decente (premessa da non sottovalutare), dipenderà da come Grillo e Renzi, se sarà ancora lui l’uomo al comando del PD, sapranno impostare la campagna elettorale e definire o no le eventuali alleanze.

Pubblicato il 7 novembre 2017

Le promesse sulla legge elettorale #OscuriDesiderideiPolitici

Care (e)lettrici e (e)lettori che sulle spiagge fra un bagno e l’altro e fra una bibita e un gelato vi chiedete con quale legge si andrà a votare, prestate un po’ di attenzione anche saltuaria a quel che dicono i politici. Vogliono farvi credere che preparano una legge buona per voi e per il sistema politico che diventerà finalmente governabile. È l’oggetto di loro oscuri desideri. Per metà non sanno di cosa parlano poiché i meccanismi elettorali hanno sempre qualche elemento di complessità che sfugge loro, per l’altra metà, manipolano.

Primo punto, non credete a chi vi dice che purtroppo stiamo tornando alla proporzionale. Il ritorno è avvenuto già nel 2005 con la legge del centro-destra nota come Porcellum e sarebbe continuato con l’Italicum (non casualmente gradito anche a Berlusconi), entrambe leggi proporzionali “distorte” da un premio di maggioranza. I critici del ritorno, in realtà, desiderano non una legge elettorale maggioritaria come l’inglese o la francese, entrambe applicate in rischiosissimi collegi uninominali, ma un premio di maggioranza per trasformare un consenso elettorale del 30/40 per cento di voti in un gruppo parlamentare con 54 per cento di seggi. Meglio di no, meglio non stravolgere artificialmente la rappresentanza proporzionale, visto anche che né con Berlusconi né con Renzi al governo abbiamo avuto stabilità e efficacia decisionale.

Secondo, è’ tornato in auge, ma non sono sicuro lo sia davvero mai stato, il sistema elettorale tedesco che, con buona pace del Direttore de “Il Foglio” e di troppi altri, non è un proporzionale “puro” non foss’altro perché ha una bella clausola del 5 per cento per accedere al Parlamento. Allo stato dei consensi rilevati da tutti i sondaggisti, quella clausola escluderebbe dal Parlamento Angelino Alfano, Giorgia Meloni, il Movimento Democratico Progressista. Otterrebbero seggi il PD, il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e la Lega Nord (no, non sono sicuro che questa sarà la graduatoria). Sono sicuro che qualsiasi premio di maggioranza fantasiosamente inserito nel sistema tedesco lo snaturerebbe e imporrebbe di chiamarlo in un altro modo.

Terzo, sotto traccia tutti sanno, più di chiunque lo sanno i parlamentari, che quello che interessa davvero sia a Berlusconi sia a Renzi è avere il potere di nominare i propri parlamentari. Il sistema davvero tedesco elegge metà dei parlamentari in collegi uninominali, anche per questo i due leader ne vorrebbe una correzione/stravolgimento. Quanto alla reintroduzione delle preferenze per dare agli elettori un po’ di potere nell’elezione dei parlamentari, è alquanto offensivo per gli italiani sostenere che il voto di preferenza è veicolo di corruzione come se i parlamentari in carica dal 2013, nessuno eletto con voti di preferenza, non fossero incappati in molti casi di corruzione e di altri reati connessi.

Soprattutto, alza la voce Matteo Renzi, quarto punto, niente coalizioni. Lui sostiene che la coalizione la fa(rà) con i cittadini. Peraltro, il governo che Renzi ha guidato da febbraio 2014 al dicembre 2016 era un classicissimo governo di coalizione: Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centro Destra. Quel che più conta, però, è che la politica è proprio l’arte di fare coalizioni anche di governo. Non sarà mica un caso se tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale, ma anche la democrazia semipresidenziale francese, hanno governi di coalizione? Aggiungo che tutte queste democrazie, ad eccezione di Gran Bretagna e Francia, usano da molto tempo, alcune da sempre, leggi elettorali proporzionali.

Allora, concludo, il compito per le vacanze dei politici che non ne sanno abbastanza e per quelli che fanno furbesche manipolazioni è: non inventatevi nulla. Avete già dato molto e male. Studiate le leggi elettorali europee per importarne il meglio. Al momento opportuno gli elettori vi valuteranno anche con riferimento alla legge con la quale saranno costretti a votare (o no).

Pubblicato AGL 8 agosto 2017

L’eterno Berlusconi

“Come sarebbe”, si è chiesto Berlusconi, “negli USA il 76enne Bernie Sanders ha fatto una durissima campagna elettorale e a momenti vinceva le primarie presidenziali. Il 68enne Jeremy Corbyn, già al suo terzo matrimonio, ha portato i laburisti al 40 percento, un esito che il più giovane Tony Blair non aveva mai attinto. Il Donald Trump, che è molto più sbruffone di me, non è, però, neppure lui, con i suoi settantuno anni, un ragazzino. In Italia, l’ultranovantenne Napolitano fino a poco tempo fa ha fatto e disfatto governi compreso il mio nel 2011. E io che sono uno splendido ottantenne, sperimentato, già a lungo vincente, tirato a lucido, diventato animalista grazie a Dudù, dovrei lasciarmi rottamare da qualche politico quarantenne che non ha avuto neanche un quinto dei miei successi, che mi imita maldestramente, che ha perso peggio di me il referendum costituzionale? Rispolvererò una battuta bellissima (e vincente) dell’ultra settantenne Reagan che in un dibattito con un antagonista quasi vent’anni più giovane, disse: ‘non solleverò la questione dell’età contro il mio antagonista’. Poi, Reagan vinse anche. Non posso neppure dire ‘torno in campo’. In campo”, continua Berlusconi, “ci sono sempre stato. E’ che il gioco, spesso brutto ‘teatrino della politica’ mi piaceva poco. Gli arbitri hanno fischiato contro di me (speriamo che non lo facciano anche quelli della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e il giovin giocatore fiorentino mi ha ingannato un paio di volte. Comunque, non mi pare proprio, gira e rigira che nel centro-destra siano venute fuori delle leadership alternative, fascinose. Brava è la Meloni, ma il suo elettorato e il suo appello sono inevitabilmente confinati a quell’area di destra, che, comunque, mi voterebbe. Mica crederà Giovanni Toti che vincere in Liguria sulle ceneri del PD e a Genova per errori del comico Grillo sia qualcosa che solo lui saprebbe trasportare a livello nazionale? Ma lo vedete il Toti in Lombardia e in Veneto, in Sicilia e in Puglia? Stefano Parisi è già quasi sparito: poco progetto, nessun carisma, dove va senza la mia Forza Italia? Il Salvini sarebbe, come sfidante, più credibile e persino più pericoloso. Ma non è che nel Sud gli riesca di sfondare, e poi che brutta botta ha preso con la sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi! Infatti, non ne parla più, ma continua ad attaccare l’Europa alienandosi quella parte di elettorato moderato che non è europeista convinto, ma che sa che in Europa ci siamo e ci resteremo e che nessuno dei cosiddetti sovranisti riuscirà mai a farci credere che uno Stato svincolatosi dall’Unione Europea e magari anche dall’Euro sarà in grado da solo di risolvere i problemi che ventisette stati fanno fatica a mettere sotto controllo. La verità è davanti agli occhi di tutti, anche di coloro, non molti, che non esagerano a darmi sempre ragione, a ripetere fastidiosamente, persino per me, ‘come ha giustamente detto il Presidente Berlusconi’. Il parco del centro-destra non contiene nessun leader alla mia altezza. Qualcuno capace di raggiungere l’elettorato moderato, che esiste, e l’elettorato liberale, che mi sono inventato io, al quale ha creduto la stampa milanese, ‘Corriere della Sera’ in testa, come se ci fossero liberali italiani che si affidano ad un duopolista con i suoi conflitti d’interessi. Anche per evitare scontri sanguinosi dentro Forza Italia, di tanto in tanto faccio balenare qualche nome. Già, il Marchionne, lo menziono, ma mica ci credo che voglia fare il candidato di Forza Italia a Palazzo Chigi. C’è anche il Draghi, famoso in Europa non so quanto in Italia, ma qualcuno poi mi criticherà poiché ho sempre invitato a diffidare dei banchieri (a cominciare da Ciampi). Come spiegare che ho cambiato idea? Ma vi sembro il tipo che va alla ricerca di cosiddetti Papi Neri? Non l’ho fatto mai e non comincerò certamente a ottant’anni compiuti. Dunque, volete ancora il nome? E’ l’ultima cosa che vi farò sapere quando deciderò che i tempi sono arrivati. Non vi ricordate dei miei fuochi d’artificio, per esempio, l’abolizione dell’IMU annunciata come proposta conclusiva dell’ultimo dibattito con Prodi nel 2006. C’è mancato poco che vincessi. Vi lascerò nel dubbio, sarà un dubbio creativo, ‘ma Berlusconi ha un nome in mente oppure spera che il tempo lavori per lui?’ Adesso, andate a casa e mentre vi rilassate guardando una rete Mediaset, magari un programma a pagamento, chiedetevi: ‘e se fosse ancora lui il leader migliore del centro-destra?’ La risposta, amici miei, direbbe Bob Dylan, ‘is in the wind’ (quello che soffia a Arcore)”.

Pubblicato 11 luglio 2017

Cosa insegna la vittoria di Macron a Renzi e Berlusconi. Parla il prof. Pasquino

Intervista raccolta da Andrea Picardi per Formiche.net

Qual è la lezione che i partiti italiani possono trarre dall’esito delle presidenziali francesi? E in che modo la netta affermazione di Emmanuel Macron e la sconfitta di Marine Le Pen potranno impattare sul nostro sistema politico? Formiche.net ha posto queste domande al politologo e scienziato politico Gianfranco Pasquino che in questa conversazione ha anche analizzato le ragioni di un risultato destinato a cambiare le sorti del Vecchio Continente.

Professore, dalla prospettiva italiana questo risultato come può essere visto?

Per prima prima cosa è giusto ricordare che stiamo parlando di una Repubblica semi-presidenziale e di un’elezione presidenziale che si svolge con un ballottaggio. E’ tutto distantissimo dall’Italia.

Ma che cosa ci dice quel voto?

Ci dice che se cambiamo le regole del gioco è anche possibile che ci siano dei giocatori nuovi. Ci dice che gli elettori sono donne e uomini intelligenti che guardano i candidati e che alla fine scelgono il migliore. Ci dice che il ballottaggio conduce a votare al primo turno in un certo modo e al secondo in maniera anche molto diversa in virtù della mutata offerta politica.

Dalle parti del Pd – Matteo Renzi in testa – si sta rimpiangendo il ballottaggio che era previsto dall’Italicum. Che ne pensa?

A mio avviso l’Italicum era un pessimo sistema elettorale, il cui ballottaggio non aveva nulla a che vedere con le elezioni presidenziali francesi. Era un ballottaggio solo eventuale fra due partiti e non tra due coalizioni. In più quel ballottaggio attribuiva un premio di maggioranza a un partito, ma non eleggeva nessuno.

Cosa ha pensato quando ha visto Macron sfilare accompagnato dall’inno dell’Unione europea?

E’ stato il momento più emozionante. Tra l’altro Beethoven è un tedesco: tendo a pensare che si trattasse di un sorta di anticipazione rispetto a quello che accadrà. Francia e Germania unite per ridare impulso all’Unione europea. D’altronde sono gli unici Paesi che possono farlo. Gli altri Stati un po’ si acquattano, un po’ borbottano e un po’ parlano di europeismo ma in maniera semi-populista come fa Matteo Renzi.

Con il loro voto i francesi hanno voluto dire sì all’Europa?

Per la prima volta – con una maggioranza cospicua – hanno scelto l’Europa, che infatti costituiva il cardine del programma di Macron. E’ un risultato straordinario per la storia francese, basti pensare al referendum del 2005 in cui fu bocciata la Costituzione europea. Oggi la situazione è cambiata in maniera molto significativa e ciò va tutto a onore di Macron: ora vedremo come utilizzerà questa percentuale.

Ritiene l’europeismo una carta elettorale che sia possibile giocare con successo anche in Italia?

Sì ma ad alcune condizioni specifiche: innanzitutto è necessario conoscere veramente l’Europa e farla finita con gli attacchi ingiustificati. C’è chi li chiama eurocrati o burocrati ma i commissari europei sono ex capi di governo o ex ministri dei rispettivi Paesi: qualcuno, magari, potrebbe spiegarlo a Renzi.

E le altre condizioni?

La si può giocare a patto di essere credibili a livello europeo: un’operazione difficile per l’Italia visto che costantemente non manteniamo gli impegni assunti. Ed è anche necessario essere davvero europeisti e, quindi, adottare politiche che siano coerenti con questa impostazione. Non mi sembra che tutto ciò vi sia stato nei tre anni di governo di Matteo Renzi, né ad esempio l’ho sentito ieri durante il suo discorso all’Assemblea del Pd. Per rispondere, in definitiva, le direi che, certo, questa carta può essere giocata. A condizione però che vi sia un giocatore in grado di farlo.

E chi potrebbe essere? L’Italia a suo avviso è pronta a votare una proposta politica convintamente europeista?

L’elettorato non è pronto a votare una proposta in stile Macron – molto netta e molto chiara – perché nessuno ha dissodato il terreno europeo fino in fondo. Mentre in Francia il 68% dei cittadini ritiene che l’Europa sia qualcosa di positivo, in Italia siamo intorno al 50%. Ciò significa che c’è moltissimo da fare. Non vedo nessuno che possa compiere un percorso simile: di Renzi le ho detto, ma non vedo questa proposta europeista forte neppure ad esempio da parte di Andrea Orlando o di Roberto Speranza. Il più europeista dei ministri è Carlo Calenda che è certamente competente: gli italiani, però, si sono molto disaffezionati ai tecnici.

La sfida tra Macron e Le Pen segna l’inizio di un nuovo bipolarismo? Non più centrodestra contro centrosinistra ma europeisti contro sovranisti?

Credo di no, neppure in Francia: Marine Le Pen è prima di tutto un leader politico di destra. Non è finita. Bisognerà invece verificare come si ridefinirà il sistema dei partiti francesi: all’interno dei gollisti – anche tra gli elettori – c’è una parte che guarda a Le Pen mentre a sinistra c’è molto da fare per recuperare coloro che hanno votato Jean-Luc Mélenchon al primo turno e che poi non hanno votato Macron al ballottaggio. In questo senso la prima tappa fondamentale saranno le elezioni legislative del prossimo giugno.

Perché in Francia c’è stata questa decomposizione del sistema politico?

E’ dipesa anche molto dalla crisi delle leadership: Francois Hollande è stato un presidente molto debole, non aveva alcun risultato significativo da rivendicare e per questo ha fatto bene a lasciare spazio ad altri. Francois Fillon, invece, si è cacciato in pasticci memorabili: i gollisti avrebbero potuto sostituirlo, non l’hanno fatto e hanno sbagliato. Il problema è nato dalla testa.

Dal punto di vista italiano la lezione principale è per il centrodestra? Cosa dovrebbe insegnare il risultato francese a Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi?

Ai primi due deve insegnare che con questo tipo di proposte potranno ancora crescere a livello di voti ma che non potranno mai vincere. Silvio Berlusconi deve invece capire che non può vincere se si limita semplicemente ad appoggiare Matteo Salvini e Giorgia Meloni: deve convincerli ad avere una posizione che sia, per così dire, di destra moderata. E, quindi, non eccessivamente anti-europeista e anti-immigrati.

E il M5S? E’ stato l’unico partito a non essersi ufficialmente schierato. Ha fatto bene?

Probabilmente sì. Forse si sono resi conto di non conoscere il contesto politico francese abbastanza da potersi schierare…

Ma secondo lei, alla fine, sono più simili a Macron o Le Pen?

Abbiamo ormai imparato che il MoVimento 5 Stelle è quello che si definisce un partito pigliatutti. Al suo interno ci sono moltissime posizioni. Probabilmente la maggior parte è orientata a sinistra: molti dei suoi elettori – se non ci fossero i pentastellati – voterebbero un qualche partito di sinistra: Articolo 1, Sinistra Italiana, e ovviamente anche il Pd. C’è però un 25% di elettori di destra che su alcune tematiche potrebbero anche essere considerati più vicini a Salvini o Meloni. Se non fosse così prorompente la figura di Berlusconi, forse voterebbero persino Forza Italia. Per questo ritengo che non siano assimilabili né all’uno né all’altra.

Molti osservatori, però, tendono a identificarli con Le Pen.

Non sono simili alla Le Pen. Sostenerlo, a mio avviso, è un errore.

Anche il sistema politico italiano è in via di ridefinizione come quello francese? Oppure da noi quel processo si è già compiuto soprattutto con l’emergere del Movimento 5 Stelle?

Il nostro sistema partitico è già decomposto. Persino il Pd – l’unico partito che possa definirsi tale – non è solido: è attraversato da notevoli tensioni interne e sta rimanendo unito – non del tutto, peraltro – anche perché detiene il potere politico. Sarei però curioso di vedere cosa succederebbe in caso di sconfitta alle elezioni. Il M5S certo non è consolidato: vive sul sentimento di insoddisfazione nei confronti della politica e sull’idea che spazzeranno via tutti. Gli altri invece sono partiti personalistici: Fratelli d’Italia è Giorgia Meloni, la Lega Matteo Salvini, Forza Italia Silvio Berlusconi. Pure Alternativa popolare in fondo è Angelino Alfano e, non a caso, abbiamo parlato a lungo di verdiniani e così via.

Pubblicato l’8 maggio 2017 su formiche.net

Salvini può sognarsi la guida della Destra, ha più possibilità persino Maroni

la-notizia

Intervista raccolta da Giorgio Velardi

Altro che “Trump italiano”. La leadership del centrodestra il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, può sognarsela. Parola del politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna. “A quel punto meglio Roberto Maroni – dice a La Notizia –. Peccato non spinga fino in fondo sull’acceleratore”.

Andiamo verso un centrodestra italiano a trazione leghista?
La prospettiva di un centrodestra italiano a trazione leghista credo che non esista.

Cosa la porta a dire questo?
Il fatto che in questo Paese per vincere c’è bisogno di un leader che non sia troppo distante dal centro. I voti delle ali estreme convergono in quella direzione, mentre non avviene il contrario. Salvini non può diventare il capo di quell’area, ma al tempo stesso può impedirle di riunificarsi. Dall’altra parte, Berlusconi continua a non trovare un successore. E probabilmente non lo troverà mai, perché è unico nel suo genere.

Il Cavaliere ha “scaricato” l’ennesimo delfino sul quale aveva investito, Stefano Parisi. Era quello più sacrificabile se messo a confronto con Salvini?
Non penso che Berlusconi abbia investito su Parisi. È vero il contrario: l’ex candidato sindaco di Milano ha puntato su di sé probabilmente esagerando, vista la sconfitta rimediata contro Sala. Del resto, il leader di Forza Italia ha sempre avuto dei tratti che lo accomunavano a Umberto Bossi: populista elegante il primo, rampante il secondo. E sa che il rapporto con il Carroccio è fondamentale, altrimenti le chance di un’eventuale vittoria sarebbero ridotte al lumicino.

Ma quindi un Trump italiano non esiste proprio?
Trump è il Berlusconi americano, che grazie a quel sistema elettorale ha vinto contro la Clinton. Nel bene e nel male, se non ci fosse l’ex presidente del Consiglio non avremmo nessun “nostro” Trump.

E la Meloni? Lei continua a chiedere le primarie, da sempre annunciate a destra e mai diventate realtà.
Ha le caratteristiche per poter guidare uno schieramento di centrodestra, ma il problema in questo caso è un altro.

A cosa si riferisce?
Prima che il centrodestra affidi a una donna la leadership passerà ancora molto tempo. Anche perché se la Meloni scendesse in campo dovrebbe confrontarsi con Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, le candidate di Berlusconi. Bene fa la leader di Fratelli d’Italia a chiedere le primarie: sono un elemento di mobilitazione ma vanno organizzate bene, altrimenti rischiano di disaggregare. Anche perché il Cavaliere spingerà una sua figura che poi potrà controllare.

Berlusconi rimane un brand. La prospettiva resta la candidatura di uno dei suoi figli?
Era una prospettiva esistente ma credo che sia passata. Marina ha dimostrato in questi anni di avere delle capacità per raccogliere il testimone del padre, ma ha perso l’attimo. Stesso discorso per Piersilvio: è troppo tardi.

Secondo lei in che direzione si va?
È difficile da dire, anche perché non ci sono figure vincenti. Forse fra quelli che oggi popolano quell’area il migliore è Raffaele Fitto. Ma…

Quali problemi vede in questo caso?
Per il centrodestra è fondamentale l’elettorato del Nord, e Fitto non ha quella caratura per poterlo raggiungere.

E un outsider non esiste proprio?
Una figura che potrebbe aggregare bene le anime sparse c’è e si chiama Roberto Maroni, leghista moderato e governante. Certo, non è una novità. E non lo vedo spingere sull’acceleratore fino in fondo.

Alfano sta cercando di rientrare nelle grazie di Berlusconi. Ci riuscirà?
La dico brutalmente: Alfano, che non è un leader, vale il 3/3,5%, Salvini il 12. Credo che questo Berlusconi lo sappia bene.

Tw: @GiorgioVelardi

Pubblicato il 16 novembre 2016 su lanotiziagiornale.it